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Sanità territoriale a rischio: i medici di famiglia destinati all’estinzione

Un sistema sanitario che si sfalda lentamente, senza clamore, mentre la politica osserva e temporeggia. La Fondazione Gimbe lo certifica nero su bianco: mancano oltre 5.500 medici di famiglia, il 52% è sovraccarico di assistiti e in meno di tre anni 7.300 andranno in pensione. Nel frattempo, le nuove leve scarseggiano: il 15% delle borse di studio per la formazione in Medicina Generale è rimasto vacante nel 2024, con punte oltre il 40% in sei regioni. Il mestiere non attrae più, i giovani fuggono e il territorio si svuota.

Medici di famiglia, numeri impietosi

L’Italia invecchia. Gli over 65 sono più di 14 milioni, gli ultraottantenni sono triplicati negli ultimi quarant’anni e la popolazione continua a contrarsi. Nonostante questo, il numero dei medici di famiglia è in costante diminuzione: negli ultimi quattro anni ne sono spariti quasi 5.000, con un crollo del 39% in Sardegna e un calo generalizzato ovunque, tranne che nella provincia di Bolzano. Il problema non è solo numerico, ma anche organizzativo: oggi un medico di famiglia può avere fino a 1.800 pazienti, e in alcuni casi anche oltre 2.000.

Non è un dettaglio: significa che in intere regioni diventa impossibile trovare un medico di riferimento. In Lombardia, dove la situazione è più critica, il 74% dei medici ha superato il massimale di 1.500 pazienti, in Veneto siamo al 68%, in Emilia-Romagna al 57%. La regola di un medico ogni 1.200 abitanti non viene rispettata, e la politica ha trovato la solita soluzione burocratica: alzare il rapporto per mascherare il problema.

Una professione sempre meno attrattiva

Non è solo una questione di pensionamenti. Sempre meno giovani scelgono di diventare medici di famiglia. Nel 2024, il numero di candidati al concorso è stato inferiore ai posti disponibili, con un gap di 383 borse di studio non assegnate. Un crollo verticale che ha colpito soprattutto Marche (-68%), Molise (-67%), Lombardia (-45%) e Veneto (-41%).

Le ragioni sono evidenti: carichi di lavoro ingestibili, prospettive di carriera assenti, compensi inadeguati. La politica ha risposto come sempre all’italiana: innalzando l’età pensionabile a 72 anni, aumentando il massimale di assistiti e autorizzando i medici in formazione a prendere pazienti prima ancora di concludere il percorso di studi. Soluzioni d’emergenza che non risolvono il problema, ma lo spostano avanti di qualche anno.

Una riforma controversa

L’ultima idea del governo è trasformare i medici di famiglia in dipendenti del Servizio sanitario nazionale, inserendoli stabilmente nelle Case di comunità. Una rivoluzione, sulla carta. Peccato che nessuno abbia calcolato l’impatto economico, organizzativo e contributivo di una simile riforma. I diretti interessati, i medici, hanno appreso il tutto dai giornali, senza alcun confronto o studio preliminare. E senza un piano chiaro, si rischia di trasformare una professione già in crisi in una struttura ancora più ingessata e burocratizzata.

La Fondazione Gimbe non ha dubbi: manca una strategia strutturale. Non basta cambiare il contratto ai medici per risolvere il problema. Serve un ripensamento profondo del ruolo della medicina generale, che tenga conto delle nuove esigenze demografiche e sanitarie. L’attuale sistema non regge più, e la soluzione non può essere solo aumentare il carico di lavoro su chi è rimasto.

Il rischio: milioni di cittadini senza medici di famiglia

La medicina di famiglia è la prima barriera tra i cittadini e il Servizio sanitario nazionale. Se salta questo presidio, la pressione sugli ospedali diventa ingestibile. Non è un’ipotesi astratta: in molte aree del Paese trovare un medico è già un’impresa, mentre gli ospedali faticano a gestire patologie croniche e assistenza primaria.

Il problema è stato ignorato per anni e ora si manifesta in tutta la sua gravità. L’errore iniziale è stato sottovalutare il numero di pensionamenti, lasciando che il ricambio generazionale si spezzasse. Ma il fallimento più grande è stato rendere la professione di medico di famiglia così poco attrattiva da scoraggiare chiunque voglia intraprenderla.

Se non si interviene subito, il rischio concreto è quello di lasciare milioni di persone senza un medico di riferimento, con un crollo della qualità dell’assistenza. Il governo continua a parlare di riforma, ma senza una programmazione seria e senza coinvolgere chi lavora sul campo, ogni soluzione sarà solo un altro cerotto su una ferita che continua a sanguinare.

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Meno paletti ai produttori di auto, Ursula annacqua il Green Deal

L’Unione europea ci ripensa. Ancora una volta. La Commissione, che un tempo sbandierava il Green Deal come simbolo di una transizione ecologica irreversibile, ha deciso di ridimensionare gli obiettivi sulle emissioni automobilistiche. Con una mossa che sa di resa, il nuovo schema allenterà la presa sulle case automobilistiche, consentendo loro di calcolare le emissioni medie su un triennio invece di riferirsi ai dati annuali. Tradotto: obiettivi più facili da raggiungere e multe più difficili da incassare.

A parlare di “pragmatismo” e “neutralità tecnologica” è stata Ursula von der Leyen, dopo un nuovo incontro con i giganti dell’industria automobilistica. Il concetto è chiaro: servono regole più morbide per le aziende che faticano a stare al passo. Il problema L’industria europea arranca non per colpa dei limiti ambientali, ma perché non è mai riuscita a tenere il passo dell’elettrico, a differenza della Cina.

Un regalo da 15 miliardi

La normativa attuale impone una riduzione del 15% delle emissioni entro il 2025 rispetto ai livelli del 2021. Le case automobilistiche che sforano la soglia devono pagare 95 euro per ogni grammo di CO₂ in eccesso per chilometro e per ogni veicolo venduto. Una regola chiara, in vigore da anni. Eppure, adesso che la scadenza si avvicina, l’industria europea – capitanata dalle lobby dell’auto e ben rappresentata dal Partito popolare europeo – ha fatto pressioni per ottenere un alleggerimento delle regole. Il rischio? Fino a 15 miliardi di euro di multe.

Ed ecco il compromesso: non più un obiettivo da rispettare annualmente, ma una media triennale che diluisce l’impatto delle sanzioni. Il nuovo schema sarà proposto formalmente entro il mese, con procedura accelerata. Il Parlamento e il Consiglio europeo dovranno approvarlo, ma con la maggioranza popolare e con governi come l’Italia e la Repubblica Ceca in prima linea per ammorbidire le regole, l’esito sembra già scritto.

L’illusione della neutralità tecnologica

La Commissione insiste nel difendere la decisione con il mantra della “neutralità tecnologica”. Un concetto che, in teoria, significa non favorire una tecnologia a discapito di un’altra. Nella pratica, significa aprire la porta ai carburanti sintetici, come i biofuel e gli e-fuel, su cui paesi come l’Italia stanno spingendo per prolungare la vita dei motori a combustione.

L’industria dell’elettrico europea, già in difficoltà, si trova così a combattere su più fronti: contro le case automobilistiche che continuano a puntare sulla combustione interna, contro una politica europea sempre più esitante e contro la concorrenza cinese, che sta inondando il mercato con veicoli elettrici più economici e tecnologicamente avanzati.

L’Europa perde tempo, la Cina accelera

Mentre la Commissione studia nuovi modi per diluire i vincoli ambientali, la Cina avanza. I produttori cinesi di auto elettriche stanno conquistando fette di mercato grazie a modelli più accessibili e performanti. Per tentare di arginare l’invasione, l’Ue ha già imposto nuovi dazi sulle auto elettriche cinesi, ma nel frattempo le aziende europee arrancano, incapaci di competere sul prezzo e sulla tecnologia.

Il Green Deal, presentato come il pilastro della strategia europea per il clima, si sta trasformando in un esercizio di equilibrismo politico. Mentre la transizione energetica dovrebbe essere una corsa, Bruxelles sembra più impegnata a piazzare ostacoli lungo il percorso. E chi frena, alla fine, non è mai chi sta davanti.

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Meloni, il riarmo e il solito equilibrismo: dire e non dire, esserci e non esserci

Giorgia Meloni, di fronte al piano ReArm Europe, non prende posizione. O meglio, fa il possibile per non farlo. Sa che sfilarsi sarebbe impossibile, ma sposarlo apertamente significherebbe mettersi in rotta di collisione con Matteo Salvini, con la retorica sovranista americana e con un’opinione pubblica italiana che sul riarmo è tutt’altro che entusiasta. Così la presidente del Consiglio resta in bilico: evita di esprimere entusiasmo per il piano della Commissione, ma allo stesso tempo lo sostiene, pretendendo però ritocchi che diano l’illusione di una negoziazione.

La sua vera preoccupazione non è la difesa europea, ma la partita politica interna. Da un lato, vuole blindare l’alleanza con gli atlantisti di Forza Italia e garantire a Guido Crosetto il suo spazio sulla scena internazionale. Dall’altro, teme che la Lega possa cavalcare il tema del “debito per le armi” per rosicchiarle consensi. Così, tra un attacco a Salvini e una dichiarazione strategica sul rischio di avvantaggiare l’industria bellica francese, Meloni costruisce la sua solita narrativa: presente ma distante, ferma ma flessibile. In realtà, prigioniera di se stessa.

 

Buon mercoledì.

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Morbillo negli Stati Uniti, la scienza umilia Kennedy Jr.: ora spinge le vaccinazioni dopo l’epidemia in Texas

Robert F. Kennedy Jr. incarna la parabola del negazionista che, messo di fronte alla realtà, deve abiurare in fretta e furia. Per anni ha diffuso disinformazione sui vaccini, insinuando correlazioni inesistenti tra l’Mmr e l’autismo, predicando la diffidenza verso ogni obbligo sanitario. Poi, di fronte a un’epidemia di morbillo in Texas e alla morte di un bambino, il segretario alla Sanità degli Stati Uniti ha dovuto piegarsi all’evidenza: la vaccinazione è “fondamentale per evitare malattie potenzialmente mortali”, ha scritto. Una conversione tardiva, ma non innocente.

La disinformazione che ha alimentato l’epidemia

Prima di ottenere l’incarico sotto l’amministrazione Trump, Kennedy Jr. era il volto di una propaganda costruita sull’allarmismo e sulla manipolazione. Sosteneva che i vaccini fossero un pericolo, che le autorità sanitarie mentissero, che il morbillo fosse una malattia tutto sommato gestibile. Ma i numeri raccontano un’altra storia: tra gennaio e marzo 2025, il Texas ha registrato 146 casi di morbillo, con un bilancio che ha riportato indietro di decenni la sanità pubblica statunitense. L’ultimo decesso infantile dovuto al virus negli Stati Uniti risaliva a più di dieci anni fa.

Le cifre della storia parlano chiaro. Prima dell’introduzione del vaccino negli anni ’60, ogni anno si registravano negli Stati Uniti oltre 530.000 casi di morbillo e 440 decessi, con un tasso di mortalità di 1 su 1.205. Il virus, altamente contagioso, si trasmette per via aerea e può causare complicazioni gravi: polmonite, encefalite, cecità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ripetutamente ribadito che solo una copertura vaccinale superiore al 95% può evitare il ritorno di focolai.

L’inevitabile resa ai fatti

Ora, dopo anni di sabotaggio scientifico, Kennedy Jr. si trova a dover dirigere le istituzioni sanitarie che aveva contribuito a screditare. Ha dato mandato al CDC e all’Administration for Strategic Preparedness and Response di supportare le autorità locali, assicurando assistenza tecnica e fornitura di vaccini. Ha persino incontrato il governatore del Texas, Greg Abbott, per coordinare gli interventi. Mosse che segnano una frattura netta con il suo passato, ma che non cancellano la scia di danni che ha lasciato.

L’American Medical Association ha attribuito il calo delle coperture vaccinali anche alla disinformazione diffusa da figure pubbliche come Kennedy Jr. Nel 2024, uno studio del CDC ha certificato che la percentuale di bambini statunitensi immunizzati con MMR era scesa all’89%, aprendo la strada a nuove epidemie. L’OMS ha avvertito che il morbillo resta una delle principali cause di mortalità infantile prevenibile con vaccino.

Non basta una dichiarazione riparatoria per annullare gli effetti di anni di mistificazioni. Tra il 2010 e il 2023, negli Stati Uniti si sono registrati oltre 2.500 casi di morbillo, con una ripresa della diffusione nelle aree dove la copertura vaccinale era più bassa. Il tardivo ravvedimento di Kennedy Jr. non sarà sufficiente a invertire la tendenza, ma può forse riaprire il dibattito sul costo umano della propaganda pseudoscientifica.

La gestione dell’epidemia in Texas dimostra, ancora una volta, che le politiche sanitarie non possono essere ostaggio di posizioni ideologiche. Kennedy Jr. ha passato anni a erodere la fiducia pubblica nei vaccini, e ora si trova a dover difendere quello stesso sistema immunitario collettivo che aveva contribuito a indebolire. La sua abiura arriva troppo tardi per chi ha pagato con la vita. Ma almeno ora non potrà più fingere di non sapere. Chissà che ne pensano i suoi seguaci in Italia. 

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Similes cum similibus facillime congregantur

Dice qualsiasi vocabolario o enciclopedia che la diplomazia è quell’arte che si esercita attraverso la conduzione di negoziati, partendo dal principio del riconoscimento diplomatico di Stati, individui e gruppi. Non esiste diplomazia che non parta dal riconoscere la legittimità di chi si ha di fronte, dal riconoscerne la dignità, anche nelle sue colpe.

Il presidente Trump ha aperto un canale diplomatico con Vladimir Putin, riabilitandolo sulla scena internazionale, ma non sta conducendo alcun tipo di diplomazia con il presidente ucraino Zelensky. Molti osservatori definiscono quella con il presidente ucraino una trattativa, con ingiustificato ottimismo: non viene riconosciuto nella sua dignità politica, ma interpellato come portatore di merce.

Anche la trattativa, però, pretende uno scambio di proposte e controproposte che preludono alla conclusione di un accordo. In questo caso c’è solo una proposta sul tavolo: accettare un’invasione economica nordamericana delle proprie terre per fermare l’invasione militare russa. Vi sono, insomma, tutti i connotati di un’usura. Ci vuole molta fantasia per chiamare tutto questo pace.

Il Cremlino ha fatto sapere che “la politica estera degli Stati Uniti adesso coincide” con la loro. Anche qui c’è un evidente svarione: l’uso della forza non è politica, ma imperialismo. C’è chi lo fa con i carri armati e chi lo attua con lo strozzinaggio. Uno la chiama “operazione speciale”, l’altro la chiama “pace”. E non è un caso che si assista al riallineamento politico: chi segretamente amava l’uno, ora può pubblicamente dichiarare l’amore per l’altro.

Buon martedì.

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Gli Usa tagliano le spese militari ma chiedono all’Ue di aumentarle

Almeno non barare sui numeri. Almeno questo. Gli Stati Uniti chiedono all’Europa di spendere di più per la difesa mentre riducono il proprio budget militare. La narrazione ufficiale giustifica la richiesta con l’idea che l’Europa sia vulnerabile, ma i dati raccontano tutt’altro. Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, nel 2024 la spesa militare europea ha superato del 58% quella russa. Nonostante questo, Washington e la Nato premono per un aumento ulteriore, con richieste che porterebbero il budget militare europeo a livelli mai visti nemmeno negli anni della Guerra Fredda.

Gli aiuti all’Ucraina

Facciamo un po’ di ordine. Dal febbraio 2022 a oggi, l’Europa ha destinato 132 miliardi di euro all’Ucraina, di cui 62 miliardi in armamenti e 70 miliardi in assistenza finanziaria e umanitaria. Gli Stati Uniti hanno contribuito con 114 miliardi, di cui 64 miliardi destinati alle armi. Numeri distanti dai 350 miliardi citati da Donald Trump, che continua a sostenere che gli Usa stiano pagando il conto per tutti. Nel 2024, la Nato ha superato la soglia di 51 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina, con il 60% di queste forniture provenienti dall’Europa.

Se nel 2022 il 70% delle armi inviate all’Ucraina proveniva dagli arsenali nazionali, nel 2024 due terzi delle forniture derivano da nuovi contratti con l’industria bellica. La guerra è diventata un motore per il mercato degli armamenti, con iniziative come l’International Fund for Ukraine e la NATO Comprehensive Assistance Package che formalizzano un processo in cui l’industria militare occidentale è la prima beneficiaria.

La spesa militare europea

La Russia ha stanziato nel 2024 circa 146 miliardi di dollari per la difesa, mentre la spesa complessiva dei paesi europei ha raggiunto i 457 miliardi. Se si considera la parità di potere d’acquisto, la cifra sale a 730 miliardi. Un divario che contraddice la narrazione secondo cui Mosca avrebbe capacità militari superiori. La richiesta della Nato di portare la spesa al 3% del PIL farebbe crescere il bilancio militare europeo di altri 250 miliardi di dollari, mentre l’ipotesi di Trump di arrivare al 5% significherebbe un incremento di 800 miliardi.

Nel frattempo, gli Stati Uniti pianificano di ridurre il budget del Pentagono di 50 miliardi di dollari annui fino al 2029. La pressione esercitata sull’Europa per un riarmo massiccio coincide con un ridimensionamento della spesa americana, segnale di un disimpegno strategico che lascia all’Ue l’onere finanziario di una difesa sempre più autonoma.

Ribilanciamento strategico o mercato delle armi?

Uno studio dell’Università Cattolica evidenzia che la spesa militare europea supera quella russa di oltre il 50%. Tuttavia, il problema principale non è l’ammontare delle risorse, ma la loro frammentazione. I 27 Stati membri dell’Unione europea investono in difesa con logiche nazionali, spesso destinando una quota significativa ai costi del personale più che a nuovi sistemi d’arma o innovazione tecnologica.

Se l’obiettivo dichiarato è la sicurezza europea, l’aumento delle spese militari non sembra essere la soluzione più efficace. Se invece l’obiettivo reale è sostenere l’industria bellica e riequilibrare il peso della difesa nel rapporto transatlantico, allora la strategia appare chiara. L’Europa aumenta il proprio impegno, mentre gli Usa si alleggeriscono, lasciando alle aziende della difesa occidentali il ruolo di vero vincitore del conflitto. 

Come scrive Analisi Difesa “più che aumentare i fondi, la priorità dovrebbe essere un loro impiego più razionale ed efficace, con maggiore coordinamento tra gli Stati e una redistribuzione delle risorse verso armamenti e tecnologie avanzate. Inoltre, una maggiore integrazione tra i sistemi di difesa europei potrebbe garantire un utilizzo più efficiente delle risorse, riducendo sprechi e duplicazioni. Raccomandazioni quindi ben diverse da quelle espresse dai fautori di spese per la Difesa raddoppiate o triplicate in Europa”. Lo dicono gli analisti, non i pacifisti. 

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Il Pil e la crescita contano solo quando fa comodo

Quando a inizio febbraio uno studio della fondazione Gimbe ha certificato che la percentuale del Pil destinata alla spesa sanitaria totale è in calo dello 0,6%, si è scatenato un putiferio. Alcuni leader di partito della maggioranza hanno innescato attacchi diretti al presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, e altri hanno contestato il metodo.
Le percentuali sul Pil non contano, hanno spiegato dalla maggioranza. La cosmesi dei numeri della maggioranza passa dalla semplificazione utile per la propaganda: se la spesa sanitaria cresce, nessuno deve permettersi di fiatare. Francesco Zaffini, senatore di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Affari Sociali del Senato, già lo scorso ottobre l’aveva detto chiaro e tondo, rispondendo a un attacco di Giuseppe Conte: «A Conte dico che la percentuale sul Pil non conta, il 2023 è stato in crescita», disse ospite di Coffee Break su La7.

L’anno prima anche il deputato di Forza Italia Ugo Cappellacci aveva parlato di una “stucchevole litania sulle cifre” perché “il problema non è la quantità di risorse”. Il ragionamento di Cappellacci era: “il 6,2 per cento della spesa sanitaria sul Pil è una misura esattamente pari a quella che era stata prevista dal governo precedente. È stata confermata con la differenza che il Pil è aumentato e quindi, in termini assoluti, anche la cifra destinata alla sanità”.

Insomma, la percentuale sul Pil è una gabbia brutta, sporca e cattiva che l’opposizione usa per sabotare il governo. Da mesi ci dicono di smetterla di usare il Pil per sentirci in dovere di fare qualcosa. Basta Pil, ripetono.

Fino a ieri. Da ieri le percentuali del Pil che servono per gli armamenti sono tornate a essere un argomento serissimo.

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Venticinque miliardi all’anno

Venticinque miliardi all’anno. Ogni anno. Per sempre. Per le armi. È il prezzo della promessa di Giorgia Meloni alla Nato: portare la spesa militare italiana al 2,5% del Pil. Un incremento che non è una tantum, ma una tassa occulta sulla collettività, pagata con il taglio al welfare, ai servizi, ai diritti.

Venticinque miliardi equivalgono a una volta e mezza il budget per la disoccupazione. Sono due terzi di quanto lo Stato destina alle persone con disabilità. Superano di poco l’intera spesa per l’inclusione sociale. Ma guai a dire che questi soldi potrebbero essere usati meglio: chi contesta è un pacifista da salotto, un ingenuo che non capisce le “esigenze strategiche”.

Ma quali esigenze? L’Italia non ha un piano chiaro su come impiegare questa montagna di denaro. Più armi? Più soldati? Il generale Carmine Masiello chiede un esercito da 138mila unità, 45mila in più rispetto agli attuali piani. Il governo risponde con stanziamenti ciechi, scollegati da qualsiasi reale necessità di difesa, utili solo a ingrassare l’industria bellica.

Standard & Poor’s avverte: l’impatto sul deficit sarà devastante. Il moltiplicatore economico è ridicolo: per ogni euro speso in armi, lo Stato ne recupererà solo 40-50 centesimi. Ma poco importa. Il riarmo è la nuova liturgia, il totem che nessuno osa contestare. E mentre le casse pubbliche si svuotano per finanziare un esercito sempre più grande, resta la domanda scomoda: se si riempiono gli arsenali, prima o poi non verrà voglia di usarli?

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Missione fallita

Dicevano che l’Ucraina avrebbe potuto sconfiggere l’esercito di Putin. Quando gli è stato fatto notare la follia del loro proposito, hanno risposto che una mancata difesa avrebbe piallato l’Ucraina – ed è vero – e che si trattava solo di guadagnare con le armi un’agevole posizione per trattare. Missione fallita.

Dicevano che gli Usa fossero stati e sarebbero stati il faro dell’Occidente, che l’Europa aveva come unico imperativo quello di stargli in scia, che ci avrebbero pensato loro. A chi faceva notare che la strategia dell’Unione europea cameriera dei desideri americani avrebbe portato all’irrilevanza, rispondevano che il patto atlantico (e la Nato) era inossidabile. Missione fallita.

Dicevano che la guerra in Ucraina avrebbe rafforzato l’Europa. Missione fallita. Dicevano che con Putin non bisognava trattare, al diavolo lui, le sue richieste e al diavolo tutti i russi del presente e del passato. Dicevano che bisognava combattere chiunque dialogasse con Putin. Missione fallita.

Dicevano che non era tempo di attivare la diplomazia con voce più alta delle armi perché sarebbe arrivato il momento buono, il momento giusto. Missione fallita. Dicevano che i sacrifici dei cittadini per le armi avrebbero garantito la solidità del multilateralismo e della democrazia occidentale. Missione fallita.

Molti di loro sono gli stessi che leccavano Putin, che sorridevano del suo lettone regalato a Silvio. Sono gli stessi che ora leccano Trump, perché riconoscono lo stesso odore. Hanno fallito su tutto, ora propongono di ripiegare sulle armi.

Buon lunedì.

In apertura, disegno di Marilena Nardi

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Libertà e condizionamenti, il mondo è meno democratico

I l mondo non è democratico. Lo sapevamo, ma ora lo misuriamo: meno della metà della popolazione vive in un paese che possa definirsi tale, e solo un risicato 8,5% si trova in una democrazia completa. Il Democracy Index 2024, riportato da Lorenzo Ruffino, lo conferma: i paesi che garantiscono libertà civili, istituzioni indipendenti e reale pluralismo sono un club ristretto, mentre il resto del pianeta naviga tra compromessi, frodi elettorali e regimi autoritari.

E l’Italia Fa parte delle democrazie imperfette, con un punteggio di 7,58, in costante calo rispetto agli altri grandi paesi europei. Perché? Il deterioramento non è un evento improvviso, ma il frutto di una cultura politica che accetta restrizioni alla libertà di stampa, l’indebolimento delle istituzioni e la riduzione dello spazio per il dissenso. Democrazia non è solo votare: è poterlo fare in un contesto di reale libertà, senza condizionamenti, senza il rischio che il potere si accaparri ciò che non gli spetta.

Il punto è che il declino democratico non fa rumore. Non si presenta con golpe e carri armati, ma con riforme silenziose, leggi che restringono diritti, la normalizzazione dell’autoritarismo quotidiano. Lorenzo Ruffino sottolinea che dal 2014 l’indice globale è in calo, passando da 5,1 a 4,5 nel 2024. La libertà si assottiglia un poco alla volta, fino a quando ci si accorge che non c’è più. Se l’Italia è imperfetta, il rischio è che continui a scivolare verso il basso senza neanche accorgersene. Intanto, le democrazie complete restano una minoranza, bastioni sempre più isolati in un mondo che sembra scivolare indietro. E chi perde terreno, spesso non lo recupera.

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