Vai al contenuto

L’intima gioia del potere

Novanta morti per suicidio nel 2024. Venti nei primi tre mesi del 2025. Le celle scoppiano, i cellulari entrano più facilmente dei medici. Mancano ottomila agenti. E il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è senza guida da tre mesi. Non per caso, ma per scelta.

Il governo Meloni ha deciso che le carceri possono attendere. O meglio: possono restare proprietà privata di un sottosegretario, Andrea Delmastro, che da mesi si comporta come capo non nominato, premiando agenti in diretta Rai e scegliendo i suoi fedelissimi. Il nome c’è: Lina Di Domenico, ma il Quirinale – cui spetta la nomina – si è ritrovato spettatore di un teatrino che scavalca la Costituzione. E tace.

Nel frattempo, chi è in carcere comunica con l’esterno come se fosse fuori. Gratteri denuncia, i sindacati implorano, i medici mancano, i morti si contano. Ma Delmastro resta. Perché le carceri, dice, sono “roba sua”. E se la gioca come una scalata di partito, con “intima gioia”.

Ci hanno spiegato che la sicurezza è una priorità. Ma il carcere, che dovrebbe essere specchio della civiltà, resta campo di battaglia ideologica. Con i corpi dei reclusi a fare da sfondo.

Buon lunedì.

 

Foto AS

L’articolo proviene da Left.it qui

Soldi pubblici in nome della difesa, l’opacità della spesa militare dell’Ue – Lettera43

Un’indagine impietosa smaschera la scarsa trasparenza sull’impiego delle risorse comuni per finanziare il settore bellico. Dove grandi aziende come Airbus, Leonardo e Thales scrivono le regole del gioco di cui saranno poi beneficiarie. Tra controlli etici inesistenti, autovalutazioni e nessun meccanismo credibile di rendicontazione. Per non parlare dell’uso disinvolto dell’IA. Tutti gli aspetti più oscuri.

Soldi pubblici in nome della difesa, l’opacità della spesa militare dell’Unione europea

Ora che Bruxelles alza il tiro sull’autonomia strategica, con la corsa al riarmo che si maschera da sicurezza comune, vale la pena chiedersi come siano stati spesi finora i soldi pubblici in nome della difesa. La risposta, se si ha il coraggio di guardare, è scritta nera su bianco in un documento pubblicato nel dicembre 2024 dal Centre Delàs d’Estudis per la Pau. Si intitola “The European Defence Fund: The Opaque Use of Public Funds”, porta la firma di Pere Brunet ed è il Report n. 70 del centro di ricerca catalano. Un’indagine accurata e impietosa sull’impiego delle risorse comuni dell’Unione europea per finanziare il settore bellico. Una macchina che funziona secondo logiche opache, con scarsi controlli e molte porte girevoli.

Budget iniziale da 1,1 miliardi nel 2021

Il Fondo europeo per la difesa (Edf), avviato nel 2021 con un budget iniziale di 1,1 miliardi di euro, è il prodotto diretto del lavoro delle lobby dell’industria militare. Già nel 2015 la Commissione europea affidò l’elaborazione delle linee guida del fondo a un “Gruppo di personalità” in cui sei membri su 16 rappresentavano grandi aziende armate. Nomi noti: Airbus, Leonardo, Thales, Saab, MBDA. Le stesse aziende che, anni dopo, si sono ritrovate ai primi posti tra i beneficiari. Le regole del gioco scritte dagli stessi giocatori.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Leonardo, una delle aziende coinvolte nel Fondo europeo per la difesa (foto Getty).

A cinque aziende il 30 per cento delle risorse

Nel primo bando pubblicato nel 2021, su 142 progetti presentati ne sono stati finanziati 60. Le cinque aziende principali – Leonardo, Thales, Airbus, Saab e Indra – hanno ricevuto oltre il 30 per cento delle risorse. Sei progetti in particolare (Epc, Famous2, Epiic, Counteract, Eicacs, Euro-HAPS) hanno ottenuto complessivamente 396,7 milioni di euro: un terzo del totale. Ma se i numeri sono pubblici, il resto è opaco. Obiettivi vaghi, documentazione scarsa, controlli etici inesistenti. E le domande sollevate da organizzazioni come Enaat (European Network Against Arms Trade) hanno spesso ricevuto risposte parziali, o addirittura rifiuti formali, da parte della Commissione.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Saab, produttori di armi (foto Getty).

Accesso alle linee guida etiche negato in prima battuta

La giustificazione più frequente? «La divulgazione dei documenti comprometterebbe il processo decisionale interno». Perfino l’accesso alle linee guida etiche – che dovrebbero garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario – è stato negato in prima battuta. Quando, dopo una lunga battaglia legale, le organizzazioni hanno ottenuto la pubblicazione di parte dei documenti richiesti, si sono ritrovate di fronte a elenchi generici di trattati e riferimenti, privi di requisiti operativi minimi. Un simulacro di trasparenza.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (foto Getty).

Un fondo che si autogiustifica, si autofinanzia e si autoassolve

Il problema è strutturale. L’intero sistema di valutazione etica dell’Edf si basa sull’autovalutazione da parte dei richiedenti: un modulo da compilare, una casella da barrare. Nessun controllo esterno obbligatorio. Nessun obbligo di coinvolgere esperti indipendenti. Nessun meccanismo credibile di rendicontazione. E nonostante ciò, nessun progetto è mai stato respinto per motivi etici. Nessuna azienda esclusa per precedenti controversi. È il paradosso di un fondo pubblico che si autogiustifica, si autofinanzia e si autoassolve.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Il budget iniziale del progetto era di 1,1 miliardi di euro (foto Getty).

I rischi dell’Intelligenza artificiale sulla vita dei civili

I rischi tecnologici non mancano. Quattro dei sei progetti principali – Epc, Famous2, Epiic, Eicacs – prevedono l’uso di intelligenza artificiale in ambiti sensibili come la navigazione autonoma, la gestione delle minacce e il coordinamento uomo-macchina. Ma in nessun caso è dato sapere se i sistemi progettati avranno la capacità di agire in modo autonomo, né se sarà garantita una supervisione umana significativa. In un contesto bellico, questo significa una cosa sola: rischio concreto di violazioni del diritto internazionale, senza alcuna accountability. Le attuali linee guida dell’Unione sull’IA “affidabile” si rivelano insufficienti, soprattutto quando a essere in gioco è la vita di civili.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Velivoli di guerra costruiti da Thales (foto Getty).

Ci mancava pure il greenwashing armato

La trasparenza manca anche sul piano tecnico. Le informazioni divulgate sono generiche, talvolta irrilevanti. Il progetto Hydef, per esempio, prevede un sistema di intercettazione ipersonico operativo dal 2035, senza specificare quali minacce dovrebbe neutralizzare né con quali garanzie. Altri progetti promettono veicoli “green” o droni “ecologici”, come nel caso di Famous2. Un greenwashing armato, in un settore – quello militare – che non è tenuto a dichiarare le proprie emissioni e che contribuisce in modo significativo alla crisi climatica.

L’export di armi verso regimi autoritari

Infine, la questione dell’export. Uno degli obiettivi espliciti dell’Edf è aumentare le esportazioni verso Paesi extra-Ue. Molti dei beneficiari dei finanziamenti europei forniscono armi a regimi autoritari, Paesi in guerra o governi con documentate violazioni dei diritti umani. Un flusso di armi che alimenta instabilità, repressione e povertà. E che, per l’Europa, rappresenta un ritorno economico garantito. Ma la posta in gioco è più profonda. I progetti dell’EDF sono pensati per diventare beni acquistabili dagli Stati membri. Non si tratta solo di finanziare ricerca: si tratta di finanziare produzioni che i governi saranno poi chiamati a comprare, spesso senza alternative, spesso senza dibattito. È così che la spesa pubblica di oggi vincola quella di domani. Ma prima ancora impone una domanda che viene continuamente elusa, oscurata, negata. Vale la pena, ora che l’Europa corre ad armarsi, chiedersi come siano stati spesi finora i soldi pubblici in nome della difesa. E se la risposta non sia già di per sé un campanello d’allarme.

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/soldi-pubblici-difesa-spesa-militare-unione-europea/

L’opposizione liquida di Calenda

Carlo Calenda un anno fa presentava mozioni di sfiducia “per dare un segnale politico”. Oggi le definisce “una cretinata”. Ieri servivano a denunciare “lo sconcio di un vicepresidente del Consiglio alleato con un dittatore sanguinario”. Oggi “non si costruisce un’alternativa” con una mozione al mese.
Il punto, però, non è l’incoerenza – che è ormai una valuta debole dell’opposizione italiana – ma l’ossessione performativa di chi si mette a fare i conti del possibile, rinunciando al necessario. Calenda si dichiara stanco delle mozioni inutili, ma non si accorge che l’inutilità più grave è proprio questa: dichiarare a ogni curva che tutto è sbagliato ma evitare accuratamente di restare dove si prende posizione.
Come racconta Pagella Politica (27 marzo 2025), Azione ha chiesto la sfiducia per Salvini nel 2024, accusandolo di non aver mai disdetto l’accordo con il partito di Putin. Ma ha evitato di chiederla per Nordio, colpevole del rimpatrio del criminale libico Almasri, perché “il mondo viene giù” e servirebbe “serietà”. Nel mezzo c’è l’arte di governare la narrazione anziché i contenuti, di scegliere i bersagli solo quando non compromettono gli equilibri, di mostrarsi rigorosi quando non costa nulla.
E così il garantismo selettivo diventa una coperta troppo corta: o si scoprono le spalle o si mostrano le gambe.
Forse la verità è che a furia di cercare l’alternativa, si finisce per diventare l’alibi. E quando tutto brucia, anche l’acqua fresca di una mozione può servire. Purché sia acqua, non cerone. Purché non serva a specchiarsi, ma a spegnere. Anche solo per dire che almeno qualcuno ha provato a buttarcela.

L’articolo L’opposizione liquida di Calenda sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’Albania non è bastata, ora serve un decreto per dire che va tutto bene

Non serviva la firma del Consiglio dei ministri per certificare il fallimento del Protocollo Albania messo in piedi e strenuamente sostenuto dal governo Meloni. Bastava guardare i centri vuoti di Shengjin e Gjader. Bastava ascoltare i giudici che ne hanno bloccato l’impiego. Bastava sommare i circa 800 milioni di euro già spesi per costruire l’ennesima propaganda. E invece è arrivato un decreto.

Un testo scarno, due articoletti, per trasformare quegli hub in Centri per i rimpatri (Cpr). Un modo elegante per dire che l’idea originaria – accogliere in Albania i richiedenti asilo salvati dalle navi italiane – è naufragata. Allora si cambia la destinazione d’uso: nei centri albanesi finiranno ora le persone a cui è stato negato l’asilo, in attesa del rimpatrio. Sempre che il Paese d’origine li voglia davvero indietro. Il governo lo chiama “adattamento funzionale”. In realtà è un disperato tentativo di salvare la faccia prima della sentenza della Corte di giustizia europea, che potrebbe rendere il tutto ancora più imbarazzante.

E così, mentre si promettono “zero costi aggiuntivi”, si tace che ogni migrante trasferito in Albania dovrà poi tornare in Italia per essere rimpatriato. Ad occhio, sembra un raddoppio dei costi travestito da efficienza. Nel frattempo il ministro Piantedosi assicura che non c’è nulla di snaturato. Ma anche questa è un’ammissione implicita: per il governo, i centri per l’accoglienza e quelli per il rimpatrio sono ormai intercambiabili. Basta rinchiudere qualcuno da qualche parte per dire che il piano funziona. Intanto l’opposizione grida allo spreco e alla propaganda.

Ma la premier Giorgia Meloni tira dritto. Come se bastasse cambiare un nome per cancellare un fallimento. Come se bastasse un decreto per convincere gli italiani che 800 milioni sono stati spesi bene. E come se bastasse spostare la vergogna altrove per non doverla più guardare in faccia. Anche il flop, in fondo, può essere trasformato in messinscena. Basta farlo sembrare una scelta.

L’articolo L’Albania non è bastata, ora serve un decreto per dire che va tutto bene sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Prima Milano Ovest sullo spettacolo ‘A casa loro’

Sala piena giovedì 27 marzo nella Corte Valenti di Garbagnate Milanese per il monologo di Giulio Cavalli dal titolo “A casa loro”.

Una serata per parlare di giustizia sociale

Il tema della “Pace e giustizia” scelto per l’edizione 2025 di “Dialoghi in Piazza” ha spiegato tutti i suoi effetti con vigore e con impatto scenico grazie al talento di Giulio Cavalli, attore, giornalista e drammaturgo che ha messo in scena una performance che è stata un incrocio tra recitazione, racconto e commento politico.

Pubblico impressionato dai racconti

Giulio Cavalli ha spiegato tutto quello che succede prima, durante e dopo gli sbarchi dei migranti dalla Libia alle coste Italiane, ha letto diari e testimonianze dei ragazzi di colore e chi li assiste. Ha estrapolato verbali redatti da testimonianze di chi ha soccorso in mare i migranti. “Sapete come sono le celle per i detenuti in Libia? Senza finestra, ammassati tutti come bestie per ore”. Il pubblico di Corte Valenti è rimasto impressionato anche dalla narrazione di quello che è accaduto al campo di Zuara: “Uomini picchiati con il telefono acceso perché la loro famiglia sentisse bene il rumore delle percosse, donne violentate che non vogliono più vivere per la vergogna. Adolescenti che vogliono andare in nord Europa ma sono costretti a rimanere detenuti a Roma in un centro di accoglienza. Molti di loro hanno finto di essere maggiorenni per arrivare in nord Europa”. Sono anche state raccontate le vicende legate ai 700 morti trovati nella stiva di un barcone. “I nostri figli ci chiederanno perché accadevano queste cose come oggi noi ci chiediamo come è stata possibile la persecuzione degli ebrei negli anni ’40 del 900.

https://primamilanoovest.it/attualita/secondo-appuntamento-di-dialoghi-in-piazza-con-giulio-cavalli

“State calmi, ragazzi”: la politica estera secondo Meloni nell’intervista della premier al Financial Times

C’è chi media tra due parti in conflitto per costruire ponti. E c’è chi gioca a fare l’equilibrista per non scontentare nessuno, ma finisce per scontentare tutti. Giorgia Meloni, in un’intervista al Financial Times ha messo in scena l’ennesimo numero da mimo diplomatico, vendendo incertezza come prudenza, ambiguità come strategia, e subalternità come mediazione.

“Costruttrice di ponti” o portavoce trumpiana

L’Italia, dice, non dovrà scegliere tra Europa e Stati Uniti perché sarebbe “infantile”. Ma la verità è che l’asse di riferimento lo ha già scelto da tempo, e non è Bruxelles. È Washington, o meglio: è la Washington trumpiana, quella che disprezza la Nato, impone dazi all’Europa, tratta Kiev come un fastidio e considera l’Unione europea un ostacolo da aggirare. Meloni si dice “più vicina a Trump che ad altri”, e intanto evita di criticare anche solo timidamente un vicepresidente americano – JD Vance – che ha accusato l’Europa di aver abbandonato la democrazia. “Sono d’accordo” è la risposta. Non una parola sulle derive autoritarie americane, non una difesa della casa comune europea. Solo la solita, comoda invettiva contro una “classe dirigente europea” che “impone ideologia”. 

Meloni respinge l’idea di uno schieramento perché vuole essere “una costruttrice di ponti”. Ma i ponti richiedono solidità da entrambi i lati. Lei, invece, accetta da Trump l’umiliazione dei dazi sull’acciaio e sull’automotive come se fossero un normale aggiustamento commerciale. Alla Commissione europea, che prepara contromisure, risponde con un paternalistico “State calmi, ragazzi”. Come se fosse un litigio tra ragazzini che fanno chiasso in cortile e non una scure sulle aziende europee e quindi anche italiane. 

Anche sulla guerra in Ucraina il funambolismo diventa scollegamento dalla realtà. Mentre Macron e Starmer propongono una forza europea di rassicurazione, Meloni teme che possa “sembrare una minaccia” alla Russia. Così propone di estendere l’articolo 5 della Nato all’Ucraina, ma senza farla entrare nella Nato. Una formula magica, inutile e incoerente, che nessuno prende sul serio. Eppure è la stessa premier che continua a dichiararsi sostenitrice di Kiev, mentre si ritira dai tavoli dove si prendono le decisioni più serie.

Anche quando si parla di difesa e spese militari, Meloni oscilla. Promette di raggiungere il 2% del Pil richiesto dalla Nato, ma poi si dice “preoccupata” per l’impatto sui conti pubblici. Lancia allarmi sulle minacce a 360 gradi, ma riduce il problema della sicurezza a un esercizio retorico sulle “minacce dal Sud”. E quando si tratta di spiegare come mai l’Italia è fanalino di coda nella spesa dei fondi del Pnrr, risponde con lo slogan: “Non sto qui a scaldare la sedia”. Nessuno lo pensava, ma il problema è che non è nemmeno chiaro dove voglia portarla, quella sedia.

Una politica estera sospesa nel vuoto

Alla fine, l’intervista al Financial Times è un compendio di tutte le incertezze e ambiguità di un governo che pretende di guidare l’Europa ma non ha il coraggio di affrontarne le sfide. È un’esibizione di prudenza che somiglia sempre più a passività. Meloni cerca di raccontarsi come la leader capace di tenere insieme Trump e Bruxelles, ma quello che emerge è solo una figura che teme troppo il primo per difendere la seconda.

Nell’interregno tra una crisi e l’altra, tra un’intervista rassicurante e una foto con Milei, il progetto di una politica estera italiana autonoma evapora. E l’equilibrista resta lì, sospesa nel vuoto, senza rete e senza direzione. Anzi, peggio: è la stessa che si lamenta di una mancanza di politica estera europea. Un capolavoro. 

L’articolo “State calmi, ragazzi”: la politica estera secondo Meloni nell’intervista della premier al Financial Times sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il Pnrr è in ritardo. Ma per loro il problema è ammetterlo

Siamo in ritardo. Non è un’opinione, è nei numeri. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è in affanno, la spesa procede più lenta del previsto, e le scadenze si avvicinano come lame. Il ministro Giorgetti vorrebbe guadagnare tempo chiedendo all’Europa una proroga al 2027. Ma da Bruxelles la risposta è secca: il termine resta il 2026. E per cambiarlo servirebbe l’unanimità dei 27 Paesi Ue. Tradotto: è quasi impossibile.

Nel frattempo a Roma si litiga. Meloni non vuole sentir parlare di rinvio: teme che ammettere i ritardi significhi smentire tutta la retorica del “governo del fare”. Meglio far finta che tutto proceda, mentre Ministeri e Comuni navigano a vista. Anche i dati non coincidono: la Ragioneria certifica una spesa lenta, il governo rilancia cifre più ottimistiche. Ma il problema non è nella contabilità: è nella sostanza.

Abbiamo incassato più soldi di tutti e ora rischiamo di essere quelli che non riescono a spenderli. Bruxelles non ha tempo per le sceneggiate italiane: vuole cantieri, non scuse. La retorica non costruisce asili, né ponti. E mentre ci accapigliamo sul racconto, perdiamo l’unica occasione che avevamo.

Buon venerdì.

In apertura una foto dalla cabina di regia sul Pnrr del 27 marzo 2025

L’articolo proviene da Left.it qui

Il termostato dell’alternanza, si è fermato pure quello

Secondo il modello termostatico di Wlezien e Soroka, raccontato da Lorenzo Ruffino, l’opinione pubblica funziona come un regolatore automatico: ogni spinta eccessiva da parte del governo genera una reazione in senso opposto. Se un esecutivo accelera troppo su welfare, ambiente o immigrazione, l’elettorato tende a raffreddare il sistema votando l’opposizione. Se invece la politica è troppo fredda o prudente, cerca di scaldarla. Il ciclo si autoregola: il potere agisce, l’elettorato percepisce, valuta, corregge.

Funziona, ma solo in un contesto dove il termostato è accessibile e l’impianto reagisce davvero. Negli Stati Uniti, dove si vota spesso e l’alternanza è fisiologica, la teoria regge. In Italia, no. Il termostato è scollegato. Si gira la manopola, ma la temperatura non cambia. Il voto diventa sfogo, non correzione. La democrazia resta formalmente accesa, ma la stanza è fuori controllo. E intanto i governi si succedono senza mai pagare davvero il conto delle loro scelte.

Ruffino osserva che a reagire sono solo i moderati. Ma sono pochi e isolati. Il resto dell’elettorato è inchiodato: polarizzato, disilluso o semplicemente stanco. La stanza brucia, ma ci si litiga sulle finestre. Intanto chi è ai margini sopporta in silenzio. E chi dovrebbe ascoltare, preferisce misurare l’umore con sondaggi usa e getta.

Il punto non è se il termostato funziona. È: chi può ancora usarlo? Chi ha voce, strumenti, attenzione? Chi è fuori dalla stanza, più che regolare il clima, si abitua. O si spegne. E la politica, intanto, continua a occuparsi della percezione. Il rischio non è solo il caldo o il freddo. È che nessuno si alzi più per cambiare l’aria.

L’articolo Il termostato dell’alternanza, si è fermato pure quello sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Volenterosi ma anche tanto confusi

In mancanza di una qualsiasi possibilità di trovare un accordo a Bruxelles, ieri a Parigi abbiamo avuto un antipasto dell’immane fatica di fare la guerra chiamandola pace. I cosiddetti volenterosi si sono ritrovati alla corte di Macron per mostrare che l’Europa è unita nell’indossare l’elmetto.

“L’Europa si mobilita come non si vedeva da decenni”, ha detto fiero Keir Starmer, leader britannico di un Paese che è uscito dall’Unione europea. Macron, invece, ha annunciato l’invio di soldati in Ucraina quando sarà finita la guerra. Si pensa a una “coalition of the willing” che ricalca la definizione di George W. Bush nel 2003, quando in nome di “armi di distruzione di massa” mai ritrovate si partì per l’Iraq di Saddam Hussein. Non è un precedente di cui andare fieri.

Peccato che l’idea non piaccia affatto all’Italia di Giorgia Meloni, che per l’ennesima volta ha negato la sua disponibilità. Quindi nemmeno i volenterosi sono d’accordo.

Nel frattempo Macron s’è affrettato a dichiarare Trump un “alleato affidabile”, ritenendo Putin non interessato alla pace. Ma Trump ha dichiarato inaffidabile, addirittura ostile, l’Ue e sta costruendo una pace apparente proprio sulle rassicurazioni di Putin.

Il giudizio più sensato è forse quello del presidente ucraino Zelensky: “A Parigi molte domande e poche risposte”. E questi sono i volenterosi: immaginate come andrà a finire quando ci saranno anche gli indolenti.

L’articolo Volenterosi ma anche tanto confusi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’Unione europea abbraccia Vučić. Alla faccia della democrazia

Nel cuore dell’Europa che predica diritti e principi, c’è posto anche per Aleksandar Vučić. Un presidente autoritario, al potere da dodici anni, che reprime le proteste studentesche e ammicca a Mosca e Pechino, trova ancora una sedia calda a Bruxelles. Ursula von der Leyen e Antonio Costa, rappresentanti di quell’Unione che si proclama custode dello stato di diritto, gli hanno offerto una cena “cordiale, concreta, aperta e responsabile”, mentre fuori dai palazzi la Serbia brucia sotto la rabbia di chi chiede democrazia.

La diplomazia, si sa, ha il gusto del compromesso. Ma qui si va oltre. L’Ue non solo non prende le distanze da Vučić, ma sceglie di ignorare ciò che accade da mesi a Belgrado: proteste di piazza, accuse di uso di armi sonore contro i manifestanti, violazioni sistematiche dei diritti civili. Il tutto in nome di una strategia che guarda più al litio della valle di Jadar che alla libertà dei cittadini serbi.

Diritti sacrificati sull’altare del litio

La presidente della Commissione, in un post su X, ha ricordato che la Serbia deve fare progressi su libertà dei media, lotta alla corruzione e riforma elettorale. Una formula di rito. Nel frattempo, però, l’abbraccio politico resta. E non è solo simbolico. L’Unione ha bisogno della Serbia, o meglio: delle sue risorse minerarie. Non a caso, Bruxelles ha inserito proprio in questi giorni 47 progetti strategici per l’approvvigionamento di materie prime critiche. Tra questi potrebbe finire anche il maxi-sito per l’estrazione di litio a Jadar. E quando c’è da scavare per alimentare la transizione ecologica europea, i diritti umani possono attendere.

Vučić, dal canto suo, ha fatto il solito gioco: si è detto pronto a “verificare” che nessun cannone sonoro sia stato usato contro i manifestanti. Poi però ha aggiunto che “il suo utilizzo non è vietato da nessuna parte in Europa” e che “negli Stati Uniti lo usano quasi ogni giorno”. Non esattamente il linguaggio di un candidato credibile all’ingresso nell’Unione europea. Ma a Bruxelles nessuno ha fatto una piega.

Secondo Srđan Cvijić, analista del Belgrade Centre for Security Policy, la percezione pubblica in Serbia è chiarissima: l’Europa sta sostenendo un regime autoritario. Anche se, va detto, qualcosa è cambiato nel tono. Niente conferenze stampa congiunte, niente “caro Aleksandar”, solo una dichiarazione scritta. Segnali minimi, insufficienti. Perché se l’Unione avesse davvero voluto lanciare un messaggio politico netto, non avrebbe scelto la via del dialogo formale nel bel mezzo delle proteste. L’avrebbe detto chiaro: così, con questi metodi, l’adesione è sospesa.

L’adesione a ogni costo, anche senza democrazia

E invece no. Vučić continua a promettere l’apertura di nuovi capitoli negoziali entro l’anno, come se l’adesione fosse una formalità. E continua a governare, benché il premier Miloš Vučević si sia dimesso il 28 gennaio e il termine per la formazione di un nuovo governo sia ampiamente scaduto. In Serbia, le regole valgono solo quando servono.

L’Europa tace. Anzi, rilancia. Von der Leyen e Costa parlano di investimenti, di futuro comune, di vantaggi reciproci. Ma la domanda è un’altra: che fine ha fatto l’Unione europea che si diceva comunità di valori? Cosa resta della Carta dei diritti fondamentali, quando Bruxelles chiude gli occhi di fronte a un regime che reprime le piazze e gioca a rimpiattino con i diritti civili?

La risposta è nella geoeconomia, nell’ossessione strategica per le terre rare, nel bisogno disperato di risorse per la transizione verde. Ma se questa è la nuova bussola dell’Unione, allora è il momento di dire le cose come stanno: la democrazia è opzionale, se il tuo suolo è ricco. E la libertà di stampa può aspettare, se prometti di riformare — prima o poi.

Nel silenzio della diplomazia, la Serbia resta sospesa: né dentro né fuori, utile ma ingombrante, tollerata perché preziosa. Un partner tossico, come lo definisce lo stesso Cvijić, che pesa sempre più sul bilancio etico dell’Ue. E che intanto, da Belgrado, continua a reprimere e governare. Con il benestare europeo.

L’articolo L’Unione europea abbraccia Vučić. Alla faccia della democrazia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui