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Trump ribalta l’ordine mondiale, riparte la corsa alle armi nucleari

C’era un tempo in cui la proliferazione nucleare era considerata una minaccia da arginare con ogni mezzo. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nemici giurati nella Guerra Fredda, almeno su questo erano d’accordo. Poi, la storia ha ripreso a girare al contrario. Oggi, il Financial Times lancia l’allarme: il riarmo nucleare non è più un tabù, ma una tendenza concreta.

L’articolo firmato da Charles Clover e colleghi mette a nudo la nuova corsa alle armi atomiche, alimentata dall’incertezza politica globale e dalle scelte di Washington. Il fenomeno ha un nome e un volto: Donald Trump. Il suo ritorno al centro della scena ha ridisegnato le paure degli alleati americani. Berlino, Varsavia, Seul e Tokyo scrutano il futuro con inquietudine: possono davvero fidarsi ancora della protezione statunitense?

Il Trattato di Non Proliferazione, baluardo della stabilità internazionale, è sempre più fragile. Ankit Panda del Carnegie Endowment parla chiaro: il consenso sul disarmo è a pezzi e gli alleati di Washington ora vedono l’arma atomica come una soluzione alla crescente imprevedibilità americana. Non è un’esagerazione: il rischio che il numero di stati dotati di arsenali nucleari passi dagli attuali nove ai quindici o venticinque, come temeva Kennedy negli anni Sessanta, non è più fantapolitica.

Dall’Europa all’Asia: la tentazione nucleare

In Germania, la questione è già entrata nel dibattito politico. Friedrich Merz, leader della CDU, ha ventilato l’ipotesi che Berlino possa condividere armi nucleari con Francia e Regno Unito. A dire il vero, la Germania ospita già venti bombe atomiche americane nella base di Büchel. Ma la paura di un ritiro dello scudo nucleare Usa sta portando alcuni analisti a proporre una strategia ancora più audace: mantenere una “latenza nucleare”, ovvero dotarsi della capacità di costruire un’arma atomica in tempi brevi, senza violare i trattati internazionali. Un’idea che per alcuni ricorda i fantasmi del passato.

Polonia e Corea del Sud stanno facendo un passo oltre. Donald Tusk, primo ministro polacco, ha apertamente evocato la possibilità di dotare il paese di armi atomiche. Il presidente Duda ha perfino suggerito di ospitare testate nucleari americane sul suolo polacco. Uno scenario che Mosca vedrebbe come un atto di guerra.

In Corea del Sud, il dibattito è ancora più serrato. Il programma nucleare di Pyongyang, rafforzato dalla crescente cooperazione con la Russia, sta spingendo Seul verso scelte impensabili fino a pochi anni fa. Il ministro degli Esteri Cho Tae-yul ha affermato che la Corea del Sud deve valutare ogni opzione, inclusa l’acquisizione di armi nucleari. Alcuni esperti sostengono che il paese potrebbe costruire un’arma atomica in meno di due anni.

E poi c’è il Giappone, il solo paese ad aver subito il bombardamento nucleare. Per decenni, Tokyo ha tenuto lontana ogni ipotesi di dotarsi di un arsenale atomico. Ma la realtà sta cambiando: il Giappone possiede già 8,6 tonnellate di plutonio, una quantità sufficiente a produrre migliaia di testate. E se il tabù nucleare crollasse?

Un futuro carico di incognite

Il risultato è semplice e devastante: più testate nucleari in giro per il mondo significano più probabilità che vengano usate. La corsa al riarmo è un gioco pericoloso che nessuno può davvero controllare. L’illusione della deterrenza si scontra con la realtà della storia: un incidente, un calcolo sbagliato, una provocazione possono accendere la miccia.

L’Occidente si sta rassegnando all’idea che la guerra atomica sia di nuovo una variabile del possibile. Un tempo si parlava di disarmo, oggi si discute di chi potrà permettersi la bomba e chi no. L’ultima illusione della sicurezza si sta sgretolando sotto il peso di una paura che si pensava superata.

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Dissenso vietato in Turchia con lo zampino di Musk

Elon Musk, il paladino autoproclamato della libertà di parola, ha deciso che il dissenso in Turchia merita di essere silenziato. X, la piattaforma che aveva promesso di essere un faro di libertà espressiva, ha sospeso diversi account di oppositori del regime di Recep Tayyip Erdoğan proprio nel momento in cui la repressione si intensifica.

Il pretesto? La solita narrazione della sicurezza nazionale. Dopo l’arresto di Ekrem İmamoğlu, principale rivale politico di Erdoğan, le proteste hanno invaso le piazze e le università turche. Gli account sospesi non erano altro che voci di attivisti che condividevano informazioni sui luoghi delle manifestazioni. Nessun contenuto violento, nessuna incitazione all’odio. Solo il diritto di informare e organizzarsi, quello che Musk diceva di voler difendere. Ma a quanto pare, la libertà di parola è un valore flessibile quando si tratta di proteggere il proprio business da un governo autoritario.

Già nel 2023, alla vigilia delle elezioni turche, X aveva accettato di limitare l’accesso a determinati contenuti per evitare di essere bloccato nel paese. La storia si ripete: meglio censurare che rischiare il blackout totale. E Musk, con la sua consueta spavalderia, giustifica il tutto come una scelta obbligata. Nel frattempo, il governo turco rafforza il controllo: arresti di massa, blocco dei social, accuse di incitamento all’odio per chiunque osi sfidare il potere. Musk, da buon libertario di convenienza, esegue senza battere ciglio. La sua piattaforma si piega alle richieste di Ankara. Non è libertà di espressione, è commercio. E in questo mercato, la verità è la prima merce sacrificabile.

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Corte dei Conti: disperso il 40% dell’acqua nella rete idrica. Ma i fondi per tappare la falla non bastano

Il 40% dell’acqua immessa nella rete idrica italiana non arriva ai rubinetti. Evaporata nei meandri di un’infrastruttura vecchia, rattoppata male, dimenticata quando si parla di investimenti strategici. Il dato lo conferma la Corte dei Conti: su oltre 9 miliardi di metri cubi d’acqua prelevata ogni anno, più di 3,4 miliardi si disperdono lungo il tragitto. Un sistema che fa acqua da tutte le parti, letteralmente.

Un sistema inefficiente tra sprechi e carenze di investimenti

La fotografia della magistratura contabile non è nuova, ma ogni volta il bollettino peggiora. Il rapporto più recente certifica una rete che continua a sgretolarsi, mentre i fondi per la manutenzione sono insufficienti. Il fabbisogno stimato si aggira intorno ai 6 miliardi di euro l’anno, ma le entrate si fermano a 4. Per tappare i buchi si attinge al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che destina 900 milioni alla riduzione delle perdite e alla digitalizzazione della rete. Peccato che gli interventi restino ancora frammentari e inadeguati alla portata del problema.

La situazione non è migliorata negli anni, anzi. L’Istat segnala che nel 2022 le perdite hanno raggiunto il 42,4%, un incremento rispetto al 42,2% del 2020. Un fallimento che si scontra con le necessità di un Paese che affronta sempre più periodi di siccità e deve fare i conti con una risorsa vitale sempre più scarsa. Il Sud è il più colpito: infrastrutture obsolete, gestione inefficiente e piani di intervento che si perdono nei labirinti della burocrazia. Il paradosso è che si continua a parlare di transizione ecologica, mentre una delle prime forme di sostenibilità – non sprecare ciò che abbiamo – rimane un’utopia.

A incidere su questa inefficienza c’è anche il costo dell’energia, che rappresenta un terzo delle spese correnti della rete idrica. Il sistema assorbe il 2,5% del consumo elettrico nazionale, una quota enorme che grava ulteriormente su bilanci già precari. Secondo i giudici contabili, la spesa media pro capite per la manutenzione della rete è cresciuta negli ultimi dieci anni da 33 a 70 euro, un aumento che tuttavia non è bastato a colmare il divario con gli altri Paesi europei. L’Italia continua a essere tra le ultime nazioni per efficienza idrica.

Il Pnrr tra promesse e ritardi burocratici

Nonostante il Pnrr preveda 45.000 km di nuove reti per ridurre le perdite e digitalizzare il monitoraggio, gli effetti di questi investimenti saranno visibili solo nel lungo periodo. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha pubblicato un bando nel 2022 per selezionare i progetti finanziabili, con una priorità del 40% delle risorse alle regioni del Mezzogiorno. Le graduatorie sono state approvate e alcuni enti locali hanno già avviato gli interventi, ma la lentezza burocratica e la difficoltà di coordinamento tra le istituzioni rischiano di comprometterne l’efficacia.

Ad esempio, Acqua Pubblica Sabina ha già realizzato il 68% delle installazioni previste di contatori smart meter nel primo stralcio del progetto, ma la dispersione idrica a livello nazionale rimane critica. I dati dimostrano che gli investimenti attuali non sono sufficienti a invertire la tendenza.

Il nodo irrisolto è la governance: l’acqua in Italia è gestita da una moltitudine di enti locali, con competenze che si sovrappongono e frammentano gli interventi. I comuni spesso non hanno risorse per intervenire in modo strutturale e i gestori privati, laddove presenti, non sempre investono nella manutenzione con la necessaria continuità. Le regioni presentano divari enormi: nel Lazio e in Sardegna la dispersione idrica supera il 50%, mentre in Trentino–Alto Adige si attesta sotto il 20%.

Eppure le soluzioni esistono. La digitalizzazione delle reti, il monitoraggio costante delle perdite, la sostituzione delle condutture più vecchie. Interventi che dovrebbero essere prioritari ma che restano relegati in fondo all’agenda politica. Nel frattempo, mentre si cerca disperatamente di far fronte all’emergenza climatica, l’Italia lascia andare in fumo un bene essenziale.

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Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato – Lettera43

La fine operativa del dipartimento dell’Istruzione permetterà agli Stati di dirottare fondi verso istituti privati e confessionali. Allo stesso tempo l’eliminazione di ogni monitoraggio equivale a cancellare (ufficialmente) le disuguaglianze. La quintessenza di una politica che usa i giovani come scenografia mentre smantella il loro futuro.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato

Trump ha deciso di chiudere il dipartimento dell’Istruzione. Non nel senso stretto del termine: non può farlo legalmente senza il Congresso, ma può farlo nei fatti. Lo ha fatto già con l’Usaid, l’agenzia che si occupava di sviluppo internazionale, ridotta all’ombra di se stessa. Ora tocca all’istruzione pubblica, uno dei settori più odiati dall’ideologia trumpiana, convinta che la scuola sia un’emanazione della “sinistra radicale” e che vada ridimensionata fino a diventare inoffensiva.

La scure di Trump sull’Istruzione pubblica

Il 21 marzo, con un decreto esecutivo, Trump ha annunciato la fine operativa del dipartimento. Mille e 300 licenziamenti immediati, uffici svuotati e competenze sparpagliate tra altre agenzie. Per gli aiuti agli studenti poveri e con disabilità, nessuna risposta chiara: Trump ha parlato genericamente di un passaggio di responsabilità alla Small Business Administration e al dipartimento della Salute, ma senza spiegare come questi enti, già sottofinanziati, possano gestire il flusso di miliardi di dollari in aiuti scolastici. A essere colpite non sono solo le strutture centrali, ma anche gli enti di ricerca che si occupavano di monitorare il sistema scolastico federale. Il National Center for Education Statistics, responsabile della raccolta dati sulle prestazioni scolastiche degli studenti, è stato ridotto a un ufficio simbolico con appena tre impiegati. Se l’istruzione pubblica migliorerà o peggiorerà, nessuno sarà in grado di dirlo ufficialmente.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato
Donald Trump (Imagoeconomica).

Ora gli Stati repubblicani potranno dirottare fondi verso gli istituti privati e religiosi

Quella di Trump non è una battaglia nuova. Il Partito Repubblicano sogna da anni di smantellare il dipartimento dell’Istruzione, considerato un’inutile ingerenza federale. Il pretesto stavolta è il fallimento dell’istruzione pubblica, evidenziato dagli ultimi dati del National Assessment of Educational Progress: il 40 per cento dei bambini di quarta elementare non raggiunge livelli accettabili di lettura, il 39 per cento degli studenti di terza media è indietro in matematica. «Dobbiamo riprenderci l’educazione dei nostri figli», ha dichiarato Trump, parlando a una platea di bambini in posa da propaganda alla Casa Bianca. Ma il dipartimento dell’Istruzione non stabilisce programmi scolastici, non decide quali libri debbano essere letti e non obbliga le scuole a seguire linee guida federali. Supervisiona i finanziamenti, garantisce i diritti civili nelle scuole e amministra il colossale programma di aiuti agli studenti più vulnerabili. Con lo smantellamento, questi compiti diventano competenza degli Stati. Cosa significa? Significa che gli Stati più conservatori potranno dirottare i fondi pubblici verso scuole private e religiose senza più obblighi di trasparenza e senza garantire gli stessi diritti agli studenti con disabilità.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato
L’ordine esecutivo firmato da Trump (Getty Images).

Se le disuguaglianze non sono monitorate allora ufficialmente non esistono

Già oggi, 17 Stati hanno adottato programmi di voucher scolastici che drenano miliardi dalle scuole pubbliche per finanziare istituti privati. Con Trump, questo sistema diventa regola. L’idea è semplice: se un bambino non impara, la colpa è della scuola pubblica. Se la scuola pubblica non funziona, meglio chiuderla. Ma la verità è che il sistema di voucher scolastici non ha mai garantito un miglioramento dell’istruzione: ha solo aumentato il divario tra scuole d’élite e scuole di periferia, tra chi può permettersi un’istruzione di qualità e chi viene lasciato indietro. Nel frattempo, il dipartimento delle Statistiche Educative è stato svuotato: da un centinaio di impiegati a tre. Se per qualche miracolo l’istruzione pubblica migliorasse, nessuno potrebbe certificare il risultato. Se peggiorasse, nessuno avrebbe i dati per provarlo. Questo è il punto: Trump sta creando un vuoto informativo, perché meno dati significano meno responsabilità. Se nessuno monitora le disuguaglianze, allora ufficialmente non esistono.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato
Donald Trump con la segretaria all’Istruzione Linda McMahon (Getty Images).

Con il tycoon la scuola diventa definitivamente un mercato

Trump giura che le risorse per le scuole a basso reddito non saranno toccate, ma basta scorrere le dichiarazioni della sua nuova segretaria all’Istruzione, Linda McMahon, per capire il piano: finanziare le scuole con fondi statali senza più vincoli federali. Tradotto: meno garanzie per gli studenti più poveri e per quelli con disabilità, più libertà per i governatori repubblicani di finanziare scuole confessionali senza dover rispettare gli standard pubblici. In pratica, la scuola diventa un mercato: chi può pagare ottiene un’istruzione di qualità, gli altri si arrangiano. E tutto questo mentre il governo finge di non vedere i dati sui disastri che ha creato. L’istruzione pubblica, senza fondi e senza un monitoraggio, si avvia verso il collasso. La strategia è chiara: creare il caos e poi offrire il privato come unica soluzione possibile. Se un giorno il dipartimento dell’Istruzione non esisterà più nemmeno sulla carta, sarà solo l’ultima fase di un piano che ha già preso forma. Alla fine del discorso alla Casa Bianca, Trump si è congedato senza nemmeno rivolgere la parola ai bambini schierati sul palco con lui. L’immagine perfetta di una politica che usa i giovani come scenografia mentre smantella il loro futuro.

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Morti di Stato: il carcere come condanna senza processo

Ventidue. Come i giorni che servono a un uomo per abituarsi alla prigionia, dicono gli studi. Ventidue, come le vite spezzate nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. L’ultima, quella di un ragazzo di ventotto anni, senza fissa dimora, che si sarebbe tolto la vita nel carcere di Trieste. Era dentro per il furto di uno zaino. Dentro un sistema che punisce la povertà con la morte.
Prima aggredito, poi isolato. Infine, l’impiccagione. Un suicidio che non è una fuga, ma una sentenza scritta dall’indifferenza. Portato in ospedale, ha trovato comunque il modo di andarsene. Perché in carcere non si muore, ci si uccide. E fuori si continua a parlare di emergenza sicurezza, senza mai nominare la mattanza dietro le sbarre.

Il carcere di Trieste ha un tasso di sovraffollamento del 169%. Significa che ogni tre persone detenute, almeno una non dovrebbe esserci. Ma c’era. Lui c’era. Lui, con altri 21 morti in tre mesi. Lui, dentro un sistema che si regge su celle chiuse e umanità aperta in due. Lui, dentro una democrazia che ha fatto dell’indifferenza una politica criminale.
Non è una statistica, è un fallimento. Non un numero, ma una condanna senza processo. Lo chiamano suicidio, ma è la lenta esecuzione di uno Stato che uccide lasciando soli. E noi, tutti, complici silenziosi, mentre il carcere si riempie di corpi e si svuota di giustizia.

Buon lunedì.

Foto AS

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La guerra ha una nuova cassaforte: è la DSR Bank dell’Ue

La Defence, Security, and Resilience (DSR) Bank nasce per colmare il divario finanziario che ostacola la difesa collettiva in Europa, garantendo liquidità ai produttori di armamenti. Tradotto: soldi pubblici per chi costruisce armi. L’iniziativa, promossa da Rob Murray, ex capo dell’innovazione della NATO, e sostenuta da figure di spicco come Lord Stuart Peach, parte con 100 miliardi di sterline garantiti dagli Stati azionisti. Emettendo obbligazioni con rating AAA, la banca riduce il costo del credito per l’industria della difesa, assicurando finanziamenti stabili, indipendentemente dai cicli politici ed economici. Perché la guerra, si sa, non conosce crisi.

Finanziamenti senza limiti per l’industria della guerra

Parallelamente, la Commissione europea sostiene ReArmEurope, un piano da 800 miliardi di euro per potenziare l’industria bellica. Per il sociale non si trovano soldi, per il riarmo sì. La proposta prevede l’esclusione delle spese militari dai vincoli di bilancio, mentre la Banca europea per gli investimenti valuta di togliere le ultime restrizioni sui finanziamenti alla difesa. Gli Stati Uniti restano il principale partner strategico: decidono loro, noi paghiamo. L’obiettivo è garantire una base finanziaria stabile per il riarmo europeo, riducendo la dipendenza dagli stanziamenti nazionali soggetti a limitazioni fiscali e politiche. L’Europa stringe la cinghia per la sanità, ma non per le munizioni.

Dal 2022, i Paesi Ue hanno aumentato il budget per la difesa di oltre il 30%. La Germania ha stanziato 1.000 miliardi di euro per armamenti e infrastrutture, ma senza un meccanismo di debito comune gli Stati devono arrangiarsi. Ecco che la DSR Bank interviene: facilita l’indebitamento e garantisce la stabilità della filiera industriale della difesa. Tradotto: si fanno debiti, ma almeno le fabbriche di armi dormono sonni tranquilli. Questo modello consente di aggirare le restrizioni di spesa senza modificare trattati o parametri fiscali. Un escamotage che rende il riarmo un pilastro dell’economia europea, piaccia o meno.

L’architettura della banca redistribuisce i fondi sotto forma di prestiti agevolati, riducendo il rischio per gli investitori privati. Insomma, un affare d’oro per chi scommette sulla guerra. Il Parlamento europeo valuta una revisione delle politiche di coesione, ipotizzando la riallocazione di fondi destinati allo sviluppo sociale verso il settore militare. Via il welfare, avanti gli arsenali. La spesa per la difesa viene sempre più presentata come un volano per la crescita e l’occupazione. L’Ue, che fatica a reperire risorse per welfare e transizione ecologica, scopre improvvisamente che i soldi ci sono: basta destinarli ai proiettili. La DSR Bank si inserisce in questo quadro, consolidando un’infrastruttura finanziaria stabile per il settore militare. L’obiettivo dichiarato è garantire sicurezza e deterrenza, ma il modello economico che ne deriva trasforma il riarmo in un fenomeno permanente, indipendente dalle necessità geopolitiche. Perché il problema non è più “se” ci sarà una guerra, ma solo “quando”.

L’industria della difesa come nuova frontiera della finanza

L’allineamento tra il settore finanziario e l’industria della difesa è sempre più evidente. Gli investitori vedono nella produzione di armamenti una garanzia di rendimenti sicuri, mentre i governi favoriscono l’integrazione tra capitale privato e strategia di sicurezza. Le banche finanziano le bombe, i governi si adeguano. Il riarmo non è più solo un imperativo strategico, ma un’opportunità di investimento a basso rischio, alimentata da fondi pubblici e agevolazioni normative. Se la pace non fa profitto, tanto vale armarsi.

L’industria della difesa ottiene finanziamenti certi, mentre altri settori restano soggetti ai vincoli di bilancio. I soldi per la scuola o la sanità si trovano “se ci sono le risorse”, per la guerra invece si creano. L’accesso ai capitali privati diventa un pilastro della nuova strategia, rendendo il settore militare autonomo rispetto ai cicli politici e fiscali. Le aziende della difesa possono così pianificare investimenti di lungo periodo, costruendo un’infrastruttura produttiva sempre più scollegata dalle dinamiche di bilancio nazionali.

La domanda di armamenti cresce, altre economie si adeguano, la finanza e l’industria della difesa si fondono. Il settore bellico diventa parte integrante dei mercati finanziari globali, con conseguenze di lungo periodo sulle economie nazionali. La DSR Bank normalizza la spesa bellica e trasforma il riarmo in una costante della politica economica europea. Il rischio più grande? Che il riarmo, una volta reso economicamente sostenibile e finanziariamente conveniente, diventi un pilastro dell’economia occidentale. E a quel punto, chi vorrà mai rinunciarci?

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Pronti alla guerra

Il Consiglio europeo del 20 marzo ha certificato l’ennesima prova di ambiguità strategica dell’Unione europea. Da una parte, la volontà di rafforzare l’apparato militare del continente con un piano di investimenti da 800 miliardi di euro. Dall’altra, la necessità di dare al progetto una veste meno scomoda, tanto che si è deciso di cambiare il nome da “ReArm Europe” a “Readiness 2030” per non turbare le sensibilità politiche di alcuni Stati membri. Per la sostanza, ci si penserà più avanti. L’importante è il packaging.

Riarmo Ue, un piano con più dubbi che certezze

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha incassato il via libera sul principio generale: più difesa, più investimenti, più incentivi all’industria militare europea. Ma al di là della retorica muscolare, i dettagli operativi restano sfuggenti. A frenare l’entusiasmo bellicista sono stati soprattutto i dubbi su come finanziare la nuova architettura militare. L’ipotesi di utilizzare eurobond è stata bocciata dai paesi più rigoristi, mentre la proposta di escludere le spese militari dal Patto di stabilità incontra resistenze. Meloni, dal canto suo, ha difeso la necessità di una “prudenza” sulla spesa, invocando il principio del “buy European” per garantire che i miliardi stanziati restino dentro i confini dell’industria bellica continentale.

La Francia di Macron e la Germania di Scholz hanno spinto per un’accelerazione, con Parigi pronta a far lievitare la spesa militare fino al 3,5% del Pil. Ma l’opposizione dell’Ungheria e le cautele della Spagna di Sánchez hanno imposto un rallentamento della tabella di marcia. L’obiettivo resta quello di creare un sistema di difesa europeo autonomo, soprattutto in vista di un possibile ritorno di Trump alla Casa Bianca. Il vertice ha discusso anche di come strutturare una “Nato senza Stati Uniti”, segno che la paura di un’America isolazionista sta condizionando ogni decisione strategica.

Il nodo irrisolto della politica estera

Sullo sfondo, il vero problema resta l’assenza di una politica estera comune. Se l’Europa avesse una visione unitaria, la discussione sarebbe stata incentrata su come costruire una reale autonomia strategica, su quali investimenti privilegiare, su come strutturare un comando unitario in grado di affiancare la Nato senza essere subalterno agli Usa. Invece, la questione principale è stata il nome del piano: troppa enfasi sulla parola “riarmo” rischiava di irritare gli elettori, meglio un termine neutro come “prontezza”. Il dibattito, insomma, è stato più lessicale che sostanziale.

Anche sulle modalità di finanziamento il confronto si è impantanato. L’idea di finanziare il riarmo con nuovo debito comune non ha convinto tutti. Alcuni Stati membri, come la Germania, temono di esporsi troppo. L’Italia, invece, si è detta contraria agli eurobond per evitare squilibri nei conti pubblici, ma ha chiesto garanzie che gli investimenti finiscano nell’industria bellica europea e non in quella americana. Sullo sfondo, resta l’incognita Trump: un suo ritorno potrebbe cambiare le carte in tavola e costringere l’Europa a rivedere ancora una volta le proprie scelte.

Il grande assente nel dibattito è stato, ancora una volta, un vero pensiero strategico. L’Europa vuole armarsi, ma non sa bene come pagare il conto. Vuole essere indipendente, ma teme di scontentare Washington. Vuole mostrarsi compatta, ma i suoi governi si muovono in ordine sparso. E così, mentre il mondo si ridefinisce tra il decisionismo scomposto di Trump e l’aggressività di potenze come Russia e Cina, Bruxelles si impantana nelle parole. Alla fine, il Consiglio europeo ha prodotto un compromesso che rimanda le vere scelte a un secondo momento. C’è un piano, c’è una cifra, c’è una nuova etichetta rassicurante. Ma la politica estera resta, come sempre, un’altra cosa.

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Un giorno di memoria e un anno di rimozione

Ieri era la Giornata della Memoria e dell’Impegno per le vittime innocenti di mafia. Il giorno delle istituzioni in prima fila, delle dichiarazioni solenni, delle celebrazioni perfette. Il giorno in cui tutti si inchinano davanti ai nomi delle persone uccise, si commuovono e giurano che non accadrà mai più.

Ma la memoria, se fosse davvero viva, sarebbe scomoda. Perché obbligherebbe a riconoscere che la mafia non è sconfitta, che le zone grigie esistono ancora e che dietro certe scelte politiche, certe riforme, certi tagli ai poteri investigativi, ci sono interessi precisi. Fare memoria significherebbe fare nomi, denunciare responsabilità, smontare il racconto rassicurante di un Paese che si dice cambiato mentre continua a convivere con lo stesso sistema.

Oggi, invece, è il giorno dopo. Il giorno in cui la mafia torna a essere un problema tecnico, un argomento per convegni, un fastidio da confinare in qualche operazione di facciata. La memoria, in Italia, dura lo spazio di una cerimonia: il tempo di una dichiarazione, il tempo di un fiore, il tempo di una telecamera accesa. Poi il silenzio.

Eppure, ricordare dovrebbe significare guardare il presente. Dovrebbe voler dire interrogarsi sul perché le mafie non sono sconfitte, su come riescono a infiltrarsi nelle imprese, nella politica, nell’economia. Dovrebbe significare chiedersi perché chi indaga trova sempre più ostacoli, perché le leggi diventano più morbide, perché certi intrecci non vengono mai spezzati.

Ieri hanno parlato tutti. Hanno detto che la mafia è un nemico della democrazia. Oggi, nei palazzi, negli affari e nei consigli di amministrazione, ci si accorda con quel nemico, lo si tollera, lo si usa. Ieri c’era la memoria. Oggi c’è la convenienza.

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La giustizia internazionale lo cerca, l’Italia lo ospita: il caso Al-Kikli

Abdul Ghani Al-Kikli (4), signore della guerra accusato di torture e omicidi, fotografato in un ospedale di Roma con Ammar Joma (1) – fratello di Adel Joma, Adel Jumaa Amer (2) – ministro di Stato per il PM e gli affari di gabinetto, Mohamed Ismail (3) – ex miliziano e alto funzionario finanziario, Ibrahim Ali Al-Dabaiba (5) – figlio di Ali Al-Dabaiba e potente broker politico, Abdul Basit Al-Badri (6) – ambasciatore libico in Giordania, Ahmed Al-Sharkasi (7) – parente del premier Dabaiba e membro del consiglio dell’Arab Bank, e Dagoor (8) – stretto collaboratore di Adel Jumaa

Un altro criminale di guerra libico si aggira liberamente in Italia. Dopo il caso di Mahmoud Almasri, adesso tocca ad Abdul Ghani Al-Kikli, noto signore della guerra di Tripoli, accusato di torture, sparizioni forzate e omicidi extragiudiziali. Lo denuncia l’account @RefugeesinLibya, pubblicando una foto che lo ritrae in una stanza dell’Ospedale Europeo di Roma, circondato da uomini chiave del governo libico di Abdul Hamid Dbeibah.

Al-Kikli, secondo alcune fonti, è nella lista dei ricercati della Corte penale internazionale, ma l’Italia, invece di collaborare con la giustizia internazionale, sembra offrirgli ospitalità. Non è il primo caso. Già con Almasri, accusato di traffico di esseri umani e crimini contro le persone migranti, il governo Meloni si era dimostrato più incline all’accoglienza dei carnefici che delle vittime. Il paradosso è che mentre l’esecutivo si vanta di aver trasformato l’Italia in una fortezza contro l’immigrazione, consente a chi di quell’immigrazione ha fatto un business sanguinario di muoversi indisturbato nel nostro Paese.

La foto pubblicata da @RefugeesinLibya non lascia spazio a interpretazioni: Al-Kikli è in Italia, ospite di un sistema che ignora la giustizia e i diritti umani. E se la comunità internazionale chiede risposte, da Roma si alza il solito silenzio complice.

Buon venerdì. 

 

Foto @RefugeesinLibya

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L’Ucraina vincerà: sì, no, forse… Tutte le giravolte di Meloni

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui Giorgia Meloni riscrive il passato, soprattutto quando il presente la mette in difficoltà. Un tempo la presidente del Consiglio non lasciava spazio a interpretazioni: la vittoria dell’Ucraina era una certezza, anzi, una missione da compiere senza tentennamenti.

“L’Italia sarà al fianco dell’Ucraina fino alla vittoria”, dichiarava Meloni il 21 febbraio 2023 in una conferenza stampa a Kiev, accanto a Volodymyr Zelensky. Il 24 febbraio 2023, nel primo anniversario dell’invasione russa, ribadiva il concetto: “Non possiamo permettere che l’Ucraina perda questa guerra, la vittoria di Kyiv è fondamentale per la sicurezza europea”. Parole chiare, inequivocabili, che all’epoca servivano a rassicurare gli alleati e a consolidare la posizione dell’Italia nello scacchiere internazionale. Un impegno che non lasciava margini di ambiguità, rafforzato da dichiarazioni ufficiali e incontri bilaterali. Ma la politica ha memoria corta e la coerenza è spesso sacrificata sull’altare della convenienza.

Il passo indietro di Meloni

Ora, invece, Meloni frena, ridimensiona e perfino nega di aver mai parlato in quei termini. Lo ha rilevato con precisione l’analisi di Pagella Politica, che ha ripercorso le sue dichiarazioni per smontare il revisionismo in corso. In una recente intervista a Bruno Vespa del 10 marzo 2024, la premier ha affermato: “Non ho mai detto che Kiev avrebbe sconfitto Mosca, ho sempre parlato di sostegno, non di vittoria”. Salvo poi essere smentita dai fatti, dai video e dalle sue stesse parole.

La dinamica è la solita: negare l’evidenza, ribaltare la narrazione, affidarsi alla memoria corta del pubblico e alla disponibilità mediatica di certi canali nel diluire il problema. Non una strategia nuova, ma piuttosto una costante nella gestione del potere di Meloni. Sulla guerra in Ucraina, però, il gioco si complica: perché se un anno fa l’assoluta determinazione a sostenere Kievera funzionale alla costruzione di un profilo internazionale solido e coerente, oggi la realtà impone una strategia più ambigua.

A tutto questo si aggiunge la crescente pressione interna. Con un governo sempre più attento ai sondaggi e una parte della maggioranza che comincia a soffiare su posizioni meno nette, Meloni si trova a dover bilanciare la necessità di non scontentare gli alleati internazionali con quella di rassicurare una base elettorale che, tra crisi economica e stanchezza bellica, si mostra meno entusiasta del coinvolgimento italiano nella guerra.

Una strategia in bilico

La situazione sul campo di battaglia si è fatta meno netta, l’opinione pubblica europea è meno compatta nel sostegno incondizionato, il fronte interno italiano è agitato da una Lega sempre più insofferente verso le spese militari. E così, Meloni corregge il tiro: non si parla più di vittoria, ma di “non sconfitta”, si evita di esplicitare scenari di trionfo e si lascia spazio a una narrazione più sfumata, meno rischiosa.

Il tutto mentre cresce il pragmatismo nei vertici europei. Se Emmanuel Macron e Olaf Scholz mantengono una linea di sostegno netto a Kyiv, con qualche distinguo e qualche tensione, altri paesi iniziano a prendere le distanze da un impegno illimitato. E in Italia la posizione del governo si fa più traballante: i dubbi si moltiplicano, le prese di posizione diventano più caute, le promesse si fanno più vaghe.

A rendere ancora più evidente la contraddizione è il confronto con le dichiarazioni di altri leader europei. Macron e Scholz mantengono una linea di sostegno netto a Kiev, pur con differenze strategiche. Meloni invece ondeggia, e quell’incertezza rispecchia il suo approccio più generale alla politica estera: cercare di tenere insieme il blocco atlantista, rassicurare l’elettorato di destra più scettico e non scivolare in una crisi diplomatica che l’Italia non può permettersi.

Ma c’è un problema più profondo in questo continuo ricalibrare la realtà: la credibilità. Perché se oggi si può negare di aver mai parlato di vittoria ucraina, domani si potrà negare qualunque altra promessa. E in politica, quando il passato diventa un’opinione, il presente diventa un’incognita. E un’incognita, si sa, non governa a lungo.

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