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L’antifascismo non è mai sobrio per natura

Sono quelli che dicono di seguire la parola di dio anche quando dio non è d’accordo. Quelli del governo Meloni devono avere pensato che fosse una botta di culo la morte di un pontefice proprio a cavallo del 25 aprile. E poiché di “papa se ne fa un altro” ma l’ottantesimo anniversario della Liberazione non è ripetibile, hanno escogitato un inusuale lutto nazionale di ben cinque giorni con l’intento di ammansire la Festa della Liberazione, confidando in una celebrazione meno libera, in linea con il digrignare di denti quotidiani a cui ci siamo abituati come rane bollite.

Si potrebbe parlare, ad esempio, della laicità di Stato, cerimonia ormai caduta in disgrazia in questo fiorire di inchieste speciali su bare e sugli anelli spezzati. Ma la laicità, tra i miasmi di questa epoca, è finita nel cesso quando una presidente del Consiglio ha deciso di etichettarsi come protettrice di dio – insieme alla patria e alla famiglia – senza prendere una pernacchia dagli elettori e senza un ammonimento dal Vaticano per i mancati diritti d’autore.

Il ministro Musumeci è stato l’apostolo prescelto per scolpire l’undicesimo comandamento: siate antifascisti con sobrietà. Il lutto nazionale per un capo di Stato estero dovrebbe essere il bromuro per considerare i fascisti solo degli effimeri maleducati e celebrare l’antifascismo con le mani giunte.

Ma l’antifascismo, per sua natura, è l’avversione a ogni contrizione, anche a quelle che banchettano sul cadavere del vescovo di Roma. L’antifascismo sobrio è giardinaggio. È il fascismo sobrio, il vero problema.

Buon mercoledì.

In foto: murale della street artist Laika “Antifascisti sempre”

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Non solo la Guardia costiera, l’Italia addestra pure i piloti dell’aviazione libica

Adesso li addestriamo anche a volare. Non bastava il mare, dove abbiamo consegnato motovedette e insegnato ai libici come fermare le persone migranti e ributtarle nei lager. Ora l’Italia fa scuola anche in cielo. Piloti di guerra. Cacciabombardieri. Un’istruzione di eccellenza per rinnovare l’aeronautica militare libica, quella stessa forza armata coinvolta – ancora oggi – nelle violazioni dei diritti umani contro migranti e civili. Lo racconta, con dovizia di particolari, Antonio Mazzeo su Pagine Esteri.

Il 25 marzo, a Roma, l’ennesima stretta di mano: il generale Luca Goretti, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare italiana, e il generale Amhamed Gojel, capo della Libyan Air Force, hanno firmato un accordo per addestrare i “top gun” libici. Un’intesa triennale, la prima nel settore aeronautico, che porta i piloti di Tripoli nelle scuole di volo italiane: il 70° Stormo di Latina per le prime fasi e il 61° Stormo di Galatina, in provincia di Lecce, per il salto di qualità. Aerei T-260, T-345, T-346, fino agli F-35 e agli Eurofighter. L’arsenale bellico di nuova generazione che l’Italia insegnerà a maneggiare. Per difendersi da chi? La domanda resta sospesa, mentre il Mediterraneo si trasforma in un poligono addestrativo.

La missione MIASIT e la guerra ai migranti

Galatina non è una base qualunque: qui opera l’International Flight Training School, il polo internazionale che forma piloti per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait. E ora Libia. Una continuità militare che non conosce battute d’arresto, nonostante i report delle organizzazioni umanitarie. Nonostante le torture, gli stupri, le sparizioni forzate documentate contro le persone migranti. Nonostante il diritto internazionale.

Il piano di formazione – annota Mazzeo – è stato delineato a Tripoli nel giugno 2024, quando si è riunito il Comitato misto di cooperazione Libia-Italia. Lo stesso che ha deciso di espandere la collaborazione: non solo il mare, non solo i porti. Anche i cieli. Prima con i corsi per controllori del traffico aereo a Pratica di Mare e all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, poi con l’addestramento vero e proprio dei piloti.

MIASIT, la Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia, è il contenitore di tutte queste attività. Nata nel 2018, prosegue nel nome della “stabilità” e del “contrasto all’immigrazione illegale”, con 200 militari italiani schierati e un dispiegamento di mezzi aerei e navali. Non ci si limita alla formazione: MIASIT consegna equipaggiamenti, sostiene la Guardia costiera libica, garantisce supporto logistico e consulenza. Lo stesso corpo armato che ha mitragliato barconi, respinto naufraghi, compiuto deportazioni.

Addestramento a tutto campo: dagli Alpini ai piloti

Cinquanta corsi solo nel 2024. Oltre 700 militari libici formati dall’Italia: fanti, artiglieri, alpini, forze speciali. Addestramento per la guerra urbana, per lo sminamento, per la lotta al terrorismo. Addestramento per la repressione. Perché ogni tecnologia militare ha un solo obiettivo: esercitare la forza. E la forza, in Libia, è lo strumento principale per controllare i confini d’Europa.

Nel deserto di Misurata, tra il 9° Reggimento Alpini e i parà della Folgore, l’Italia insegna ai libici a difendere e reprimere. Corsi di combattimento ravvicinato, di scorta in ambienti ostili, di intelligence militare. Ai reparti d’élite della contro-terrorismo libica, gli alpini abruzzesi impartiscono lezioni di guerra. Anche le tecniche di negoziazione sono nel pacchetto: una diplomazia delle armi, per gestire le crisi senza perdere il controllo.

E ora anche il cielo diventa terreno di addestramento. Mentre nel Canale di Sicilia continua la guerra ai migranti, mentre i centri di detenzione libici restano luoghi di tortura e morte, l’Italia rilancia la cooperazione militare. Fornisce droni, equipaggiamenti per lo sminamento, persino materiale elettromedicale. Cura le ferite di un conflitto che continua a soffiare sulle braci. E l’Italia, in questo, gioca il suo ruolo di gendarme. Con orgoglio, con eccellenza, come ripetono i comunicati ufficiali. Ma senza memoria.

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Chi chiederà ancora “come è andata la notte”

Sono 563. Un numero come tanti, ma a Gaza era il conto di chi non si rassegna al silenzio. Cinquecentosessantatré contatti tra Papa Francesco e la parrocchia della Sacra Famiglia. Telefonate, messaggi, una voce che ogni giorno domandava: “Come è andata la notte?”. Una voce che si faceva presente, ostinata, mentre il resto del mondo voltava lo sguardo altrove.

Ora quella voce non c’è più. Il Papa che ogni sera cercava di rompere la solitudine di Gaza non potrà più chiedere se qualcuno ha visto il giorno spuntare. È morto chi aveva scelto di contare le notti invece che le vittime, di restare nel tempo sospeso tra un bombardamento e l’altro, dove si annida l’umanità che sopravvive.  

Padre Gabriel Romanelli, intrappolato fuori dalla Striscia, e Padre Youssef Asaad, rimasto dentro con la sua comunità, conoscono il peso di quelle parole. Perché a Gaza ogni notte è un testimone di resistenza. È in quel buio che Francesco si faceva presente, non con appelli solenni, ma con la costanza di chi sa che il male si sfida solo restando.

Ora resta il numero. Resta la cifra, 563, a dire che non bastava un’udienza, non era sufficiente una dichiarazione. Serviva esserci ogni giorno. Serviva una voce che attraversasse l’assedio.

La voce di Francesco era potente perché sola, perché fragile come le vite che cercava. E Gaza resta così: sola, fragile, dimenticata. La soledad de Gaza esta noche.  

563 contatti sono un segno. Non bastano, non cambiano il corso della guerra, ma fanno esistere chi altrimenti sparirebbe. Nelle notti di Gaza non serve un miracolo, basta una voce che tenga aperta la possibilità di essere ascoltati. C’è qualcuno tra i potenti laici disposto a farlo?

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Il festival dell’ipocrisia, chi dava a Papa Francesco del putiniano e dell’antisemita ora si finge bergogliano

Visioni opposte di Stato e di mondo. Da una parte, Papa Francesco e il suo magistero universale, dall’altra Giorgia Meloni e il pragmatismo sovranista del governo italiano. L’una incarna la voce della coscienza globale, l’altro difende l’interesse nazionale. Le divergenze tra questi due poli emergono con forza nei grandi temi del nostro tempo: migrazione, ambiente, economia e giustizia sociale.

Migrazione: muri contro ponti

Nel Mediterraneo delle morti annunciate, Papa Francesco si erge a difensore della dignità umana, ammonendo contro la “cultura dei muri” e dello “scarto”. Le sue parole, radicate nell’enciclica Fratelli Tutti, non lasciano margini: accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono verbi morali, non negoziabili. Il soccorso in mare non è una scelta politica, ma un imperativo etico. Al contrario, il governo Meloni erige confini e decreti: il “Decreto ONG” ostacola le operazioni di salvataggio, il “Decreto Cutro” inasprisce le norme dopo l’ennesima tragedia. La logica del controllo prevale sull’urgenza dell’accoglienza. L’accordo con l’Albania per esternalizzare i centri di detenzione è la sintesi perfetta di questo approccio: la sovranità prima della solidarietà. Laddove Francesco vede una “fraternità senza confini”, Meloni traccia linee invalicabili.

L’ipocrisia di questo governo emerge evidente quando, mentre rivendica le sue radici cristiane, ignora sistematicamente la voce di chi guida quella stessa Chiesa. La solidarietà, nella narrazione di Meloni, si trasforma in una minaccia all’ordine, in un alibi per rafforzare le frontiere. Le vite spezzate in mare sono ridotte a statistiche da gestire, a problemi logistici da scaricare oltre confine.

Ambiente: conversione ecologica contro tecnocrazia

Anche sul clima e sull’energia, le visioni si scontrano. Laudato Si’ non ammette compromessi: la crisi ecologica è una crisi morale e spirituale, la risposta deve essere radicale, integrale, sistemica. Non si tratta solo di tecnologie, ma di ripensare i modelli di produzione, consumo, potere. Il governo Meloni risponde con il lessico del pragmatismo: “neutralità tecnologica”, “ambientalismo conservatore”. Promuove il nucleare di nuova generazione, concede spazio al gas naturale, posticipa l’abbandono dei combustibili fossili. La transizione è subordinata alla competitività economica, alla sicurezza energetica, all’interesse nazionale. Francesco denuncia l’illusione tecnocratica, Meloni la abbraccia.

L’ipocrisia si fa manifesta anche qui. Mentre la presidente del Consiglio ostenta attenzione al tema ambientale, al contempo rivendica la centralità di soluzioni che perpetuano la dipendenza dai combustibili fossili. Le promesse di abbandono del carbone si perdono nei rinvii, mentre la spinta verso il nucleare si rivela una scorciatoia per non affrontare il nodo strutturale del modello di sviluppo.

L’economia, infine, segna un’altra faglia. Il Papa denuncia la “cultura dello scarto”, critica un sistema che valuta le persone in base alla loro produttività. Chiede un’economia al servizio della dignità umana, fondata sulla solidarietà, sulla giustizia sociale, sull’inclusione dei poveri. Il governo Meloni risponde con la riforma del welfare: abolito il Reddito di Cittadinanza, introdotti l’Assegno di Inclusione e il Supporto per la Formazione e il Lavoro. Una distinzione netta tra “occupabili” e “non occupabili”, con il sostegno vincolato alla partecipazione a percorsi di attivazione. La povertà diventa una questione di responsabilità individuale più che di giustizia sistemica.

Qui l’ipocrisia raggiunge il suo apice. Da un lato si proclama la centralità della famiglia e del lavoro, dall’altro si costruisce un sistema di welfare che abbandona i più fragili, trasformando l’assistenza in una concessione condizionata. Si premia chi è già in grado di correre, si lascia indietro chi inciampa. Il Papa parla di “terra, casa e lavoro” come diritti universali, il governo li rende privilegi da conquistare.

Su alcuni temi, come la gestazione per altri, le posizioni convergono. Entrambi condannano la pratica, per motivi che sembrano allinearsi: la difesa della dignità della donna e del bambino, il rifiuto della mercificazione della vita. Ma anche qui le radici sono diverse: per Francesco è una questione etica universale, per Meloni un tassello della narrazione sovranista sulla famiglia “naturale”. Quando il governo ostacola il riconoscimento dei figli nati da GPA all’estero, il Papa resta in silenzio, forse consapevole che il terreno dei diritti civili è un campo minato di differenze.

Così si delineano due visioni inconciliabili: l’universalismo etico contro il pragmatismo nazionalista, l’imperativo morale contro la gestione politica, la critica sistemica contro l’intervento mirato. Francesco parla al mondo, Meloni agli italiani. In questo divario si gioca una parte cruciale del futuro. Un futuro dove il governo si presenta come difensore della tradizione e dei valori, salvo poi contraddirli nei fatti, lasciando che il calcolo politico prevalga sull’etica proclamata. L’ipocrisia non è un dettaglio: è il segno distintivo di questa stagione politica.

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Fuggire dal 25 aprile, come se fosse un virus

Ci sono malattie che si presentano puntuali, ogni anno. Per Giorgia Meloni e i suoi, l’allergia al 25 aprile è cronica. Quando arriva la Liberazione, c’è sempre un biglietto prenotato, una missione inderogabile, un viaggio che chiama. Quest’anno è l’Uzbekistan. Giusto il tempo di una cerimonia all’Altare della Patria, poi via, lontano, a Samarcanda, fino al 27 aprile. Un’assenza calibrata per evitare che il fastidio dell’antifascismo possa durare più di qualche ora.

Il presidente Mattarella, invece, sarà a Genova. Non fosse bastata la sua recente degenza ospedaliera, qualcuno aveva temuto di dover assistere a un 25 aprile officiato da Ignazio La Russa. Ma la Costituzione non prevede supplenze di comodo. La Russa, comunque, la sua parte l’ha già fatta: l’altro giorno era a Primavalle, a commemorare l’attentato del 1973. Un omaggio strumentale, tanto che Giampaolo Mattei, fratello delle vittime, ha denunciato la speculazione elettorale. Loro, i fascisti, si raccontano martiri per riscrivere la storia: trasformano carnefici in vittime, dissolvono le trame golpiste, dimenticano le aggressioni. Così, il 25 aprile si trasforma da celebrazione della Resistenza a terreno minato da narrazioni tossiche.

Due anni fa La Russa si rifugiava a Praga, l’anno scorso scompariva dopo il Vittoriano. Lollobrigida, quando contava ancora qualcosa, spiegava che la parola antifascista “ha portato a morti”. Fratelli d’Italia è questo: la destra anti-antifascista. In bilico tra negare e riscrivere. Intanto le opposizioni chiedono una cerimonia solenne al Senato. La Russa tace. Ma loro scappano: perché il 25 aprile, per chi ha certe radici, resta il giorno più difficile dell’anno.

Buon martedì. 

In foto la presidente del Consiglio Meloni, e i presidenti del Senato La Russa e della Camera Fontana Roma, all’Altare della Patria il 17 marzo 2025, foto Gov 

 

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Comolake: l’evento privato con soldi pubblici (e bugie di Stato)

Nel governo dell’intransigenza a orologeria, c’è sempre un momento in cui il boomerang del potere torna a colpire. Stavolta ha scelto la via del lago: Comolake, evento digitale su misura del sottosegretario Alessio Butti, è finito al centro di un’inchiesta giornalistica che, carte alla mano, disegna una rete di favori, bugie e silenzi.

Nel mirino c’è la moglie del sottosegretario, Lisa Giussani. Secondo i documenti pubblicati da Domani, avrebbe inviato mail, indicato nomi, fornito contatti e suggerito sponsor. Non un dettaglio marginale, visto che Comolake era – nelle parole di Butti – «evento privato». Peccato che dentro ci fossero l’Agenzia per l’Italia digitale e società controllate dal ministero dell’Economia. Quando il privato si fa pubblico per convenienza e viceversa per difesa.

Meloni tace, ma s’irrita. Non è l’indignazione per il merito, è il fastidio per il rumore. A palazzo Chigi la linea è cauta: non una smentita, non una difesa. Butti è uno dei suoi. E si sa quanto la presidente detesti dover rinunciare a un uomo di fiducia.

Intanto, i fili si annodano. Dalla consulenza da 80mila euro affidata all’allora regista dell’evento, Raffaele Barberio – poi allontanato in silenzio – fino al coinvolgimento diretto del super consulente Serafino Sorrenti, uomo chiave nel dipartimento per la trasformazione digitale e citato esplicitamente nei documenti inoltrati da Giussani per agganciare gli sponsor: il cerchio intorno a Butti non è mai stato tanto affollato. Eppure, nelle dichiarazioni ufficiali, tutto sembrava ridursi a una semplice «iniziativa privata».

Nel silenzio tombale del partito, risuonano solo le interrogazioni delle opposizioni. Ma la domanda vera è un’altra: perché in Italia il conflitto d’interessi resta sempre un reato d’opinione?

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Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere – Lettera43

Il governo Usa ha minacciato il prestigioso studio Paul, Weiss, che ha accettato in pratica di essere commissariato dalla Casa Bianca pur di salvarsi. E succederà anche con altre società che hanno rappresentato clienti invisi al presidente, come migranti, giornalisti, minoranze. Confondendo giustizia e vendetta, la democrazia perde un altro pilastro della sua architettura.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere

Il 18 marzo 2025 Brad Karp, uno degli avvocati più potenti d’America, ha ricevuto una telefonata dal presidente degli Stati Uniti. Donald Trump lo aspettava nello Studio Ovale per concludere un accordo. Non su una causa, non su una legge, ma sul futuro stesso dello studio legale che Karp dirigeva: Paul, Weiss, Rifkind, Wharton & Garrison LLP. Uno dei pilastri della grande avvocatura americana, appena finito nella lista nera dell’amministrazione presidenziale.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
Brad Karp dello studio legale Paul, Weiss (foto Getty).

L’arbitrio del potere usato per punire un nemico

Trump aveva firmato un ordine esecutivo che vietava allo studio l’accesso agli edifici governativi e metteva a rischio i contratti dei suoi clienti. Nessuna prova di reato, nessuna condanna, nessuna indagine in corso: solo l’arbitrio del potere usato per punire un nemico personale. Lo studio aveva rappresentato clienti invisi al presidente. Aveva assunto avvocati coinvolti in procedimenti contro di lui. Aveva contestato apertamente le politiche dell’amministrazione. Tanto era bastato. Per evitare il collasso, Karp si era rivolto a Robert Kraft, proprietario dei Patriots, la squadra di football americano della National Football League con sede nell’area metropolitana di Boston, e amico personale di Trump, affinché intercedesse. Il risultato è stato un’udienza straordinaria nello Studio Ovale, durata oltre un’ora e mezzo, in cui il presidente, tra aneddoti sul golf e rancori contro gli avvocati che lo avevano sfidato, mise sul tavolo la richiesta: un accordo, immediato.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
Robert Kraft, proprietario dei Patriots (foto Getty).

Dopo l’intimidazione, l’imposizione di condizioni

Il giorno successivo Trump ha pubblicato il testo dell’accordo con Karp su Truth Social: lo studio si impegnava a versare 40 milioni di dollari in attività pro-bono, revisione delle politiche di assunzione, rinuncia alle pratiche di diversity. Nessuna condanna formale, nessuna accusa riconosciuta: solo l’imposizione di condizioni per revocare un provvedimento illegittimo, scritto per intimidire. La Casa Bianca lo difese apertamente: «Trump mantiene la promessa di proteggere la nazione da attori partigiani», disse la portavoce Karoline Leavitt.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca (foto Getty).

Il caso Paul, Weiss segnò un precedente. Nei giorni seguenti ordini simili colpirono altri studi: Covington & Burling, Perkins Coie, Jenner & Block, WilmerHale. Ogni provvedimento prendeva di mira avvocati o clienti sgraditi al presidente. Ogni reazione era più debole della precedente. Paul, Weiss, invece, aveva scelto di negoziare. Nessuna opposizione pubblica, nessuna difesa formale del principio di autonomia dell’avvocatura.

La professione legale diventata un campo di battaglia

La portata della vicenda supera la sorte di un singolo studio. Trump ha trasformato la professione legale in un campo di battaglia personale. Ha colpito non solo chi l’ha sfidato, ma chi potrebbe farlo. Ha reso tossico il lavoro pro-bono, minato la neutralità delle aziende legali, cancellato la distinzione tra giustizia e vendetta. Le società che rappresentavano i migranti, i giornalisti, le minoranze sono state colpite per prime. Quelle che restavano a guardare hanno imparato a tacere.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
Persone manifestano contro Paul, Weiss col cartello “codardi dell’anno” (foto Getty).

L’episodio ha anche una valenza simbolica precisa: dimostra quanto velocemente il diritto può piegarsi quando il potere pretende obbedienza. Il presidente ha trattato uno studio legale come un’azienda sotto ricatto, dettandone i comportamenti, scegliendone i clienti, definendone l’agenda. Paul, Weiss ha accettato di essere commissariato dalla Casa Bianca pur di salvare il bilancio.

Protesta degli ex partner: «Una macchia permanente»

Molti, dentro e fuori dallo studio, si sono detti sconvolti. Novanta ex partner hanno firmato una lettera di protesta parlando di una «macchia permanente» sull’identità dell’azienda. Altri hanno giustificato la scelta: «Meglio sopravvivere con compromessi che morire con coerenza». In gioco, oltre alla reputazione, c’erano profitti milionari, clienti instabili, partner pronti a disertare. Ma la rinuncia alla battaglia legale ha lasciato scoperto l’intero fronte. Il messaggio era chiaro: Trump può dettare condizioni agli avvocati, e loro obbediranno.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
Proteste contro lo studio Paul, Weiss: “Cosa direte ai vostri figli?” (foto Getty).

Pomerantz, l’ex partner accusato da Trump di avere “fatto del male” per aver guidato un’indagine contro di lui, è stato implicitamente disconosciuto dallo studio. Trump ha dichiarato pubblicamente che Karp ne aveva ammesso le colpe. Karp ha negato. Ma nessuno dello studio ha difeso pubblicamente il collega. Nessuno ha smentito l’ingerenza del presidente. Nessuno ha ricordato che Pomerantz agì da pubblico ufficiale, su mandato di una procura. Il silenzio, anche stavolta, è stato eloquente.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
Un ordine esecutivo firmato da Donald Trump (foto Getty).

Disponibilità a cedere alla pressione politica

La storia ha avuto una coda ancora più cupa. Paul, Weiss ha sospeso la collaborazione con Lulac, la principale organizzazione latina per i diritti civili, proprio mentre l’associazione stava contestando la revoca della cittadinanza a decine di persone. Dopo le proteste pubbliche, lo studio è tornato sui suoi passi. Ma il segnale – la disponibilità a cedere alla pressione politica per proteggere se stessi – era ormai stato lanciato.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
L’associazione Lulac.

Trump ha impiegato tre settimane per ottenere la sottomissione della Big Law. Ha firmato ordini esecutivi senza base giuridica, ha usato la sicurezza nazionale come scusa per punire gli oppositori, ha minacciato di annientare aziende private colpevoli di avere troppi principi. E ha vinto. Il diritto, per esistere, ha bisogno di chi lo difende anche quando è scomodo. Quando i grandi studi legali accettano di barattare l’indipendenza per una tregua personale, la democrazia perde un pezzo della sua architettura. Non è una questione di codici, si tratta di coraggio. Di sapere che, senza resistenza, la legge diventa solo un’altra funzione del potere. Trump, da presidente, ha messo sotto contratto la legalità. Ha trattato gli avvocati come impiegati privati del suo rancore. E nessuno, finora, lo ha fermato.

Trump strozza pure il mondo degli avvocati: così la professione legale si piega al potere
Le proteste contro lo studio legale Paul, Weiss, accusato di codardia per aver ceduto alle condizioni di Trump (foto Getty).

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Save the Children boccia la scuola delle destre: “Garantire a tutti l’accesso a un’istruzione inclusiva, equa e di qualità”

Un tempo si sarebbe chiamata pedagogia dell’esclusione. E adesso anche Save the Children lo dice chiaramente: servono didattica inclusiva e partecipazione attiva. Due parole che suonano come una smentita formale del modello di scuola che il governo sta imponendo, passo dopo passo.

Nel comunicato dell’organizzazione si legge che è “fondamentale garantire a tutte le studentesse e a tutti gli studenti, a prescindere dal contesto socio-economico di provenienza, l’accesso a una scuola inclusiva, equa e di qualità”. Non una frase da convegno: una presa di posizione. Perché oggi la scuola italiana è tornata a distinguere tra chi può e chi no, tra chi ha gli strumenti per eccellere e chi deve adattarsi, in silenzio, a restare indietro. Altro che ordine, disciplina e merito. La scuola delle destre non corregge le disuguaglianze: le premia.

Scuola, l’inclusione non è un favore

Save the Children parla di “personalizzazione dei percorsi educativi”, ma con un significato opposto a quello governativo. Non classi differenziate, non piani personalizzati come scorciatoie per il declassamento, ma attenzione reale ai bisogni di ogni alunno. L’inclusione non come retorica, ma come struttura. Il contrario delle politiche ministeriali che chiedono sempre più rigore, sempre più voto, sempre meno ascolto.

La scuola delle destre è una scuola punitiva. Dove il voto in condotta torna a pesare sugli scrutini, dove l’educazione al rispetto viene insegnata come fosse una caserma, dove chi sbaglia viene schedato, sorvegliato, sospeso. E chi fatica viene lasciato solo. La partecipazione studentesca non è prevista, se non quando si piega al decoro. Il pensiero critico non è incoraggiato, se non quando resta educatamente fuori dalle decisioni.

Save the Children, invece, lo ribadisce: “Le studentesse e gli studenti devono essere messi nelle condizioni di partecipare in modo significativo alla vita scolastica”. È una questione democratica, non pedagogica. Una scuola che esclude è una scuola che reprime. Una scuola che reprime è una scuola che serve a formare sudditi, non cittadini. E il disegno ormai è chiaro: un’educazione che obbedisce al potere, che non ne discute mai la legittimità.

Il merito come alibi per la disuguaglianza

I dati intanto raccontano un’altra verità: dispersione scolastica oltre la soglia europea, povertà educativa in aumento, disuguaglianze territoriali che si allargano. Eppure il ministero rilancia. Vuole una scuola performativa, dove contano i risultati, le medie, le prove Invalsi. Dove ogni ragazzo è un codice fiscale che si gioca la vita su una pagella. Ma così si riproducono le distanze, si istituzionalizza l’ingiustizia.

Nel silenzio delle classi pollaio, nelle scuole con il tetto che crolla e i bagni fuori uso, il merito è solo una beffa. E la povertà educativa non è una variabile da contenere, ma un elemento strutturale. Perché permette di giustificare ogni scelta: se non ce la fai, è colpa tua. Se resti indietro, è perché non ti impegni abbastanza. La scuola italiana ha smesso di essere un ascensore sociale. Ora è una scala ripida, e chi scivola non trova più nessuno che lo aiuti a rialzarsi.

L’intervento di Save the Children è una denuncia lucida. Ricorda che “l’educazione è il pilastro dello sviluppo umano e sociale, della democrazia e della cittadinanza attiva”. Un principio basilare che sembra cancellato dal lessico istituzionale. Oggi si parla solo di ordine, voti, premialità. Il linguaggio del comando ha sostituito quello della cura. E non è un caso. Perché una scuola che cura è una scuola che trasforma. Una scuola che accoglie è una scuola che sovverte. E questa, per il governo, è la vera minaccia.

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Dopo la fame pure la sete: crimini indicibili a Gaza

Non è una metafora, non è una suggestione poetica. È un fatto. L’acqua è finita. E dove l’acqua finisce, finisce tutto il resto. Non c’è battaglia che giustifichi la sete, non c’è ostaggio che valga un bicchiere negato. Eppure Gaza muore lentamente, mentre il mondo distratto misura la tragedia a colpi di breaking news.

A Shajaiya, sobborgo orientale di Gaza city, l’acquedotto che forniva il 70% dell’acqua potabile è stato distrutto dai bombardamenti israeliani. Le autocisterne non arrivano, i valichi restano chiusi, le taniche restano vuote. Chi non ha forza per resistere beve acqua contaminata. Muore di dissenteria. Muore senza un colpo di arma da fuoco. La sete è diventata una condanna a morte silenziosa.

Un milione e ottocentomila persone — oltre la metà sono bambini — vivono con 3-5 litri d’acqua al giorno. L’Organizzazione mondiale della sanità ne raccomanda almeno quindici in emergenza. A Rafah si è scesi sotto il 5% dei livelli pre-offensiva. Nel nord, l’impianto di desalinizzazione è stato colpito a gennaio. A marzo, Israele ha tagliato l’elettricità a quello nel sud. Senza energia non si desalinizza. Senza desalinizzazione si beve acqua sporca. E si muore lentamente, dice l’Unrwa.

Nel lessico disumanizzante della guerra, la sete è un’arma. Francesca Albanese, relatrice Onu, l’ha definita un crimine di guerra. Lo ha ribadito anche Michael Lynk: negare l’acqua a una popolazione sotto assedio viola il diritto internazionale umanitario. Nessuno muore mai per sete, in televisione. Ma è lì che si muore davvero. Lentamente, nell’indifferenza.

E chi decide che questo sia tollerabile non combatte il terrorismo. Lo imita. Sistematicamente.

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Strage nel Mediterraneo, il ceffone di Mattarella: “La vita umana è un valore da rispettare sempre”

Sergio Mattarella ha scelto Malta e un anniversario scomodo per dire l’essenziale: in mare si salva, punto. “La vita umana è un valore da rispettare sempre”, ha dichiarato ricordando le vittime del naufragio nel Canale di Sicilia, dieci anni fa. E ha aggiunto che “la civiltà non consente di voltare le spalle a chi è in difficoltà in mare”. In un Paese dove il governo cerca di scrollarsi di dosso ogni responsabilità, il capo dello Stato si assume la propria.

Poi il passaggio che pesa: “L’Italia ha sempre rispettato la legge del mare”. Un’affermazione che suona come un monito, più che una descrizione. Perché quel “sempre” è sotto attacco da anni. Perché ci sono ministri che sequestrano navi civili, che firmano accordi per esternalizzare i respingimenti, che trattano le Ong come scafisti in giacca a vento. Perché si spediscono persone in Albania pur di evitarle. E perché di fronte al dovere morale di salvare vite, c’è chi risponde con burocrazia, rimpalli e campagna elettorale.

Lo schiaffo di Mattarella

Mattarella ringrazia esplicitamente chi soccorre “nel rispetto delle regole”. Un ringraziamento rivolto alle navi militari italiane, che “stanno svolgendo bene questo compito”. È una carezza a chi salva e uno schiaffo a chi ostacola. Il messaggio è tutto lì: chi salva fa il proprio dovere. Chi blocca, chi ostacola, chi criminalizza, invece no. La differenza non è tecnica, è etica. E costituzionale.

“È giusto contrastare l’illegalità”, ha detto ancora il presidente, “ma senza rinunciare all’obbligo morale e giuridico di salvare le persone”. È una linea rossa, tracciata con sobrietà. Eppure inequivocabile. Che lascia nudo chi, da anni, costruisce consenso sull’indifferenza. Mattarella non si sostituisce alla politica, ma la richiama al dovere. Chiede “un impegno massimo dell’Unione europea” per governare i flussi migratori. Mentre a Roma si parla di sicurezza, a scapito dell’umanità. Mentre si scrivono norme per voltarsi dall’altra parte, purché sia legale. La civiltà, invece, non lo consente.

La politica tace, il presidente parla. E, con poche frasi, rimette al centro la dignità delle persone. Un ceffone silenzioso, ma pubblico. Come si addice a una Repubblica.

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