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La tregua è finita, non restate in pace

La tregua era una tregua solo per chi non guardava abbastanza. Per chi poteva permettersi di dimenticare che ogni giorno a Gaza significava assedio, fame, sete, e il suono costante dei droni in cielo. Adesso non c’è neanche più quell’illusione: l’aviazione israeliana ha ripreso i bombardamenti con la forza promessa da Netanyahu e con la complicità di chi si affretta a giustificare l’orrore. Più di 300 morti nella prima notte, decine di bambini, le case che crollano come carta, gli ospedali che ormai non sono più niente se non fosse per i medici che restano, consapevoli che salvarne uno vuol dire condannarne altri mille per mancanza di tutto.

Netanyahu ha deciso che la guerra è più conveniente della pace. Serve a schiacciare l’opposizione interna, serve a negoziare meglio con gli Stati Uniti, serve a ridisegnare il futuro di Gaza con il linguaggio della forza. Hamas non rilascia gli ostaggi e la punizione collettiva diventa la dottrina ufficiale: colpire tutti, donne e bambini inclusi, per dimostrare che Israele non tollera resistenze. Il ministro della Difesa minaccia che “le porte dell’inferno si apriranno” su Gaza. L’inferno lo ha già visto chi ancora scava tra le macerie.

Dicono che non c’era scelta. Dicono che la responsabilità è solo di Hamas. Dicono tante cose. Intanto, gli stessi che parlano di diritto alla sicurezza di Israele guardano altrove mentre un popolo viene annientato con il consenso della comunità internazionale. La tregua è finita. Il massacro continua.

Buon martedì.

Foto AS

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Trump straccia gli accordi sul clima e sui media italiani non se ne parla

Donald Trump ha giurato da poco come 47esimo presidente degli Stati Uniti e ha già iniziato la sua crociata contro la scienza climatica. Il primo atto simbolico: l’uscita dagli Accordi di Parigi, tra gli applausi del mondo fossile e di chi continua a negare la crisi climatica per interesse o per convenienza ideologica. Il secondo: dichiarare l’”emergenza energetica nazionale” per deregolamentare il settore petrolifero e spingere nuove trivellazioni, anche nelle aree protette. Il terzo: definire il Green New Deal una “truffa”, perché quando la realtà del surriscaldamento globale diventa innegabile, l’unica alternativa è attaccarla con la menzogna.

Ma la questione, per l’Italia, è un’altra: come la nostra stampa ha raccontato la nuova offensiva trumpiana contro il clima. Lo studio “Drill, baby, drill!” realizzato da Greenpeace Italia e dall’Osservatorio di Pavia analizza il trattamento mediatico delle dichiarazioni di Trump su giornali e telegiornali italiani tra il 13 e il 31 gennaio 2025. Il risultato? Un mix di superficialità e acquiescenza, con un’informazione che oscilla tra la cronaca piatta e il silenzio imbarazzato. In metà dei casi, i media italiani si sono limitati a riportare le dichiarazioni del presidente Usa senza alcun approfondimento. Il 43% degli articoli sui quotidiani e il 48% dei servizi televisivi si sono limitati a trascrivere le frasi di Trump senza alcuna contestualizzazione scientifica o storica, accettando il frame della “libertà energetica” senza verificare le conseguenze.

La narrazione mediatica: superficialità e propaganda

Se la metà delle notizie resta neutra, l’altra metà almeno riporta critiche, ma il problema è il peso che viene dato alle voci autorevoli. Tra 108 articoli e servizi televisivi analizzati, solo in quattro casi sono stati interpellati scienziati. La discussione è stata dominata da economisti e politici, con l’Unione europea che, attraverso Ursula von der Leyen, ha ribadito l’impegno per il Green Deal. Ma se il ritiro dagli Accordi di Parigi è stato ampiamente riportato, la correlazione tra negazionismo climatico e eventi estremi è rimasta in secondo piano. I dati su temperature record, siccità e incendi negli Usa, su cui lo stesso Trump chiude gli occhi, hanno ricevuto poca attenzione. Nel 2024, il mondo ha vissuto il suo anno più caldo della storia, con temperature che hanno superato il limite critico di 1,5 gradi. L’informazione italiana ha omesso di connettere questi dati con la narrazione trumpiana.

Se la stampa generalista ha mantenuto un certo grado di distanza, sui social media la polarizzazione è stata più netta. I post di critica a Trump hanno enfatizzato gli effetti devastanti del suo negazionismo, ma l’onda sovranista ha colto l’occasione per rilanciare la narrazione del Green Deal come “suicidio economico”. La Lega e Fratelli d’Italia hanno diffuso contenuti in cui Trump è visto come modello di “liberazione” dalle follie ambientaliste dell’Europa. Secondo lo studio, il 40% dei post Facebook analizzati che parlano di Trump e clima proviene da ambienti di destra, che rilanciano il suo discorso anti-ecologista. L’80% delle reazioni pro-Trump si concentra sulla critica alla transizione ecologica come dannosa per l’economia.

Dati e silenzi: il ruolo dei giornali e dei social

Nei giornali, il ritiro dagli Accordi di Parigi è stato citato in 83 articoli, ma senza un focus critico approfondito. La revoca delle misure di Biden sulle auto elettriche e le nuove concessioni per il petrolio sono state raccontate come parte del “piano Trump” senza menzionare le conseguenze a lungo termine. Poche voci scientifiche sono state interpellate. Solo il 5% degli articoli ha riportato le opinioni di climatologi o esperti del settore, mentre il 65% delle fonti citate erano economisti o politici.

Le voci critiche esistono, ma spesso restano marginali. La presidente della Commissione europea ha difeso l’Accordo di Parigi definendolo “la migliore speranza per l’umanità”, e il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha denunciato il ritorno dei negazionisti climatici come “un suicidio per il pianeta”. Eppure, queste dichiarazioni sono rimaste confinate in poche righe di commento. La narrazione dominante è stata quella dell’”America che torna grande” con le trivelle aperte, mentre i timori sugli effetti del surriscaldamento sono stati relegati a un dibattito di nicchia.

Non è un problema solo americano. Trump è l’ennesima testa di ponte di una strategia globale che usa la disinformazione per rallentare la transizione ecologica. Il fatto che una parte della stampa italiana lo racconti senza filtri è il vero nodo da sciogliere. Non è solo questione di bias ideologico: è incapacità di dare priorità ai fatti, di contrapporre la scienza alla propaganda. Trump mente, i media rilanciano. E il prezzo lo pagheremo tutti.

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Dalla Giustizia alla stretta sui media, pure in Italia la democrazia scricchiola

L’Italia è ufficialmente uno dei cinque “smantellatori” della democrazia in Europa. Il rapporto annuale di Liberties, pubblicato dalla Civil Liberties Union for Europe, una rete di organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti civili in tutta l’Unione europea, che analizza lo stato di diritto nel continente, non lascia spazio a dubbi: il Paese si trova in una fase di “recessione democratica” accelerata. Giustizia sotto attacco, stampa imbavagliata, corruzione lasciata prosperare, diritto di protesta criminalizzato. Un quadro che, nel silenzio assordante delle istituzioni, sta trasformando l’Italia in una delle principali mine vaganti per la tenuta democratica europea.

Giustizia: l’assalto all’indipendenza

Nel 2024 il governo italiano ha proseguito nella sua sistematica demolizione delle garanzie giudiziarie. Le riforme approvate minano alla radice l’indipendenza della magistratura, aumentando l’ingerenza dell’esecutivo nelle nomine e nelle carriere dei magistrati. Il decreto sicurezza approvato lo scorso anno prevede inoltre nuove misure per criminalizzare il dissenso, con l’introduzione di reati specifici per chi partecipa a manifestazioni non autorizzate. Un pacchetto repressivo che si affianca a una riforma del codice penale che restringe ulteriormente le tutele per gli accusati e aumenta i poteri discrezionali della polizia.

La situazione italiana non è isolata. In Ungheria, il sistema giudiziario è stato completamente politicizzato, con il governo Orbán che esercita un controllo quasi assoluto sulle nomine e sulle decisioni dei tribunali. In Polonia, nonostante il cambio di governo, le riforme per ripristinare l’indipendenza della magistratura sono bloccate da una macchina burocratica costruita negli ultimi anni per consolidare il potere esecutivo sulla giustizia.

Corruzione: la normalizzazione dell’abuso di potere

L’Italia continua a essere un paradiso per la corruzione. Il governo non ha adottato la legge sui conflitti di interesse né ha regolamentato il lobbying, lasciando intatto il meccanismo di finanziamento opaco ai partiti. La riforma Nordio ha addirittura abolito il reato di abuso d’ufficio, rendendo di fatto legale l’uso distorto del potere pubblico per favorire interessi privati. Il risultato è un contesto in cui gli attori politici possono operare senza timore di sanzioni, a discapito della trasparenza e della fiducia nelle istituzioni.

Anche la Slovacchia ha seguito una traiettoria simile, con il nuovo governo che ha smantellato le strutture investigative anticorruzione, limitando il potere della magistratura di perseguire crimini finanziari. In Slovenia, il governo ha progressivamente ridotto le risorse agli organi di controllo, rendendo inefficace ogni tentativo di monitoraggio sugli appalti pubblici.

Libertà di stampa: un ecosistema sotto minaccia

Le pressioni sui giornalisti sono in costante aumento. Minacce, querele temerarie e attacchi diretti da parte di esponenti della maggioranza hanno reso sempre più difficile il lavoro di chi cerca di documentare le storture del potere. La riforma della diffamazione, anziché tutelare la libertà di espressione, ha introdotto pene più severe per i giornalisti, scoraggiando inchieste scomode. Il servizio pubblico radiotelevisivo, invece di essere un baluardo del pluralismo, rimane sotto il controllo del governo, con una gestione che risponde sempre meno alle logiche di indipendenza editoriale e sempre più a quelle della propaganda di Stato.

Questo fenomeno non è esclusivo dell’Italia. In Ungheria, la maggior parte dei media indipendenti è stata smantellata o comprata da soggetti vicini al governo. In Polonia, il tentativo di ripristinare la pluralità dell’informazione incontra resistenze interne e pressioni giudiziarie da parte delle autorità che hanno consolidato il controllo mediatico negli ultimi anni.

Diritti civili: una stretta senza precedenti

Dall’inasprimento delle pene per chi protesta fino alla discriminazione istituzionalizzata delle minoranze, il quadro delineato dal rapporto è chiaro: l’Italia sta scivolando verso un modello di governance sempre più autoritario. Il governo ha reso più difficile l’accesso alla protezione internazionale per le persone migranti, ha introdotto misure che penalizzano le Ong che operano nel Mediterraneo e ha promosso una retorica apertamente ostile alle associazioni che si occupano di diritti umani.

La stessa tendenza si osserva in Slovacchia, dove nuove leggi limitano le attività delle organizzazioni della società civile, e in Slovenia, dove le proteste sono state represse con metodi sempre più aggressivi da parte delle forze dell’ordine.

Il quadro europeo: l’Italia tra gli smantellatori della democrazia

Secondo Liberties, l’Italia non è sola in questa deriva. Ungheria, Polonia, Slovenia e Slovacchia condividono con il nostro Paese la responsabilità di un attacco coordinato ai pilastri dello Stato di diritto. L’Unione europea, al momento, osserva con preoccupazione ma senza un’azione decisa. La Commissione europea ha emesso raccomandazioni, ma l’assenza di meccanismi sanzionatori efficaci lascia ai governi ampi margini di manovra per continuare a smantellare le tutele democratiche.

L’elemento più preoccupante è che questa tendenza sta contagiando anche altri Paesi tradizionalmente più stabili, come la Francia, dove l’uso eccessivo di misure d’emergenza ha sollevato allarmi sulla tenuta dello Stato di diritto.

L’Italia si trova a un bivio. Il rapporto Liberties fotografa una realtà che non può più essere ignorata: la democrazia è sotto attacco. Il rischio, ormai concreto, è quello di un progressivo allontanamento dagli standard democratici europei e di un’avanzata verso un sistema sempre più autoritario. Tocca ora alla società civile, ai media indipendenti e alle istituzioni europee reagire prima che il processo diventi irreversibile.

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Numeri impietosi sull’Italia senza lavoro

C’è una realtà che svanisce ogni giorno nella polvere della propaganda. L’Italia è l’ultima in Europa per tasso di occupazione, con appena il 62,2% delle persone tra i 15 e i 64 anni che lavorano. Otto punti in meno rispetto alla media europea, che si attesta al 70,9%. Sono i dati più recenti di Eurostat, che nel suo ultimo rapporto ha certificato come il nostro Paese resti fanalino di coda in Europa per il lavoro.

Il divario è ancora più marcato per le donne: in Italia lavora solo il 53,1%, mentre la media europea si attesta al 66,3%. Ancora più critica la situazione dei giovani: il tasso di occupazione tra i 15 e i 24 anni è appena del 19,2%, contro il 34,8% dell’Unione europea. Un distacco di oltre quindici punti percentuali. Nel complesso, il tasso di disoccupazione ufficiale è al 9,7%, ma con enormi differenze territoriali: nel Sud sfiora il 17%.

Nonostante questi dati allarmanti, l’agenda politica continua a muoversi in altre direzioni. Il governo rivendica una crescita occupazionale, ma si tratta di un aumento inferiore alla media UE. Nel frattempo, l’attenzione politica sembra spostarsi sul riarmo: il bilancio della difesa è aumentato fino al 2% del PIL, mentre le misure strutturali per l’occupazione restano insufficienti.

Nel frattempo, il paese reale sprofonda. I giovani senza impiego non vedono futuro, le donne rimangono ai margini del mercato del lavoro e chi lavora spesso lo fa con salari indegni. Ma la propaganda è più forte dei numeri. Così si celebra una crescita illusoria mentre l’Italia resta fanalino di coda dell’Europa. Forse è il caso di smettere di nascondere la realtà dietro cortine di fumo e iniziare a guardare in faccia il problema. Prima che sia troppo tardi.

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Se questa è l’Europa, dov’è la politica

Com’era facilmente prevedibile, c’è certa stampa inebriata dal profumo dei soldi delle armi che da un paio di giorni sta usando la piazza piena per l’Europa come roncola contro chiunque si permetta di porre dei dubbi. A leggere certe dichiarazioni e certi editoriali, pare che tutti siano d’accordo sul folle piano di riarmo di von der Leyen, a parte qualche screanzato nemico della patria.

Conviene quindi ricordare che sono contro il piano Rearm Europe il Partito democratico – al di là della minoranza interna che farebbe la guerra alla segretaria anche per un voto sul semolino in commissione agricoltura –, il Movimento 5 stelle, Alleanza verdi sinistra e Italia Viva, con Matteo Renzi che lo ha definito “fuffa”. Questo solo nell’opposizione, al di là di Salvini nella maggioranza.

Vale la pena tenerlo a mente, perché la “sicurezza dell’Europa” è un’idea talmente vasta che non merita proprio di diventare l’ammennicolo di qualche esagitato che ne vorrebbe imporre una e indivisibile.

Dopo il ministro Valditara, che ci ha spiegato che “solo l’Occidente conosce la storia”, abbiamo ascoltato in piazza del Popolo Roberto Vecchioni dire che “solo noi abbiamo la cultura” e Antonio Scurati dimenticarsi che Bruxelles paga autocrati per torturare le persone migranti, mentre chiude gli occhi su Gaza.

Contrapporre al suprematismo di Trump e di Putin un presunto suprematismo europeo è la negazione dello spirito di Altiero Spinelli. Quella piazza non è il manganello di qualche saccente assertivo. Quella piazza chiede di voler bene a un’idea di Europa. Quale sia l’idea è il punto centrale. Lì sta la politica.

Buon lunedì.

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Il modello italiano della non-crescita

Diciassette anni per tornare al punto di partenza. L’Italia è un paese che corre con la marcia ingranata sulla crisi del 2008 e, quando finalmente torna in pari, scopre che gli altri sono già lontani. Nel 2024 il Pil italiano è cresciuto dello 0,7%, meno della media dell’Unione europea (1%) e della Francia (1,2%), mentre la Spagna ha fatto un balzo del 3,2%. Ma il dato più implacabile è la fotografia di lungo periodo: tra il 2004 e il 2024, mentre l’Unione europea cresceva del 29%, l’Italia è rimasta ferma a un misero +5%. Peggio di noi, solo la Grecia.

Lorenzo Ruffino, numeri alla mano, smonta ogni alibi: il nostro è un modello consolidato di stagnazione. La Germania e la Francia hanno visto il loro Pil aumentare del 25%, la Spagna del 29%, la Polonia e l’Irlanda lo hanno più che raddoppiato. Noi, invece, restiamo ostaggio di un’economia che non investe, di una produttività ferma e di un mercato del lavoro che non decolla.

Diciassette anni per tornare a un Pil pre-crisi: ma nel frattempo sono crollati i salari reali, è esplosa la precarietà e si è allargata la forbice con il resto d’Europa. Il problema non è solo crescere poco, ma abituarsi a non crescere affatto.

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Migranti respinti, picchiati e lasciati morire: dov’è l’Europa dei diritti? – Lettera43

La chiamano politica di gestione dei flussi, ma nei fatti è una strategia violenta, che ignora le fondamenta del diritto internazionale e calpesta i princìpi di umanità. Nonostante le denunce delle Ong, Bruxelles si volta dall’altra parte. Continuando a finanziare i responsabili di questa barbarie: le autorità bulgare e la guardia costiera libica.

Migranti respinti, picchiati e lasciati morire: dov’è l’Europa dei diritti?

L’Europa ha una sua zona d’ombra, una macchia nera che cresce ai margini delle sue frontiere. La chiamano politica di gestione dei flussi migratori, ma nei fatti è una strategia violenta, che ignora le fondamenta del diritto internazionale e calpesta i princìpi di umanità. Secondo il Pushbacks Report 2024, pubblicato da un consorzio di Ong tra cui l’Hungarian Helsinki Committee e il Center for Peace Studies, oltre 120 mila persone sono state respinte alle frontiere dell’Unione europea nel 2024. Un dato che racconta di una pratica ormai sistematica e istituzionalizzata.

Migranti respinti, picchiati e lasciati morire: dov'è l'Europa dei diritti?
dal Pushbacks Report 2024.

Pestaggi, furti e torture al confine: la normalizzazione della violenza

I numeri sono solo la superficie del problema. Secondo documenti interni di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, i suoi stessi agenti sono stati volutamente tenuti lontani dalle zone calde in Bulgaria, dove si consuma la violenza più brutale. Un’inchiesta del Balkan Investigative Reporting Network (Birn) ha rivelato che le forze di frontiera bulgare costringono le persone migranti a spogliarsi, le picchiano con manganelli e le lasciano nel nulla, prive di qualsiasi mezzo di sopravvivenza. Un giovane siriano di 16 anni ha raccontato a Birn la sua esperienza al confine bulgaro-turco: «Mi hanno preso nel centro di accoglienza di Sofia. Non mi hanno nemmeno fatto registrare la richiesta di asilo. Mi hanno caricato su un furgone con altri ragazzi e, dopo ore di viaggio, ci hanno abbandonati nel bosco. Ci hanno urlato di tornare indietro. Quando ho provato a chiedere aiuto, uno di loro mi ha colpito con il calcio del fucile sulla schiena. Poi ci hanno buttati in un canale d’acqua gelida. Ho avuto paura di morire lì dentro». Secondo il rapporto del Protecting Rights at Borders (Prab), in Croazia la polizia di frontiera utilizza spray al peperoncino, manganelli e pistole per intimidire e colpire le persone migranti. I telefoni e il denaro vengono sequestrati o distrutti, lasciando le persone senza mezzi per comunicare o orientarsi. Alcuni cittadini della Sierra Leone, respinti in Bosnia-Erzegovina, hanno raccontato la loro esperienza nel Prab Report nel settembre-dicembre 2023: «Ci hanno presi subito dopo il confine, ci hanno fatto inginocchiare e ci hanno colpiti con i manganelli. Uno di loro ci ha calpestato la testa con gli stivali. Ci hanno rubato i telefoni e i soldi, poi ci hanno spinti nel bosco. Erano le quattro del mattino e faceva freddo. Abbiamo camminato per ore prima di trovare un posto sicuro».

Minori lasciati morire, soccorsi ostacolati e deportazioni mascherate da rimpatri volontari

Le vittime non sono solo numeri. Nell’inverno del 2024, tre minori egiziani sono morti assiderati al confine turco-bulgaro. Secondo le denunce delle Ong No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche, le autorità bulgare hanno ignorato le richieste di aiuto e impedito l’accesso ai soccorsi. Accanto al corpo di uno dei ragazzi, gli attivisti hanno trovato impronte di stivali e segni di cani, chiaro segnale che la polizia di frontiera era stata lì, ma aveva scelto di non intervenire. Nel Pushbacks Report 2024, un volontario della No Name Kitchen ha dichiarato: «Abbiamo ricevuto un messaggio di Sos. Dicevano che i ragazzi erano bloccati nel freddo e non riuscivano più a muoversi. Abbiamo chiesto alle autorità di intervenire, ma non hanno fatto nulla. Il giorno dopo abbiamo trovato i loro corpi, congelati. C’erano tracce di scarponi militari intorno, segno che qualcuno c’era stato. Li hanno lasciati morire» La Bulgaria, in particolare, ha affinato l’arte dell’ambiguità burocratica. Dal 2024 le autorità di Sofia hanno cominciato a registrare decine di migliaia di casi di “rimpatri volontari”, una definizione che, secondo i report della Mission Wings Foundation, nasconde in realtà deportazioni forzate accompagnate da pestaggi e furti.

i tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Le violenze della guardia costiera libica addestrata e finanziata dall’Ue

Non va meglio sulle rotte marittime. La guardia costiera libica, addestrata e finanziata dall’Unione europea e dall’Italia, è responsabile di 21.762 respingimenti documentati nel 2024. I racconti raccolti da Refugees in Libya e da Mediterranea Saving Humans parlano di imbarcazioni speronate, persone picchiate e lasciate morire in mare. Nel Pushbacks Report 2024, un uomo sudanese ha raccontato la sua esperienza con la guardia costiera libica: «Ci hanno intercettato in mare e ci hanno presi a calci sulle barche. Hanno sparato vicino alle teste di alcuni di noi per farci inginocchiare. Poi hanno usato delle corde per legarci e portarci sulla loro nave. Quando siamo arrivati a terra, ci hanno chiusi in un campo e ci hanno picchiati con i tubi di gomma». Durante un’operazione di soccorso dell’Ong Mediterranea Saving Humans, i militari libici hanno aperto il fuoco su una scialuppa, causando il panico tra le persone migranti, alcune delle quali sono cadute in acqua e non sono mai state ritrovate.

L’Europa finanzia, respinge e chiude gli occhi

La Commissione europea, invece di affrontare queste violazioni, ha deciso di inasprire ulteriormente le regole sui rimpatri. Il nuovo regolamento sui cosiddetti “migranti irregolari” rende obbligatori i rimpatri forzati per chi non collabora o viene considerato una minaccia alla sicurezza. Il tempo massimo di detenzione nei centri per migranti è stato esteso fino a 24 mesi, e i “return hubs” si moltiplicheranno per trasferire le persone espulse. Le responsabilità politiche sono evidenti. La Commissione europea, pur consapevole delle violazioni in corso, ha continuato a finanziare e supportare la Bulgaria nell’ambito dell’ingresso del Paese nell’area Schengen, ignorando le denunce che descrivono la violenza sistemica lungo i suoi confini. Anche Frontex, nonostante i numerosi richiami del proprio Ufficio per i Diritti Fondamentali, non ha sospeso le operazioni nelle aree dove si consumano i respingimenti. Le Ong chiedono da tempo alla Commissione europea di interrompere immediatamente i finanziamenti alla guardia costiera libica e alle autorità bulgare. Chiedono che i Paesi membri garantiscano la protezione internazionale e perseguano gli agenti di frontiera responsabili di violenze e abusi. Finora, queste richieste sono rimaste lettera morta. In un’Europa che si riempie la bocca di diritti e libertà, le persone migranti continuano a morire. E il confine tra il diritto e la barbarie si fa sempre più sottile.

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Più carri armati e meno automobili: la Germania rivoluziona la sua economia

L’industria tedesca cambia pelle. La Germania, per decenni sinonimo di Volkswagen, Porsche e Mercedes, adesso ha un nuovo gigante: Rheinmetall. Il colosso delle armi ha superato Volkswagen per capitalizzazione di mercato, un evento che suggella il passaggio da un’economia fondata sulla mobilità a una dominata dall’industria della difesa. Con una capitalizzazione di 55,7 miliardi di euro contro i 54,4 di Volkswagen, l’azienda guidata da Armin Papperger è il simbolo della nuova Germania, quella della corsa al riarmo.

Le ragioni del sorpasso ovviamente sono tutte scritte nei venti di guerra che soffiano sull’Europa. Il massiccio aumento della spesa militare deciso da Berlino, la necessità di sostenere l’Ucraina contro l’invasione russa e il timore che Donald Trump, nuovamente alla Casa Bianca, possa tagliare i fondi alla NATO hanno trasformato Rheinmetall in un pilastro della sicurezza europea. D’altro canto, Volkswagen arranca tra la concorrenza cinese, le difficoltà della transizione all’elettrico e i dazi imposti dagli Stati Uniti. L’industria automobilistica, un tempo orgoglio e motore della crescita economica tedesca, sembra oggi il passato.

Dall’auto al carro armato: la nuova vocazione industriale della Germania

Non è solo una questione di numeri, ma di politica. Il cancelliere Friedrich Merz ha già annunciato l’intenzione di escludere le spese militari dal vincolo del pareggio di bilancio, segnando una svolta epocale nella politica economica della Germania. Il mantra dell’austerità è sacrificato sull’altare della sicurezza. “Di fronte alle minacce alla nostra libertà e pace, il principio del ‘whatever it takes’ deve valere anche per la difesa”, ha dichiarato Merz. Un cambio di paradigma che premia i produttori di armi e rilancia un’industria che, negli ultimi decenni, era stata relegata ai margini della politica industriale tedesca.

Papperger, dal canto suo, non si accontenta di fornire carri armati e munizioni. Ha già messo gli occhi su uno stabilimento Volkswagen a Osnabrück, destinato alla chiusura, che potrebbe diventare un nuovo impianto per la produzione di tank. “Prima di costruire una nuova fabbrica, valuteremo questa opzione”, ha affermato. Un’immagine plastica della trasformazione della Germania, da terra di berline a terra di panzer. E non sarebbe neppure la prima volta: Volkswagen stessa produsse mezzi blindati per il regime nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Il mercato ha già decretato il vincitore di questa fase storica. Mentre le azioni di Rheinmetall triplicano, i titoli dei colossi americani della difesa soffrono l’incertezza sulle politiche di Trump. Il futuro della Germania, almeno per ora, sembra segnato: il boom economico non arriva più dai motori, ma dai cannoni.

Ma quanto è sostenibile questa nuova corsa al riarmo? Se la Germania ha deciso di spostare il baricentro della sua economia sui carri armati, dovrà fare i conti con un’opinione pubblica che, almeno fino a pochi anni fa, rigettava qualsiasi coinvolgimento militare. Inoltre, la dipendenza da un’economia di guerra espone il paese a un pericoloso paradosso: senza minacce, senza conflitti, senza una tensione internazionale costante, il boom di Rheinmetall potrebbe svanire. Berlino sta dunque legando la propria crescita economica a un mondo in costante stato di emergenza.

E Volkswagen? Il gigante dell’auto, dopo aver alimentato per decenni il miracolo economico tedesco, si trova ora in una posizione difficile. Il mercato cinese, fondamentale per il gruppo, sta diventando sempre più competitivo e ostile per i marchi europei. La transizione all’elettrico, tanto celebrata a livello politico, sta rivelando costi e difficoltà che molti avevano sottovalutato. La produzione di veicoli pesanti e logistici per le forze armate, già avviata da MAN (controllata Volkswagen), potrebbe essere un’ancora di salvezza, ma non basta.

L’industria della guerra può davvero trainare l’economia

Il sorpasso di Rheinmetall su Volkswagen è più di un segnale finanziario: è un cambio di paradigma, una mutazione dell’identità economica della Germania. Il paese che costruiva auto per il mondo intero oggi costruisce armi per l’Europa. Ma la storia insegna che un’economia fondata sulla guerra può essere redditizia nel breve periodo, ma alla lunga chiede sempre il conto.

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Tra Musk e Meloni… c’è di mezzo Salvini

Matteo Salvini, il gran maestro della politica del controtempo, ha fiutato l’occasione e ha deciso di alzare la posta. Se Giorgia Meloni tentenna, lui accelera. Se il governo prende tempo, lui sgomita. E in questa partita, la pedina vincente si chiama Elon Musk. Il patron di Space X, dopo essere stato il sogno proibito di Meloni – che lo ricevette a Palazzo Chigi nel 2023 con il fervore di chi vede un’alleanza strategica nel cielo – ha cambiato cavallo. Ora le sue attenzioni si sono spostate sul leader della Lega. Salvini ha capito che i dubbi della premier e le resistenze del Quirinale sull’affidare le comunicazioni militari e istituzionali a Starlink sono un’occasione per ritagliarsi un ruolo da protagonista. Così, tra telefonate con Andrea Stroppa, il referente italiano di Musk, e dichiarazioni bellicose, spinge perché l’Italia si leghi mani e piedi alla rete satellitare americana.

Non è solo una questione tecnologica, ma politica. Salvini ha bisogno di una sponda internazionale per ergersi a vero uomo forte del governo. Con il declino dell’asse con Marine Le Pen e la tiepidezza di Viktor Orbán, il sostegno di Musk gli offre un’aura di credibilità internazionale e lo legittima come interlocutore di peso. Dall’altra parte, il magnate americano si muove con il suo solito opportunismo. Meloni è diventata una scommessa meno sicura dopo i no ricevuti da Mattarella e dai servizi segreti italiani, e la sua indecisione ha reso il progetto Starlink meno appetibile. Salvini, invece, garantisce un approccio più diretto: meno diplomazia, più contratti firmati. Un’alleanza perfetta per due uomini che amano le scorciatoie e detestano le attese.

Ma in questa partita resta un’incognita: Meloni. La premier sa che, se cede su Starlink, si consegna a Salvini. Se invece resiste, rischia di perdere l’appoggio di Musk e di apparire isolata. Un dilemma che potrebbe costarle caro, mentre Salvini già pregusta il colpo da maestro: trasformare un accordo tecnologico in un’arma politica contro la sua stessa alleata di governo.

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Sovranisti soltanto nei salotti

L’Italia rischia di più. Lo dice l’Istat, lo confermano i numeri: il 48% del nostro export vola fuori dall’Unione europea e gli Stati Uniti sono il secondo mercato di sbocco. Se Trump dovesse impugnare l’arma dei dazi, l’Italia sarebbe il bersaglio perfetto: piccola abbastanza per non fare paura, vulnerabile abbastanza per essere usata come avvertimento. Un colpo diretto alle nostre imprese che già faticano tra stagnazione economica e un’Europa che gioca sulla difensiva. E il governo Meloni? Per ora, equilibrismo. Il tentativo di non scontentare nessuno, di non esporsi, di fare la voce grossa in conferenza stampa e poi calare la testa nelle stanze che contano. Trump è una variabile impazzita, certo, ma una cosa è chiara: chi negozia da una posizione di debolezza è già sconfitto. E l’Italia, in questo scenario, è un vaso di coccio tra giganti.

Qui servirebbe un sovranismo vero, non la versione da talk show. Difendere l’interesse nazionale significa fare scelte nette, non farsi dettare la linea. La Francia lo sa, e gioca su più tavoli. La Germania lo sa, e tratta da potenza economica. L’Italia, invece, è bloccata in una terra di nessuno, con un governo che si pavoneggia di patriottismo ma si rassegna all’irrilevanza internazionale.

I dazi americani possono costarci miliardi, posti di lavoro, pezzi interi del nostro sistema produttivo. Il settore manifatturiero e quello agroalimentare sono in prima linea: un aumento dei dazi metterebbe in ginocchio l’export di eccellenze italiane come il vino, la moda, la meccanica di precisione. E mentre la Francia tutela le sue industrie con diplomazia aggressiva, l’Italia resta a guardare, nella speranza che il problema si risolva da solo.

Meloni dovrebbe essere la donna forte che ama raccontare, ma nel luogo giusto: non davanti ai giornalisti italiani, ma nei palazzi di Bruxelles e Washington, battendo i pugni per difendere l’Italia. Perché la verità è semplice: se non sei tu a proteggere il tuo Paese, nessuno lo farà al posto tuo.

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