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Costituzione, ultimo argine alla deriva

Ogni volta che un politico accusa un giudice di “ostacolare la volontà popolare”, la Costituzione perde un pezzo. Lo ha ricordato il presidente della Consulta Giovanni Amoroso, riportando ordine dove la politica preferisce il caos: il limite del terzo mandato non è un dispetto a Vincenzo De Luca o a Massimiliano Fedriga, ma un principio generale. Vale per tutti. Fine. Ma la chiarezza oggi non basta. Perché serve coraggio per difendere le regole proprio quando diventano scomode a chi ha potere. Amoroso ha parlato di “attacchi inaccettabili” alla magistratura. Li chiama per nome: delegittimazione, personalizzazione, avvelenamento del dibattito pubblico.

La Corte costituzionale non chiede applausi, ma rispetto. È “l’ultima frontiera” tra il diritto e l’arbitrio. E quando un governo o un presidente di Regione provano a superarla, si rompe qualcosa. Non solo nei rapporti istituzionali, ma nella coscienza democratica del Paese. In tempi di revisionismi continui, ricordare che i giudici non sono eletti ma legittimati dalla legge, che il controllo di costituzionalità è un cardine delle democrazie mature, che la pena ha una funzione rieducativa e non vendicativa, non è un vezzo. È una necessità.

Non è la Consulta a essere invadente. È la politica a essere invasa da un narcisismo refrattario ai limiti. Ma la Costituzione non si piega per accontentare la vanità di un governatore.

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La ricetta Usa per i migranti? Gestiti come pacchi Amazon

Ci sono parole che svelano l’abisso più di qualunque confessione. Todd Lyons, capo ad interim dell’Agenzia federale Usa per l’immigrazione, ha trovato la sua: «Gestiremo i migranti come Amazon Prime». Lo ha detto davvero, in un discorso pubblico, davanti alla platea della Border Security Expo di Phoenix. Nessuno ha finto indignazione. Nessuno si è alzato. Perché la trasformazione delle persone migranti in oggetti da spedire — pacchi da smaltire con intelligenza artificiale, da “caricare sugli aerei” come merci in saldo — è già normalizzata.

Il linguaggio segue l’ideologia: se il migrante è un prodotto, allora l’espulsione è un algoritmo, non una violenza. Non c’è trauma, non c’è storia, non c’è vita. C’è solo il problema logistico di “riempire i posti liberi” con efficienza, come si fa in magazzino. Ma qui non si parla di scatole da etichettare. Qui si parla di esseri umani.

Il cinismo industriale con cui gli Stati Uniti parlano delle deportazioni è lo stesso che infetta l’Europa: l’idea che basti ottimizzare il sistema, automatizzare la frontiera, disumanizzare il processo. E così l’emergenza umanitaria diventa problema di performance. I diritti, una scocciatura da risolvere con l’IA. Chi parte, un errore da correggere con una logistica migliore.

Il modello Amazon applicato alle vite umane non è una trovata infelice. È un manifesto. E ci riguarda più di quanto vogliano farci credere. Perché ogni volta che un migrante viene trattato come una consegna da evadere, si sta decidendo chi ha diritto a essere persona. E chi può essere ridotto a merce, silenziosamente, senza neanche più bisogno di odio, solo con efficienza.

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Se i detenuti aumentano, licenziamo i giudici. Nordio riscrive il Codice penale

In un Paese dove ventisei persone si sono già tolte la vita in carcere dall’inizio dell’anno, dove il personale penitenziario è allo stremo e i posti letto si moltiplicano solo nei comunicati, il ministro della Giustizia ha pensato bene di alleggerire l’atmosfera: “La colpa del sovraffollamento è dei magistrati che mandano in carcere le persone”. Un’affermazione che non meriterebbe nemmeno commento, se non fosse che a pronunciarla è il responsabile del sistema penale italiano.

Carlo Nordio è il Guardasigilli che ha firmato i decreti Caivano e Sicurezza, che ha inasprito pene, aumentato l’arresto in flagranza e gonfiato la detenzione preventiva. Ora scopre con candore che le carceri sono piene. E, invece di interrogarsi sulla qualità delle leggi o sull’assenza di una politica penitenziaria, punta il dito su chi quelle leggi le applica. I magistrati, colpevoli di fare il loro lavoro.

La logica si piega alla propaganda. Il Dap è acefalo da mesi, i percorsi alternativi alla detenzione sono sottofinanziati, la magistratura di sorveglianza è trattata da comparsa. Mancano interventi strutturali, mancano investimenti, manca soprattutto l’intenzione di riformare davvero. E mentre le celle scoppiano e i numeri parlano chiaro, il ministro si limita a lanciare battute, come se il suo ruolo fosse quello del commentatore, non del responsabile. Un uomo assente, che trasforma l’inerzia in accusa e il caos in colpa d’altri. Con buona pace di chi muore dietro le sbarre.

Buon venerdì.

Foto AS

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Mussolini grande statista, FdI vuole una via per il duce

Il fascismo non esiste, ci dicono. È finito nel 1945, lo ricordiamo il 25 aprile e lo mettiamo a dormire per il resto dell’anno. E se qualcuno lo vede ancora, è perché è troppo ideologico. Peccato che a San Donà, mentre il sindaco cerca di raffreddare il dibattito, un consigliere di Fratelli d’Italia proponga candidamente una via per Benito Mussolini. Perché, dice, “fu un grande statista”.

Siamo al paradosso: mentre il fascismo è liquidato come ossessione della sinistra, le strade italiane rischiano di diventare vetrine per la nostalgia nera. Non bastano Ramelli, Gentile, Almirante. Ora si alza l’asticella: Mussolini. E non si tratta di un rigurgito solitario. È il segnale di un’egemonia culturale che marcia sulle gambe della toponomastica, tra revisionismo e normalizzazione.

Il sindaco prende le distanze. Ma il danno è fatto. Perché la proposta c’è stata, ha trovato spazio, è entrata nel dibattito pubblico. E soprattutto conferma che questa destra non perde occasione per intonare panegirici sul “grande statista” della dittatura. Intanto Gabriele De Rosa, anche lui di Fratelli d’Italia, rivendica la linea: “Il fascismo va storicizzato”. Come se non fosse stato già giudicato dalla storia, dalla Costituzione, dai corpi dei partigiani uccisi, dai campi di prigionia, dalle leggi razziali, dai roghi dei libri, dai corpi appesi a Piazzale Loreto.

Il fascismo non esiste, ma torna in forma di statua, targa, via. A piccoli passi. Perché l’ideologia, quando la neghi troppo, finisce che prende forma nei nomi delle strade. E se ci abiti accanto, diventa normalità. Finché un giorno smetti perfino di chiederti se sia giusto.

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Primi migranti trasferiti in Albania, Piantedosi esulta ma è solo una toppa

“A brevissimo è previsto il trasferimento dei primi 40 stranieri irregolari”. Con queste parole, pronunciate durante le celebrazioni per l’anniversario della fondazione della Polizia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato l’avvio dei trasferimenti nei centri per migranti costruiti in Albania. Si tratta dei primi effetti concreti del controverso protocollo Roma-Tirana, che prevede la detenzione extraterritoriale di persone migranti in attesa di espulsione. Ma dietro la retorica dell’innovazione si nasconde un’operazione fragile, opaca e rischiosa sul piano giuridico, economico e dei diritti umani.

Una toppa al fallimento

Il piano iniziale prevedeva che i centri albanesi accogliessero persone salvate in mare e richiedenti asilo provenienti da paesi “sicuri”, da trattenere per l’esame accelerato delle domande. Ma l’attesa della pronuncia della Corte di giustizia europea sulla nozione di “paese sicuro” ha congelato per mesi l’attuazione del protocollo. Così, per evitare il naufragio politico e simbolico dell’accordo, il governo ha approvato un decreto (28 marzo 2025) che cambia la destinazione d’uso delle strutture: da centri per richiedenti asilo a veri e propri Cpr, Centri di permanenza per il rimpatrio, destinati a trattenere persone già sottoposte a provvedimenti di espulsione.

È una toppa che non regge, denunciano le associazioni. La stessa ActionAid ha definito “ingiustificata” l’urgenza dichiarata dal governo, ricordando che i Cpr italiani sono utilizzati solo al 52% della loro capienza e che il trasferimento coatto in Albania incide in modo sproporzionato su diritti fondamentali come la difesa e la libertà personale. La detenzione amministrativa, peraltro, non prevede un’accusa né una condanna, ma si traduce comunque in una limitazione della libertà. Esportarla fuori dai confini nazionali, senza garanzie e con procedure confuse, rappresenta secondo molti osservatori un pericoloso precedente.

Costi duplicati, diritti ignorati

A questo si aggiungono le numerose criticità logistiche. I trasferimenti non avverranno in aereo ma via nave, con l’impiego della Marina Militare o della Guardia costiera. Mancando un accordo bilaterale che consenta alle forze italiane di operare in Albania, è altamente probabile che i rimpatri nei paesi d’origine debbano comunque partire dall’Italia. Questo significa riportare in patria le persone già trasferite, con un doppio viaggio, un aggravio di costi e una complicazione operativa non da poco. Una “trappola logistica” che mina alla radice l’efficienza dell’intera operazione.

Anche le informazioni sui trasferimenti sono lacunose. Non è noto da quali Cpr provengano le persone coinvolte, né con quali criteri siano state selezionate. Una settimana fa otto trattenuti sono stati spostati da Trapani a Brindisi, probabilmente in vista dell’imbarco. Si parla di 40 o 50 migranti, ma nemmeno l’ente gestore del centro di Gjadër – Medihospes – ha ricevuto indicazioni ufficiali. Nessun presidio di polizia, nessuna autorità albanese sul posto. Una gestione opaca che, come ha dichiarato la deputata Rachele Scarpa (Pd), “sembra frutto dell’improvvisazione”.

L’obiettivo sembra essere uno solo: evitare di ammettere il fallimento di un progetto presentato in pompa magna e costato, secondo le stime, circa un miliardo di euro ai contribuenti italiani. Un progetto che ha richiesto modifiche legislative in corsa, in evidente deroga alle garanzie costituzionali, per non restare un’enorme cattedrale nel deserto. Anche il Tavolo Asilo e Immigrazione ha criticato duramente l’iniziativa, parlando di “una legislazione speciale e discriminatoria” che viola l’articolo 13 della Costituzione e il principio dell’habeas corpus.

Nel frattempo, la Corte di giustizia europea ha fatto sapere che gli Stati membri possono designare come “sicuri” paesi terzi, ma devono fornire le fonti su cui basano tale decisione. Un passaggio tutt’altro che secondario, che potrebbe riaprire il dibattito sulla legittimità dell’intero impianto normativo italiano sulla gestione dei flussi e sull’uso dei Cpr, in patria e all’estero.

Nel mezzo, restano le persone. Trattenute per mesi senza reato, spesso vittime di abusi e autolesionismo, ora costrette a ore di viaggio via mare verso una struttura isolata, senza rete, senza chiarezza, senza diritti pienamente garantiti. Per molti, una deportazione mascherata. Per il governo, solo propaganda da tenere a galla a qualunque costo.

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Beni confiscati alle mafie, lo Stato vuole i privati

Non è un accordo tecnico. È una svolta politica. E chi da trent’anni lavora per strappare beni alle mafie e restituirli alla collettività lo ha capito subito. Il 4 aprile, Cnel, Ministero delle Imprese e del Made in Italy e Anbsc hanno firmato un’intesa che introduce la possibilità di cedere a titolo oneroso terreni e immobili confiscati alla criminalità organizzata. Una rivoluzione rispetto al principio cardine della legge: restituire alla società ciò che è stato sottratto con la violenza e la corruzione.

A denunciare il rischio sono le associazioni che hanno fatto della giustizia sociale un impegno quotidiano: Libera, Cgil, Legambiente, Arci, Avviso Pubblico, Forum del Terzo Settore e Legacoop. In una lettera indirizzata agli enti firmatari, si chiede di fermare una deriva che potrebbe riportare i beni confiscati dentro logiche privatistiche. Dopo trent’anni di sperimentazioni virtuose, cooperative, progetti di inclusione e impresa sociale, viene proposto un modello che guarda al mercato, non alla collettività.

La privatizzazione come scorciatoia

Il testo dell’accordo, come osservano le associazioni, accorpa due categorie profondamente diverse: i beni aziendali e gli immobili confiscati. In questo modo, la possibilità dell’affitto o della vendita non viene più relegata a extrema ratio ma assume contorni di prassi. Una semplificazione pericolosa, che rischia di aprire alla privatizzazione anche dei beni immobili, con il risultato di svuotare di senso il riutilizzo sociale come strumento di contrasto alle mafie.

Non solo. Il documento stabilisce che, per le aziende confiscate, la strada principale debba essere l’affitto oneroso, mentre l’assegnazione in comodato ai lavoratori diventa una soluzione secondaria. Una gerarchia che rovescia il principio di partecipazione attiva e penalizza chi avrebbe gli strumenti e le motivazioni per dare continuità a un’attività produttiva nel rispetto della legalità. Nessuna chiarezza, inoltre, sulla destinazione dei ricavi o sulla gestione futura. Si parla genericamente di “società miste”, ma senza definizioni, senza garanzie, senza trasparenza.

Cosa prevede la legge

L’impianto della legge 109/96, nata da una proposta di Libera e dalla volontà collettiva di una società che rifiutava il potere mafioso, viene disatteso. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati non è un dettaglio procedurale, ma un segnale politico, un risarcimento simbolico, uno strumento concreto di giustizia redistributiva. È ciò che ha permesso, negli anni, la nascita di aziende agricole su terreni un tempo controllati dai clan, cooperative in immobili appartenuti a corrotti, centri di accoglienza in ex ville di boss. È lì che la cultura della legalità ha preso forma e sostanza.

Le associazioni chiedono di riaprire il confronto. Di convocare gli organi già previsti – il Comitato consultivo dell’Anbsc e il Forum “Imprese e legalità” del Cnel – e di costruire un tavolo con il Terzo settore, i sindacati, i rappresentanti degli enti locali. Perché sono i territori a conoscere il valore reale di quei beni. Sono le comunità, e non il mercato, a poterne fare un uso giusto. Servono procedure di co-programmazione e co-progettazione che rimettano al centro la funzione pubblica dei beni sottratti alla criminalità.

Smantellare tutto questo in nome dell’efficienza o della redditività significa cedere sul piano politico prima ancora che amministrativo. Significa restituire ai privati ciò che era stato tolto alle mafie per essere ridato ai cittadini. Una resa, mascherata da modernizzazione. E questa volta, chi resiste, ha dovuto scriverlo nero su bianco.

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Riparte la corsa all’oro. Il business illegale devasta l’Amazzonia

Mentre nei caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore. Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste, contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.

Dal 2018 al 2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio 2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area deforestata è raddoppiata in un anno.

Il processo è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il 2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.

Un sistema perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità

L’oro estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.

Il terminale più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel 2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come “riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.

Le autorità elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa “neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.

Quando la finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena

Anche l’Europa ha le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace di fronte all’ecocidio in corso.

Il mercato dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia. Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.

Il vertice mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.

Per ora, tra le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.

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“Zero euro dalla Sanità alla Difesa”. Ma la Salute rischia il collasso

Alla Camera, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto al question time con la formula più rassicurante possibile: “Nessun dirottamento di risorse dalla sanità alla difesa”. Ha parlato di “strumentalizzazioni infondate” e “accostamenti fuorvianti” tra politica sanitaria e politica militare, rivendicando “una visione integrata” e “un impegno crescente per la salute degli italiani”. Ma la realtà, fuori dal perimetro del Parlamento, è molto meno rassicurante.

La sanità pubblica è in crisi strutturale. I medici e gli infermieri italiani sono tra i meno pagati d’Europa. Gli ospedali chiudono reparti per mancanza di personale. Le liste d’attesa si allungano. Mezzo milione di persone in Italia – ha ricordato la deputata del M5s Gilda Sportiello – non ha più soldi per curarsi. Centomila sono bambini. E il governo, mentre lascia tutto questo sullo sfondo, ha accettato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro per i prossimi anni. È questa la sproporzione che il Movimento 5 stelle ha voluto denunciare.

Sanità sotto sforzo, ma i conti dicono altro

Sportiello non ha usato giri di parole: “Com’è possibile che dopo due anni di governo, di fronte al collasso del sistema sanitario pubblico, il ministro venga a dire che va tutto bene? Com’è possibile che il suo governo abbia accettato un piano di riarmo europeo da 800 miliardi e non trovi risorse per la sanità pubblica Lei sa che le persone sono in apprensione perché non sanno se dovranno rinunciare alle cure perché non hanno soldi per curarsi?”. Domande nette, prive di contorno ideologico, che chiedono una risposta politica alle quali è seguita l’autodifesa istituzionale del ministro.

Schillaci ha ricordato l’aumento del Fondo sanitario nazionale: 5 miliardi in più nel 2024 rispetto all’anno precedente, 16 miliardi in più rispetto al 2020, e 20 nel 2026. Ma non ha detto che questi numeri non bastano. Non tengono conto dell’inflazione. Non colmano le lacune strutturali che da anni affliggono il sistema sanitario. Non servono a fermare l’emorragia di professionisti che abbandonano gli ospedali pubblici per emigrare all’estero o rifugiarsi nel privato.

Le priorità del governo non sono neutrali

Il ministro ha anche assicurato che la salute è “una priorità assoluta”. Ma intanto si accumulano le rinunce alle cure, le prestazioni negate, i ticket inaccessibili. In molte regioni si muore prima, semplicemente perché si nasce nel posto sbagliato. Il ministro ha promesso un aggiornamento dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, ma senza spiegare con quali fondi e in quali tempi. E senza dire come intenda garantire davvero l’accesso universale alle cure mentre la spesa sanitaria privata supera i 40 miliardi l’anno e la medicina diventa un lusso per chi può permettersela.

La questione posta dal M5s non è una provocazione, ma un punto politico. A fronte di un piano di riarmo da 800 miliardi e dei circa 30 miliardi che farebbero capo all’Italia – il più imponente della storia – il governo sostiene di non avere margini per assumere medici, costruire presidi territoriali, garantire farmaci salvavita. Se non è un dirottamento di risorse, è sicuramente una gerarchia di priorità.

La realtà è lì, nelle ambulanze che aspettano fuori dai pronto soccorso, nei pediatri che mancano, nei centri per le malattie rare lasciati a se stessi. E nei genitori che si chiedono se riusciranno a pagare la prossima visita specialistica.

Il ministro dice che le accuse sono “strumentalizzazioni”. Ma forse la vera strumentalizzazione è usare la parola “priorità” per descrivere un sistema che lascia indietro i più fragili e trova sempre nuove risorse per le armi.

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Paragon, Mediterranea, il Copasir. Ma Cancellato?

Ieri, di fronte ai membri del Copasir, si sono seduti i rappresentanti di Paragon Solutions, l’azienda israeliana che produce lo spyware Graphite. È stata l’occasione per fare il riassunto. Il 31 gennaio l’azienda aveva sospeso i rapporti con l’Italia dopo la diffusione delle prime notizie sul possibile abuso di Graphite sugli smartphone degli attivisti di Mediterranea e del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Poi, il 5 febbraio, Paragon avrebbe deciso di rescindere definitivamente i suoi contratti con l’Italia per violazione delle clausole etiche. Rescissione bloccata il 14 febbraio, quando l’intelligence italiana e Paragon hanno deciso di sospendere l’uso di Graphite in attesa dell’audizione del Copasir.

Sappiamo ormai con notevole grado di certezza che i servizi segreti italiani hanno usato lo spyware contro alcuni attivisti della Ong Mediterranea su impulso della Corte d’Appello di Roma per “attività di controllo preventive”. Peccato che, in caso di indagine, qualsiasi informazione carpita con quel metodo non sia utilizzabile in fase processuale.

Continuiamo a non sapere, invece, chi abbia voluto ascoltare Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. Un giornalista spiato senza che si sappia da chi è roba che farebbe impallidire perfino Orbán, soprattutto se quel direttore ha guidato un’inchiesta all’interno del partito della presidente del Consiglio per raccontarne i pericolosi legami con l’ideologia fascista.

Cancellato però sconta due peccati mortali: l’invidia dei colleghi e l’indolenza della politica. Quindi, per lui, solo silenzio.

Buon giovedì.

Foto dal profilo FB di F. Cancellato – Credits Ciaopeople

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Trump ha voluto i dazi e adesso paga il conto

Trump voleva i dazi per vendicarsi del mondo. Li ha avuti. Ora paga il conto. E non è solo quello dei mercati, ma quello ben più spietato dell’opinione pubblica americana.

Dopo l’annuncio dei nuovi dazi generalizzati, tre sondaggi post-Liberation Day registrano il declino: -3 punti per Morning Consult, -7 per Navigator Research. Persino Rasmussen, che a Trump ha sempre fatto da ufficio stampa, lo inchioda a -12. Il messaggio è chiaro: l’uomo del “make America great again” ha trovato il modo per renderla più costosa, più isolata e più arrabbiata.

Il 59% degli americani dice che l’economia sta peggiorando. Solo il 30% approva i dazi. La percezione è crollata tra tutti i gruppi, inclusi i Repubblicani non trumpiani. Il 55% degli elettori ritiene che le misure commerciali danneggeranno il Paese. E quel 56% che vorrebbe restituire al Congresso il potere di decidere sui dazi racconta un altro tradimento: Trump era l’uomo contro il potere, ora lo vogliono limitare.

Qualcuno nei suoi comizi continua a urlare “America first”. Ma ora è un’America prima nei prezzi, prima nei timori di recessione, prima nella confusione strategica. Il resto del mondo osserva, attende, si prepara. L’Europa trattiene il fiato, la Cina si riorganizza, e intanto l’elettore medio americano paga il prezzo.

In Italia si continua a raccontare Trump come un Golia senza crepe. Ma negli Stati Uniti c’è un presidente che, dopo 77 giorni, è già il secondo più impopolare di sempre. Battuto solo da sé stesso. Quello del 2017.

Forse la lezione è più semplice di quanto sembri: se dichiari guerra al mondo intero, prima o poi sarà il tuo stesso popolo a chiederti la resa.

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