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L’Ue cerca fondi per le Borse ma il sistema finanziario non piace ai risparmiatori

L’Unione europea è in affanno e quando i conti non tornano, la politica economica diventa improvvisazione. Il nuovo piano di Bruxelles? Costringere le persone europee a investire i loro risparmi nel mercato azionario, trasformando dieci trilioni di euro parcheggiati nei conti bancari in un flusso di denaro per le imprese. Un’idea che ricorda più un tentativo disperato di sopravvivenza che una strategia lungimirante.

Il problema è strutturale: nel 2024, la crescita dell’Eurozona si è fermata a un misero 0,5%, mentre gli Usa hanno registrato un 2,5%. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, la produzione industriale è scesa del 6% in Germania e i consumi interni sono stagnanti. Bruxelles ora teme un effetto domino, con le aziende europee incapaci di attrarre investimenti rispetto ai colossi americani e cinesi.

Un’Unione senza unità

L’Europa ha bisogno di soldi e ne ha bisogno ora. Le tensioni geopolitiche e l’impennata della spesa per la difesa impongono nuove fonti di finanziamento, ma gli Stati membri non vogliono aprire troppo i cordoni della borsa. Per il solo 2024, la Commissione europea ha stimato che servano almeno 100 miliardi di euro in più per sostenere la difesa e la transizione energetica, mentre il piano industriale verde dell’Ue è ancora in ritardo rispetto agli incentivi miliardari messi in campo da Usa e Cina.

Nel frattempo, il sistema finanziario dell’Unione resta frammentato. Gli investitori europei hanno meno strumenti rispetto ai loro omologhi americani: il 60% delle famiglie statunitensi possiede azioni, mentre in Francia e Germania la percentuale scende al 18%. Risultato? Il mercato dei capitali europeo è più piccolo di quello statunitense del 50%, con le aziende che faticano a raccogliere fondi. La differenza si vede nei numeri: tra il 2010 e il 2023, il valore totale delle azioni emesse dalle aziende europee è cresciuto di appena il 15%, contro il 100% registrato a Wall Street.

Il progetto dell’Unione per il risparmio e gli investimenti (SIU), sostenuto da von der Leyen, punta a cambiare questa dinamica. L’idea è convincere i cittadini europei a investire i propri risparmi, semplificare le regole e creare strumenti finanziari comuni. Ma i problemi non mancano. Ogni Stato membro ha leggi diverse su tassazione e regolamentazione, e Bruxelles non è mai riuscita a creare un supervisore unico per il settore finanziario.

Mercati aperti o solo un’altra illusione?

Bruxelles insiste, e il nuovo piano prevede incentivi fiscali, fondi comuni europei e una supervisione centralizzata. Ma gli Stati membri restano divisi: la Spagna ha radunato una coalizione di sei paesi (Germania, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Polonia) per testare strumenti di investimento comuni, mentre il blocco nordico è più scettico. Il rischio è quello già visto con il mercato unico digitale: tante promesse, pochi risultati concreti.

Nel 2024, un summit del Consiglio europeo su questo tema si è concluso con un nulla di fatto. Il motivo? Il 70% del sistema finanziario europeo è ancora controllato da banche nazionali e gli Stati non vogliono cedere potere a un’authority unica. Se ne parla da anni, ma il settore è rimasto praticamente immutato dal 2008, quando la crisi finanziaria spinse a centralizzare la vigilanza bancaria sotto la Bce, senza però estendere la supervisione ai mercati finanziari non bancari.

Resta il dubbio principale: l’Europa può davvero convincere gli europei a investire i propri risparmi in Borsa per finanziare un sistema economico in affanno? O si tratta dell’ennesimo tentativo di Bruxelles di tappare falle senza risolvere il problema di fondo, ovvero la mancanza di una vera politica economica comune?

I vertici Ue sperano che la paura – della recessione, della guerra, dell’instabilità – spinga finalmente i governi ad accettare le regole comuni e le persone a cambiare abitudini. Ma la storia recente dimostra che quando si parla di soldi, gli Stati membri si chiudono a riccio e gli europei, più che investire, ritirano i risparmi e cercano rifugi sicuri. Se questa è la grande strategia economica europea, il futuro dell’Unione è più precario di quanto si voglia ammettere.

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La Germania traina l’Europa verso il riarmo

La Germania ha ufficialmente voltato pagina. Dopo anni di austerità imposta con il rigore di un dogma, dopo le mani strette attorno al collo della Grecia e dei paesi mediterranei etichettati come cicale d’Europa, Berlino ha deciso che il tempo del sacrificio è finito. Ma non per costruire un futuro equo e sostenibile: no, il nuovo piano da 1000 miliardi di euro non finanzierà politiche sociali, non rilancerà il welfare. Servirà per riarmare il paese, con un’iniezione di spesa militare che è la dichiarazione di intenti di un’Europa che non si prepara alla pace, ma alla guerra.

Il freno al debito cancellato per alimentare l’industria bellica

Il Bundestag ha già dato il via libera a una riforma che, di fatto, elimina il “freno al debito”, quell’obbligo di pareggio di bilancio che per anni è stato il vessillo dell’ortodossia finanziaria tedesca. Ieri era un dogma, oggi è carta straccia. Perché? Perché l’Europa deve essere pronta a combattere, perché l’industria della difesa è il nuovo motore dell’economia continentale. È la stessa Ursula von der Leyen a dirlo, con il suo tono asettico da tecnocrate: l’Europa deve prepararsi alla guerra.

A chi servono allora i nuovi fondi? Una parte sarà destinata a infrastrutture, sì, ma con una logica precisa: garantire una mobilità efficiente per l’apparato militare. Strade, ferrovie, aeroporti: tutto sarà potenziato per favorire i movimenti delle truppe. Il resto del pacchetto? Difesa, forniture belliche per l’Ucraina, sicurezza informatica. La Bundeswehr diventerà una delle forze armate più potenti al mondo, come ha detto il ministro della Difesa uscente. Per sostenere questo apparato, Berlino ha destinato 500 miliardi di euro in 12 anni solo alle infrastrutture, con una quota non specificata ma rilevante che sarà impiegata direttamente per scopi militari, come il controllo logistico di porti, autostrade e ferrovie. Inoltre, la spesa per la difesa potrà superare l’1% del PIL senza essere conteggiata come eccedente.

Il ritorno della leva obbligatoria: la Germania prepara il fronte

E per alimentare questa macchina servono soldati. Per questo tornerà la leva obbligatoria: un esercito giovane, pronto, addestrato. Il piano prevede che entro il 2025 sia introdotto un modello di servizio misto, sulla base del sistema svedese, che combina volontariato e obbligo di leva per colmare i vuoti di organico. Florian Hahn della CDU ha già annunciato che il ripristino della coscrizione è una priorità. Secondo il ministro della Difesa uscente, in caso di guerra il paese dovrebbe poter contare su almeno 460 mila soldati, di cui 260 mila riservisti. Non a caso, tutti i riservisti sopra i 50 anni saranno obbligati a un nuovo addestramento a partire da quest’anno.

E l’obiezione di coscienza Non è contemplata. La Corte Federale di Giustizia tedesca ha stabilito che un uomo ucraino rifugiatosi in Germania per non servire nell’esercito di Kiev può essere deportato. Il messaggio è chiaro: se la guerra chiama, nessuno può tirarsi indietro. Una sentenza che non riguarda solo gli ucraini. È il modello di società che si sta disegnando: chi si oppone viene schiacciato.

Questo è il futuro dell’Europa, un’Europa che cambia pelle, che smette di nascondersi dietro il linguaggio paludato delle “missioni di pace” e si struttura come un continente armato, pronto a un conflitto che viene ormai considerato inevitabile. Friedrich Merz, il nuovo cancelliere, non fa mistero della sua ambizione di rendere la Germania un baluardo contro ogni possibile minaccia. Il piano di riforma è stato approvato da un parlamento uscente, delegittimato dalle ultime elezioni, evitando così il rischio di un voto contrario nel nuovo Bundestag. La manovra, inoltre, è stata resa possibile grazie all’appoggio decisivo dei Verdi, che hanno ottenuto in cambio un pacchetto di investimenti per la riconversione energetica da 100 miliardi di euro.

E mentre si rimpinguano le casse dell’industria bellica, il tessuto sociale si sfilaccia. Qualcuno dirà che questa è la svolta necessaria per mantenere l’equilibrio globale. Ma la verità è che l’Europa si sta trasformando in qualcosa che i suoi stessi cittadini non riconoscono più.

Per Giorgia Meloni e gli altri leader che ancora parlano di sviluppo, di rilancio economico, di sicurezza nazionale, questa è la smentita definitiva: il ReArm Europe non è un’opportunità, non è un piano di crescita, è solo la formalizzazione dell’economia di guerra. Si produce per combattere, si investe per armarsi, si cresce alimentando il prossimo conflitto. E l’Italia L’Italia si accoderà, come sempre, senza interrogarsi su quale sia la direzione giusta, con un governo che continuerà a fingere di non vedere il disegno complessivo.

Chi aveva ancora dubbi li metta da parte: la Germania si è apparecchiata alla guerra, e con lei l’intera Unione europea. L’illusione della pace perpetua è finita, e al suo posto resta solo la corsa agli armamenti. Il resto è propaganda.

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Addio al diritto allo studio, l’istruzione è per censo

In Italia il diritto allo studio non esiste: il destino educativo di un giovane è scritto nel reddito della famiglia. Secondo Istat, chi ha genitori laureati ha il 67,1% di probabilità di conseguire una laurea, mentre chi proviene da famiglie con un basso livello di istruzione si ferma al 12,8%. Il divario inizia già prima dell’università: il 23,9% dei figli di genitori con licenza media abbandona la scuola prima del diploma, un dato quindici volte superiore rispetto all’1,6% dei figli di laureati. Le politiche di sostegno sono un’illusione. Il contributo statale per i libri di testo e la borsa IoStudio – gli unici aiuti economici diretti – sono finanziati con appena 133 milioni e 40 milioni di euro all’anno, lo 0,008% del Pil.

Non esistono dati pubblici su quanti studenti ne beneficino realmente, segno che il sistema non è solo sottodimensionato, ma anche inefficace. I beneficiari devono affrontare iter burocratici infiniti e spesso rinunciano a causa della scarsa informazione e dei ritardi nei pagamenti. Eppure, nei paesi con un più alto tasso di laureati, i finanziamenti all’istruzione rappresentano almeno il 5% del Pil, segno di una scelta politica chiara: investire nel futuro o condannarlo alla precarietà. L’Italia è il penultimo paese in Europa per numero di laureati tra i giovani. Senza investimenti strutturali, resterà un paese in cui la scuola non è un diritto ma un privilegio, dove la dispersione scolastica – sia esplicita che implicita – continua a condannare intere generazioni a un futuro già deciso. Se il governo volesse davvero premiare il merito, dovrebbe iniziare garantendo pari opportunità, anziché lasciare che siano i conti in banca a decidere chi può studiare e chi no. Ma il merito, in Italia, è solo una favola buona per i discorsi elettorali.

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Meloni si rifugia nel mito nero per nascondere il vuoto

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni oggi si imbarca per Bruxelles senza il mandato del suo governo per votare il piano ReArm Europe voluto da von der Leyen. Non è un retroscena: lo ha detto chiaramente il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, e lo ha ribadito ieri pomeriggio il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini.

Dopo aver detto a Bruxelles che il problema era solo un nome poco goloso – poiché per lei la politica è una continua rappresentazione – oggi Meloni deve riferire agli altri leader di Stato che la sua maggioranza è a pezzi, che i nodi sono venuti al pettine: troppi amici di Trump, troppi nemici dell’Europa, troppi nazionalismi spicci, troppi ex innamorati di Putin affastellano la sua compagine di governo.

È un fallimento politico enorme. L’Italia, quando non si tratta di cianciare di immigrati e minoranze, non riesce a trovare una quadra. Il governo italiano non ha una politica estera. Per nascondere il disastro, la capa del governo ha fatto ciò che sa fare meglio: fare leva sulla sua malinconia nera, infangando il manifesto di Ventotene per rassicurare la sua base (nera) e sollevare un polverone.

L’infingarda sceneggiata di ieri alla Camera è la trappola perfetta per opposizione e giornalisti. Sputando sulla storia, ha condito il vuoto pneumatico del governo con la polemica. Ma che alla premier non piaccia l’idea di Europa lo sappiamo da tempo. I sovranisti governano con piccoli cabotaggi nel mare ristretto delle loro idee locali. Per natura, sono incapaci di unioni di qualsiasi portata. È la loro natura.

Buon giovedì.

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Straniero uguale criminale, l’equazione non regge

Il racconto delle persone straniere nelle carceri italiane è un esempio di come il dibattito pubblico deformi i numeri: dati decontestualizzati, equazioni semplicistiche che suonano più come propaganda che analisi. Un’analisi di Facta lo dimostra: dietro le percentuali si nascondono fattori sociali, economici e giuridici che alterano la percezione.

Al 31 gennaio 2025, secondo il ministero della Giustizia, le persone straniere detenute erano 19.622, il 31,6% del totale. Un dato spesso usato per collegare immigrazione e criminalità. Eppure, come riporta Facta, il tasso di detenzione degli stranieri è in calo da quindici anni: nel 2009 era dello 0,61%, oggi è sceso allo 0,35%, nonostante l’aumento della popolazione straniera residente. Il legame tra immigrazione e crimine, dunque, non regge.

Gli stranieri hanno meno accesso alle misure alternative alla detenzione e sono più spesso incarcerati per reati di lieve entità. Il 91% delle condanne per violazioni della normativa sull’immigrazione riguarda loro: significa che molti sono in carcere per reati che un italiano non può commettere.

Il sistema premia chi ha una rete sociale e affonda chi non ha tutele. Chi è senza alloggio difficilmente otterrà i domiciliari. Chi non ha una comunità rischia di rimanere in carcere in attesa di giudizio. Se è giovane e senza famiglia, finirà dietro le sbarre invece che in percorsi di reinserimento.

La distorsione dei numeri serve a rafforzare pregiudizi. Ma i dati raccontano altro: il legame tra immigrazione e criminalità è un costrutto politico, non una realtà. L’ossessione securitaria non colpisce chi delinque, ma chi è più vulnerabile. Ed è questo che dovrebbe farci paura.

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Gaza, la farsa della tregua e il laboratorio dell’impunità

Gaza brucia ancora, come se la storia non fosse mai servita a niente. La tregua, una farsa utile ai governi per guadagnare tempo, si è dissolta nel fumo delle esplosioni. Netanyahu, sempre più prigioniero della sua stessa guerra, sacrifica tutto, ostaggi compresi, pur di non cedere alla realtà di un fallimento. E l’Europa L’Europa osserva, deplora, e nel frattempo fornisce a Israele il necessario per continuare la mattanza.

Il laboratorio Gaza dimostra che si può fare: si può assediare una popolazione fino a ridurla in macerie, si può condannare alla fame, si può violare una tregua senza pagare alcun prezzo politico. Una scuola di impunità, dove la legge internazionale è carta straccia e il diritto di autodeterminazione non vale per tutti. Non per i palestinesi, non per chi non rientra nella geografia della civiltà che l’Occidente si racconta.

Nel frattempo, a Gerusalemme, le famiglie degli ostaggi riempiono le piazze gridando quello che nessuno al potere vuole ammettere: Netanyahu non ha il mandato per sacrificarli. Ma non c’è spazio per i dubbi quando la sopravvivenza politica si misura in bombardamenti. Netanyahu lo sa e scommette tutto sulla guerra, mentre i cadaveri si accumulano e la comunità internazionale volta la testa dall’altra parte.

La grande illusione era pensare che tutto fosse finito. Ma chi vive sotto le bombe non ha mai avuto il privilegio di illudersi.

Buon mercoledì. 

 

Foto WC

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Ma quale hotspot a Porto Empedocle, dietro c’è un Centro per i rimpatri

L’hotspot di Porto Empedocle è l’ennesima prova che il governo Meloni ha trasformato l’accoglienza in un simulacro, un’operazione di facciata che cela il vero obiettivo: respingere. Il rapporto del monitoraggio condotto da Asgi e Maldusa (pubblicato a febbraio 2025) lo documenta con precisione: Porto Empedocle non è un luogo di prima assistenza, ma un ingranaggio di un sistema detentivo e selettivo che ha poco a che fare con il rispetto dei diritti fondamentali.

Un’accoglienza che si traduce in detenzione

Il centro, gestito formalmente dalla Croce Rossa Italiana, funge da prolungamento dell’hotspot di Lampedusa. Le persone migranti vi transitano rapidamente, trasferite dopo procedure sommarie di identificazione. L’accesso al centro ha rivelato una realtà ben diversa dalle narrazioni ufficiali: l’hotspot è vuoto al momento della visita, ma è chiaro che quando operativo funziona come un meccanismo di smistamento rapido, dove le persone vengono etichettate e indirizzate verso destinazioni decise a monte. Per i richiedenti asilo, il percorso è quello del CAS o del SAI. Per chi viene considerato irregolare, invece, l’iter è la detenzione finalizzata all’espulsione.

Dal punto di vista formale, chi si trova nell’hotspot di Porto Empedocle può uscire dopo il foto-segnalamento. Ma nei fatti, molti non ne sono informati, altri si trovano in un’area isolata, senza reali alternative. Il trattenimento diventa così un fatto, anche quando non dovrebbe esserlo.

La fabbrica dei rimpatri

Il rapporto evidenzia un aspetto cruciale: ad agosto 2024 è stata creata una struttura interna all’hotspot destinata specificamente alla detenzione amministrativa, con una capienza di 50 posti. Questa struttura, affidata alla cooperativa sociale “Oltre il mare”, è separata dall’hotspot con doppie recinzioni e presenta una connotazione fortemente detentiva. Un vero e proprio CPR in miniatura, dove il telefono cellulare viene sequestrato e le comunicazioni con l’esterno sono ridotte al minimo.

Al momento del sopralluogo, la struttura ospitava 14 persone, tutte tunisine. La loro detenzione si basa su criteri arbitrari, come la provenienza da paesi considerati “sicuri” o la presunta strumentalità della richiesta d’asilo. La selezione delle persone da trattenere avviene con un metodo che sembra più vicino alla presunzione di colpevolezza che alla valutazione individuale. Il 90% delle convalide del trattenimento non regge in tribunale, ma il tempo passato in detenzione segna comunque i corpi e le vite.

La repressione che uccide

Uno degli episodi più drammatici riportati nel documento riguarda un uomo tunisino che, dopo 26 giorni di detenzione, è stato rimpatriato e si è tolto la vita in Tunisia. Il rapporto evidenzia che durante la sua permanenza in Italia aveva mostrato segni di grave disagio psichico, ma il suo fascicolo medico non è stato trasmesso. Non era un’eccezione: il sistema detentivo non si preoccupa della condizione individuale delle persone migranti, ma solo del loro status giuridico. L’obiettivo non è proteggere, ma espellere nel minor tempo possibile.

Un altro giovane tunisino, nei primi giorni del 2025, si è immolato nella città di Kairouan dopo essere stato rimpatriato. Il suo gesto estremo porta con sé il peso dello stigma sociale legato al ritorno forzato, ma anche la disperazione di chi ha visto svanire l’ultima possibilità di libertà. “Harqa”, in tunisino, significa “bruciare”, ed è la parola usata per indicare il viaggio clandestino verso l’Europa. Bruciare le frontiere, quando queste negano ogni prospettiva di vita.

La propaganda dell’ordine

Porto Empedocle è un tassello centrale della politica migratoria del governo Meloni. Il centro, insieme ai nuovi progetti di detenzione previsti ad Augusta e Trapani, rappresenta un esperimento che potrebbe estendersi ad altri punti di ingresso nel paese. Il modello è chiaro: trasformare ogni hotspot in un filtro securitario, accelerare i rimpatri, ridurre l’accesso alla protezione internazionale.

Nel frattempo, la propaganda dell’ordine continua a vendere il mito del controllo, mentre nel silenzio delle istituzioni e nell’indifferenza dei più, le persone migranti continuano a pagare il prezzo più alto. Con la loro libertà, con la loro salute, con la loro vita.

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Un partito sempre diviso su tutto, nel Pd la costante è l’autodistruzione

Elly Schlein ha vinto le primarie. Ha preso un partito ridotto ai minimi termini e lo ha riportato sopra il 22%, con Fratelli d’Italia in flessione. Ma c’è una parte del PD che non se ne fa una ragione. Non ha mai accettato il risultato delle primarie, non ha mai riconosciuto davvero la legittimità della segretaria e al primo voto europeo utile ha deciso che il patto di non belligeranza era carta straccia.

Non è bastato il bagno di folla a Piazza del Popolo, non è bastato il lavoro per tenere il partito fuori dall’ambiguità sulla guerra e sulle scelte europee. Quando si è trattato di votare il piano ReArm Europe, Schlein si è ritrovata con dieci europarlamentari del PD – tra cui Pina Picierno, Antonio Decaro e Stefano Bonaccini – schierati per il sì alla linea di von der Leyen, e undici che si sono astenuti seguendo la linea della segreteria.

La minoranza ha deciso che era il momento di colpire, e la stampa amica si è mossa di conseguenza. “Il Foglio” ha già iniziato a spingere Picierno, mentre altri quotidiani hanno tirato fuori il nome di Decaro, che si è affrettato a smentire. Il copione è sempre lo stesso: una minoranza interna che si agita, i giornali che soffiano sul fuoco, la parola “congresso” che comincia a girare.

Chi comanda davvero nel Pd?

Schlein è segretaria, ma il gruppo parlamentare europeo del PD ha una composizione che non la segue. C’è un evidente problema di classe dirigente: il partito è ancora nelle mani di chi la segretaria non l’ha mai voluta. Non è un caso che Bonaccini abbia votato con la minoranza, né che Picierno – piazzata in Europa con un ruolo da vice che l’ha resa inevitabilmente un polo di potere autonomo – abbia alzato il tiro contro la leadership.

Forse sarebbe stato più utile giocarsi diversamente le nomine in Europa. Forse, invece di candidare Marco Tarquinio e Cecilia Strada solo come “agenti esterni”, si poteva puntare su una vicepresidenza europea a un nome più solido, come Nicola Zingaretti, invece di consegnare Picierno a una posizione che oggi usa per attaccare.

Il Pd, il solito Pd: l’eterna erosione del segretario

D’altronde, la storia si ripete. Il PD è l’unico partito che consuma i suoi segretari con la sistematicità di un rituale. Bersani nel 2013 si ritrovò impallinato dal fuoco amico nel momento più delicato: aveva vinto le elezioni ma non riuscì a eleggere un presidente della Repubblica perché il partito gli si rivoltò contro, mandando in fumo prima Franco Marini e poi persino Romano Prodi. Poco dopo dovette dimettersi. Stessa fine per Veltroni prima di lui, per Renzi dopo. Sempre la stessa storia: il segretario di turno si trova a combattere non solo contro la destra, ma anche contro il suo stesso partito. Il risultato è un partito che, a ogni tornata elettorale, appare bloccato e ripiegato su se stesso, più impegnato a farsi la guerra interna che a battere la destra.

L’episodio del Senato si inserisce in questo schema. Dopo giorni di trattative, la segretaria è riuscita a evitare una nuova frattura nel voto sulla politica di difesa europea, con una risoluzione che tiene insieme le due anime del partito. Ma il punto è un altro: non è una questione di singoli voti, è una questione di potere. La minoranza riformista ha ormai rotto il patto di tregua, e la strategia è evidente: logorare la segretaria dall’interno, mettendo in dubbio ogni sua scelta e presentandola come isolata.

I riformisti senza sponde, nemmeno da Renzi

L’idea della minoranza era chiara: presentare Schlein come isolata, minoritaria, fuori dalla realtà del PD. Ma i numeri non tornano. Perché se i riformisti del PD speravano di trovare una sponda in Renzi, hanno fatto male i conti. Il leader di Italia Viva ha definito il piano di von der Leyen “fuffa”. Quindi la minoranza interna si ritrova a premere per un riarmo europeo senza nemmeno il sostegno di chi storicamente ha sempre spinto per l’atlantismo spinto. Intanto, mentre la minoranza agita lo spettro del congresso, i numeri dei sondaggi raccontano un’altra storia: il PD è l’unico partito in crescita. Fratelli d’Italia perde lo 0,2%, Italia Viva è sotto il 2,5%.

Ma è davvero Schlein ad avere un problema

Certa stampa scrive di un PD spaccato, di una segretaria in difficoltà, di un partito alla deriva. Eppure, c’è un dettaglio che viene sempre omesso: Schlein ha preso un partito morente e lo ha riportato sopra il 22%, con margini di crescita reali. Il PD torna a giocare partite politiche da protagonista, ma per qualcuno questo non va bene.

La vera domanda è un’altra: dove sta andando questo partito? Schlein è stata eletta con un mandato chiaro, ma il PD sembra rispondere sempre con la stessa logica autolesionista. Se il modello è quello visto con Bersani, Veltroni e gli altri il futuro è già scritto: una leadership sotto costante assedio, una minoranza che lavora ai fianchi e un partito che, ancora una volta, rischia di restare fermo mentre gli altri si muovono.

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Debiti pure sulla guerra che non c’è

Ci sono due momenti significativi da registrare nel paludato discorso della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri al Senato in vista del prossimo Consiglio europeo.

Il primo è lo sguardo torvo della presidente quando in Aula scattano sonori gli applausi dei senatori della Lega dopo che ha pronunciato, per ringraziarlo, il nome del ministro delle Finanze, Giorgetti. I leghisti esultano per aver costretto Meloni ad attorcigliarsi in un discorso che riesce nella mirabile impresa di non dire nulla: stiamo con von der Leyen, che chiede di armarsi contro Putin e contro Trump, ma stiamo anche con Trump, che lecca Putin. Tutto e il suo contrario. Il ministro ammicca, i leghisti esultano e a Meloni rode.

Il secondo è il perenne inganno che sta dietro la retorica della guerra. “Lascio quindi volentieri ad altri”, dice Meloni, “quella grossolana semplificazione secondo cui aumentare la spesa in sicurezza equivale a tagliare i servizi, la scuola, le infrastrutture, la sanità o il welfare”. La politica è molto più semplice di come si racconta: ha il dovere di decidere come spendere i soldi, siano prestiti o debito. Non è una semplificazione, anzi, è straordinariamente semplice: il debito che non si può fare per i lavoratori, per la sanità, per la scuola e per il welfare è stato concesso in un lampo per la guerra. Avere aperto un apposito capitolo di bilancio non rende quei soldi gratuiti.

Cara Meloni, la teniamo noi volentieri la “grossolana semplificazione”. È talmente lampante.

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Carte bollate sull’antimafia, il nodo stampa-potere

Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia, ha querelato Saverio Lodato. Un giornalista antimafia, che da cinquant’anni racconta la criminalità organizzata con nomi, fatti e dettagli, viene citato in giudizio da chi, per ruolo, dovrebbe tutelare il diritto di raccontare. Lodato lo ha annunciato pubblicamente. Una denuncia per diffamazione partita dalla procura di Roma per una trasmissione di Otto e Mezzo del 23 ottobre scorso, nella quale si era limitato a ricordare alcuni dati di fatto: una foto di Colosimo con Luigi Ciavardini, condannato per la strage di Bologna, la decisione di ignorare un dossier di 50 pagine sull’eversione nera presentato da Roberto Scarpinato e la richiesta della stessa Colosimo di sollevare la questione dell’incompatibilità. Nessuna opinione, nessuna illazione. Solo cronaca.

Eppure, la presidente della commissione antimafia ha scelto la via giudiziaria. Un riflesso sempre più frequente tra esponenti politici e di governo, che reagiscono alle critiche con la querela facile, trasformando i tribunali in strumenti di intimidazione. Non c’è neanche l’originalità di un metodo nuovo: si reprime, si delegittima, si allude a inesistenti complotti e si tenta di zittire chi fa domande scomode. Un copione già visto. La Federazione nazionale della stampa e l’Assostampa Sicilia hanno espresso solidarietà a Lodato. Il sindacato dei giornalisti ricorda che il compito dell’informazione è quello di essere ‘cane da guardia della democrazia’. Se chi guida la commissione antimafia si sente minacciata dai fatti, il problema non è Lodato. Il problema è il rapporto tra stampa e potere, sostanzialmente è la democrazia.

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