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«Il camerata» si può dire, «il fascista» no

Nella Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio a Bologna, il 9 luglio, Ignazio La Russa ha commemorato Marcello Bignami, dirigente dell’Msi, e l’ha chiamato «il camerata Marcello». Poi ha chiesto: «Lo posso dire?». Ventiquattro giorni dopo, nello stesso palazzo, si contavano le 85 persone ammazzate alla stazione e il governo mandava un sottosegretario. Giorgia Meloni ha spedito una nota dove la…

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La frontiera che il governo vuole chiudere non esiste

Sospendere Schengen con la Spagna. Detto così sembra una misura. Solo che con la Spagna non abbiamo un metro di frontiera, quindi i controlli cadrebbero su aerei e traghetti, cioè sulle file dei nostri turisti al ritorno da Barcellona. Giorgia Meloni promette “strumenti straordinari”, Antonio Tajani si accoda, Madrid convoca l’ambasciatore.

Lo strumento straordinario, poi, ha i tempi di una raccomandata: l’articolo 25 del Codice frontiere pretende una minaccia grave per l’ordine pubblico, la notifica a Bruxelles e agli altri Stati, quattro settimane di preavviso. Nessuno chiude niente in una serata, e chi lo ha annunciato lo sa.

Soprattutto sbarrerebbe una porta chiusa da trentacinque anni. Dalla dichiarazione allegata all’adesione spagnola del 1991, chi parte da Ceuta e da Melilla verso l’Europa viene fermato e identificato come se uscisse da fuori Schengen. Tajani intanto scrive che Madrid ha dato “la cittadinanza spagnola, quindi europea” a mezzo milione di irregolari. Ma in realtà si tratta di un permesso di soggiorno annuale.

Una noticina ai competenti, colleghi e parlamentari compresi, che da due giorni sbagliano la parola: Ceuta è un’exclave, non un’enclave. L’enclave è il territorio visto da chi lo circonda, cioè dal Marocco, che poi non lo circonda del tutto: sul quarto lato c’è il mare. Da lì sono arrivati a nuoto, e lì ne sono annegati una sessantina in un giorno.

E se il criterio è il suo, il primo Paese da sospendere siamo noi: nel 2025 in Spagna sono entrate irregolarmente 36.775 persone, sulla rotta che porta in Italia 66.328. Anzi, senza Schengen la prima a piangere sarebbe Meloni, che campa sul fatto che poi qualcuno se ne vada verso nord. Solo che a destra Marine Le Pen twittava già dalla mattina, e allora si va a rimorchio.

Intanto, mercoledì sera, Carlo Nordio ha spedito alla Procura generale di Roma il fascicolo della Corte penale internazionale su Almasri, sette giorni dopo che la Consulta, sentenza 143, aveva stabilito che quelle carte andavano trasmesse subito.

Quattro settimane di preavviso per chiudere una frontiera che non c’è. Settantanove settimane per portare un fascicolo dall’altra parte di Roma. Strumenti straordinari, li chiamano.

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Ucraina, la mafia punta ai droni utilizzati nella guerra con la Russia. E l’Europa non sa dire quante armi ha spedito

780.465. Sono le armi perse o rubate in Ucraina dal 2022 nel registro del ministero degli Interni di Kiev, ripreso da Il Fatto Quotidiano: 149mila nei primi cinque mesi del 2026. Su quella cifra martedì si è aperta l’audizione di Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo, in Commissione antimafia. «Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci», ha detto ai commissari. Cosa nostra, ha aggiunto, prova a ricostituire «un arsenale di qualità».

Il precedente è di tre settimane fa. Il 13 luglio i carabinieri hanno fermato 22 persone del mandamento San Lorenzo-Tommaso Natale, la banda dei kalashnikov che taglieggiava i negozi di Mondello. I fucili arrivavano dalla Puglia, di origine balcanica, per mediazione di Salvatore Verga, che comandava dal carcere di Trani. Secondo Il Fatto Quotidiano trattava anche un drone lanciamine, finché gli investigatori hanno chiuso la trattativa.

L’avvertimento del 2022

Qualcuno ci aveva avvisati. A maggio 2022, novanta giorni dopo l’invasione, Nicola Gratteri ricordava a La7 che dopo la guerra nell’ex Jugoslavia la ‘ndrangheta comprava kalashnikov e bazooka a 750 euro. Una settimana dopo, sempre lui, aggiungeva che il problema andava affrontato «adesso» e che «forse è già tardi».

Quattro anni dopo gli atti europei lo ripetono in lingua amministrativa. L’Eu-Socta 2025 di Europol, del 18 marzo 2025, mette il traffico di armi fra le minacce principali e chiude così: “le armi disponibili nell’Ucraina del dopoguerra aggraveranno ulteriormente questa minaccia”. A febbraio la Commissione europea ha proposto una direttiva contro quel traffico, e la valutazione d’impatto prevede che la disponibilità di armi illegali aumenti “una volta concluso o stabilizzato il conflitto in Ucraina”. Solo che i dati armonizzati mancano, e il fenomeno sfugge a ogni misura precisa.

Il collo di bottiglia si chiama riservatezza

Quel vuoto ha una data e un verbale. Il 14 febbraio 2025 la Dg Home e il punto focale olandese sulle armi da fuoco hanno portato le slide al gruppo di lavoro del Consiglio dell’Ue sull’export di armi. Alla voce ostacoli il primo punto è la riservatezza sull’export verso Kiev, il secondo è “l’interesse politico”. L’ultima slide è una previsione asciutta: le armi finiranno alla criminalità organizzata, e bisogna prepararsi.

L’Italia sta proprio lì dove il meccanismo si vede meglio. Dal 2022 Roma ha spedito dodici pacchetti militari a Kiev, tutti secretati. L’elenco è un allegato classificato dello Stato maggiore della difesa, il Copasir riceve l’informativa e resta vincolato al segreto, le Camere votano la proroga senza leggere la lista. Gli Stati che dovrebbero fornire i numeri di matricola sono esattamente quelli che li tengono classificati.

Per questo conviene fermarsi sulla parte che smonta la vulgata di Mosca. Il Small Arms Survey, nel rapporto Weapons Compass di dicembre 2025, ha analizzato 2.587 sequestri ucraini del 2023-2024. Le granate sequestrate salgono da 4.043 nel triennio prima dell’invasione a 10.311, più 155%. Solo che delle 4.129 granate identificate per modello appena 437, l’11%, erano occidentali. Manca la prova di una diversione sistematica delle forniture atlantiche. A disperdersi è l’arsenale sovietico e quello raccolto sul campo, che resta comunque senza anagrafe.

Intanto la contabilità cresce dall’altro lato. Nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato 2.887 miliardi di dollaris econdo il Sipri: l’Europa a 864 miliardi, più 14%, l’Italia su di circa il 20%. Lo stesso anno l’Uppsala Conflict Data Program ha contato 65 conflitti armati statali, record dal 1946. Si finanzia la fabbrica e si risparmia sul registro. Poi un procuratore spiega che a Palermo cercano un drone che sgancia mine, e la risposta restano 780.465 pezzi dispersi in un registro che l’Europa legge sui giornali.

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Legge elettorale, il Quirinale è il vero premio (di maggioranza) del 2027. Intanto Mattarella ricorda quali poteri gli spettano a chi punta ad ereditarli

Una nota di poche righe, battuta dalle agenzie il 16 luglio, dice più di qualunque retroscena. Il Quirinale comunica che Sergio Mattarella ha ricevuto il ministro della Giustizia Carlo Nordio per puntualizzare “i limiti delle attribuzioni del ministro” sulla grazia, con richiamo alla sentenza 200 del 2006 della Consulta. Un capo dello Stato che deve ricordare a un ministro il perimetro della Costituzione è un capo dello Stato lasciato solo a presidiarlo.

Il 15 luglio la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, a 14 anni e 9 mesi per i due rapinatori uccisi in fuga nell’aprile 2021. Nelle stesse ore Nordio apriva l’istruttoria e Giorgia Meloni rivendicava l’impulso: «gli ho detto io di andare avanti». Matteo Salvini saliva due giorni di fila al carcere di Bollate. Al Ventaglio, ieri mattina, Mattarella ha risposto per allusione: piegare le regole ai comportamenti individuali significa decidere «l’abdicazione dello Stato». Il monito arriva a una maggioranza impegnata a fare esattamente l’opposto.

Obiettivo Quirinale

Il discorso del Presidente dell’altro ieri è un inventario di solitudini. Mattarella ha chiesto ai partiti di mettere l’astensionismo davanti a tutto. Ha giudicato inammissibile l’assalto ai cantieri della Torino-Lione del 25 luglio, oltre 120 feriti tra le forze dell’ordine. Ha chiesto di sbloccare la Commissione di vigilanza Rai, azzerata il 2 luglio dalle dimissioni in blocco. Lettera43 lo riassume in una formula esatta: “Così super partes da essere solo”. Del resto è solitudine aritmetica: da Oscar Luigi Scalfaro in avanti il Colle è stato la garanzia che il centrosinistra offriva e la destra tollerava. Quella tolleranza è scaduta.

Le mosse sono due e corrono insieme. La prima è l’assedio: nel novembre 2025 il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami chiese conto al consigliere Francesco Saverio Garofani di frasi riportate dalla Verità. Il Colle replicò che l’attacco sconfinava nel ridicolo. La seconda è la scalata: il 29 giugno, su Rete 4, Meloni ha evocato il superamento di «questo altro grande tabù». Il 26 luglio, a Viareggio, Ignazio La Russa ha pronosticato la premier al Quirinale «non questa volta, ma la prossima».

L’aritmetica del 2027

Il settennato scade il 3 febbraio 2029 e a scegliere il successore sarà il Parlamento uscito dalle politiche del 2027. La legge elettorale diventa così una legge quirinalizia. Lo Stabilicum, approvato dalla Camera a metà luglio con 217 voti contro 152, dà alla coalizione sopra il 42% un premio di 70 deputati e 35 senatori, tetto a 220 e 113 eletti. Fanno 333grandi elettori su un collegio di 600 parlamentari più 58 delegati regionali. E dal quarto scrutinio, dice l’articolo 83, basta la maggioranza assoluta. Il conto torna da solo.

Poi ci sono i litigi dentro il perimetro. Fratelli d’Italia coltiva profili istituzionali: Alfredo Mantovano e Raffaele Fitto, col mandato europeo in scadenza proprio nel 2029. Forza Italia lavora per Antonio Tajani, la Lega indica Lorenzo Fontana e Roberto Calderoli. Intanto Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha scavalcato la Lega nella Supermedia YouTrend/Agi del 9 luglio, 6,2% contro 5,8%. E per Nando Pagnoncelli quell’alleanza costerebbe alla coalizione oltre due punti, dal 47,9% al 45,4%. Chi perde per un voto, 188 a 187, un emendamento sulle preferenze porta allo scrutinio segreto del Colle con i franchi tiratori già in servizio.

Il 22 e 23 marzo gli elettori hanno affossato la riforma costituzionale della giustizia, No oltre il 53% e affluenza al 58,93%. La riscrittura della Carta si è chiusa lì. Resta l’elezione, che si vince contando le teste e si gioca l’anno prossimo. Per questo la nota del 16 luglio pesa più di un discorso: un presidente costretto a mettere per iscritto quali poteri gli spettano li sta già difendendo da chi conta di ereditarli.

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Bardawil, il lago requisito dai militari di Al Sisi: i pescatori sotto la giurisdizione militare, l’Europa chiude un occhio e paga

A pescare nel lago Bardawil, nel nord del Sinai, serve il permesso di un’agenzia che risponde all’Aeronautica militare egiziana. Si chiama Autorità Futuro dell’Egitto per lo sviluppo sostenibile, e ha in carico il lago dal novembre 2024. Da allora decide chi entra in acqua, con quale rete e a quale prezzo consegna il pescato. Il rapporto “Fishing Under Military Order”, uscito a luglio 2026, mette in fila 28 interviste raccolte fra dicembre 2025 e marzo 2026 e i fascicoli dei processi. Lo firmano EgyptWide, la Sinai Foundation for Human Rights e l’Egyptian Front for Human Rights. Il lavoro grosso l’aveva fatto il decreto presidenziale 294 del 2019, che classifica i grandi laghi come aree adiacenti ai confini e li affida ai tribunali militari. I pescatori restano civili, i loro giudici no.

Bardawil: il pesce, il prezzo, la multa

Da novembre 2024 le barche che rientrano all’attracco consegnano agli agenti dell’Autorità fra il 70 e il 100 per cento del pescato. Il prezzo lo fissa chi ritira: l’orata a 100 sterline egiziane quando sul mercato ne vale 250, la cernia a 300 contro 850. Poi l’Autorità rivende, e il margine resta dentro il perimetro militare.

Le licenze seguono la stessa curva. Con la vecchia amministrazione civile costavano 130 sterline l’anno, oggi 300 ogni tre mesi. Le sanzioni amministrative sono passate da qualche centinaio di sterline a cifre fra 20mila e 60mila. Una barca che deriva verso la bocca del lago per la marea costa più di quanto renda una stagione. Intanto la produzione dichiarata scende, da 20-25 tonnellate al giorno a 10-13. Lo sviluppo, insomma, ha una direzione sola.

Dal lago al tribunale militare

Il 6 e 7 gennaio 2025 la polizia militare dell’agenzia ha arrestato cinque pescatori. Accusa: pesca in periodo proibito dentro un’area militare. Il 19 febbraio un tribunale militare li ha condannati a un anno di carcere e 50mila sterline di multa ciascuno, come hanno documentato Amnesty International e la Sinai Foundation. Alle difese è stato negato il controinterrogatorio dei testimoni dell’accusa, e due udienze si sono tenute senza gli imputati. Il rapporto conta almeno 13pescatori detenuti o processati a Ismailia. E l’agenzia che li denuncia è la stessa che compra il loro pesce.

A maggio 2025 i pescatori hanno provato lo sciopero. L’amministrazione ha chiuso il lago, poi ha fatto circolare le liste dei sospesi: una cinquantina di licenze revocate in via definitiva, comprese quelle di chi allo sciopero era estraneo. La trattativa, quando è stata concessa, si teneva a El-Dabaa, a centinaia di chilometri dalle case. Un negoziato costruito perché fallisse.

Il conto che paga l’Europa

Il lago è un dettaglio dentro un sistema. Il rapporto annuale 2026 di Amnesty conta circa 6.000 persone rinviate ai circuiti speciali per il terrorismo in nove mesi, molte per il solo esercizio di diritti fondamentali. Human Rights Watch, alla vigilia del primo vertice Ue-Egitto dell’ottobre 2025, ha scritto che sparizioni forzate, torture ed esecuzioni extragiudiziali proseguono in un contesto di impunità quasi totale.

Bruxelles, da parte sua, ha alzato la posta. 7,4 miliardi di euro nel pacchetto firmato al Cairo il 17 marzo 2024, 5 miliardi di assistenza macrofinanziaria, gli ultimi 4 a giugno 2025. E due tranche da 20 milioni, novembre 2024 e 8 giugno 2026, versate alle Forze armate egiziane attraverso lo Strumento europeo per la pace. Le stesse che amministrano il lago.

Roma lo sa già

Al vertice del Cairo c’era Giorgia Meloni, che lo definì storico e ci agganciò il Piano Mattei. L’Italia resta il fornitore militare di riferimento. Fra il 2013 e il 2020 sono state autorizzate vendite di armamenti all’Egitto per 2 miliardi e 33 milioni di euro, il 92 per cento concentrato nel biennio 2019-2020, secondo l’elaborazione di Weapon Watch sulle relazioni governative. Le due fregate Fremm cedute dall’Italia valgono da sole circa 1,2 miliardi.

E il 28 settembre la prima Corte d’assise di Roma leggerà la sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni, sparito al Cairo il 25 gennaio 2016. Quattro ufficiali della National Security Agency sono giudicati in contumacia: gli indirizzi il Cairo si è sempre rifiutato di darli. La procura ha chiesto l’ergastolo per uno di loro e 17 anni e sei mesi per gli altri tre.

Poi c’è il capitolo di casa nostra. Il 26 novembre 2025 il ministero dell’Interno ha dato il via libera all’espulsione verso l’Egitto di Mohamed Shahin, imam a Torino da oltre vent’anni e oppositore del regime. A fine dicembre la Corte d’appello di Caltanissetta ha negato il rimpatrio, indicando un rischio concreto per la sua vita. A marzo 2026 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato. I giudici italiani hanno messo agli atti quello che il governo evita di pronunciare: in Egitto un oppositore ci lascia la pelle.

Il pesce del Bardawil, intanto, viaggia verso le tavole europee. Dopo oltre tre anni di stop, e una missione ispettiva, l’Unione ha riaperto nel 2024 il mercato al pescato egiziano. Nell’aprile 2026 il Cairo ha ottenuto il primo via libera anche per l’acquacoltura. Le ispezioni misurano la tracciabilità sanitaria. Su chi lo pesca, e a quali condizioni, l’ispezione manca.

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Valanga di armi dall’India ad Israele

Duemilacinquecentonovantasei spedizioni fra il 7 ottobre 2023 e il 30 novembre 2025. È il registro che Amnesty International ha pubblicato il 30 luglio nel rapporto “Made in India”: almeno 390.516 parti per armi leggere e 564.970 parti di ordigni esplosivi partite da aziende indiane verso i fornitori diretti dell’esercito israeliano. Fra le forniture, testate per i droni SkyStriker simili a quelle trovate fra le macerie di Khan Younis.

Nelle stesse ore Donald Trump ha annunciato l’accordo per il disarmo completo di Hamas. Il conteggio delle armi arrivate all’altra parte è uscito insieme all’annuncio.

Il criterio con cui Amnesty misura la responsabilità va letto con calma. La Convenzione sul genocidio obbliga a prevenire, e l’obbligo scatta quando uno Stato sa. Dopo le misure cautelari della Corte internazionale di giustizia, scrive la segretaria generale Agnès Callamard, le autorità indiane “non possono credibilmente affermare di ignorare” il rischio di contribuire a quello che Amnesty definisce genocidio.

Il registro italiano dice la stessa cosa con altri numeri. Nel 2025 Israele resta fuori dalle nuove autorizzazioni individuali, perché l’Uama le ha sospese. Intanto, secondo la Relazione dell’Agenzia delle Dogane letta dalla Rete italiana pace e disarmo, verso Israele sono partiti 228 trasferimenti definitivi e 296 riesportazioni. Oltre 22,6 milioni di euro di materiale militare, tutto su licenze rilasciate prima dello stop.

Il 30 luglio, question time al Senato, Antonio Tajani ha risposto al senatore Peppe De Cristofaro che la sospensione anche parziale dell’accordo di associazione Ue-Israele «non sia per il momento la scelta giusta». Nella stessa seduta il ministro ha esibito l’altro registro: 95 civili evacuati da Gaza dal 28 febbraio, 89 dei quali studenti. Dopo fine febbraio, nessuna evacuazione sanitaria. I due registri li tiene lo stesso ministero.

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Settecento militari italiani nel Golfo da quattro mesi all’insaputa del Paese. Ecco la norma (del 2024) che lo ha reso possibile

Sul sito della Difesa è comparsa la scheda di un’operazione partita quattro mesi fa. Dice che “dalla seconda metà di marzo 2026“, su richiesta dei Paesi partner, l’Italia ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Si chiama Task Force Air-Arabia, la comanda il colonnello Michele Schiavi, conta 400 militari e quattro Eurofighter.

Accanto opera la Task Force Land-Arabia dell’Esercito, circa 300 uomini con una batteria Samp/T, metà in Arabia Saudita. Settecento militari italiani in un Paese che dal 28 febbraio incassa missili e droni iraniani, e che il 29 luglio si è unito ai raid americani in Iraq. L’operazione l’ha rivelata Fausto Biloslavo sul Giornale, poi Repubblica. La pagina è arrivata dopo.

Il 13 marzo, al Quirinale, il Consiglio supremo di difesa metteva a verbale che “l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra”, e che il sostegno al Golfo restava “in base a missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento“. Solo che la delibera missioni 2026, scheda 4, autorizza l’impiego in Emirati, Kuwait, Bahrein e Qatar. L’Arabia Saudita in quell’elenco manca.

La clausola che sposta i confini

La legge 168 del 2024 ha ritoccato la legge quadro sulle missioni, la 145 del 2016, infilandoci le parole “anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica“. Da lì il perimetro autorizzato smette di essere un Paese e diventa un quadrante, dentro cui gli assetti si spostano senza ripassare dalle Camere.

I capigruppo del Pd hanno depositato ieri un’interrogazione proprio su quella clausola. Dal ministero replicano citando una risoluzione che autorizza “il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea”. È una formula che copre tutto proprio perché evita i nomi.

Il 3 marzo Guido Crosetto spiegava che aiutare il Golfo «significa difendere le nostre economie», e due giorni dopo, alla Camera, ripeteva che «l’Italia non è in guerra». Il 27 marzo Roma negava a Sigonella l’atterraggio a bombardieri americani diretti in Medio Oriente, e Donald Trump lo rinfaccia da mesi a Giorgia Meloni. Il 24 giugno il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha raccontato a Fox News di 500 aerei statunitensi partiti dalle basi italiane; la Difesa ha bollato il racconto come “totalmente fallace”, attività solo tecniche e logistiche.

Il conto è a bilancio: a luglio, al vertice Nato di Ankara, il governo ha confermato il 5% del Pil entro il 2035, dal 2,8%di oggi. L’Osservatorio Mil€x stima in quasi 500 miliardi la spesa aggiuntiva rispetto alla soglia del 2%.

Il criterio, non il nome

A fine luglio il portavoce dei pasdaran, il generale Hossein Mohebbi, ha avvertito che qualunque Paese schierato con gli Stati Uniti «diventerà un nostro obiettivo legittimo». Ha citato Gran Bretagna e monarchie del Golfo, e in quella lista l’Italia manca. Il criterio, però, lo soddisfa per intero.

Il nome, del resto, Teheran l’ha già fatto. Il 21 febbraio gli Esteri iraniani hanno designato le “forze navali e aeree” dei Paesi Ue come organizzazioni terroristiche. Il 25 giugno il portavoce Esmaeil Baqei ha scritto su X che Italia e Romania erano state “esplicitamente nominate” da Rutte fra i partecipanti all’aggressione. Antonio Tajani ha telefonato all’omologo Abbas Araghchi: l’Italia “non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare”, dice. Quei settecento militari, a quel punto, stavano nel Golfo da tre mesi.

Qui da noi il Viminale tiene in vigilanza rafforzata oltre 28mila obiettivi sensibili. I sistemi contraerei migliori stanno fuori: uno in Arabia Saudita, un altro a Konya, in Turchia, dal 3 luglio. Difendiamo i giacimenti di Riyad e i summit dell’Alleanza, a casa restano le pattuglie. La scheda è comparsa quattro mesi dopo il primo volo. Le Camere l’hanno letta sul sito, come tutti.

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Prestiti Ue per il riarmo, quanto costa davvero l’accesso ai Fondi Safe per le spese militari

La data cade nel 2075. Secondo i conti dell’osservatorio Mil€x: su quell’anno cade l’ultima rata dei prestiti Ue per il riarmo che il governo italiano racconta come una partita di tesoreria. L’osservatorio ha modellato il rimborso dei 14,9 miliardi del programma Safe, lo Strumento di azione per la sicurezza dell’Europa. Prima erogazione nel 2027, ultima entro il 2030, e per ogni tranche quarantacinque anni di ammortamento a partire da lì.

Martedì, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite sugli esiti del vertice Nato di Ankara, Antonio Tajani ha messo agli atti una frase netta: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi». Mezz’ora dopo, uscendo da Palazzo Madama, la cifra era tornata una prenotazione, e in serata il vicepremier derubricava il caso a «tempesta in un bicchier d’acqua». Guido Crosetto, intanto, aveva già riportato tutto in ragioneria: Safe «è un’alternativa al Bot», «una scelta totalmente tecnica». La richiesta, del resto, sta a Bruxelles dall’estate del 2025.

Il conto che si cristallizza

Il Regolamento UE 2025/1106 fissa i paletti e ignora il tasso. Durata massima quarantacinque anni, prefinanziamento fino al 15%, richieste di pagamento due volte l’anno, periodo di disponibilità chiuso al 31 dicembre 2030, dieci anni di grazia sul capitale. Il prezzo lo fa il mercato: la Commissione emette titoli comuni e gira agli Stati le stesse condizioni, tranche per tranche. Così il costo dei quasi quindici miliardi si forma pezzo per pezzo, e oggi resta ignoto. Una cosa è fissata dal primo giorno: quei soldi finanziano appalti di prodotti per la difesa, e solo quelli. Su questo punto, in audizione, è caduto il silenzio.

Mil€x lo ha stimato ancorando i tassi alla curva dei titoli europei a lunga scadenza, intorno al 3,25% sul tratto trentennale a inizio 2026. Su tre scenari fra il 3 e il 4%, l’osservatorio coordinato da Francesco Vignarca calcola per Mil€x una restituzione nominale fra 27 e 32 miliardi, con i soli interessi fra 12,5 e 16,7 miliardi. Circa il doppio del capitale incassato.

C’è poi la variabile che decide davvero, e in audizione è rimasta fuori. A parità di tasso mediano, calcola sempre Mil€x, lo stesso prestito costa 29,5 miliardi con quarantacinque anni di durata e preammortamento pieno, oppure 19 miliardi con un rimborso più corto. Oltre dieci miliardi di scarto, quasi un anno intero di acquisti italiani di armamenti. Ancora Mil€x: il solo preammortamento vale 2,6 miliardi di interessi in più, e scendere da quarantacinque a 15 anni taglia gli interessi da quasi quindici a circa 4 miliardi. Ed è esattamente la configurazione più cara quella che alleggerisce il bilancio di chi governa adesso.

La firma che manca

Il Documento di finanza pubblica 2026 mette a verbale il resto. A pagina 80, in nota, il Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti scrive che il piano trasmesso alla Commissione contempla “tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio”, e che quattro voci fuori perimetro saranno coperte tagliando altri capitoli della Difesa. Lo stesso documento registra che di prefinanziamento l’Italia ne ha chiesto zero, e ricorda l’impegno preso all’Aia: il 5% del Pil entro il 2035, di cui 3,5 di difesa in senso stretto.

Intanto nove Stati hanno firmato l’accordo esecutivo, l’ultima la Lettonia con una tranche da 3,5 miliardi. La Polonia ha incassato il 29 maggio il primo esborso da 6,6 miliardi, il 15% della sua assegnazione da 43,7 miliardi. Roma sta prima di quella soglia, e il portavoce della Commissione Thomas Regnier ripete che serve chiarezza subito.

Il Parlamento voterà su una cifra. Il costo lo decide un’altra riga, quella su durata e preammortamento, e su quella riga il governo tace da mesi. Vale dieci miliardi, e li salderà chi oggi va all’asilo.

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Il Parlamento ha scoperto i suoi soldati in edicola

«Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale.» Guido Crosetto, Camera, 5 marzo, sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Da lì il governo si è battuto su un fronte solo: dimostrare che dalle basi americane partivano soltanto voli tecnici. Quando a giugno il segretario della Nato Mark Rutte ha detto che cinquecento aerei erano decollati da qui…

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Dall’Ucraina all’Iran, si continua a parlare la lingua delle armi. E i colossi della Difesa e del petrolio fanno affari d’oro

Meno di due giorni separano la stretta di mano di Washington dal cielo pieno di missili. Martedì Volodymyr Zelensky è uscito dallo Studio Ovale scrivendo che serve “intensificare il processo diplomatico”. Fra mercoledì e giovedì la Russia ha lanciato sull’Ucraina 74 missili e 284 droni, secondo l’aeronautica di Kiev. A Radushne, vicino a Kryvyi Rih, un missile ha centrato la casa di una famiglia numerosa: sei morti, fra cui due bambine di 5 e 12 anni; in tutto il Paese almeno otto morti. La diplomazia, quest’estate, dura quanto il comunicato che la annuncia.

Il raid ha sconfinato. Alle 3:40 i radar polacchi hanno agganciato un oggetto diretto a ovest, sparito sei minuti dopo. Vicino a Tarnawa-Kolonia, provincia di Lublino, in un campo è rimasto un cratere largo dieci metri. I frammenti indicano «un missile Kh-101 russo», ha detto sul posto il premier Donald Tusk. Un missile con ogni probabilità russo è esploso dentro il perimetro dell’Alleanza atlantica e la risposta, per ora, sta nelle condanne di rito.

Dall’Ucraina all’Iran: sei mesi di fuoco, due tavoli fermi

La guerra all’Iran, aperta da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio, è entrata nel sesto mese. Nella stessa notte il Comando centrale americano ha annunciato attacchi “pesanti” su decine di obiettivi dei Guardiani della rivoluzione, risposta ai balistici lanciati martedì contro una base in Giordania. I media iraniani hanno riferito di tre morti sull’isola di Qeshm, fra cui un bambino di due anni. L’Arabia Saudita si è intanto unita ai raid in Iraq. E l’ammiraglio Brad Cooper ha portato a Donald Trump l’ipotesi di dieci-quattordici giorni di bombardamenti intensivi, ricostruisce il Wall Street Journal.

Il Pakistan, mediatore, ha assicurato intanto che i contatti proseguono per riportare le parti al memorandum di Islamabad. Sull’altro tavolo Sergej Lavrov ha bollato come «ultimatum» la sequenza chiesta dall’Occidente, tregua prima e trattativa dopo. Due negoziati aperti, quindi, e nessuna ora di silenzio. Il fuoco è l’unica lingua rimasta in servizio.

I numeri li tiene la missione Onu per i diritti umani in Ucraina: 1.396 civili uccisi e 7.978 feriti nel primo semestre, il 37% in più dell’anno scorso. Anche Kiev ha allungato il tiro: secondo Reuters i droni ucraini hanno danneggiato sette magazzini di Wildberries, circa il 10% della capacità; nei depositi colpiti le autorità russe hanno contato otto morti. La guerra è arrivata nei magazzini dell’e-commerce, addosso agli operai del turno di notte.

Chi incassa, e con che calendario

Mercoledì l’esercito americano ha assegnato a Lockheed Martin fino a 58,6 miliardi di dollari per gli intercettori Patriot, da 600 a 2.000 pezzi l’anno entro il 2030, riferisce Reuters. Il Csis stima che negli arsenali statunitensi restino meno di mille intercettori Patriot. Zelensky ne ha chiesti 300 per l’inverno e le licenze di produzione, dice, gli sono state promesse. Per la fabbricazione su larga scala, scrive Axios, possono servire da uno a cinque anni. Il mercato corre proprio lì dove la protezione arriva tardi.

A Bruxelles la contabilità è svelta. Ieri la Commissione europea ha erogato altri 3,47 miliardi per droni, missili e caccia: 8,5 miliardi sui 90 del prestito a Kiev, obiettivo 28 miliardi entro fine anno. Sul Safe il portavoce ha ripetuto che la firma italiana sui 14,9 miliardi serve subito, dicembre è tardi. Sulle armi il calendario europeo è al giorno; sulla tregua manca la casella.

Il conto poi arriva alla pompa. Il Mimit ha rilevato ieri 2,066 euro al litro per il gasolio self sulla rete ordinaria, con il Brent di nuovo sopra i 90 dollari: lo sconto di 17 centesimi varato lunedì se lo sono già mangiato le quotazioni. Il rialzo lo pagano le famiglie in viaggio, e i governi chiamano sicurezza tutto questo. Restano due guerre senza data di chiusura e un solo calendario davvero scritto, i dieci-quattordici giorni proposti a Trump. Il resto sta nei comunicati.

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