A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso – Lettera43
Meloni lo ignorava sui migranti. Salvini tifava Ratzinger. I giornalisti militanti Feltri, Sallusti, Belpietro, Porro e Giordano lo hanno infilzato su gay, ius soli, Ong, ecologia. Riducendo ogni tema a slogan buonista. Ora che è morto però elogiano tutti il coraggio e la visione di Francesco, un pontefice che «ha rotto gli schemi». Non è memoria corta, ma strategia politica. E tra le pieghe delle loro parole si intravede il vecchio disprezzo.
Ci sono lutti che si trasformano in palcoscenici. Cordogli che sembrano conferenze stampa. E ci sono governi che, mentre depongono corone di fiori, cercano di nascondere le spine che hanno infilato nei fianchi di chi piangono. La morte di papa Francesco si è trasformata nell’ultimo paradosso di una maggioranza di governo che, tra il parlamento e i talk show, versa lacrime e parole di stima per quel pontefice che per oltre 10 anni ha subìto una sequela di insulti, dileggi e accuse proprio da chi ora ne elogia il coraggio e la visione.
La premier parla di «grande lezione» di Bergoglio, ma sui migranti?
Non è soltanto questione di memoria corta. È strategia politica. Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani: tutti in fila, inappuntabili nelle dichiarazioni di lutto, ma con le mani sporche di polemica. Il vaticanista Marco Politi ha ricordato che Meloni ha sempre avuto difficoltà a comprendere Francesco, preferendogli Giovanni Paolo II. Ma ora la premier si inchina davanti alla «grande lezione» di Bergoglio, sorvolando su quelle “difficoltà” che non hanno mai generato parole di comprensione, ma freddezza e distanza. Quando il papa parlava di migranti, Meloni ascoltava, ma con il volume basso.

Salvini e il Rosario come accessorio di propaganda elettorale
Salvini, invece, il volume lo alzava. Fino a strillare: «Il mio papa è Benedetto». Una frase che non è mai stata smentita, neanche sotto la pressione delle convenienze diplomatiche. Il capo leghista, oggi vicepremier, è stato il più esplicito degli anti-Bergoglio: si è chiesto «quanti rifugiati ci siano in Vaticano» mentre lui, da ministro dell’Interno, chiudeva i porti e innalzava muri. Ha trasformato il Rosario in un accessorio di propaganda elettorale, usando simboli religiosi per giustificare respingimenti e manganelli. Eppure, nei giorni del lutto, pure lui ha trovato toni misurati, istituzionali, quasi rispettosi. Ha abbassato il volume, ma la musica è rimasta la stessa.

Feltri tra conigli, «frociaggine» e mancanze di rispetto
Questa doppiezza si fa più evidente se si scorre il bollettino delle offese disseminate negli anni. Vittorio Feltri, firma storica di Libero e il Giornale, si è detto «orgoglioso di essere un coniglio», deridendo le parole del papa sulla paternità responsabile. Ha raccontato pubblicamente di aver discusso con Bergoglio della «frociaggine» nei seminari, attribuendogli ancora quel termine volgare, tradendo ogni regola di riservatezza e rispetto.

Sallusti e Belpietro all’attacco su ius soli e Ong
Alessandro Sallusti, direttore de il Giornale, ha descritto papa Francesco come «anomalo nella forma, scomodo nella sostanza». Un pontefice che «non capisce la democrazia» per aver sostenuto lo ius soli. Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, ha titolato a tutta pagina contro i finanziamenti della Chiesa alle Ong che salvano migranti, accusando il papa di sostenere la «globalizzazione della clandestinità».

Delegittimate accoglienza ed ecologia
Nicola Porro ha liquidato l’eredità di Francesco come «macerie». Mario Giordano lo ha accusato di non essersi fatto il segno della croce a un funerale laico, insinuando un tradimento della fede. Ecco il coro di voci che ora, mentre le campane di San Pietro suonano a morto, si atteggiano a esegeti del magistero papale. Hanno delegittimato ogni parola di Francesco sull’accoglienza, sulle diseguaglianze, sull’ecologia, riducendole a slogan buonisti. Lo hanno accusato di avere trasformato la Chiesa in un «soft power globalista», sordo alla “vera” tradizione cattolica. Oggi ne celebrano la «capacità di rompere gli schemi». Come se rompere gli schemi fosse un titolo buono per i necrologi, ma non per i dibattiti politici.

Il perenne sospetto che si nutre per gli scismatici
La Lega ha inciso la colonna sonora della guerra contro il papa. I manifesti di Aldo Casalicchio, consigliere leghista, affissi a Rivoli con l’accusa di preferire i migranti ai fedeli, sono l’icona plastica di questa ostilità. Simone Pillon, ex senatore del Carroccio, ha applaudito con sarcasmo alla presunta volgarità papale sui seminari, in perfetta sintonia con il gusto amaro del suo partito. E mentre la presidente del Consiglio cerca di issarsi sul pulpito di una moralità istituzionale, i suoi alleati di governo, da Salvini a Galeazzo Bignami, hanno passato anni a descrivere papa Francesco come «non un papa facile», uno che «ha rotto gli schemi», ma non con l’ammirazione che si riserva ai grandi innovatori. Con il sospetto che si tiene per gli scismatici.

Un bersaglio quando parlava di pace e disarmo
È questa la funzione delle lacrime che oggi rigano le guance della destra italiana: nascondere, dietro il lutto, una battaglia culturale che non si è mai fermata. Una battaglia in cui papa Francesco è stato il bersaglio di chi vede nella solidarietà un cedimento e nell’accoglienza un atto di resa. Chi oggi ne esalta la figura si è strappato le vesti ogni volta che il pontefice ha parlato di pace, di disarmo, di crisi climatica. Chi oggi lo piange, ieri gli ha dato del “papocchio”.

Francesco per loro resta scomodo, anche da morto
Dietro le condoglianze si nasconde un’altra storia. Una storia che andrebbe raccontata in ogni commemorazione: quella di un papa che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, e che per questo è stato insultato dai potenti. Oggi quei potenti si mettono in posa, ma tra le pieghe delle loro parole si intravede il vecchio disprezzo. Cambiano tono, ma non opinione. Perché in fondo, per loro, papa Francesco rimane quello scomodo. Anche da morto.
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