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L’Italia non lo nomina, il Venezuela non lo libera

Da 140 giorni Alberto Trentini non ha più volto, più voce, più nome. È un italiano incensurato, prigioniero in Venezuela senza accuse, senza processo, senza diritti. Lo hanno preso all’aeroporto di Caracas mentre lavorava per una Ong premiata con il Nobel, e da allora nessuno sa nemmeno dove sia. Non una visita consolare, non una telefonata, nessuna comunicazione ufficiale. Solo silenzio.

Alberto non ha doppia cittadinanza, non ha scheletri da negoziare, non ha altro che la sua fedina penale pulita e il suo passaporto italiano. Ed è questo il punto: è italiano. Solo italiano. E lo è anche nel momento in cui il suo Paese lo dimentica. O meglio, lo seppellisce sotto le scartoffie diplomatiche. Due lettere della madre alla presidente del Consiglio, nessuna risposta. Neanche una parola in pubblico. È stato rapito da uno Stato, non da una banda. È merce di scambio per un governo che vuole legittimazione, mentre l’Italia tace. E se fosse il figlio di qualcun altro? Di un ministro, di un sottosegretario? Sarebbe ancora lì?

Non servono più digiuni a staffetta o petizioni da firmare con la speranza tra le dita. Serve un gesto politico. Serve che Giorgia Meloni pronunci il suo nome. Che dica: Alberto Trentini è un cittadino italiano e vogliamo riportarlo a casa. Serve adesso. Perché ogni giorno in più è una complicità. Perché salvare Alberto non è solo una prova di forza diplomatica, ma un dovere umano. Perché chi è partito per aiutare i più fragili non può essere abbandonato dai forti. E perché, se il governo non lo fa, allora non è l’Italia che difende i suoi. È l’Italia che li dimentica.

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Dipendente dell’ex Ilva deceduto, l’Italia condannata per l’indagine flop

G.L. lavorava nell’acciaieria Ilva di Taranto. Dal 1980 al 2004 ha respirato amianto, benzene, idrocarburi e diossine, secondo quanto accertato da un perito medico. Nel 2010 è morto per un tumore polmonare. Sua moglie e suo figlio hanno denunciato per omicidio colposo, chiedendo che si facesse luce sull’origine professionale della malattia. Quattordici anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia: l’indagine sulla sua morte non è stata efficace. Il diritto alla vita, garantito dall’articolo 2 della Convenzione, è stato violato.

La sentenza è un colpo assestato a un sistema che preferisce non guardare. Il tribunale italiano ha archiviato il caso senza nemmeno provare a ricostruire con precisione le mansioni di G.L., perché la società datrice di lavoro — Fintecna, ex Ilva — non ha collaborato, non ha fornito i documenti richiesti, non ha chiarito nemmeno se i lavoratori fossero stati dotati di dispositivi di protezione individuale. E così, nel dubbio, lo Stato si è voltato dall’altra parte.

L’alibi della complessità

L’autorità giudiziaria, scrive la Corte, avrebbe potuto ordinare ulteriori accertamenti per verificare l’eventuale legame causale tra l’esposizione alle sostanze tossiche e la malattia. Avrebbe potuto tentare di identificare i responsabili delle eventuali violazioni delle misure di sicurezza. Non lo ha fatto. Ha ritenuto impossibile stabilire il momento iniziale della catena causale. Ha considerato inutile raccogliere altre prove. Ha concluso che, essendo state più persone a dirigere G.L. durante gli anni di lavoro, non fosse possibile accertare chi avesse eventualmente colpa. Un ragionamento circolare: non si cerca la verità perché non si può sapere chi sia il colpevole, ma non si può sapere chi sia il colpevole perché non si è cercata la verità.

La Corte europea ha smontato questo meccanismo difensivo con una formula che pesa come una pietra: «i tribunali nazionali non hanno fatto sforzi sufficienti per stabilire i fatti». Il mancato approfondimento — osservano i giudici — non è stato giustificato da alcuna spiegazione scientifica, né da elementi concreti che rendessero impossibile risalire all’esposizione. L’archiviazione si è basata su una lacuna che avrebbe dovuto essere colmata, non accettata come inevitabile.

La giustizia che non disturba

Nel diritto alla vita, dice la Convenzione, è compreso anche il diritto dei familiari delle vittime ad avere una risposta. Non solo una verità giudiziaria, ma anche la garanzia che lo Stato abbia fatto tutto ciò che poteva per cercarla. Quando questo non accade, non è solo un processo che si chiude: è una porta che si chiude in faccia a chi ha perso un padre, un marito, un lavoratore.

Il caso Laterza e D’Errico è una sentenza, ma è anche una diagnosi. Racconta una giustizia che, davanti al lavoro che uccide, non indaga abbastanza. Una memoria che evapora negli archivi aziendali. Una responsabilità che si dissolve nella confusione burocratica. E soprattutto racconta uno Stato che — ancora una volta — ha scelto di non sapere.

Perché sapere avrebbe significato interrogare gli atti, scomodare i dirigenti, scontrarsi con l’opacità di una storia industriale che ha prodotto malattie, silenzi e archiviazioni. Avrebbe significato assumersi un peso politico e culturale: riconoscere che la sicurezza sul lavoro non è una variabile negoziabile, e che la salute dei lavoratori è una responsabilità collettiva. Invece si è scelto il comodo rifugio della complessità. Troppi anni. Troppi dirigenti. Troppi buchi nei fascicoli. Troppa fatica nel fare giustizia.

La Corte non chiede miracoli. Chiede tentativi onesti. Chiede che i tribunali non si arrendano prima di cominciare. E ricorda che quando uno Stato rinuncia a cercare la verità, rinuncia a una parte della sua dignità.

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‘A casa loro’ alla rassegna “Dialoghi in Piazza”

GARBAGNATE MILANESE – Si è chiusa con un bilancio positivo la 13ª edizione della rassegna “Dialoghi in Piazza”, organizzata dal Gruppo Culturale La Piazza. Tradizionalmente l’evento è un contenitore di conferenze e spettacoli dislocati in città che puntano in modo particolare al dibattito e alla riflessione su temi di richiamo. I temi dell’edizione 2025 sono stati “cammino della speranza, la pace e la giustizia”. Vari i momenti che hanno fatto riflettere profondamente il pubblico.

Primo appuntamento domenica 23 marzo nella basilica centrale: 200 persone hanno assistito al concerto dell’Orchestra Filarmonica Giovanile Europea, diretta dal maestro Marcello Pennuto con le voci bianche e i cori del Collegio dei Padri Oblati Missionari e del Nazzareno di Caronno Pertusella. Venerdì 27 marzo, il monologo di Giulio Cavalli dal titolo “A casa loro” ha toccato corde profondissime nella sala convegni di Corte Valenti. Cavalli, accompagnato da un sottofondo musicale, ha spiegato con dovizia di particolari agghiaccianti le vicende degli sbarchi dei migranti dalla Libia all’Italia dando lettura di diari e testimonianze degli uomini di colore che li ha assistiti: “C’è una scena lineare, ammassati come bestie gli uomini, per lo più giovani, e minorenni addestrati che volevano restare in nord Europa ma sono costretti a rimanere in accoglienza in un centro di detenzione. Per un tratto dei 700 morti trovati dentro la stiva di un barcone, l’Italia non ha risposto in sede civile alla politica europea”.

Momento toccante e decisivo è stato Salvatore Attanasio, padre di Luca, il noto ambasciatore italiano assassinato in Congo: ha ricordato con emozione gli ultimi dialoghi avuti con il figlio. La videoinchiesta ha raccontato i momenti culminanti di Luca Attanasio e della difficile inchiesta giudiziaria per scoprire il colpevole dell’omicidio. Duecento i visitatori.

Sabato 29 marzo la rassegna si è proseguita in Corte Valenti con la storia del prete salesiano don Luigi Melesi, raccontata da Valerio Ricciardelli: “Melesi e Carlo Maria Martini determinarono la fine della lotta armata degli anni ’70 – ha raccontato Ricciardelli – Dopo l’esperienza nel Collegio dei Salesiani di Arese, l’Ispettorato Salesiano ha dato mandato a Melesi in qualità di cappellano nel carcere di San Vittore. Nel 1978 i detenuti politici non ne volevano sapere di essere recuperati e non volevano parlare con i preti. Lui andò e ci riuscì. Se è miracolosissima l’intercessione di don Bosco per ottenere una grazia, allora questa storia di giustizia riparativa è andata a buon fine nel 1984”.

(daf)

Come bestiame da rotazione

Il tribunale parla chiaro: «Operai come mere appendici delle macchine». Facili da addestrare, da sostituire, da controllare. È il sistema usato, secondo la procura di Milano, da una filiera di cooperative e società filtro per appaltare lavoro a basso costo, aggirare tasse e contributi, e occultare le responsabilità dello sfruttamento.

Non è solo evasione, è progettazione industriale della disumanità. Le inchieste parlano di algoritmi che dirigono i turni, programmi gestiti direttamente dalle aziende committenti, come già visto con una grande piattaforma internazionale di e-commerce. Il committente non assume, ma comanda. Il lavoratore non lavora, ma si piega al ritmo imposto da un codice informatico.

Gli operai sono trattati come energia da consumare: turni massacranti, attrezzature scadenti, infortuni ignorati. Perché i margini si costruiscono sull’invisibilità e sulla stanchezza altrui.

Le società si difendono, ma intanto lo Stato sequestra 33 milioni e indaga i vertici. E di nuovo, come in decine di inchieste precedenti, si scopre che in Italia lo sfruttamento non è un’eccezione. È la regola ben oliata della logistica, della grande distribuzione, del mercato.

Chi lavora non è un essere umano: è una variabile, un costo da tagliare, un corpo da sostituire. Finché non si rompe. Finché non serve più. Poi si butta.

Non è il lavoro. È un addestramento alla docilità.

Buon venerdì.

 

Foto AS

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Radioterapia anti-tumori, solo 3 su 10 la ricevono

Sette persone malate di tumore su dieci dovrebbero ricevere radioterapia. Solo tre ci riescono. Il motivo non è una rivoluzione scientifica che ha superato il trattamento. Il motivo è che in Italia mancano i medici. Manca la volontà politica. Manca un’organizzazione decente.

Nel 2024, a fronte di 170 posti disponibili nelle scuole di specializzazione, si sono iscritti solo in 23. I radioterapisti in attività sono poco più di mille, distribuiti male. La materia è relegata a una manciata di ore nei corsi di medicina. I reparti oncologici li coinvolgono tardi, spesso per niente. Nel frattempo, in molti ospedali si celebrano con orgoglio le “eccellenze”, ma si ignorano i vuoti che possono essere letali.

Eppure la radioterapia, grazie alla sua precisione millimetrica e alla personalizzazione, ha permesso di curare quasi metà dei tumori guariti. È indicata quando la chirurgia è troppo rischiosa. È efficace contro metastasi selezionate. È un’arma pulita che l’Italia continua a lasciare scarica.

Ora sono arrivati gli Stati Generali. Riunioni, relazioni, buone intenzioni. Ma se anche questa volta non seguiranno investimenti concreti nella formazione e nella governance, resterà solo l’ennesimo convegno sulle occasioni perdute.

Nel frattempo, chi ha bisogno di cure aspetta. E l’attesa, in oncologia, non è mai neutra.

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Tra pratiche in ritardo e burocrazia, la riforma della Disabilità è un Calvario

La riforma sulla disabilità annunciata come svolta epocale si è rivelata, nei fatti, tutt’altro. Un paradosso amministrativo con un cuore crudele: promette inclusione, produce esclusione. Basta guardare i numeri, basta ascoltare chi vive questa riforma sulla propria pelle.

A Trieste, dove Basaglia una volta apriva le porte ai diritti, oggi le porte si richiudono. In una città che storicamente è stata modello di sanità territoriale, l’Inps riesce a lavorare solo 350 pratiche su oltre 5.000 richieste abituali. Il tempo medio per la conclusione di una pratica è di 113 giorni, contro i 30 previsti per i minori e i 15 per gli oncologici. È un tempo rubato a chi non ne ha, a chi ha un bisogno urgente, reale, documentato. È il tempo della burocrazia che si traveste da riforma.

La macchina burocratica che divora i diritti

A Firenze gli accessi mensili al patronato Cgil sono passati da 1.000 a 40. Il certificato medico introduttivo, che prima richiedeva 30 minuti, oggi ne richiede fino a 90. È diventato un onere aggiuntivo per medici già stremati dalla carenza di personale. A pagarne il costo – anche in senso letterale, visto che il prezzo del certificato è lasciato al libero mercato – sono le famiglie fragili, i malati, i minori con disabilità.

Il meccanismo è sempre lo stesso, provincia dopo provincia. A Frosinone il crollo delle domande è del 90%. Il segretario della Cgil Giuseppe Massafra parla di “paralisi”, di una riforma che stoppa i diritti prima ancora che vengano espressi. I medici non riescono a stare dietro al carico burocratico, le piattaforme informatiche sono inaffidabili, i costi aumentano. E nel silenzio, non vengono pubblicati nemmeno i dati ufficiali. Il risultato? Mille parole sull’inclusione e un deserto di fatti.

Una riforma senza gambe, né volontà

A Brescia, la riforma si è abbattuta come una diga sui diritti in piena. Le domande sono passate da 2.500 al mese a 400. Un collasso che coinvolge 2.100 persone fragili escluse dal sistema. La riforma è partita senza decreti attuativi, senza un piano per le assunzioni, senza un confronto vero. I patronati sono stati marginalizzati, i medici abbandonati, le Asl sostituite da tre soli centri Inps per tutta la provincia. È come costruire una scuola senza classi e poi lamentarsi che nessuno impara.

La ministra Locatelli promette “un nuovo sguardo” che valorizzi le persone. Ma la sensazione è che le persone non vengono nemmeno viste. Sono filtrate, ritardate, rimbalzate da un sistema che non ha le gambe per reggersi e ancor meno per camminare con chi ne ha più bisogno.

La riforma, così com’è, è una trappola: pretende digitalizzazione senza fornire strumenti, impone tempi senza fornire personale, invoca semplificazione mentre moltiplica gli ostacoli. Il risultato è un’Italia divisa tra chi riesce ad accedere ai diritti e chi no. Non per colpa, ma per residenza, per caso, per mancanza di un medico o di un clic funzionante. È la lotteria dell’invalidità, dove vincono solo i più fortunati. E perdere significa restare senza reddito, senza supporto, senza tutele. Significa vivere, o morire, con un diritto negato.

La domanda che resta è semplice: chi si prenderà la responsabilità di questo disastro? Chi ammetterà che l’urgenza non era un annuncio in conferenza stampa ma un piano serio, condiviso, umano? Chi dirà che sperimentare sulle persone fragili è un atto politico di violenza Si poteva ascoltare, si poteva correggere, si poteva fare meglio. Invece si è scelto di non farlo. Perché questa non è solo l’ennesima riforma maldestra. È un atto di selezione sociale mascherato da modernizzazione. È la dimostrazione che si può parlare di diritti senza volerli davvero garantire. E se questa è l’Italia che si prepara al 2026, allora conviene iniziare a usare le parole giuste: non riforma, ma fallimento. Non innovazione, ma esclusione. Non disabilità, ma disuguaglianza.

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Che dicono gli scendiletto del danno Usa

La cravatta rossa, il cappellino Maga in mano e un tabellone illeggibile. Trump ha annunciato i suoi dazi come fosse in campagna elettorale, nel giardino della Casa Bianca trasformato in palcoscenico per l’ennesimo show. Lo chiama “Liberation Day”, ma sa di resa dei conti: 20% all’Unione europea, 54% alla Cina, 46% al Vietnam. Nessuna strategia, solo rancore moltiplicato per arroganza.

Trump tratta il commercio internazionale come una guerra personale. Parla di “reciprocità”, ma ignora che il sistema è già basato su regole condivise. Ignora che chi pagherà non saranno gli alleati infedeli ma i cittadini americani: le famiglie, che vedranno i prezzi salire, e le industrie, che rischiano l’isolamento. Lo ricorda Leon Panetta: così si spara nei piedi. Fitch prevede una recessione. Moody’s stima 5,5 milioni di posti persi.

E l’Italia È tra i 60 “cattivi”. Per Trump siamo colpevoli di eccellenza. Colpire il nostro export è colpire il cuore dell’economia italiana. Mattarella parla di errore profondo, Meloni prova a mediare, Bruxelles abbozza. Ma intanto il danno è già in corso.

Trump non tratta, impone. Usa i dazi come manganello geopolitico, disegna un’America che somiglia più all’autarchia del Novecento che a una potenza del XXI secolo. L’Europa, se vuole contare, deve scegliere: o il silenzio o la dignità.

Oltre ad essere uno dei peggiori presidenti è anche il più incapace e dannoso. Meloni e Salvini, gli scendiletto del danno, che dicono? 

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Studenti spiati sui social, chi critica Bibi non entra negli Usa

Il nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha deciso che la libertà di parola ha un limite ben preciso: l’ingresso sul suolo americano. Con un cablogramma inviato il 25 marzo a tutte le sedi diplomatiche, ha ordinato ai funzionari consolari di passare al setaccio i social media delle persone che richiedono visti per studio o scambi culturali. Un controllo ideologico mascherato da “sicurezza nazionale”. Il bersaglio, neanche troppo nascosto, sono gli studenti che hanno espresso solidarietà per le persone palestinesi durante la guerra di Israele a Gaza.

La misura segue di poche settimane due ordini esecutivi firmati da Donald Trump per autorizzare l’espulsione di cittadini stranieri con presunti “atteggiamenti ostili” verso la cultura, il governo o i princìpi fondanti degli Stati Uniti. Tra loro, anche studenti e studentesse sospettati di antisemitismo, una definizione che nell’Amministrazione attuale include chiunque abbia criticato la guerra israeliana.

Il sospetto è la nuova colpa

Secondo il cablogramma, chiunque abbia avuto un visto F, M o J tra ottobre 2023 e agosto 2024 e abbia pubblicato contenuti critici verso gli Usa o Israele può essere segnalato all’unità antifrode per controlli aggiuntivi. Le ambasciate devono cercare “attitudini ostili” verso cittadini, istituzioni o princìpi americani. L’ambiguità della formula è voluta: consente di respingere una richiesta di visto sulla base di una dichiarazione, un like, una frase fuori contesto. L’obiettivo è dissuadere chiunque critichi pubblicamente l’operato statunitense.

Rubio lo ha detto chiaramente in un’intervista a CBS News: “Non vogliamo persone che minano la nostra sicurezza. Specialmente se sono ospiti”. Il criterio è semplice: se avessimo saputo cosa pensavano prima, non li avremmo fatti entrare. Il messaggio agli studenti stranieri è: autocensura o addio all’America.

Non è solo teoria. Dall’insediamento a gennaio, Rubio ha revocato almeno 300 visti, molti a studenti e studentesse. Tra i casi più noti, Rumeysa Ozturk, turca, fermata per strada a Somerville da agenti mascherati: aveva scritto un articolo per il giornale universitario in cui chiedeva il disinvestimento da Israele. O Mahmoud Khalil, siriano, residente permanente, e Yunseo Chung, sudcoreana, a cui è stata tolta la green card. Avevano partecipato a proteste a Columbia University.

Anche Oscar Arias, ex presidente del Costa Rica e premio Nobel per la pace, si è visto revocare il visto per aver paragonato Trump a un imperatore romano. Il messaggio è chiaro: chiunque può essere colpito.

L’intelligenza artificiale come censore globale

Nel 2019, sotto l’amministrazione Trump, il Dipartimento di Stato aveva introdotto l’obbligo di dichiarare gli account social nei moduli di richiesta visto. Ora si passa allo screening sistematico, con l’uso di intelligenza artificiale. Una macchina che macina opinioni e sputtana vite. Gli algoritmi, progettati per valutare la “compatibilità culturale”, sono in realtà un filtro ideologico permanente.

Rubio ha detto che “a un certo punto finiranno, perché li avremo espulsi tutti”. Li chiama “lunatici che stanno rovinando tutto”. E ha aggiunto: “Spero che ogni paese faccia lo stesso”. È un appello globale all’uniformità repressiva. La libertà di pensiero è considerata una minaccia. Le proteste sono “disordini”. Le opinioni divergenti, “atti ostili”.

Un tempo, negli Stati Uniti, si accoglievano studenti e studiosi proprio per difendere la libertà d’espressione. Ora si vieta l’accesso a chi la esercita. È il ribaltamento perfetto: il Paese che si dice faro della democrazia mondiale sta costruendo una lista nera digitale in nome dell’ordine. Chi dissente non è più benvenuto. Chi parla troppo, non parla più. E chi osserva in silenzio, dovrebbe iniziare a preoccuparsi.

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Celle container per detenuti, così la giustizia è punizione

Nel Paese in cui si costruiscono carceri come si montano baracche da cantiere, il governo Meloni presenta l’ennesima trovata: 16 blocchi prefabbricati in cemento armato, 384 posti letto, 32 milioni di euro spesi senza sfiorare l’idea di dignità. Celle da 30 mq per quattro persone, con un bagno di 3 mq incluso. Non si tratta di un errore di progetto, ma di una visione punitiva che si finge riformatrice. A Opera e Voghera i sopralluoghi sono già partiti. Le strutture saranno pronte entro fine anno, recintate con cancellate alte cinque metri, prive di impianti antincendio e con spazi comuni da 30 mq per 24 detenuti. Si risparmia su tutto, tranne che sull’umiliazione.

Il sottosegretario Delmastro si difende con il solito mantra: è tutto regolare. Come se fosse normale comprimere corpi e diritti sotto una colata di cemento. Mentre il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria resta ostaggio delle pressioni di partito, la risposta all’emergenza carceri è una scorciatoia indegna: più gabbie, meno giustizia. I moduli saranno 1.500 in totale, almeno nelle intenzioni, anche se la relazione tecnica non ne fa menzione. Ogni blocco sarà fatto di 12 moduli smontabili, tutti identici, in calcestruzzo: una geometria della reclusione progettata per annientare l’eccezione umana. Ma liberare spazio non vuol dire liberare persone. Vuol dire continuare a trattarle come cose. Le celle-container non risolvono il sovraffollamento: lo organizzano. E nel farlo mostrano l’unica certezza di questo governo sulla giustizia: la punizione, purché sia rapida, economica e disumana.

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L’Italia traina il consumo di gas russo, siamo di nuovo il primo importatore

Nel 2024 l’Unione europea ha aumentato del 18% le importazioni di gas dalla Russia. Avrebbe dovuto essere l’anno dell’affrancamento. Invece è stato quello del ritorno. E in testa al trenino degli acquisti c’è l’Italia, con 4 miliardi di metri cubi in più rispetto all’anno precedente. A voler essere spietati con i numeri: importiamo più gas russo di prima, lo facciamo pagandolo di più, e spendiamo più per finanziare la guerra di Putin di quanto investiamo per aiutare l’Ucraina a difendersi.

Mentre Bruxelles promette indipendenza energetica e annuncia il phase-out del gas russo entro il 2027, il report del think tank Ember ci mette davanti allo specchio. I 45 miliardi di metri cubi arrivati in Europa nel 2024 (contro i 38 dell’anno precedente) raccontano un’ipocrisia perfettamente oliata. E se l’obiettivo di RePowerEu era quello di azzerare la dipendenza da Mosca, la realtà è che la Russia resta ancora oggi responsabile del 14% del consumo europeo. Nonostante due anni di invasioni, massacri, sanzioni e dichiarazioni solenni.

Gas sporco, rotte pulite

Il paradosso è che tutto questo non avviene in segreto. Si conoscono le rotte, i porti, le navi. Si sa che il gas naturale liquefatto russo entra in Europa anche attraverso pratiche di “whitewashing”, rietichettato come “gas europeo” dopo scali nei terminal di Belgio, Francia o Spagna. Si sa che esistono navi “fantasma” che cancellano le rotte per aggirare le sanzioni. Si sa che anche chi, come la Germania, ha vietato l’import diretto continua a consumare gas russo attraverso triangolazioni. È la guerra dei giusti, ma non deve costare troppo. Neanche in bolletta.

In effetti, nonostante le dichiarazioni sulla transizione energetica, l’Ue continua a costruire nuove infrastrutture per importare gas. Solo tra GNL e gasdotti, la capacità di approvvigionamento europea aumenterà del 30% entro il 2030. La domanda, nel frattempo, crescerà appena del 4%. Un eccesso di offerta che rischia di costare ai contribuenti europei miliardi di euro in impianti sottoutilizzati. È il trionfo della logica industriale sulla logica climatica. E anche su quella geopolitica.

Paghiamo più bombe che barelle

Nel 2024 i Paesi Ue hanno speso 21,9 miliardi di euro per comprare combustibili fossili dalla Russia. Nello stesso anno, gli aiuti stanziati per l’Ucraina ammontavano a 18,7 miliardi. Paghiamo più bombe che barelle. Poi applaudiamo Zelensky nei consessi internazionali e ci stringiamo intorno al valore della libertà. Ma il rubinetto non lo chiude nessuno. Anzi, si spalanca.

A trainare questa corsa al gas russo non sono solo Paesi storicamente dipendenti da Mosca. C’è l’Italia, in prima fila. Con buona pace delle promesse del ministro dell’Ambiente, della retorica sulla sicurezza energetica e delle rassicurazioni sulla diversificazione delle fonti. Il nostro Paese non solo ha aumentato l’import, ma lo ha fatto in modo strutturale, investendo in nuovi terminal e gasdotti che consolidano questa dipendenza.

La beffa è che tutto questo avviene mentre il prezzo del gas resta alto: +59% solo nell’ultimo anno sul mercato TTF olandese, da 30 a 48 euro/MWh. Con ricadute dirette sulle bollette. Eppure, l’Ue sembra voler intervenire proprio lì: sovvenzionando il gas importato per contenerne il costo. Come se gettare benzina sul fuoco potesse spegnerlo. Come se tornare a Nord Stream fosse una scelta di buon senso.

“Non sono le sfide tecniche a impedire i progressi – denuncia Pawel Czyżak di Ember – ma le decisioni miopi di alcuni Stati membri”. La leadership europea resta sospesa tra proclami e retromarce. Intanto l’Italia ha già scelto: la guerra può continuare, purché le forniture non si interrompano.

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