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Primi migranti trasferiti in Albania, Piantedosi esulta ma è solo una toppa

“A brevissimo è previsto il trasferimento dei primi 40 stranieri irregolari”. Con queste parole, pronunciate durante le celebrazioni per l’anniversario della fondazione della Polizia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato l’avvio dei trasferimenti nei centri per migranti costruiti in Albania. Si tratta dei primi effetti concreti del controverso protocollo Roma-Tirana, che prevede la detenzione extraterritoriale di persone migranti in attesa di espulsione. Ma dietro la retorica dell’innovazione si nasconde un’operazione fragile, opaca e rischiosa sul piano giuridico, economico e dei diritti umani.

Una toppa al fallimento

Il piano iniziale prevedeva che i centri albanesi accogliessero persone salvate in mare e richiedenti asilo provenienti da paesi “sicuri”, da trattenere per l’esame accelerato delle domande. Ma l’attesa della pronuncia della Corte di giustizia europea sulla nozione di “paese sicuro” ha congelato per mesi l’attuazione del protocollo. Così, per evitare il naufragio politico e simbolico dell’accordo, il governo ha approvato un decreto (28 marzo 2025) che cambia la destinazione d’uso delle strutture: da centri per richiedenti asilo a veri e propri Cpr, Centri di permanenza per il rimpatrio, destinati a trattenere persone già sottoposte a provvedimenti di espulsione.

È una toppa che non regge, denunciano le associazioni. La stessa ActionAid ha definito “ingiustificata” l’urgenza dichiarata dal governo, ricordando che i Cpr italiani sono utilizzati solo al 52% della loro capienza e che il trasferimento coatto in Albania incide in modo sproporzionato su diritti fondamentali come la difesa e la libertà personale. La detenzione amministrativa, peraltro, non prevede un’accusa né una condanna, ma si traduce comunque in una limitazione della libertà. Esportarla fuori dai confini nazionali, senza garanzie e con procedure confuse, rappresenta secondo molti osservatori un pericoloso precedente.

Costi duplicati, diritti ignorati

A questo si aggiungono le numerose criticità logistiche. I trasferimenti non avverranno in aereo ma via nave, con l’impiego della Marina Militare o della Guardia costiera. Mancando un accordo bilaterale che consenta alle forze italiane di operare in Albania, è altamente probabile che i rimpatri nei paesi d’origine debbano comunque partire dall’Italia. Questo significa riportare in patria le persone già trasferite, con un doppio viaggio, un aggravio di costi e una complicazione operativa non da poco. Una “trappola logistica” che mina alla radice l’efficienza dell’intera operazione.

Anche le informazioni sui trasferimenti sono lacunose. Non è noto da quali Cpr provengano le persone coinvolte, né con quali criteri siano state selezionate. Una settimana fa otto trattenuti sono stati spostati da Trapani a Brindisi, probabilmente in vista dell’imbarco. Si parla di 40 o 50 migranti, ma nemmeno l’ente gestore del centro di Gjadër – Medihospes – ha ricevuto indicazioni ufficiali. Nessun presidio di polizia, nessuna autorità albanese sul posto. Una gestione opaca che, come ha dichiarato la deputata Rachele Scarpa (Pd), “sembra frutto dell’improvvisazione”.

L’obiettivo sembra essere uno solo: evitare di ammettere il fallimento di un progetto presentato in pompa magna e costato, secondo le stime, circa un miliardo di euro ai contribuenti italiani. Un progetto che ha richiesto modifiche legislative in corsa, in evidente deroga alle garanzie costituzionali, per non restare un’enorme cattedrale nel deserto. Anche il Tavolo Asilo e Immigrazione ha criticato duramente l’iniziativa, parlando di “una legislazione speciale e discriminatoria” che viola l’articolo 13 della Costituzione e il principio dell’habeas corpus.

Nel frattempo, la Corte di giustizia europea ha fatto sapere che gli Stati membri possono designare come “sicuri” paesi terzi, ma devono fornire le fonti su cui basano tale decisione. Un passaggio tutt’altro che secondario, che potrebbe riaprire il dibattito sulla legittimità dell’intero impianto normativo italiano sulla gestione dei flussi e sull’uso dei Cpr, in patria e all’estero.

Nel mezzo, restano le persone. Trattenute per mesi senza reato, spesso vittime di abusi e autolesionismo, ora costrette a ore di viaggio via mare verso una struttura isolata, senza rete, senza chiarezza, senza diritti pienamente garantiti. Per molti, una deportazione mascherata. Per il governo, solo propaganda da tenere a galla a qualunque costo.

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Beni confiscati alle mafie, lo Stato vuole i privati

Non è un accordo tecnico. È una svolta politica. E chi da trent’anni lavora per strappare beni alle mafie e restituirli alla collettività lo ha capito subito. Il 4 aprile, Cnel, Ministero delle Imprese e del Made in Italy e Anbsc hanno firmato un’intesa che introduce la possibilità di cedere a titolo oneroso terreni e immobili confiscati alla criminalità organizzata. Una rivoluzione rispetto al principio cardine della legge: restituire alla società ciò che è stato sottratto con la violenza e la corruzione.

A denunciare il rischio sono le associazioni che hanno fatto della giustizia sociale un impegno quotidiano: Libera, Cgil, Legambiente, Arci, Avviso Pubblico, Forum del Terzo Settore e Legacoop. In una lettera indirizzata agli enti firmatari, si chiede di fermare una deriva che potrebbe riportare i beni confiscati dentro logiche privatistiche. Dopo trent’anni di sperimentazioni virtuose, cooperative, progetti di inclusione e impresa sociale, viene proposto un modello che guarda al mercato, non alla collettività.

La privatizzazione come scorciatoia

Il testo dell’accordo, come osservano le associazioni, accorpa due categorie profondamente diverse: i beni aziendali e gli immobili confiscati. In questo modo, la possibilità dell’affitto o della vendita non viene più relegata a extrema ratio ma assume contorni di prassi. Una semplificazione pericolosa, che rischia di aprire alla privatizzazione anche dei beni immobili, con il risultato di svuotare di senso il riutilizzo sociale come strumento di contrasto alle mafie.

Non solo. Il documento stabilisce che, per le aziende confiscate, la strada principale debba essere l’affitto oneroso, mentre l’assegnazione in comodato ai lavoratori diventa una soluzione secondaria. Una gerarchia che rovescia il principio di partecipazione attiva e penalizza chi avrebbe gli strumenti e le motivazioni per dare continuità a un’attività produttiva nel rispetto della legalità. Nessuna chiarezza, inoltre, sulla destinazione dei ricavi o sulla gestione futura. Si parla genericamente di “società miste”, ma senza definizioni, senza garanzie, senza trasparenza.

Cosa prevede la legge

L’impianto della legge 109/96, nata da una proposta di Libera e dalla volontà collettiva di una società che rifiutava il potere mafioso, viene disatteso. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati non è un dettaglio procedurale, ma un segnale politico, un risarcimento simbolico, uno strumento concreto di giustizia redistributiva. È ciò che ha permesso, negli anni, la nascita di aziende agricole su terreni un tempo controllati dai clan, cooperative in immobili appartenuti a corrotti, centri di accoglienza in ex ville di boss. È lì che la cultura della legalità ha preso forma e sostanza.

Le associazioni chiedono di riaprire il confronto. Di convocare gli organi già previsti – il Comitato consultivo dell’Anbsc e il Forum “Imprese e legalità” del Cnel – e di costruire un tavolo con il Terzo settore, i sindacati, i rappresentanti degli enti locali. Perché sono i territori a conoscere il valore reale di quei beni. Sono le comunità, e non il mercato, a poterne fare un uso giusto. Servono procedure di co-programmazione e co-progettazione che rimettano al centro la funzione pubblica dei beni sottratti alla criminalità.

Smantellare tutto questo in nome dell’efficienza o della redditività significa cedere sul piano politico prima ancora che amministrativo. Significa restituire ai privati ciò che era stato tolto alle mafie per essere ridato ai cittadini. Una resa, mascherata da modernizzazione. E questa volta, chi resiste, ha dovuto scriverlo nero su bianco.

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Riparte la corsa all’oro. Il business illegale devasta l’Amazzonia

Mentre nei caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore. Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste, contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.

Dal 2018 al 2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio 2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area deforestata è raddoppiata in un anno.

Il processo è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il 2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.

Un sistema perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità

L’oro estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.

Il terminale più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel 2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come “riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.

Le autorità elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa “neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.

Quando la finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena

Anche l’Europa ha le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace di fronte all’ecocidio in corso.

Il mercato dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia. Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.

Il vertice mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.

Per ora, tra le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.

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“Zero euro dalla Sanità alla Difesa”. Ma la Salute rischia il collasso

Alla Camera, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto al question time con la formula più rassicurante possibile: “Nessun dirottamento di risorse dalla sanità alla difesa”. Ha parlato di “strumentalizzazioni infondate” e “accostamenti fuorvianti” tra politica sanitaria e politica militare, rivendicando “una visione integrata” e “un impegno crescente per la salute degli italiani”. Ma la realtà, fuori dal perimetro del Parlamento, è molto meno rassicurante.

La sanità pubblica è in crisi strutturale. I medici e gli infermieri italiani sono tra i meno pagati d’Europa. Gli ospedali chiudono reparti per mancanza di personale. Le liste d’attesa si allungano. Mezzo milione di persone in Italia – ha ricordato la deputata del M5s Gilda Sportiello – non ha più soldi per curarsi. Centomila sono bambini. E il governo, mentre lascia tutto questo sullo sfondo, ha accettato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro per i prossimi anni. È questa la sproporzione che il Movimento 5 stelle ha voluto denunciare.

Sanità sotto sforzo, ma i conti dicono altro

Sportiello non ha usato giri di parole: “Com’è possibile che dopo due anni di governo, di fronte al collasso del sistema sanitario pubblico, il ministro venga a dire che va tutto bene? Com’è possibile che il suo governo abbia accettato un piano di riarmo europeo da 800 miliardi e non trovi risorse per la sanità pubblica Lei sa che le persone sono in apprensione perché non sanno se dovranno rinunciare alle cure perché non hanno soldi per curarsi?”. Domande nette, prive di contorno ideologico, che chiedono una risposta politica alle quali è seguita l’autodifesa istituzionale del ministro.

Schillaci ha ricordato l’aumento del Fondo sanitario nazionale: 5 miliardi in più nel 2024 rispetto all’anno precedente, 16 miliardi in più rispetto al 2020, e 20 nel 2026. Ma non ha detto che questi numeri non bastano. Non tengono conto dell’inflazione. Non colmano le lacune strutturali che da anni affliggono il sistema sanitario. Non servono a fermare l’emorragia di professionisti che abbandonano gli ospedali pubblici per emigrare all’estero o rifugiarsi nel privato.

Le priorità del governo non sono neutrali

Il ministro ha anche assicurato che la salute è “una priorità assoluta”. Ma intanto si accumulano le rinunce alle cure, le prestazioni negate, i ticket inaccessibili. In molte regioni si muore prima, semplicemente perché si nasce nel posto sbagliato. Il ministro ha promesso un aggiornamento dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, ma senza spiegare con quali fondi e in quali tempi. E senza dire come intenda garantire davvero l’accesso universale alle cure mentre la spesa sanitaria privata supera i 40 miliardi l’anno e la medicina diventa un lusso per chi può permettersela.

La questione posta dal M5s non è una provocazione, ma un punto politico. A fronte di un piano di riarmo da 800 miliardi e dei circa 30 miliardi che farebbero capo all’Italia – il più imponente della storia – il governo sostiene di non avere margini per assumere medici, costruire presidi territoriali, garantire farmaci salvavita. Se non è un dirottamento di risorse, è sicuramente una gerarchia di priorità.

La realtà è lì, nelle ambulanze che aspettano fuori dai pronto soccorso, nei pediatri che mancano, nei centri per le malattie rare lasciati a se stessi. E nei genitori che si chiedono se riusciranno a pagare la prossima visita specialistica.

Il ministro dice che le accuse sono “strumentalizzazioni”. Ma forse la vera strumentalizzazione è usare la parola “priorità” per descrivere un sistema che lascia indietro i più fragili e trova sempre nuove risorse per le armi.

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Paragon, Mediterranea, il Copasir. Ma Cancellato?

Ieri, di fronte ai membri del Copasir, si sono seduti i rappresentanti di Paragon Solutions, l’azienda israeliana che produce lo spyware Graphite. È stata l’occasione per fare il riassunto. Il 31 gennaio l’azienda aveva sospeso i rapporti con l’Italia dopo la diffusione delle prime notizie sul possibile abuso di Graphite sugli smartphone degli attivisti di Mediterranea e del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Poi, il 5 febbraio, Paragon avrebbe deciso di rescindere definitivamente i suoi contratti con l’Italia per violazione delle clausole etiche. Rescissione bloccata il 14 febbraio, quando l’intelligence italiana e Paragon hanno deciso di sospendere l’uso di Graphite in attesa dell’audizione del Copasir.

Sappiamo ormai con notevole grado di certezza che i servizi segreti italiani hanno usato lo spyware contro alcuni attivisti della Ong Mediterranea su impulso della Corte d’Appello di Roma per “attività di controllo preventive”. Peccato che, in caso di indagine, qualsiasi informazione carpita con quel metodo non sia utilizzabile in fase processuale.

Continuiamo a non sapere, invece, chi abbia voluto ascoltare Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. Un giornalista spiato senza che si sappia da chi è roba che farebbe impallidire perfino Orbán, soprattutto se quel direttore ha guidato un’inchiesta all’interno del partito della presidente del Consiglio per raccontarne i pericolosi legami con l’ideologia fascista.

Cancellato però sconta due peccati mortali: l’invidia dei colleghi e l’indolenza della politica. Quindi, per lui, solo silenzio.

Buon giovedì.

Foto dal profilo FB di F. Cancellato – Credits Ciaopeople

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Trump ha voluto i dazi e adesso paga il conto

Trump voleva i dazi per vendicarsi del mondo. Li ha avuti. Ora paga il conto. E non è solo quello dei mercati, ma quello ben più spietato dell’opinione pubblica americana.

Dopo l’annuncio dei nuovi dazi generalizzati, tre sondaggi post-Liberation Day registrano il declino: -3 punti per Morning Consult, -7 per Navigator Research. Persino Rasmussen, che a Trump ha sempre fatto da ufficio stampa, lo inchioda a -12. Il messaggio è chiaro: l’uomo del “make America great again” ha trovato il modo per renderla più costosa, più isolata e più arrabbiata.

Il 59% degli americani dice che l’economia sta peggiorando. Solo il 30% approva i dazi. La percezione è crollata tra tutti i gruppi, inclusi i Repubblicani non trumpiani. Il 55% degli elettori ritiene che le misure commerciali danneggeranno il Paese. E quel 56% che vorrebbe restituire al Congresso il potere di decidere sui dazi racconta un altro tradimento: Trump era l’uomo contro il potere, ora lo vogliono limitare.

Qualcuno nei suoi comizi continua a urlare “America first”. Ma ora è un’America prima nei prezzi, prima nei timori di recessione, prima nella confusione strategica. Il resto del mondo osserva, attende, si prepara. L’Europa trattiene il fiato, la Cina si riorganizza, e intanto l’elettore medio americano paga il prezzo.

In Italia si continua a raccontare Trump come un Golia senza crepe. Ma negli Stati Uniti c’è un presidente che, dopo 77 giorni, è già il secondo più impopolare di sempre. Battuto solo da sé stesso. Quello del 2017.

Forse la lezione è più semplice di quanto sembri: se dichiari guerra al mondo intero, prima o poi sarà il tuo stesso popolo a chiederti la resa.

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I minorenni chiedono di essere ascoltati ma lo Stato li ignora

Oggi si celebra, per la prima volta, la Giornata nazionale dell’ascolto dei minori. In un Paese dove i minori sono sempre meno – quasi il 7% in meno rispetto al 2019 secondo i dati raccolti da Openpolis – la domanda più urgente è anche la più semplice: chi ascolta le bambine, i bambini, le ragazze e i ragazzi?

È un diritto sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia: “Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa”. Ma tra il principio e la realtà, come spesso accade, ci sono chilometri di distanza.

Ascoltati sempre meno, proprio quando serve di più

Secondo l’indagine promossa dall’Istituto superiore di sanità all’interno del programma internazionale Hbsc (Health behaviour in school-aged children), al crescere dell’età diminuisce la percezione di essere ascoltati: il 60% degli 11enni dice di sentirsi accettato dagli insegnanti, ma tra i 15enni la quota crolla al 35,4%. La stessa dinamica vale anche in famiglia: a 11 anni più dell’80% dei ragazzi riesce a parlare con la madre, ma la percentuale cala drasticamente già a 13 anni. Per le ragazze, in particolare, aprirsi con i genitori è ancora più difficile.

L’ascolto, dunque, si riduce proprio quando servirebbe di più. L’adolescenza è un’età in cui la voce vacilla e si cerca spazio. Ma le istituzioni, la scuola e spesso anche gli adulti a loro più vicini sembrano diventare sordi.

I numeri raccontano una sfiducia strutturale: solo il 7% dei giovani italiani dichiara di aver contattato un decisore politico per affrontare un problema. Perché non ci provano? Perché il 25% è convinto che “chi prende decisioni non ascolti persone come me” (fonte: Eurobarometro, 2024). È la fotografia di una democrazia interrotta prima ancora di iniziare.

Il risultato è che il diritto all’ascolto resta inchiodato alla retorica. Si celebra, si dichiara, si proclama. Ma resta privo di strumenti, di luoghi, di politiche che ne garantiscano l’effettivo esercizio. Nessun piano strutturale, nessun investimento mirato, nessuna valutazione di impatto generazionale sulle decisioni pubbliche. I giovani restano spettatori, raramente protagonisti.

Una generazione sempre più fragile e invisibile

Questo disallineamento è ancora più grave se si considera il contesto demografico: oggi in Italia ci sono due over 65 per ogni under 14. E nei prossimi anni questo squilibrio è destinato ad aumentare. Dal 2019 al 2024 la popolazione minorile è calata nel 98% dei comuni italiani. Un calo superiore al 10% in Sardegna e Basilicata, sfiorato in Molise e Puglia. Solo due città capoluogo – Ragusa e La Spezia – hanno registrato un lieve aumento.

Eppure, nonostante questa progressiva rarefazione, le giovani generazioni restano sistematicamente marginali nelle agende politiche. La loro povertà è spesso educativa, il loro disagio ancora etichettato come “emergenza”, le loro richieste rimandate a un tempo indefinito che non arriva mai.

In un Paese che non ascolta i giovani, non sorprende che i giovani non parlino. Ma il silenzio non è una scelta: è un sintomo. Quando una ragazza o un ragazzo rinuncia a cercare confronto, significa che lo spazio del dialogo si è già chiuso. L’indifferenza adulta diventa complice di un’esclusione generazionale che tocca ogni ambito: scuola, famiglia, istituzioni.

La Giornata dell’ascolto non può essere una ricorrenza simbolica. Deve essere un punto fermo da cui ripartire per restituire voce a chi ne ha sempre meno. Perché ascoltare non è solo udire: è dare valore, responsabilità, riconoscimento. E chi non sa farlo verso i propri figli e figlie, ha già fallito come comunità.

Il rischio più grande non è che i giovani non parlino. Il rischio più grande è che noi adulti smettiamo di volerli sentire. E a quel punto, davvero, non ci sarà più niente da dire.

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La pena di morte non passa di moda, nel 2024 giustiziate oltre 1.500 persone

Nel 2024 almeno 1518 persone sono state uccise per mano degli Stati, con la benedizione di leggi che continuano a mascherare la vendetta con il nome di giustizia. È il numero più alto dal 2015, e non tiene conto delle esecuzioni segrete in Cina, Corea del Nord e Vietnam. È questo il nuovo record documentato da Amnesty International: un traguardo che si misura in patiboli, silenzi e impunità.

Più di nove condanne su dieci sono state eseguite da tre paesi: Iran, Iraq e Arabia Saudita. Tre Stati che condividono l’uso sistemico della pena capitale per consolidare il potere, reprimere il dissenso, cancellare le minoranze, punire la povertà. In Iran, nel solo 2024, le persone messe a morte sono state almeno 972. In due casi, riferisce Amnesty, le vittime erano legate alle proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Una di loro aveva una disabilità mentale.

In Arabia Saudita il numero di esecuzioni è raddoppiato rispetto all’anno precedente. Tra i condannati figura Abdulmajeed al-Nimr, giustiziato ad agosto per presunti legami con il terrorismo, dopo essere stato inizialmente accusato di aver partecipato a manifestazioni tra il 2011 e il 2013. In Iraq le esecuzioni sono quadruplicate. Non è giustizia, è un’esibizione di forza.

Dissenso e repressione, sotto la forca

Amnesty documenta come la pena di morte venga sempre più usata come strumento politico. Per zittire voci scomode, per punire le rivendicazioni, per rafforzare il controllo sociale. In alcuni Stati del Medio Oriente viene utilizzata per colpire oppositori, difensori dei diritti umani, minoranze etniche e religiose. Si muore anche per accuse legate alla droga: oltre il 40 per cento delle esecuzioni del 2024 ha riguardato questi reati, una violazione palese del diritto internazionale che riserva la pena capitale ai “reati più gravi”.

In Cina, Iran, Arabia Saudita e Singapore le condanne per droga sono applicate con metodo. Senza prove che queste uccisioni riducano davvero il traffico di stupefacenti. Le vittime? Persone senza difese, spesso marginalizzate, private della possibilità di un processo equo.

Negli Stati Uniti, dove le esecuzioni sono in crescita, sono stati messi a morte 25 condannati. Il presidente Donald Trump ha più volte invocato la pena capitale contro “assassini e mostri”, alimentando l’idea che uccidere per legge sia l’unico modo per garantire sicurezza. È il solito trucco: chiamare ordine ciò che è vendetta.

La resistenza del diritto

Eppure non tutto va in direzione opposta. Nel 2024 solo 15 paesi hanno eseguito condanne a morte: il numero più basso mai registrato, per il secondo anno consecutivo. Nel mondo, 113 Stati hanno abolito la pena capitale per tutti i reati e 145 non la praticano più.

In Malesia le riforme hanno portato alla riduzione di oltre mille condanne. Lo Zimbabwe l’ha abolita per i reati comuni. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato per la decima volta a favore di una moratoria.

E poi ci sono i nomi. Hakamada Iwao, assolto in Giappone dopo 47 anni nel braccio della morte. Rocky Myers, nero, condannato in Alabama, ha visto la sua pena commutata grazie a una mobilitazione collettiva.

“Quando le persone si mobilitano per porre fine alla pena di morte, i risultati si vedono davvero”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty. Ma se è vero che la storia della pena capitale è una storia che finisce, è altrettanto vero che chi la mantiene oggi lo fa con più cinismo, più segretezza e più disumanità.

Finché ci saranno esecuzioni, ci sarà bisogno di contarle. Perché dietro ogni cifra c’è un corpo appeso, e un’istituzione che ha deciso di chiamarlo giustizia.

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La ferocia non prevista dal codice

Ricordava martedì la presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio che l’overkilling, ovvero il numero spropositato di colpi inferti, «è una modalità esecutiva tipica del femminicidio». Settantacinque coltellate inferte durano un’eternità. Si dovrebbe, questa mattina, provare in classe il movimento della mano dall’alto verso il basso per settantacinque volte di seguito.

Le motivazioni della sentenza di ergastolo nei confronti di Filippo Turetta, femminicida di Giulia Cecchettin, hanno aperto il dibattito su come possano non essere considerate crudeli settantacinque coltellate di seguito sul corpo straziato della ragazza. Lega, Forza Italia, Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle ieri hanno ritenuto “inaccettabile” la mancata crudeltà sancita dai giudici.

L’avvocato della famiglia Cecchettin sottolinea che «Giulia ha vissuto una lucida via crucis e Turetta non ha avuto tentennamenti, ha protratto sempre di più il suo patimento, è enorme il numero di colpi ma sono enormi i tempi. Giulia è stata lucida per molti terribili minuti, si è vista sequestrata, tacitata, colpita, ha percepito forte il senso della fine».

Per i giudici quelle settantacinque coltellate sono invece la dimostrazione dell’imperizia di Turetta. Ha dovuto colpire ripetutamente perché non aveva le competenze per eseguire un lavoro veloce e “pulito”.

Ma la legge è fatta per essere corretta, perfino riscritta. Se l’overkilling è un carattere distintivo del femminicidio, basta un ripensamento dell’attuale modalità di giudizio, magari con la larga maggioranza indignata di ieri. Quello è il compito della politica.

Buon mercoledì.

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Un Paese che si spegne in silenzio

Si può morire anche da vivi, lentamente, mentre ci si illude di essere ancora in tempo. L’Italia è entrata da anni in una crisi demografica che non ha il fascino delle emergenze e per questo viene lasciata sul fondo della pila. Eppure, i numeri raccolti da Lorenzo Ruffino raccontano un declino costante: nel 2024 siamo scesi a 58,97 milioni di abitanti, il 2,3% in meno rispetto al 2014. In dieci anni abbiamo perso quasi un milione e mezzo di persone.

Le nascite non arrivano più. Da oltre sedici anni diminuiscono. Nel 2008 erano 577 mila, nel 2023 solo 379 mila. Nello stesso anno i decessi sono stati 661 mila. Un divario strutturale, non una parentesi. Il tasso di fecondità oggi è 1,2 figli per donna. Servirebbe almeno 2,1 per tenere stabile la popolazione.

Intanto l’Italia invecchia. L’età mediana è arrivata a 48,7 anni. Negli anni Sessanta era 31,2. E mentre la popolazione in età lavorativa si assottiglia, gli over 65 sono aumentati del 72% rispetto al 1990. Il futuro è già iniziato, ma nessuno sembra accorgersene. Neanche chi governa.

Il dettaglio che pesa di più è la geografia del declino. Il Mezzogiorno ha perso in dieci anni oltre un milione di residenti. I giovani se ne vanno, i vecchi restano. Le scuole chiudono, le nascite crollano, i servizi si svuotano. E nel 2050 metà degli italiani vivrà al Nord.

La crisi demografica non è una condanna, ma una scelta. Non si combatte con le crociate sulla natalità, ma con asili, lavoro stabile, diritto alla casa. Invece si taglia proprio lì dove si dovrebbe investire. Così un Paese intero si spegne, in silenzio, nel complice disinteresse di chi avrebbe dovuto tenerlo acceso.

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