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Che dicono gli scendiletto del danno Usa

La cravatta rossa, il cappellino Maga in mano e un tabellone illeggibile. Trump ha annunciato i suoi dazi come fosse in campagna elettorale, nel giardino della Casa Bianca trasformato in palcoscenico per l’ennesimo show. Lo chiama “Liberation Day”, ma sa di resa dei conti: 20% all’Unione europea, 54% alla Cina, 46% al Vietnam. Nessuna strategia, solo rancore moltiplicato per arroganza.

Trump tratta il commercio internazionale come una guerra personale. Parla di “reciprocità”, ma ignora che il sistema è già basato su regole condivise. Ignora che chi pagherà non saranno gli alleati infedeli ma i cittadini americani: le famiglie, che vedranno i prezzi salire, e le industrie, che rischiano l’isolamento. Lo ricorda Leon Panetta: così si spara nei piedi. Fitch prevede una recessione. Moody’s stima 5,5 milioni di posti persi.

E l’Italia È tra i 60 “cattivi”. Per Trump siamo colpevoli di eccellenza. Colpire il nostro export è colpire il cuore dell’economia italiana. Mattarella parla di errore profondo, Meloni prova a mediare, Bruxelles abbozza. Ma intanto il danno è già in corso.

Trump non tratta, impone. Usa i dazi come manganello geopolitico, disegna un’America che somiglia più all’autarchia del Novecento che a una potenza del XXI secolo. L’Europa, se vuole contare, deve scegliere: o il silenzio o la dignità.

Oltre ad essere uno dei peggiori presidenti è anche il più incapace e dannoso. Meloni e Salvini, gli scendiletto del danno, che dicono? 

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Studenti spiati sui social, chi critica Bibi non entra negli Usa

Il nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha deciso che la libertà di parola ha un limite ben preciso: l’ingresso sul suolo americano. Con un cablogramma inviato il 25 marzo a tutte le sedi diplomatiche, ha ordinato ai funzionari consolari di passare al setaccio i social media delle persone che richiedono visti per studio o scambi culturali. Un controllo ideologico mascherato da “sicurezza nazionale”. Il bersaglio, neanche troppo nascosto, sono gli studenti che hanno espresso solidarietà per le persone palestinesi durante la guerra di Israele a Gaza.

La misura segue di poche settimane due ordini esecutivi firmati da Donald Trump per autorizzare l’espulsione di cittadini stranieri con presunti “atteggiamenti ostili” verso la cultura, il governo o i princìpi fondanti degli Stati Uniti. Tra loro, anche studenti e studentesse sospettati di antisemitismo, una definizione che nell’Amministrazione attuale include chiunque abbia criticato la guerra israeliana.

Il sospetto è la nuova colpa

Secondo il cablogramma, chiunque abbia avuto un visto F, M o J tra ottobre 2023 e agosto 2024 e abbia pubblicato contenuti critici verso gli Usa o Israele può essere segnalato all’unità antifrode per controlli aggiuntivi. Le ambasciate devono cercare “attitudini ostili” verso cittadini, istituzioni o princìpi americani. L’ambiguità della formula è voluta: consente di respingere una richiesta di visto sulla base di una dichiarazione, un like, una frase fuori contesto. L’obiettivo è dissuadere chiunque critichi pubblicamente l’operato statunitense.

Rubio lo ha detto chiaramente in un’intervista a CBS News: “Non vogliamo persone che minano la nostra sicurezza. Specialmente se sono ospiti”. Il criterio è semplice: se avessimo saputo cosa pensavano prima, non li avremmo fatti entrare. Il messaggio agli studenti stranieri è: autocensura o addio all’America.

Non è solo teoria. Dall’insediamento a gennaio, Rubio ha revocato almeno 300 visti, molti a studenti e studentesse. Tra i casi più noti, Rumeysa Ozturk, turca, fermata per strada a Somerville da agenti mascherati: aveva scritto un articolo per il giornale universitario in cui chiedeva il disinvestimento da Israele. O Mahmoud Khalil, siriano, residente permanente, e Yunseo Chung, sudcoreana, a cui è stata tolta la green card. Avevano partecipato a proteste a Columbia University.

Anche Oscar Arias, ex presidente del Costa Rica e premio Nobel per la pace, si è visto revocare il visto per aver paragonato Trump a un imperatore romano. Il messaggio è chiaro: chiunque può essere colpito.

L’intelligenza artificiale come censore globale

Nel 2019, sotto l’amministrazione Trump, il Dipartimento di Stato aveva introdotto l’obbligo di dichiarare gli account social nei moduli di richiesta visto. Ora si passa allo screening sistematico, con l’uso di intelligenza artificiale. Una macchina che macina opinioni e sputtana vite. Gli algoritmi, progettati per valutare la “compatibilità culturale”, sono in realtà un filtro ideologico permanente.

Rubio ha detto che “a un certo punto finiranno, perché li avremo espulsi tutti”. Li chiama “lunatici che stanno rovinando tutto”. E ha aggiunto: “Spero che ogni paese faccia lo stesso”. È un appello globale all’uniformità repressiva. La libertà di pensiero è considerata una minaccia. Le proteste sono “disordini”. Le opinioni divergenti, “atti ostili”.

Un tempo, negli Stati Uniti, si accoglievano studenti e studiosi proprio per difendere la libertà d’espressione. Ora si vieta l’accesso a chi la esercita. È il ribaltamento perfetto: il Paese che si dice faro della democrazia mondiale sta costruendo una lista nera digitale in nome dell’ordine. Chi dissente non è più benvenuto. Chi parla troppo, non parla più. E chi osserva in silenzio, dovrebbe iniziare a preoccuparsi.

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Celle container per detenuti, così la giustizia è punizione

Nel Paese in cui si costruiscono carceri come si montano baracche da cantiere, il governo Meloni presenta l’ennesima trovata: 16 blocchi prefabbricati in cemento armato, 384 posti letto, 32 milioni di euro spesi senza sfiorare l’idea di dignità. Celle da 30 mq per quattro persone, con un bagno di 3 mq incluso. Non si tratta di un errore di progetto, ma di una visione punitiva che si finge riformatrice. A Opera e Voghera i sopralluoghi sono già partiti. Le strutture saranno pronte entro fine anno, recintate con cancellate alte cinque metri, prive di impianti antincendio e con spazi comuni da 30 mq per 24 detenuti. Si risparmia su tutto, tranne che sull’umiliazione.

Il sottosegretario Delmastro si difende con il solito mantra: è tutto regolare. Come se fosse normale comprimere corpi e diritti sotto una colata di cemento. Mentre il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria resta ostaggio delle pressioni di partito, la risposta all’emergenza carceri è una scorciatoia indegna: più gabbie, meno giustizia. I moduli saranno 1.500 in totale, almeno nelle intenzioni, anche se la relazione tecnica non ne fa menzione. Ogni blocco sarà fatto di 12 moduli smontabili, tutti identici, in calcestruzzo: una geometria della reclusione progettata per annientare l’eccezione umana. Ma liberare spazio non vuol dire liberare persone. Vuol dire continuare a trattarle come cose. Le celle-container non risolvono il sovraffollamento: lo organizzano. E nel farlo mostrano l’unica certezza di questo governo sulla giustizia: la punizione, purché sia rapida, economica e disumana.

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L’Italia traina il consumo di gas russo, siamo di nuovo il primo importatore

Nel 2024 l’Unione europea ha aumentato del 18% le importazioni di gas dalla Russia. Avrebbe dovuto essere l’anno dell’affrancamento. Invece è stato quello del ritorno. E in testa al trenino degli acquisti c’è l’Italia, con 4 miliardi di metri cubi in più rispetto all’anno precedente. A voler essere spietati con i numeri: importiamo più gas russo di prima, lo facciamo pagandolo di più, e spendiamo più per finanziare la guerra di Putin di quanto investiamo per aiutare l’Ucraina a difendersi.

Mentre Bruxelles promette indipendenza energetica e annuncia il phase-out del gas russo entro il 2027, il report del think tank Ember ci mette davanti allo specchio. I 45 miliardi di metri cubi arrivati in Europa nel 2024 (contro i 38 dell’anno precedente) raccontano un’ipocrisia perfettamente oliata. E se l’obiettivo di RePowerEu era quello di azzerare la dipendenza da Mosca, la realtà è che la Russia resta ancora oggi responsabile del 14% del consumo europeo. Nonostante due anni di invasioni, massacri, sanzioni e dichiarazioni solenni.

Gas sporco, rotte pulite

Il paradosso è che tutto questo non avviene in segreto. Si conoscono le rotte, i porti, le navi. Si sa che il gas naturale liquefatto russo entra in Europa anche attraverso pratiche di “whitewashing”, rietichettato come “gas europeo” dopo scali nei terminal di Belgio, Francia o Spagna. Si sa che esistono navi “fantasma” che cancellano le rotte per aggirare le sanzioni. Si sa che anche chi, come la Germania, ha vietato l’import diretto continua a consumare gas russo attraverso triangolazioni. È la guerra dei giusti, ma non deve costare troppo. Neanche in bolletta.

In effetti, nonostante le dichiarazioni sulla transizione energetica, l’Ue continua a costruire nuove infrastrutture per importare gas. Solo tra GNL e gasdotti, la capacità di approvvigionamento europea aumenterà del 30% entro il 2030. La domanda, nel frattempo, crescerà appena del 4%. Un eccesso di offerta che rischia di costare ai contribuenti europei miliardi di euro in impianti sottoutilizzati. È il trionfo della logica industriale sulla logica climatica. E anche su quella geopolitica.

Paghiamo più bombe che barelle

Nel 2024 i Paesi Ue hanno speso 21,9 miliardi di euro per comprare combustibili fossili dalla Russia. Nello stesso anno, gli aiuti stanziati per l’Ucraina ammontavano a 18,7 miliardi. Paghiamo più bombe che barelle. Poi applaudiamo Zelensky nei consessi internazionali e ci stringiamo intorno al valore della libertà. Ma il rubinetto non lo chiude nessuno. Anzi, si spalanca.

A trainare questa corsa al gas russo non sono solo Paesi storicamente dipendenti da Mosca. C’è l’Italia, in prima fila. Con buona pace delle promesse del ministro dell’Ambiente, della retorica sulla sicurezza energetica e delle rassicurazioni sulla diversificazione delle fonti. Il nostro Paese non solo ha aumentato l’import, ma lo ha fatto in modo strutturale, investendo in nuovi terminal e gasdotti che consolidano questa dipendenza.

La beffa è che tutto questo avviene mentre il prezzo del gas resta alto: +59% solo nell’ultimo anno sul mercato TTF olandese, da 30 a 48 euro/MWh. Con ricadute dirette sulle bollette. Eppure, l’Ue sembra voler intervenire proprio lì: sovvenzionando il gas importato per contenerne il costo. Come se gettare benzina sul fuoco potesse spegnerlo. Come se tornare a Nord Stream fosse una scelta di buon senso.

“Non sono le sfide tecniche a impedire i progressi – denuncia Pawel Czyżak di Ember – ma le decisioni miopi di alcuni Stati membri”. La leadership europea resta sospesa tra proclami e retromarce. Intanto l’Italia ha già scelto: la guerra può continuare, purché le forniture non si interrompano.

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La mediatrice immaginaria

“Meloni ponte”, “Meloni grande mediatrice”, “Meloni tra Trump e von der Leyen”. Ne abbiamo lette così tante, fin qui, sulla presidente del Consiglio come grimaldello fondamentale di una relazione tra Usa e Unione europea che alla fine qualcuno ci aveva creduto davvero. Del resto è stata proprio la presidente a prendere le parti del vicepresidente Usa J.D. Vance quando ha definito l’Europa «antidemocratica».

La credibilità internazionale del governo italiano e la capacità di mediazione dell’inquilina di Palazzo Chigi sono una favola che scorre a fiumi su giornali e televisioni. Fino a qualche settimana fa Meloni avrebbe dovuto essere colei che avrebbe smussato le intenzioni di Trump. «Lasciatela lavorare», dicevano i suoi fedelissimi, «e vedrete che i dazi Usa saranno solo una minaccia per alzare il livello delle trattative». No, non è andata proprio così.

Oggi alla Casa Bianca andrà in scena lo show. Trump comunicherà i dazi contro l’Unione europea. «È il liberation day», annuncia Trump, che promette comunque di essere «gentile». A von der Leyen e compagnia non resta che rispondere all’attacco commerciale americano infilandosi in una guerra che pagheranno le aziende e i cittadini. Non andrà bene, sicuro. Trump dichiara di sentirsi «derubato» dall’Europa, von der Leyen promette «vendetta».

E la nostra «grande mediatrice»? I retroscena dicono che sia lì a chiedere di «abbassare i toni». Meloni starebbe valutando almeno di ridurre i balzelli per l’Italia, come se fosse davvero possibile isolare il nostro Paese dalle conseguenze concatenate. Ancora una volta era tutto solo narrazione. Tanto a pagare il conto della messinscena sono sempre le aziende e i cittadini.

Buon mercoledì.

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Un anno dopo Satnam Singh, i caporali sono ancora lì

Un anno fa Satnam Singh è stato lasciato morire dissanguato, con un braccio amputato e abbandonato su una cassetta della frutta. Ieri è iniziato il processo per omicidio volontario. Ma fuori dal tribunale tutto è rimasto al suo posto. Lo sfruttamento ingrassa nei campi. I caporali non hanno perso il vizio. E lo Stato, ancora una volta, ha voltato lo sguardo.

La legge 199 contro il caporalato esiste dal 2016 ma resta inapplicata: le sezioni territoriali previste non sono mai state istituite, i controlli sono insufficienti, le condanne rare. La riforma della Bossi-Fini è promessa da vent’anni. Nel frattempo, le persone migranti continuano a lavorare senza diritti, sotto ricatto, nelle retrovie della legalità.

Nel 2023 le richieste per entrare regolarmente in Italia sono state sei volte superiori alle quote fissate dal governo. In provincia di Latina solo il 13% dei braccianti ha ottenuto un permesso. Gli altri finiscono nel nero. Nelle mani di chi può decidere se vivi o morti. Come Satnam.

Nel Nord, tra le vigne del Prosecco e le colline del Barolo, lo sfruttamento è lo stesso. Cambiano i marchi, non le condizioni. Il caporalato è diventato strutturale. Una componente del modello produttivo. Un patto scellerato tra profitto e omertà.

Dopo la morte di Satnam si è parlato di simbolo. Ma i simboli non bastano. La competizione sfrenata e il profitto a ogni costo hanno normalizzato l’illegalità. La morte è un effetto collaterale previsto.

Forse, chissà, il processo farà rumore, forse. Ma senza riforme vere, senza volontà politica, senza giustizia sociale, tra un anno saremo ancora qui. Con un altro nome. E un altro braccio mozzato.

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No Ponte a Messina, ricorso respinto con beffa per il comitato

C’è una cifra che oggi definisce i confini del diritto: 348.143 euro. È l’importo che il Tribunale delle imprese di Roma ha imposto a 104 cittadine e cittadini del Movimento No Ponte per aver tentato di far valere, nelle aule di giustizia, il diritto a un controllo di legalità sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Una somma spropositata, comminata non per un danno provocato, ma per aver promosso un ricorso giudiziario ritenuto inammissibile.

I ricorrenti chiedevano al tribunale un pronunciamento sulla correttezza delle procedure seguite per il riavvio dell’opera: in particolare, che venisse ordinata alla società Stretto di Messina S.p.A. la cessazione immediata di ogni attività lesiva di diritti collettivi giuridicamente protetti, tra cui il diritto all’ambiente e alla salute. Inoltre, si sollecitava una valutazione di legittimità costituzionale delle norme che hanno consentito la riattivazione del progetto.

La decisione è arrivata lo scorso 9 gennaio, con una sentenza che liquida 238.143 euro di spese legali in favore della società Stretto di Messina, a cui si aggiungono gli oneri di legge fino a raggiungere l’importo finale. La motivazione è assente. Il ricorso è stato giudicato inammissibile, ma la quantificazione delle spese, secondo i ricorrenti, è priva di giustificazione e in evidente squilibrio con la natura dell’azione promossa.

Un sistema che scoraggia il controllo democratico

La vicenda solleva una questione più ampia: il diritto di accesso alla giustizia come strumento di partecipazione democratica. In Italia, come ricordano Wwf e otto associazioni di consumatori, si osserva una tendenza giurisprudenziale che scoraggia, se non impedisce, l’utilizzo delle azioni collettive. Si contesta in particolare la disparità di trattamento nel calcolo delle spese: nei casi di rigetto si applica il principio del “disputatum” (cioè il valore della causa come discusso dai ricorrenti), mentre in caso di soccombenza si utilizza il “decisum” (il valore determinato dal giudice), con effetti potenzialmente dissuasivi.

Il procedimento civile promosso dal Movimento No Ponte si basava sull’azione inibitoria, uno strumento previsto dall’ordinamento italiano ed europeo per tutelare interessi diffusi, non dissimile da una class action. L’obiettivo era sottoporre a controllo giurisdizionale le fasi preliminari del progetto, in un contesto in cui tutti i passaggi decisionali – dal Comitato tecnico scientifico alla Commissione Via-Vas fino al Cipess – risultano presidiati da soggetti in larga parte nominati dalla stessa filiera istituzionale che promuove l’opera.

Nel frattempo, il parere della Commissione Via-Vas, arrivato dopo la presentazione del ricorso, ha evidenziato 62 prescrizioni e un giudizio negativo sull’impatto ambientale nelle Zone di protezione speciale dello Stretto. Ma la procedura prosegue. E la condanna alle spese rischia di diventare un segnale: ogni opposizione legittima può trasformarsi in un debito. E chi solleva dubbi su un’opera di questa portata si espone non solo al discredito pubblico, ma anche a un rischio patrimoniale che finisce per spostare l’asse del potere ben oltre la sfera politica.

Le conseguenze di un precedente pericoloso

La storia del Movimento No Ponte è lunga e attraversa decenni di mobilitazioni. Nel 2006, oltre 20 mila persone manifestarono a Messina contro la posa della prima pietra. Quella protesta contribuì allo stop del progetto. Oggi, davanti a una sentenza che colpisce il ricorso collettivo, torna d’attualità la questione dell’equilibrio tra potere e diritto. Perché se la possibilità di agire in giudizio dipende dalla disponibilità economica, anche la democrazia finisce per poggiare su fondamenta diseguali.

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Sepolti sotto la sabbia e sotto il silenzio

C’erano le ambulanze, c’erano le divise, c’erano i guanti. Tutto era lì, riconoscibile. Perfino le luci di emergenza hanno continuato a lampeggiare, come un ultimo segnale, come un disperato codice Morse che raccontava l’orrore: qui sotto ci sono soccorritori uccisi. Uccisi mentre correvano verso altri corpi. Uccisi perché facevano ciò che fa chi dovrebbe salvare. A Gaza, l’esercito israeliano ha colpito e sepolto. Letteralmente. I corpi di quindici operatori umanitari – della Mezzaluna Rossa, della Protezione civile, delle Nazioni Unite – sono stati recuperati da una fossa comune insieme ai loro veicoli. Non è un’esagerazione, è una testimonianza documentata dalle Nazioni Unite.

Erano operatori umanitari. Non combattenti. Non “scudi umani”. Non ambiguità semantiche. Eppure sono finiti sotto terra, sotto il peso di ambulanze schiacciate, e sotto un’altra sabbia, forse più pesante: quella del silenzio. Per giorni non è stato concesso l’accesso per recuperarli. E anche adesso che i loro nomi tornano a galla, non muovono le coscienze. Il diritto umanitario internazionale, dicono, è chiarissimo. Ma le bombe, si sa, fanno male anche alla grammatica.

Chi ha ancora il coraggio di usare la parola “errore”, oggi, è parte del problema. Chi ha lo stomaco di parlare di “difesa” è un agevolatore di assassini. Chi smussa i termini, chi arrotonda gli editoriali è complice del genocidio. Perché il crimine più grande, oltre all’assassinio, è la normalizzazione.

Buon martedì.

Foto dalla pagina Facebook della Croce rossa palestinese

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Fregato chi rispetta le regole, ritornano gli esodati

Dal 1° gennaio 2027 oltre 44 mila lavoratrici e lavoratori rischiano di ritrovarsi senza reddito, senza contributi e senza pensione. Avevano aderito a misure di uscita anticipata – isopensione, contratto di espansione, fondi di solidarietà – firmando accordi su date certe di accesso alla pensione. Ora la certezza sparisce. Il requisito per la pensione anticipata salirà a 43 anni e 1 mese di contributi (uno in meno per le donne), mentre la pensione di vecchiaia slitterà a 67 anni e 3 mesi. Tre mesi di vuoto. Tre mesi senza niente. Non per errore. Per scelta.

È il solito copione. Chi ha rispettato le regole viene fregato da chi quelle regole le riscrive all’ultimo minuto. L’adeguamento automatico alla speranza di vita diventa la scusa per tagliare ancora. Intanto il 53,5% delle pensioni è sotto i 750 euro. Tra le donne la percentuale sale al 64,1%. Oltre 4 milioni ricevono integrazioni al minimo. Il governo che prometteva il superamento della legge Fornero ha solo azzerato la flessibilità in uscita, tagliato la rivalutazione e peggiorato tutto.

Il ritorno degli esodati non è una sorpresa. È un promemoria. In Italia il patto tra Stato e lavoratori vale finché serve a fare cassa. Poi si spezza. E chi resta fuori viene archiviato come danno collaterale, come se il tempo speso a lavorare non contasse più.

Intanto si continua a vendere la favola della pensione sostenibile. Ma sostenibile per chi? Non certo per chi lavora. Non certo per chi sperava di avere almeno un diritto intatto al momento di uscire. A chi servono le regole, se non proteggono nessuno quando saltano? A chi serve un sistema, se funziona solo per chi lo governa

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Appropriazione indebita di fondi europei. Le Pen condannata, non potrà candidarsi per cinque anni

Marine Le Pen è colpevole. Non è uno slogan, non è un’opinione. È una sentenza del tribunale di Parigi, pronunciata con quella secchezza che solo la giustizia sa avere quando mette a nudo l’ipocrisia. La leader del Rassemblement National è stata condannata per appropriazione indebita di fondi pubblici: 2,9 milioni di euro sottratti al Parlamento europeo, serviti non per l’attività politica comunitaria ma per retribuire assistenti che lavoravano in Francia, al servizio del partito.

Per capirci: soldi europei usati per fare politica anti-europea. Il paradosso non è casuale, è metodo. Dal 2004 al 2017, Le Pen ha fatto dell’Europa il bersaglio privilegiato del suo populismo, intascando però le risorse che quell’istituzione metteva a disposizione. È la grammatica del sovranismo di plastica: gridare “ladri!” mentre si mettono le mani nel portafoglio dell’avversario. L’appropriazione indebita, d’altronde, è la forma più meschina del tradimento: quella che scava nel torace delle istituzioni mentre si agita una bandiera.

Un colpo alla candidatura presidenziale

Il processo ha coinvolto altri otto eurodeputati del Rn e dodici assistenti parlamentari, giudicati colpevoli di ricettazione. La procura aveva chiesto per Le Pen cinque anni di carcere, di cui tre con la condizionale, 300mila euro di multa e soprattutto l’ineleggibilità per cinque anni, con effetto immediato. Una pena che, se confermata nei dettagli, potrebbe tagliarla fuori dalla corsa presidenziale del 2027. Un colpo diretto a chi, secondo i sondaggi, era favorita per il primo turno.

In aula, Le Pen non ha reagito. Seduta in prima fila, vestita di blu, al fianco del suo ex compagno e vicepresidente del partito Louis Aliot, ha mantenuto la sua maschera di calma ostentata. “La paura non fa superare il pericolo”, aveva detto nei giorni precedenti alla stampa. Ma la sentenza è arrivata. E, più del carcere, fa paura il timbro dell’ineleggibilità: tocca l’orgoglio, la narrazione, la costruzione familiare della leadership. È la prima crepa seria nell’impalcatura che la voleva inevitabile, vincente, destinata.

Una sentenza che scardina il mito

Perché questa condanna non è solo giudiziaria: è politica, storica, identitaria. Marine Le Pen ha ereditato un partito fondato da un padre condannato per razzismo e negazionismo. Ha tentato la “dédiabolisation”, ha smussato gli angoli, ha tolto le fiamme dal simbolo. Ma il cuore del progetto è rimasto lo stesso: fare politica come affare personale. E ora quel passato torna a bussare alla porta con una sentenza che chiama le cose con il loro nome.

Sotto la scorza della candidata “normalizzata”, restava il metodo da clan. E questa volta non si tratta di tweet scomposti, di battute xenofobe o di nostalgie coloniali. Stavolta si parla di soldi. Di milioni. Di un sistema che ha aggirato le regole per finanziare una macchina di consenso. Che sia avvenuto proprio dentro le istituzioni che Le Pen dice di voler distruggere è la misura della sua coerenza.

Il contraccolpo politico è già iniziato. Jordan Bardella, il delfino designato, potrebbe prenderne il posto. Ma anche questa eventualità dice molto: l’alternanza dinastica come unico piano di successione, in un partito che si dichiara alternativo a tutte le caste. La condanna non scalfisce solo la credibilità politica, ma disegna in controluce la struttura reale di un’organizzazione che ha sempre fatto del moralismo aggressivo la sua arma retorica.

Marine Le Pen è stata sconfitta nei tribunali. Lo sarà anche nella narrazione? Dipende da quanto ci crediamo ancora al vizio di dire che “sono tutti uguali”, anche quando uno ruba e l’altro no. Dipende se siamo pronti a chiamare le cose con il loro nome, senza paura. E magari cominciare a dire ad alta voce che l’onestà non è di famiglia. Nemmeno quando porta il cognome Le Pen. Nemmeno se ha il 37% nei sondaggi. Nemmeno se si veste di blu.

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