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Augurava il suicidio ai detenuti: promossa a garante

Asti ha il suo nuovo garante delle persone detenute. Si chiama Stefania Sterpetti, è medico chirurgo, militante di Fratelli d’Italia, e ha un curriculum sui social più eloquente di qualsiasi scheda professionale. Tra un post in cui inneggia al Duce e uno in cui definisce le persone migranti “ciarpame”, ha trovato anche il tempo di augurare il suicidio a una persona detenuta in sciopero della fame: “Visto che non c’è la pena di morte, si tolgano di mezzo da soli” scriveva serena. Perfetta per ricoprire un incarico di garanzia.

Quattordici voti del consiglio comunale di Asti, due in più di quelli raccolti da Domenico Massano, volontario che in carcere lavora davvero, le hanno consegnato le chiavi di una funzione che dovrebbe vigilare sui diritti di chi è privato della libertà. Diritti, non condanne aggiuntive. Ma qui non è questione di diritti. È questione di potere. E Fratelli d’Italia, per bocca del capogruppo Federico Cirone, si è premurata di sostenerla con entusiasmo. La militanza al posto della competenza, ancora una volta.

Sterpetti è una professionista della provocazione: cancella i post dopo le polemiche ma li aveva scritti. Uno, in particolare, fa elenco delle “opere del Duce”, invocando una qualche forma di risveglio nostalgico. Forse pensa che il carcere sia il luogo ideale per sperimentare quella certa idea di disciplina e ordine.

Una nomina che è un insulto ai diritti delle persone detenute. Ed è un segnale culturale preciso: normalizzare l’odio, farlo entrare nelle istituzioni, affidargli ruoli di garanzia.

Buon giovedì. 

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Segregazione & lavoro, il pregiudizio tiene in ostaggio le donne

In Italia le donne lavorano. Sempre di più, sempre negli stessi mestieri. La retorica dell’emancipazione passa spesso per le statistiche sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro, ma dietro ai numeri si nasconde un’altra realtà: quella della segregazione occupazionale, il recinto invisibile che tiene le donne confinate nei ruoli di cura, nei servizi e nelle professioni meno pagate. È la fotografia nitida che emerge dal recente rapporto CNEL-Istat, che smonta il mito di un mercato del lavoro in progressivo riequilibrio di genere.

Nel 2023, il tasso di attività femminile tra i 15 e i 64 anni ha toccato il 57,7%, un massimo storico per l’Italia. Una conquista apparente: lo stesso rapporto segnala che il nostro Paese resta ultimo in Europa per occupazione femminile, distanziato di venti punti percentuali dalla Germania e di otto dalla Spagna. Il divario non è solo quantitativo ma qualitativo. Le donne italiane, quando lavorano, lo fanno più spesso con contratti precari, a tempo parziale (spesso involontario) e in settori a bassa retribuzione. Poco più della metà ha un impiego “standard”, stabile e a tempo pieno, contro il 70% degli uomini.

La gabbia delle ventuno professioni

C’è un dato che racconta meglio di altri la prigionia professionale delle donne italiane: per raggiungere la metà dell’occupazione maschile servono 53 mestieri diversi. Per quella femminile bastano 21. È la misura della segregazione orizzontale: le donne si concentrano in pochi ruoli, quasi sempre gli stessi da decenni. Insegnanti, infermiere, commesse, segretarie, badanti, addette alle pulizie. Professioni considerate “femminili”, che le inchiodano in settori dove i salari sono bassi e le prospettive di carriera inesistenti.

Nel frattempo, le donne continuano a essere una sparuta minoranza nei settori STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Meno del 18% degli specialisti ICT in Italia è donna, poco meno di un quarto degli ingegneri e architetti. Il paradosso è che le ragazze studiano più dei ragazzi, ma si iscrivono meno ai corsi scientifici. Solo il 20% delle immatricolate sceglie una disciplina STEM, contro quasi il 40% dei maschi. Anche qui la segregazione inizia prima di entrare nel mercato del lavoro, alimentata dagli stereotipi di genere che incanalano le scelte formative verso ambiti umanistici, educativi e sanitari.

Il soffitto di cristallo resta intatto

Se la segregazione orizzontale tiene le donne confinate in alcuni settori, quella verticale impedisce loro di salire ai vertici. Il “soffitto di cristallo” è ancora saldo. Nelle società quotate italiane, la presenza femminile nei consigli di amministrazione ha superato il 40% grazie alla legge Golfo-Mosca. Ma tra gli amministratori delegati le donne restano meno del 3%. In politica la rappresentanza si ferma al 33% in Parlamento, ma precipita nei livelli locali: solo il 15% delle sindache nei comuni capoluogo e una sola presidente di Regione.

La sanità e la magistratura raccontano una storia simile. Le donne sono la maggioranza tra i medici e i magistrati, ma ai vertici svaniscono. Solo il 21% dei primari ospedalieri e meno del 30% dei magistrati con ruoli direttivi sono donne. Nell’università, la quota di professoresse ordinarie si aggira tra l’11% e il 25%, a seconda delle fonti. Anche qui, la carriera si blocca ai piani alti.

La trappola culturale e la fuga dal lavoro

Dietro la segregazione occupazionale c’è un nodo che si chiama conciliazione vita-lavoro. L’Italia è il Paese dove la maternità penalizza di più le donne. Il divario occupazionale tra madri e padri supera i 30 punti percentuali. Una donna su cinque lascia il lavoro dopo il parto, il più delle volte perché non riesce a gestire il carico di cura. I servizi per l’infanzia sono insufficienti e disomogenei: al Sud meno del 13% dei bambini trova posto in un asilo nido, al Nord si sfiora il 40%. Una geografia che amplifica le disuguaglianze territoriali, lasciando le donne meridionali ancora più isolate.

I costi sono proibitivi: in media 640 euro al mese per un nido privato, mentre l’offerta pubblica copre meno della metà dei posti disponibili. Il ritardo nella spesa dei fondi PNRR, che dovrebbero finanziare nuovi asili, rischia di perpetuare questa carenza strutturale.

La segregazione occupazionale femminile in Italia non è un incidente di percorso. È un sistema che funziona esattamente come deve, per mantenere le donne al margine del potere economico e politico. Un recinto fatto di stereotipi, contratti precari, barriere culturali e politiche inadeguate. E ogni volta che si parla di parità di genere con toni celebrativi, questi numeri ci ricordano quanto la strada sia ancora lunga.

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A trent’anni ancora a casa, un fallimento di Stato

In Italia si resta a casa dei genitori fino a trent’anni, come se la giovinezza fosse un contratto a tempo indeterminato. I numeri li mette in fila Lorenzo Ruffino: quattro anni sopra la media europea, peggio di noi solo Croazia, Slovacchia, Grecia e Spagna. Altrove si esce di casa a ventidue anni, qui si tira avanti, ostaggi di stipendi da fame e di un mercato del lavoro che ti fa il favore di assumerti.

Tra i venticinque e i ventinove anni si guadagnano in media 1.200 euro netti al mese, tra i trenta e i trentaquattro si arriva a malapena a 1.390. La soglia dei 1.500 euro si supera solo dopo i quaranta, come se fosse un premio per la sopravvivenza. E intanto si vive con mamma e papà, perché trovare un affitto dignitoso con quei soldi significa scegliere tra il letto e il frigorifero.

Ma la crudeltà vera sta nei numeri che non cambiano mai. Ruffino lo mostra: negli ultimi vent’anni la percentuale di giovani che vive con i genitori è rimasta la stessa. Fermi, inchiodati. Un intero paese che ripete la stessa storia, come una condanna.

Ogni volta si tira fuori la cultura, il legame familiare, le radici. È solo un modo elegante per nascondere il fallimento economico. In Finlandia, in Svezia, in Germania non amano meno le famiglie: possono solo permettersi di viverne fuori. Qui si resta perché non si ha scelta. E si invecchia in camera propria, con le mensole di quando si era bambini.

Il 63% delle persone tra i diciotto e i trentaquattro anni vive ancora a casa. Dio, patria e famiglia, dicono. Dio è una clava contro gli avversari, la patria è il circolino degli amici e la famiglia è il rifugio obbligato di uno Stato fallito. 

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Via la cittadinanza ai dissidenti, Orbán insiste sulla deriva autoritaria

In Ungheria stanno affinando l’arte del controllo. Non bastavano le leggi contro la stampa libera, le restrizioni alle Ong, il bavaglio alla comunità LGBTQ+. Ora il governo di Viktor Orbán si prepara a colpire il diritto più elementare: la cittadinanza. Non una revoca, che richiederebbe garanzie, ma una “sospensione”, una zona grigia giuridica che priva i cittadini dei loro diritti senza togliergli formalmente lo status. Un’invenzione che il giurista Nagy Boldizsár ha definito “assurda e inapplicabile”. Ma proprio per questo funzionale.

Il meccanismo è stato introdotto con il quindicesimo emendamento alla Costituzione ungherese, approvato nell’aprile 2025, e regolato dal disegno di legge T/11414. Si applica esclusivamente ai cittadini ungheresi con doppia nazionalità di un paese extra-Ue o extra-See. Le motivazioni? Difendere la sovranità nazionale da chi agisce “nell’interesse di potenze straniere” o rappresenta una “minaccia alla sicurezza”. Termini vaghi, senza definizione giuridica, sufficienti però a mettere in scacco oppositori, giornalisti, attivisti e membri della diaspora che osano criticare Orbán.

La decisione spetta a un ministro del governo, senza intervento del presidente della Repubblica, senza il filtro di un tribunale ordinario. Chi si oppone ha trenta giorni per fare ricorso alla Corte suprema, la Curia, ma senza possibilità di sospendere l’esecuzione del provvedimento e con un margine di giudizio ridotto al minimo. La Curia può annullare la sospensione solo per errori formali o se manca la prova della doppia cittadinanza. Non può entrare nel merito della valutazione politica. L’interessato non può nemmeno presentare testimoni o perizie. E se la cittadinanza viene sospesa, la persona può essere espulsa ed espulsa sarà, entro 72 ore, senza più alcun diritto.

L’operazione è chirurgica. La legge evita la creazione formale di apolidi, limitandosi ai doppi cittadini. Ma crea di fatto degli apolidi funzionali, senza passaporto, senza protezioni, senza diritti. Una condizione che può durare fino a dieci anni. Un limbo costruito apposta per essere punitivo, per spaventare.

Sovranità come arma contro il dissenso

Dietro il lessico della sicurezza nazionale si nasconde la volontà di consolidare il potere. Lo ha spiegato chiaramente David Koranyi, presidente di Action for Democracy, bersaglio diretto di questa normativa. La sua organizzazione, con base a Washington, finanzia e supporta movimenti democratici in Ungheria. Orbán la considera un cavallo di Troia americano. Koranyi, cittadino ungherese e statunitense, ha scritto su Politico che la nuova legge gli consentirebbe di essere cancellato “dalla nazione, dal corpo e dall’anima”, senza appello.

Il governo ha già messo in campo la Sovereignty Protection Authority, l’autorità creata per indagare sulle attività ritenute ostili agli interessi ungheresi, con poteri illimitati di accesso a dati e informazioni. Ora questa autorità potrà fornire al ministro il pretesto per sospendere la cittadinanza. Un meccanismo perfetto: si costruisce il caso, si applica la sanzione, si evita qualsiasi dibattito.

Il tempismo non è casuale. La legge arriva mentre Budapest vieta il Pride e annuncia il ritiro dalla Corte penale internazionale per non doversi piegare al mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu. Una linea che tiene insieme repressione interna e isolamento internazionale, ridisegnando l’Ungheria come fortino sovranista in Europa.

Un precedente pericoloso per l’Unione europea

Le reazioni internazionali non sono mancate. La Commissione europea ha già avviato procedure contro l’Ungheria per le leggi che limitano la libertà di associazione e i diritti LGBTQ+. Ma questa nuova norma alza la posta. La sospensione della cittadinanza priva automaticamente i cittadini anche dello status di cittadini europei, con tutte le tutele che ne derivano. E il modo in cui viene applicata viola apertamente i principi di proporzionalità, non discriminazione e stato di diritto sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea.

Resta da vedere se Bruxelles avrà il coraggio di intervenire. La procedura dell’articolo 7 contro l’Ungheria langue da anni, bloccata dai veti incrociati tra gli Stati membri. Ma il punto è politico, prima ancora che giuridico. Lasciare passare una legge che consente di silenziare il dissenso esiliando i critici sotto la veste di una sospensione amministrativa significa accettare che i valori europei siano negoziabili.

Il governo Orbán ha trovato una nuova arma per disciplinare i cittadini ribelli. Un’arma che non uccide, ma cancella.

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L’antifascismo non è mai sobrio per natura

Sono quelli che dicono di seguire la parola di dio anche quando dio non è d’accordo. Quelli del governo Meloni devono avere pensato che fosse una botta di culo la morte di un pontefice proprio a cavallo del 25 aprile. E poiché di “papa se ne fa un altro” ma l’ottantesimo anniversario della Liberazione non è ripetibile, hanno escogitato un inusuale lutto nazionale di ben cinque giorni con l’intento di ammansire la Festa della Liberazione, confidando in una celebrazione meno libera, in linea con il digrignare di denti quotidiani a cui ci siamo abituati come rane bollite.

Si potrebbe parlare, ad esempio, della laicità di Stato, cerimonia ormai caduta in disgrazia in questo fiorire di inchieste speciali su bare e sugli anelli spezzati. Ma la laicità, tra i miasmi di questa epoca, è finita nel cesso quando una presidente del Consiglio ha deciso di etichettarsi come protettrice di dio – insieme alla patria e alla famiglia – senza prendere una pernacchia dagli elettori e senza un ammonimento dal Vaticano per i mancati diritti d’autore.

Il ministro Musumeci è stato l’apostolo prescelto per scolpire l’undicesimo comandamento: siate antifascisti con sobrietà. Il lutto nazionale per un capo di Stato estero dovrebbe essere il bromuro per considerare i fascisti solo degli effimeri maleducati e celebrare l’antifascismo con le mani giunte.

Ma l’antifascismo, per sua natura, è l’avversione a ogni contrizione, anche a quelle che banchettano sul cadavere del vescovo di Roma. L’antifascismo sobrio è giardinaggio. È il fascismo sobrio, il vero problema.

Buon mercoledì.

In foto: murale della street artist Laika “Antifascisti sempre”

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Non solo la Guardia costiera, l’Italia addestra pure i piloti dell’aviazione libica

Adesso li addestriamo anche a volare. Non bastava il mare, dove abbiamo consegnato motovedette e insegnato ai libici come fermare le persone migranti e ributtarle nei lager. Ora l’Italia fa scuola anche in cielo. Piloti di guerra. Cacciabombardieri. Un’istruzione di eccellenza per rinnovare l’aeronautica militare libica, quella stessa forza armata coinvolta – ancora oggi – nelle violazioni dei diritti umani contro migranti e civili. Lo racconta, con dovizia di particolari, Antonio Mazzeo su Pagine Esteri.

Il 25 marzo, a Roma, l’ennesima stretta di mano: il generale Luca Goretti, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare italiana, e il generale Amhamed Gojel, capo della Libyan Air Force, hanno firmato un accordo per addestrare i “top gun” libici. Un’intesa triennale, la prima nel settore aeronautico, che porta i piloti di Tripoli nelle scuole di volo italiane: il 70° Stormo di Latina per le prime fasi e il 61° Stormo di Galatina, in provincia di Lecce, per il salto di qualità. Aerei T-260, T-345, T-346, fino agli F-35 e agli Eurofighter. L’arsenale bellico di nuova generazione che l’Italia insegnerà a maneggiare. Per difendersi da chi? La domanda resta sospesa, mentre il Mediterraneo si trasforma in un poligono addestrativo.

La missione MIASIT e la guerra ai migranti

Galatina non è una base qualunque: qui opera l’International Flight Training School, il polo internazionale che forma piloti per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait. E ora Libia. Una continuità militare che non conosce battute d’arresto, nonostante i report delle organizzazioni umanitarie. Nonostante le torture, gli stupri, le sparizioni forzate documentate contro le persone migranti. Nonostante il diritto internazionale.

Il piano di formazione – annota Mazzeo – è stato delineato a Tripoli nel giugno 2024, quando si è riunito il Comitato misto di cooperazione Libia-Italia. Lo stesso che ha deciso di espandere la collaborazione: non solo il mare, non solo i porti. Anche i cieli. Prima con i corsi per controllori del traffico aereo a Pratica di Mare e all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, poi con l’addestramento vero e proprio dei piloti.

MIASIT, la Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia, è il contenitore di tutte queste attività. Nata nel 2018, prosegue nel nome della “stabilità” e del “contrasto all’immigrazione illegale”, con 200 militari italiani schierati e un dispiegamento di mezzi aerei e navali. Non ci si limita alla formazione: MIASIT consegna equipaggiamenti, sostiene la Guardia costiera libica, garantisce supporto logistico e consulenza. Lo stesso corpo armato che ha mitragliato barconi, respinto naufraghi, compiuto deportazioni.

Addestramento a tutto campo: dagli Alpini ai piloti

Cinquanta corsi solo nel 2024. Oltre 700 militari libici formati dall’Italia: fanti, artiglieri, alpini, forze speciali. Addestramento per la guerra urbana, per lo sminamento, per la lotta al terrorismo. Addestramento per la repressione. Perché ogni tecnologia militare ha un solo obiettivo: esercitare la forza. E la forza, in Libia, è lo strumento principale per controllare i confini d’Europa.

Nel deserto di Misurata, tra il 9° Reggimento Alpini e i parà della Folgore, l’Italia insegna ai libici a difendere e reprimere. Corsi di combattimento ravvicinato, di scorta in ambienti ostili, di intelligence militare. Ai reparti d’élite della contro-terrorismo libica, gli alpini abruzzesi impartiscono lezioni di guerra. Anche le tecniche di negoziazione sono nel pacchetto: una diplomazia delle armi, per gestire le crisi senza perdere il controllo.

E ora anche il cielo diventa terreno di addestramento. Mentre nel Canale di Sicilia continua la guerra ai migranti, mentre i centri di detenzione libici restano luoghi di tortura e morte, l’Italia rilancia la cooperazione militare. Fornisce droni, equipaggiamenti per lo sminamento, persino materiale elettromedicale. Cura le ferite di un conflitto che continua a soffiare sulle braci. E l’Italia, in questo, gioca il suo ruolo di gendarme. Con orgoglio, con eccellenza, come ripetono i comunicati ufficiali. Ma senza memoria.

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Chi chiederà ancora “come è andata la notte”

Sono 563. Un numero come tanti, ma a Gaza era il conto di chi non si rassegna al silenzio. Cinquecentosessantatré contatti tra Papa Francesco e la parrocchia della Sacra Famiglia. Telefonate, messaggi, una voce che ogni giorno domandava: “Come è andata la notte?”. Una voce che si faceva presente, ostinata, mentre il resto del mondo voltava lo sguardo altrove.

Ora quella voce non c’è più. Il Papa che ogni sera cercava di rompere la solitudine di Gaza non potrà più chiedere se qualcuno ha visto il giorno spuntare. È morto chi aveva scelto di contare le notti invece che le vittime, di restare nel tempo sospeso tra un bombardamento e l’altro, dove si annida l’umanità che sopravvive.  

Padre Gabriel Romanelli, intrappolato fuori dalla Striscia, e Padre Youssef Asaad, rimasto dentro con la sua comunità, conoscono il peso di quelle parole. Perché a Gaza ogni notte è un testimone di resistenza. È in quel buio che Francesco si faceva presente, non con appelli solenni, ma con la costanza di chi sa che il male si sfida solo restando.

Ora resta il numero. Resta la cifra, 563, a dire che non bastava un’udienza, non era sufficiente una dichiarazione. Serviva esserci ogni giorno. Serviva una voce che attraversasse l’assedio.

La voce di Francesco era potente perché sola, perché fragile come le vite che cercava. E Gaza resta così: sola, fragile, dimenticata. La soledad de Gaza esta noche.  

563 contatti sono un segno. Non bastano, non cambiano il corso della guerra, ma fanno esistere chi altrimenti sparirebbe. Nelle notti di Gaza non serve un miracolo, basta una voce che tenga aperta la possibilità di essere ascoltati. C’è qualcuno tra i potenti laici disposto a farlo?

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Il festival dell’ipocrisia, chi dava a Papa Francesco del putiniano e dell’antisemita ora si finge bergogliano

Visioni opposte di Stato e di mondo. Da una parte, Papa Francesco e il suo magistero universale, dall’altra Giorgia Meloni e il pragmatismo sovranista del governo italiano. L’una incarna la voce della coscienza globale, l’altro difende l’interesse nazionale. Le divergenze tra questi due poli emergono con forza nei grandi temi del nostro tempo: migrazione, ambiente, economia e giustizia sociale.

Migrazione: muri contro ponti

Nel Mediterraneo delle morti annunciate, Papa Francesco si erge a difensore della dignità umana, ammonendo contro la “cultura dei muri” e dello “scarto”. Le sue parole, radicate nell’enciclica Fratelli Tutti, non lasciano margini: accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono verbi morali, non negoziabili. Il soccorso in mare non è una scelta politica, ma un imperativo etico. Al contrario, il governo Meloni erige confini e decreti: il “Decreto ONG” ostacola le operazioni di salvataggio, il “Decreto Cutro” inasprisce le norme dopo l’ennesima tragedia. La logica del controllo prevale sull’urgenza dell’accoglienza. L’accordo con l’Albania per esternalizzare i centri di detenzione è la sintesi perfetta di questo approccio: la sovranità prima della solidarietà. Laddove Francesco vede una “fraternità senza confini”, Meloni traccia linee invalicabili.

L’ipocrisia di questo governo emerge evidente quando, mentre rivendica le sue radici cristiane, ignora sistematicamente la voce di chi guida quella stessa Chiesa. La solidarietà, nella narrazione di Meloni, si trasforma in una minaccia all’ordine, in un alibi per rafforzare le frontiere. Le vite spezzate in mare sono ridotte a statistiche da gestire, a problemi logistici da scaricare oltre confine.

Ambiente: conversione ecologica contro tecnocrazia

Anche sul clima e sull’energia, le visioni si scontrano. Laudato Si’ non ammette compromessi: la crisi ecologica è una crisi morale e spirituale, la risposta deve essere radicale, integrale, sistemica. Non si tratta solo di tecnologie, ma di ripensare i modelli di produzione, consumo, potere. Il governo Meloni risponde con il lessico del pragmatismo: “neutralità tecnologica”, “ambientalismo conservatore”. Promuove il nucleare di nuova generazione, concede spazio al gas naturale, posticipa l’abbandono dei combustibili fossili. La transizione è subordinata alla competitività economica, alla sicurezza energetica, all’interesse nazionale. Francesco denuncia l’illusione tecnocratica, Meloni la abbraccia.

L’ipocrisia si fa manifesta anche qui. Mentre la presidente del Consiglio ostenta attenzione al tema ambientale, al contempo rivendica la centralità di soluzioni che perpetuano la dipendenza dai combustibili fossili. Le promesse di abbandono del carbone si perdono nei rinvii, mentre la spinta verso il nucleare si rivela una scorciatoia per non affrontare il nodo strutturale del modello di sviluppo.

L’economia, infine, segna un’altra faglia. Il Papa denuncia la “cultura dello scarto”, critica un sistema che valuta le persone in base alla loro produttività. Chiede un’economia al servizio della dignità umana, fondata sulla solidarietà, sulla giustizia sociale, sull’inclusione dei poveri. Il governo Meloni risponde con la riforma del welfare: abolito il Reddito di Cittadinanza, introdotti l’Assegno di Inclusione e il Supporto per la Formazione e il Lavoro. Una distinzione netta tra “occupabili” e “non occupabili”, con il sostegno vincolato alla partecipazione a percorsi di attivazione. La povertà diventa una questione di responsabilità individuale più che di giustizia sistemica.

Qui l’ipocrisia raggiunge il suo apice. Da un lato si proclama la centralità della famiglia e del lavoro, dall’altro si costruisce un sistema di welfare che abbandona i più fragili, trasformando l’assistenza in una concessione condizionata. Si premia chi è già in grado di correre, si lascia indietro chi inciampa. Il Papa parla di “terra, casa e lavoro” come diritti universali, il governo li rende privilegi da conquistare.

Su alcuni temi, come la gestazione per altri, le posizioni convergono. Entrambi condannano la pratica, per motivi che sembrano allinearsi: la difesa della dignità della donna e del bambino, il rifiuto della mercificazione della vita. Ma anche qui le radici sono diverse: per Francesco è una questione etica universale, per Meloni un tassello della narrazione sovranista sulla famiglia “naturale”. Quando il governo ostacola il riconoscimento dei figli nati da GPA all’estero, il Papa resta in silenzio, forse consapevole che il terreno dei diritti civili è un campo minato di differenze.

Così si delineano due visioni inconciliabili: l’universalismo etico contro il pragmatismo nazionalista, l’imperativo morale contro la gestione politica, la critica sistemica contro l’intervento mirato. Francesco parla al mondo, Meloni agli italiani. In questo divario si gioca una parte cruciale del futuro. Un futuro dove il governo si presenta come difensore della tradizione e dei valori, salvo poi contraddirli nei fatti, lasciando che il calcolo politico prevalga sull’etica proclamata. L’ipocrisia non è un dettaglio: è il segno distintivo di questa stagione politica.

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Fuggire dal 25 aprile, come se fosse un virus

Ci sono malattie che si presentano puntuali, ogni anno. Per Giorgia Meloni e i suoi, l’allergia al 25 aprile è cronica. Quando arriva la Liberazione, c’è sempre un biglietto prenotato, una missione inderogabile, un viaggio che chiama. Quest’anno è l’Uzbekistan. Giusto il tempo di una cerimonia all’Altare della Patria, poi via, lontano, a Samarcanda, fino al 27 aprile. Un’assenza calibrata per evitare che il fastidio dell’antifascismo possa durare più di qualche ora.

Il presidente Mattarella, invece, sarà a Genova. Non fosse bastata la sua recente degenza ospedaliera, qualcuno aveva temuto di dover assistere a un 25 aprile officiato da Ignazio La Russa. Ma la Costituzione non prevede supplenze di comodo. La Russa, comunque, la sua parte l’ha già fatta: l’altro giorno era a Primavalle, a commemorare l’attentato del 1973. Un omaggio strumentale, tanto che Giampaolo Mattei, fratello delle vittime, ha denunciato la speculazione elettorale. Loro, i fascisti, si raccontano martiri per riscrivere la storia: trasformano carnefici in vittime, dissolvono le trame golpiste, dimenticano le aggressioni. Così, il 25 aprile si trasforma da celebrazione della Resistenza a terreno minato da narrazioni tossiche.

Due anni fa La Russa si rifugiava a Praga, l’anno scorso scompariva dopo il Vittoriano. Lollobrigida, quando contava ancora qualcosa, spiegava che la parola antifascista “ha portato a morti”. Fratelli d’Italia è questo: la destra anti-antifascista. In bilico tra negare e riscrivere. Intanto le opposizioni chiedono una cerimonia solenne al Senato. La Russa tace. Ma loro scappano: perché il 25 aprile, per chi ha certe radici, resta il giorno più difficile dell’anno.

Buon martedì. 

In foto la presidente del Consiglio Meloni, e i presidenti del Senato La Russa e della Camera Fontana Roma, all’Altare della Patria il 17 marzo 2025, foto Gov 

 

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Comolake: l’evento privato con soldi pubblici (e bugie di Stato)

Nel governo dell’intransigenza a orologeria, c’è sempre un momento in cui il boomerang del potere torna a colpire. Stavolta ha scelto la via del lago: Comolake, evento digitale su misura del sottosegretario Alessio Butti, è finito al centro di un’inchiesta giornalistica che, carte alla mano, disegna una rete di favori, bugie e silenzi.

Nel mirino c’è la moglie del sottosegretario, Lisa Giussani. Secondo i documenti pubblicati da Domani, avrebbe inviato mail, indicato nomi, fornito contatti e suggerito sponsor. Non un dettaglio marginale, visto che Comolake era – nelle parole di Butti – «evento privato». Peccato che dentro ci fossero l’Agenzia per l’Italia digitale e società controllate dal ministero dell’Economia. Quando il privato si fa pubblico per convenienza e viceversa per difesa.

Meloni tace, ma s’irrita. Non è l’indignazione per il merito, è il fastidio per il rumore. A palazzo Chigi la linea è cauta: non una smentita, non una difesa. Butti è uno dei suoi. E si sa quanto la presidente detesti dover rinunciare a un uomo di fiducia.

Intanto, i fili si annodano. Dalla consulenza da 80mila euro affidata all’allora regista dell’evento, Raffaele Barberio – poi allontanato in silenzio – fino al coinvolgimento diretto del super consulente Serafino Sorrenti, uomo chiave nel dipartimento per la trasformazione digitale e citato esplicitamente nei documenti inoltrati da Giussani per agganciare gli sponsor: il cerchio intorno a Butti non è mai stato tanto affollato. Eppure, nelle dichiarazioni ufficiali, tutto sembrava ridursi a una semplice «iniziativa privata».

Nel silenzio tombale del partito, risuonano solo le interrogazioni delle opposizioni. Ma la domanda vera è un’altra: perché in Italia il conflitto d’interessi resta sempre un reato d’opinione?

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