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Dimenticati e deportati, il campo Unhcr di Agadez è un caso

A 15 chilometri da Agadez, nel cuore del deserto nigerino, esiste un campo profughi dell’UNHCR che da anni raccoglie le vittime della geopolitica dei respingimenti. Non è un rifugio. È un limbo forzato, dove centinaia di persone richiedenti asilo sono abbandonate da quasi un decennio senza una prospettiva di reinsediamento. Donne incinte, bambini, anziani: tutti lasciati in condizioni disumane, senza cibo sufficiente, cure mediche adeguate, né accesso all’istruzione. Questo campo – sostenuto anche da fondi europei – non protegge. Contiene. Ammassa. Silenzia.

Lo denunciano venticinque organizzazioni della società civile internazionale in una lettera aperta inviata all’UNHCR, all’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani e ai Relatori speciali delle Nazioni Unite. Il documento chiede che si ponga fine all’intimidazione delle persone rifugiate, alla sospensione punitiva dei voucher alimentari, e che si garantisca il diritto alla protesta e al giusto processo per chi è stato arrestato. Ma soprattutto chiede che si smetta di legittimare – sotto la patina dell’assistenza umanitaria – le deportazioni illegali orchestrate dalla Tunisia e dall’Algeria, spesso con il silenzioso appoggio dell’Unione europea.

La protesta come unica via

Dal 2019, nel campo di Agadez si sono susseguite proteste, sit-in e marce nel deserto. Ogni volta, la risposta è stata la repressione. Nel 2020, dopo settimane di manifestazioni, la polizia è intervenuta con la forza, arrestando centinaia di persone. Alcuni rifugiati sono stati condannati dal tribunale, le strutture del campo incendiate. Nulla è cambiato, se non in peggio.

Nel 2024, oltre 30.000 persone sono state deportate dall’Algeria verso il Niger. Tra loro non solo cittadini nigerini, ma anche persone originarie del Sudan, dell’Eritrea, dell’Etiopia. Migranti costretti a marciare nel deserto fino al cosiddetto “Punto 0”, dove vengono lasciati senza acqua né assistenza. Alcuni di loro – dopo aver subito violenze, detenzioni arbitrarie e respingimenti multipli – finiscono nel campo di Agadez, in una spirale di deportazioni a catena che attraversa i confini maghrebini fino a spegnersi nel silenzio del Sahel.

L’esternalizzazione come sistema

Il caso del signor K. è emblematico: sgomberato con la forza a Tunisi, deportato al confine algerino, riesce a tornare nella capitale grazie all’intervento del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma viene nuovamente arrestato, deportato in Algeria e poi in Niger. Oggi si trova nel campo, prigioniero di un sistema che confonde l’esternalizzazione dei confini con la tutela dei diritti.

La responsabilità non è solo dei governi tunisini e algerini. La colpa è anche di chi, a Bruxelles e nelle capitali europee, finanzia questi dispositivi con la scusa di “salvare vite” e “cooperare per lo sviluppo”. In realtà si tratta di un outsourcing del disumano, dove il Niger – Paese in crisi economica e sotto embargo internazionale – diventa il tappeto sotto cui nascondere gli scarti dell’Europa fortezza.

Nel nome della “gestione” migratoria, si calpestano vite, si producono emergenze, si alimenta la disperazione. Intanto si tace. E si continua a finanziare. A fingere che i campi siano centri di accoglienza, che le deportazioni siano riammissioni, che la repressione sia dialogo.

Quella di Agadez non è un’anomalia. È il risultato coerente di una strategia politica che ha trasformato il diritto d’asilo in un problema da esternalizzare. E che ha trasformato la cooperazione internazionale in una complicità strutturale.

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Nerone ha preso la tessera del club

L’incendio divampa e Lui affina lo swing. Le borse bruciano, i fondi pensione evaporano, gli economisti scappano in diretta tv, ma Donald Trump si ritira nei suoi fairway sauditi come un autocrate da operetta convinto che basti un colpo di driver per spegnere le fiamme. Gli Stati Uniti sono a un passo dalla recessione, lo scrive persino il Wall Street Journal, eppure l’unica breaking news dalla Casa Bianca è la vittoria del presidente a un torneo di golf.

Anche i padroni del capitale — quelli che l’hanno incoronato — ora si lamentano. Jamie Dimon, Elon Musk, Larry Fink, Bill Ackman: miliardari che invocano razionalità, come se non avessero finanziato l’irrazionale. Piangono sul fuoco che hanno acceso. Ma Paul Krugman li inchioda: “Chi ha messo al comando questi malevoli pagliacci?”

Nel frattempo Trump affila le leggi speciali. Il 20 aprile potrebbe invocare l’Insurrection Act, la legge marziale. Non per un’emergenza, ma per difendersi dalla democrazia. È l’America delle borse che crollano e della polizia in assetto da guerra. È il capitalismo che ha fatto il giro completo: prima lo show, poi l’autocombustione.

Nerone suonava la lira mentre Roma bruciava. Trump gioca a golf. Ma stavolta, a bruciare, è il mondo.

Buon martedì.

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Il deputato fantasma che vota per sé

Antonio Angelucci alla Camera non c’è mai. O quasi. Ha un tasso di assenza del 99,9%. Ma quando si tratta di votare una sanatoria fiscale che fa risparmiare milioni alle sue aziende, diventa puntuale. È successo con la “rottamazione quater”, quella che secondo Giorgia Meloni avrebbe aiutato i cittadini “in difficoltà”. A raccontarlo, con nomi e cifre, è Domani, nell’inchiesta firmata da Giovanni Tizian e Stefano Vergine.

Nel bilancio del gruppo Tosinvest, fondato da Angelucci, si legge che la misura ha permesso un risparmio immediato di 4,2 milioni. Ma non è la prima volta. Già nel 2018 e nel 2019, con altre sanatorie, il gruppo aveva chiuso contenziosi fiscali versando molto meno del dovuto. In tutto, fa oltre 6 milioni di euro risparmiati. Sempre con norme approvate da governi in cui Angelucci sedeva, magari all’opposizione, ma mai fuori dai giochi.

Nel frattempo, il suo storico commercialista è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione per collusione con due finanzieri. Secondo i giudici, cercava di ottenere informazioni riservate e condizionare l’esito di verifiche fiscali sulle società del gruppo. I due militari hanno patteggiato. La società non ha risposto alle domande dei giornalisti.

Quella che il governo ha venduto come una misura equa e umana ha avuto, tra i suoi effetti, il consolidamento del privilegio. In un Paese dove il Parlamento si svuota, le leggi restano piene di vantaggi. Ma soprattutto per chi le scrive.

Assenteisti, furbi, maestri di leggi ad personam, impegnati a usare i giornali per concimare la propaganda. E poi ci si stupisce che la gente non va a votare?

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Disordine sovranista

Proviamo a rileggere il caos mondiale degli ultimi giorni con la lente della politica interna. Nel fine settimana – piaccia o meno – le manifestazioni contro il piano di riarmo di Ursula von der Leyen hanno riempito le piazze.

Quella convocata dal Movimento 5 Stelle – che avrebbe dovuto essere deserta – ha mobilitato centomila persone, inclusi i rappresentanti più o meno convinti e convincenti degli alleati dell’opposizione. Mille persone erano in piazza a Bologna, altre migliaia erano presenti nelle manifestazioni sparse per le città d’Italia. C’è un evidente movimento politico eterogeneo nel Paese. Al governo, Meloni, Salvini e Tajani hanno sul tema tre idee differenti; le posizioni di Lega e Forza Italia sono addirittura opposte.

Intanto le Borse mondiali crollano sotto i colpi dei dazi voluti da Trump. Sono gli stessi dazi che per Salvini sarebbero “un’opportunità”, e gli stessi che, secondo Tajani, rientravano banalmente in una semplice “minaccia” del governo Usa. Cosa ne pensi invece Giorgia Meloni non è dato saperlo. Bisbiglia all’Ue di non essere troppo dura nella reazione, ha accarezzato il vicepresidente americano Vance quando ha attaccato l’Unione europea e ora programma incontri con il governo Usa per chiedere non si sa bene cosa.

I bene informati dicono che Meloni potrebbe chiedere a Trump di fare un po’ meno il Trump. Intanto Musk, in collegamento con Salvini, si augura che i dazi con l’Ue vadano a zero. Ieri Trump, invece, ha rilanciato. Ah, a proposito: nel frattempo Salvini ha chiesto un rimpasto di governo per prendersi il Viminale. Tajani è insorto. Meloni tace. Stiamo messi così.

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Salvini, il leader senza applausi

Matteo Salvini ha celebrato il proprio congresso come si celebra un compleanno malinconico: tanti invitati, zero sorprese, nessun regalo. Anzi, uno c’è stato: la tessera della Lega consegnata a Roberto Vannacci, generale sospeso, populista da best-seller, candidato eterno in cerca di un palco. Lo Statuto è stato cambiato apposta, a dimostrazione che l’unico vero principio sovrano resta la convenienza personale.

Il congresso fiorentino è stato una vetrina di retorica identitaria, con Marine Le Pen paragonata a Martin Luther King e Salvini che chiede il Viminale come se bastasse tornare innocenti da un processo per meritarsi un ministero. Le parole d’ordine sono le solite: sovranismo, autonomia, attacchi all’Unione europea, ossessioni antimmigrazione. Ma il quadro è quello di un partito senza visione, che maschera con l’aggressività il vuoto di idee.

E tra un videomessaggio di Musk e gli applausi al vittimismo di Le Pen, Salvini ha infilato il vero obiettivo: far traballare Giorgia Meloni. La richiesta esplicita del Viminale, la pretesa sulle regioni del Nord, la sfida aperta sul terreno dell’estrema destra internazionale: è il vecchio gioco del logoramento, con l’applausometro al posto dei numeri. Un congresso travestito da prova di forza, ma cucito come una trappola.

Salvini dice di voler rafforzare la coalizione, ma nel frattempo prepara il terreno per far inciampare Meloni. Non è leadership: è la disperazione di chi, senza consenso, cerca potere con il trucco del prestigiatore che ha esaurito gli applausi.

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A Gaza non è un’emergenza. È una punizione

Non si può più chiamare emergenza ciò che dura da mesi, né tragedia ciò che viene pianificato, replicato, giustificato. Un milione di bambini nella Striscia di Gaza è oggi senza cibo, acqua potabile, medicine. L’Unicef parla di “aiuti salvavita fermi in magazzino”. E aggiunge: “Non si tratta di una scelta o di carità, ma di un obbligo previsto dal diritto internazionale”. Come se il diritto internazionale non fosse ormai solo un fondale sbiadito in questo massacro a rate.

Dal 2 marzo non è entrato più nulla. Nessun camion, nessun latte per i neonati. Nel centro e sud della Striscia, i cibi complementari sono finiti. Per i 10mila bambini sotto i sei mesi restano solo alternative impastate con acqua non sicura. Anche l’acqua è diventata arma di guerra. I litri disponibili per persona sono scesi da sedici a sei, e presto saranno meno di quattro.

Intanto, Israele continua a colpire ambulanze e tende per sfollati, come documentato dal New York Times. A Khan Younis i raid del 5 e 6 aprile hanno ucciso almeno 19 persone, tra cui diversi bambini.

Se un milione di bambini muore lentamente e nessuno fa niente, la notizia non è la morte. È il silenzio. E il silenzio non è mai neutrale.

Buon lunedì.

Foto: Una ambulanza della Luna rossa colpita dall’esercito israeliano a Khan Yunis:

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Corteo per la pace, 100mila in piazza con il 5 Stelle contro il riarmo. Conte: “Finita la luna di miele di Meloni”

Cinque anni dopo l’inizio della legislatura, il Movimento 5 Stelle è tornato a riempire le piazze. Roma, sabato 5 aprile, Fori Imperiali: in centomila – secondo gli organizzatori – hanno risposto all’appello lanciato da Giuseppe Conte per dire no al riarmo europeo, no al progetto ReArm dell’Unione europea e al nuovo patto di stabilità che impone tagli mentre si spendono 800 miliardi in armi. Una manifestazione politica, sociale e simbolica, che ha messo insieme opposizioni, associazioni, attivisti e persino esponenti del mondo accademico e scientifico come il Nobel Giorgio Parisi, con un videomessaggio dello storico Alessandro Barbero che ha evocato “un clima simile a quello che precedette il 1914”.

La piazza dei 5 Stelle

Il corteo è partito da piazza Vittorio e ha sfilato fino ai Fori Imperiali. Bandiere del M5S, dell’Alleanza Verdi e Sinistra, del Partito democratico. Presente anche una nutrita rappresentanza della società civile: associazioni pacifiste, comitati per la scuola e la sanità, rappresentanti del mondo ambientalista. Più di 20 mila persone collegate in streaming. Dalle transenne e sul palco si sono succeduti slogan, cori, interventi. “Siamo 100mila – ha detto Giuseppe Conte chiudendo la giornata – e questa è la piazza della pace, della sanità pubblica, della scuola, del lavoro. Da qui parte l’alternativa a Giorgia Meloni”.

Conte all’attacco

Il presidente del M5S ha parlato più volte dal palco. Ha definito “folle” il piano europeo di riarmo e ha accusato Meloni di averlo sottoscritto “senza un mandato, senza un voto parlamentare, di nascosto e senza un confronto con i cittadini”. Il progetto, secondo Conte, giova solo alla Germania che vuole diventare una potenza militare. “Hanno utilizzato la verità dell’aggressione russa – che noi abbiamo condannato – come alibi per abbandonare ogni via diplomatica” ha aggiunto, accusando il governo di aver “spezzato la speranza europea” e di “svendere il paese ai dazi e alla logica del blocco militare”.

Il messaggio politico

Oltre all’opposizione al riarmo, la manifestazione è stata il primo vero banco di prova per la costruzione di un’alleanza politica alternativa al centrodestra. “Questa è una piazza che abbiamo messo a disposizione di tutti – ha detto Conte – anche di chi non ha la nostra tessera, anche di chi non condivide tutte le nostre idee”. Presenti in piazza anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di AVS, che hanno parlato di “passaggio obbligato” e “occasione per costruire convergenze tra le opposizioni”.

Il Partito democratico, invece, si è presentato con una delegazione guidata dal capogruppo al Senato Francesco Boccia, da Sandro Ruotolo, Marco Furfaro, Susanna Camusso e altri esponenti della segreteria. La segretaria Elly Schlein non c’era, scelta che ha sollevato qualche malumore ma che Boccia ha difeso: “La segretaria è sempre in piazza, oggi c’è una delegazione importante. Alcune cose ci dividono dai 5 Stelle, ma sulla critica alla corsa al riarmo siamo d’accordo. E insieme vogliamo mandare a casa Giorgia Meloni”.

Selfie, strette di mano e qualche fischio

L’inserimento della delegazione Pd nel corteo è stato silenzioso ma non è passato inosservato. Alcuni manifestanti hanno applaudito, altri invece hanno gridato “ambigui”, rinfacciando il voto favorevole dei dem alla risoluzione sulla difesa europea a Strasburgo. Alcuni esponenti dem si sono fermati per selfie e strette di mano, altri si sono dileguati prima del palco. “Giusto esserci, ma fino a un certo punto” ha commentato un deputato in forma anonima.

Barbero e Travaglio, le voci dalla piazza

Due degli interventi più attesi sono arrivati in video. Lo storico Alessandro Barbero ha messo in guardia: “A noi storici chiedono spesso a cosa somigli la nostra epoca. E io dico: somiglia al 1914, quando nessuno voleva la guerra, ma tutti si preparavano a farla”. Marco Travaglio ha invece elencato le “balle” del governo Meloni e della Commissione europea, criticando il trasformismo bellico di chi “usa la guerra per ridefinire l’Europa secondo gli interessi industriali”.

Una piazza che divide

La manifestazione ha segnato un punto di svolta nel dibattito politico nazionale. Se da un lato ha evidenziato la possibilità di un’unità tra opposizioni su alcuni temi, dall’altro ha mostrato le fratture non sanate. Il Pd resta diviso tra un’anima europeista e una più critica, AVS cerca uno spazio autonomo e il M5S tenta di porsi come perno di una futura coalizione. Intanto, Giuseppe Conte incassa il successo di piazza e rilancia: “Li fermeremo. Da qui parte una grande onda. Viva l’Italia, viva l’Europa della pace”.

Leggi anche: Gubitosa: “Una piazza per dire No al riarmo”

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Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato – Lettera43

Parlando di stranieri che «non hanno la nostra sensibilità verso le donne», il ministro della Giustizia ignora i dati: nel 74 per cento dei casi l’assassino è italiano. Ma questa copertura ideologica, oltre ad alimentare la xenofobia, auto-assolve il governo che continua a tagliare i fondi ai centri antiviolenza e non introduce l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole.

Ci vuole una certa determinazione per prendere un tema come i femminicidi e distorcerlo con tale sicurezza, trasformando un dramma strutturale e trasversale in un’accusa generica alle «altre etnie». Ma Carlo Nordio ci è riuscito. Il ministro della Giustizia, parlando il 3 aprile a margine di un incontro della Camera penale, ha dichiarato che questi omicidi «si radicano probabilmente nell’assoluta mancanza non solo di educazione civica, ma anche di rispetto verso le persone, soprattutto per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne».

Lo schema è noto: suggerire che la violenza maschile sulle donne sia soprattutto colpa di chi non appartiene al tessuto italiano, avanzando un sospetto razzista non apertamente rivendicato ma insinuato con la retorica del “forse”, del “magari”, del “probabilmente”. Funziona sempre, soprattutto se ci si affida all’ignoranza diffusa e si lasciano fuori i numeri.

Nel 94,3 per cento dei casi le italiane vengono uccise da un connazionale

Nel 2023, secondo l’Istat, in Italia sono state uccise 120 donne. Di queste, 100 sono state ammazzate in ambito familiare o affettivo. Nel 55,8 per cento dei casi, ad agire è stato il partner attuale o l’ex compagno. Il dato che smonta l’insinuazione del Guardasigilli è che nel 74 per cento dei femminicidi l’autore è italiano. La percentuale sale al 94,3 per cento quando si considerano solo le vittime italiane: in quasi tutti i casi, a ucciderle è un connazionale. Nelle situazioni in cui la vittima è straniera, solo il 43,8 per cento degli assassini è della stessa nazionalità. Il resto? Italiani.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Femministe in corteo (foto Getty).

Gli stranieri sono un’eccezione statistica, non la regola

Non bastasse, l’ultima analisi del Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno (dati aggiornati a novembre 2023) mostra che le donne uccise da stranieri sono una netta minoranza. È un’eccezione statistica, non la regola. Ma evocare lo straniero serve da esca emotiva, da copertura ideologica, da diversivo comodo. Soprattutto se si ha interesse a non mettere in discussione la cultura di un Paese in cui le donne muoiono spesso per aver detto “basta”.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Getty).

Le carenze dell’intero sistema scolastico italiano

Nordio parla di «mancanza di educazione civica», ma si guarda bene dal dire che questa carenza riguarda l’intero sistema scolastico italiano, non solo «le etnie». Perché l’Italia, che ama rivendicare la sua “civiltà”, non ha mai reso obbligatoria un’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Eppure, secondo un sondaggio Ipsos del 2023 per WeWorld, l’86 per cento delle ragazze tra i 14 e i 26 anni ritiene che la scuola non le prepari ad affrontare le relazioni affettive. Se serve educazione civica, dovremmo cominciare da noi stessi, non dai fantasmi del razzismo istituzionale.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Striscioni per chiedere l’educazione sessuale nelle scuole (foto Getty).

I carnefici sono padri di famiglia, vicini di casa, colleghi

L’identità culturale evocata da Nordio per distinguere “noi” da “loro” è la stessa che nel 2022 ha visto aumentare le richieste di aiuto al 1522 – il numero antiviolenza – del 10,6 per cento. È quella di una società che, secondo il Rapporto Eures, continua a contare più di 100 femminicidi l’anno, con un costante aumento delle aggressioni precedute da maltrattamenti noti e denunciati. E chi erano gli autori in quei casi? Italiani, padri di famiglia, vicini di casa, colleghi.

La nostra cultura giustifica il femminicidio come gesto disperato d’amore

Il patriarcato non arriva in barca. Vive nelle famiglie, nelle scuole, nei tribunali che derubricano la violenza a “raptus”. È lo stesso che ha ispirato la Corte d’Assise di Roma a concedere attenuanti a chi uccide una donna se «accecato dalla gelosia». È il sistema che giustifica l’omicidio come gesto disperato d’amore, che nelle cronache definisce «lite finita male» ciò che è, a tutti gli effetti, un’esecuzione.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Uno striscione a Venezia contro la violenza sulle donne (foto Getty).

I dati della relazione annuale del ministero dell’Interno confermano che nella maggior parte dei casi di femminicidio il movente è la volontà di controllo, il rifiuto della separazione, la gelosia: dinamiche tutte interne alla nostra cultura relazionale, non certo importate. Siamo il Paese dove il 37 per cento degli uomini, secondo l’Eurobarometro del 2016, crede che le donne esagerino nel denunciare. Siamo lo Stato in cui le sentenze per violenza sessuale si chiudono, troppo spesso, con pene sospese.

Il governo continua a tagliare i fondi ai centri antiviolenza

L’affermazione di Nordio non è un semplice svarione. È un posizionamento politico. Serve a criminalizzare alcune comunità e a deresponsabilizzare lo Stato italiano dalla sua inefficacia nella prevenzione e nella protezione. Dire che il problema è “altrove” significa poter evitare riforme strutturali, continuare a tagliare i fondi ai centri antiviolenza, a ignorare la formazione obbligatoria per le forze dell’ordine, a lasciare le scuole senza strumenti.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Un centro antiviolenza sulle donne (foto Getty).

Nordio cerca un capro espiatorio e rafforza così la xenofobia

Le parole del ministro sono gravi perché istituzionalizzano lo scaricabarile. Mentre le donne muoiono, non per cultura “altra” ma per cultura dominante, lo Stato cerca un capro espiatorio. Lo fa distorcendo i numeri, rafforzando la xenofobia e abbandonando la complessità. In un Paese in cui la stragrande maggioranza dei femminicidi è commessa da uomini italiani contro donne italiane, parlare di etnie è semplicemente un modo per non dover parlare di sé. Ed è, da parte di un Guardasigilli, un atto di complicità.

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Film già visto nel solito Pd

Complicare la realtà è il gioco di chi è avvezzo al retroscena politico come forma di sopravvivenza. La presunta complessità del Partito democratico, addirittura rivendicata, è l’arma con cui i cosiddetti riformisti del partito – da Picierno a Guerini, passando per Gori e così via – hanno ricominciato a tenere sotto scacco la segretaria Elly Schlein. Prima erano molto più banalmente le correnti – in questo caso di minoranze, sconfitte al congresso quando Schlein superò Bonaccini – ora le chiamano ricchezze. Forse per tornare alla realtà vale la pena ripassare chi ha votato la segretaria dei dem: l’hanno votata coloro che erano depressi dal renzismo e dalle sue scorie, l’hanno votata coloro che si sono disamorati del Pd amante dei governi tecnici ad ampio spettro, l’hanno votata coloro che non ne potevano più di un partito ostaggio del conservatorismo più arcigno.

La realtà è semplice. Il Partito democratico si è risollevato dai suoi minimi termini perché Schlein ha promesso di osare là dove il partito ha sempre tentennato: osare nel chiamare guerre le guerre, osare nel rivendicare il diritto di esistere di due popoli e due Stati in Medio Oriente, osare per smettere di guardare al centro come lasciapassare per carezze anche più a destra. Il bombardamento mediatico contro chiunque osi parlare di pace, negli ultimi anni, ha tenuto insieme pezzi di establishment e di media che fingono di non essere amici. Chiunque osi mettere in discussione la fallimentare strategia sull’Ucraina diventa automaticamente amico di Putin.

Chiunque chieda un po’ di decenza e rispetto per il genocidio in corso a Gaza è subito amico di Hamas. La pace, in qualsiasi sua declinazione, è raccontata come populismo. La guerra è progressista, le bombe sono diventate le figlie naturali e ineluttabili del Manifesto di Ventotene. Che il Pd abbia un differente vocabolario dal M5S è semplice, naturale: non sarebbero due partiti diversi. Accade anche con Alleanza Verdi e Sinistra, anche se in quel caso non lucra nessuno. Che non stia dalla parte di chi stringe le mani insanguinate di Netanyahu è un punto da ribadire, in modo chiaro e semplice. Per questo oggi dovrebbe essere in piazza.

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Contro l’oscurantismo a stelle e strisce, l’Europa spalanca i laboratori agli scienziati

Mentre Donald Trump promette di “ripulire” le istituzioni scientifiche statunitensi dai ricercatori che si occupano di cambiamento climatico, vaccini, genere e migrazioni, l’Unione europea ha scelto un’altra strada: accoglierli. E mentre Trump smantella il principio stesso di ricerca libera e indipendente, Bruxelles risponde con fondi, visti agevolati e una dichiarazione politica chiara: la scienza qui è ancora un bene pubblico.

Il paradosso è evidente. Da un lato, una superpotenza tecnologica che rinnega i suoi stessi cervelli in nome di una crociata ideologica. Dall’altro, un continente che cerca di invertire decenni di “fuga dei cervelli”, tendendo la mano a chi oggi si trova marginalizzato nel proprio paese. I numeri sono eloquenti: solo l’università di Aix-Marseille ha ricevuto 150 candidature da studiosi statunitensi, provenienti da istituzioni come Yale, Stanford e Columbia. Non solo scienziati del clima o immunologi, ma anche storici, sociologi, ricercatori dell’NIH e della NASA. Gente che Trump definisce “radicale”. In Europa, invece, sono accolti come risorsa strategica.

Ricerca libera, fondi veri

La commissaria Ue per la Ricerca, Ekaterina Zaharieva, ha detto chiaramente che Bruxelles intende rendere la libertà di ricerca un principio giuridicamente vincolante dell’Unione. E ha annunciato il raddoppio dei fondi disponibili per gli studiosi americani che scelgono di trasferirsi: fino a 4,5 milioni di euro a progetto. “Europa può e deve essere il miglior luogo al mondo per fare scienza”, ha dichiarato davanti al Parlamento europeo. Un linguaggio raro, in tempi in cui anche da noi non mancano gli attacchi all’autonomia dell’università e ai temi ritenuti scomodi.

Nel frattempo, fioccano le iniziative locali: dal programma Atrae in Spagna a “Brains for Brussels” in Belgio, passando per fondi speciali a Berlino e un ponte del talento catalano da 30 milioni di euro. In Svezia, il Karolinska Institute rafforza le sue attività di supporto agli studiosi in fuga, mentre la VUB di Bruxelles apre un centro dedicato. Gli atenei, insomma, si stanno muovendo più in fretta della politica nazionale.

I cervelli non hanno dazi: l’Europa apre agli scienziati

Non è solo un’opportunità economica. C’è una responsabilità storica che aleggia su questo movimento: Zaharieva ha evocato la persecuzione degli intellettuali sotto i regimi nazifascisti. E l’editoriale firmato da otto scienziati tedeschi su Der Spiegel parla senza giri di parole di una possibilità unica per “invertire il brain drain” che ha svuotato l’Europa nel Novecento. Allora erano i nazisti a cacciare Einstein e Lise Meitner. Oggi è l’America di Trump a licenziare chi osa parlare di immunologia o di razzismo sistemico.

Di fronte a tutto questo, l’Europa ha un vantaggio: sui cervelli non si possono imporre dazi. Né si possono blindare con i muri. Quando un continente diventa rifugio per la conoscenza, si arricchisce senza togliere nulla a nessuno. E i laboratori riempiti da chi è stato espulso per aver detto la verità sono i migliori anticorpi contro il virus della censura.

Certo, non è una fiaba a lieto fine. I tagli alla ricerca colpiscono anche in Europa. La retorica anti-scientifica circola ovunque. Ma questo sforzo collettivo per attrarre studiosi americani è un segnale. Che dice chi siamo, e chi non vogliamo diventare. Se Trump chiude le porte, noi apriamo i laboratori. Se la Casa Bianca caccia chi studia l’inclusione, le università europee preparano visti e borse. Non per spirito missionario, ma perché la conoscenza, come la libertà, è una questione di sopravvivenza. E anche questa, sì, è politica.

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