Vai al contenuto

Il governo non sa, non vede, non sente. Ma spia

In Italia alcuni giornalisti e attivisti (sette in tutto) sono stati spiati con uno spyware dell’azienda Paragon. I giornalisti e gli attivisti intercettati sono tutti identificabili come “avversi” al governo, nella logica da stadio che il governo stesso alimenta fin dal suo insediamento. Persone poco gradite e spiate.

Il governo nega qualsiasi responsabilità, dicendo di non saperne nulla. Gli spiati vengono avvisati da Meta, con un messaggio WhatsApp.

Il Guardian scrive che, in seguito a questo, Paragon Solutions ha stracciato il contratto con l’Italia. Netta la smentita pubblica giovedì 14 marzo: «Nessuno ha rescisso in questi giorni alcun contratto con l’intelligence». Non passano 24 ore e il 15 marzo invece viene comunicato lo stop.

Poi si scopre che lo spyware Graphite non sarebbe stato utilizzato solo dai servizi segreti, che si avvalgono dei più efficaci dispositivi sul mercato, ma anche da un’altra forza di polizia.

Tutte le forze di polizia smentiscono, tranne la Penitenziaria. I servizi – l’Aise – confermano di usarlo, ma non contro giornalisti e attivisti. Il Pd e Italia Viva chiedono al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di confermare l’eventuale utilizzo dello spyware da parte delle procure e della polizia penitenziaria.

«Le uniche notizie divulgabili sulla vicenda Paragon sono già state fornite dal governo. Il resto non è divulgabile». Lo scrive il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano.

Quindi niente question time. Non è possibile sapere.

Buon mercoledì.

Foto

L’articolo proviene da Left.it qui

La strage dei giornalisti: un 2024 da incubo

Il 2024 è stato l’anno in cui sono stati uccisi più giornalisti da quando il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha cominciato a contarli. Sono 124 giornalisti ammazzati in diciotto Paesi, con Gaza che guida la drammatica classifica con 85 operatori uccisi durante l’offensiva israeliana.

I palestinesi riferiscono che gli operatori dell’informazione uccisi nel 2024 sarebbero almeno 200, tenendo conto dei cameraman, dei tecnici e di altri operatori dell’informazione. Alcuni sono stati assassinati mentre lavoravano, altri mentre si trovavano nelle loro abitazioni con le loro famiglie.

“È il momento più pericoloso per un giornalista nella storia del CPJ”, avverte la presidente del CPJ Jodie Ginsberg. “Inoltre, la detenzione dei giornalisti sta raggiungendo livelli record, evidenziando i crescenti rischi per i reporter e gli operatori dei media”. Secondo il rapporto del CPJ, almeno ventiquattro giornalisti in tutto il mondo sono stati deliberatamente uccisi nel 2024 a causa dei loro reportage. Altri reporter sono stati uccisi ad Haiti, in Messico, in Pakistan, in Myanmar, in Mozambico, in India, in Iraq e in Sudan.

Secondo Ginsberg, il rischio per chi fa informazione è aumentato poiché i governi operano nell’impunità e non sono tenuti a rispondere degli attacchi alla stampa.

Il giornalismo è sotto attacco, non solo per le bombe e le pallottole. Il logoramento delle democrazie ha bisogno di silenzio e cecità per rompere gli argini della propaganda. Quei morti sono un attacco a chi scrive ma anche a chi legge. Forse, per rendersene conto, servirebbero i funerali collettivi, oltre ai festival.

L’articolo La strage dei giornalisti: un 2024 da incubo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Povertà assoluta, la retorica del governo si schianta sui numeri: il rischio aumenta per le famiglie con più figli

Il governo si riempie la bocca di retorica sui figli per la patria, ma i numeri raccontano un’altra storia. Nel 2023 le famiglie con minori in condizione di povertà assoluta sono aumentate, segnando un peggioramento delle condizioni economiche di chi già si trovava ai margini. I dati elaborati da Openpolis su base Istat parlano chiaro: la povertà assoluta ha colpito il 12,4% delle famiglie con minori, in crescita rispetto al 2022 (+0,7 punti percentuali). Questo significa che quasi 748mila nuclei familiari con figli non sono in grado di soddisfare i bisogni essenziali per una vita dignitosa.

La povertà non è un destino, ma in Italia lo diventa

La povertà ha radici profonde e si intreccia con un problema cronico del paese: la bassa mobilità sociale. Chi nasce povero in Italia ha molte meno possibilità di migliorare la propria condizione rispetto ad altri paesi europei. Secondo le stime dell’Ocse, servono cinque generazioni per raggiungere il reddito medio partendo dal 10% più basso della popolazione. In altre parole, un bambino nato in una famiglia in difficoltà oggi ha davanti a sé un destino già scritto.

Le famiglie più colpite sono quelle in cui la persona di riferimento ha un impiego da operaio, indipendente o è in cerca di lavoro. Tra gli impiegati l’incidenza della povertà assoluta è passata dal 15,6% al 19,4% in un solo anno, segnalando un peggioramento netto per quella fascia di popolazione che fino a qualche tempo fa veniva considerata relativamente stabile. Il fenomeno del lavoro povero è ormai strutturale: avere un’occupazione non è più garanzia di una vita dignitosa.

Figli e miseria: più sono, più pagano il prezzo

A pesare è anche il numero di figli a carico. Il tasso di povertà assoluta cresce con l’aumentare dei minori in famiglia: dal 6,6% per chi ha un solo figlio, all’11,6% per chi ne ha due, fino a sfiorare il 19% per le famiglie con tre o più figli. Per le famiglie con quattro o più figli, il tasso di povertà supera il 22%, dimostrando che il numero di minori a carico è un fattore determinante nel rischio di povertà. Inoltre, l’incidenza della povertà è maggiore tra le famiglie monogenitoriali, dove tocca il 15,3%.

Non è solo una questione di reddito. La povertà è una condizione che si tramanda, un’eredità pesante che limita le opportunità educative e sociali delle nuove generazioni. L’Italia è tra i paesi europei con minore mobilità sociale, una posizione che si riflette anche nel Global Social Mobility Report del World Economic Forum, dove il nostro paese si trova nella parte bassa della classifica. Se si analizza la situazione a livello territoriale, emerge che il Mezzogiorno è la zona più colpita: l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con minori è del 15,5% nel Sud e nelle Isole, contro il 12,9% del Nord.

A fronte di questo scenario, la risposta delle istituzioni è stata debole. I tagli al welfare e le politiche di sostegno frammentarie non hanno invertito la tendenza. L’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito con misure più restrittive e selettive, ha lasciato senza protezione molte famiglie. 

Povertà e crisi economica: redditi insufficienti

Nel 2023, oltre 1 milione e 295mila minori in Italia vivevano in condizioni di povertà assoluta, pari al 13,8% della popolazione under 18. Per la fascia 7-13 anni del Centro Italia, l’incidenza della povertà è passata dal 10,7% al 13,9% in un solo anno. Il peggioramento è stato più marcato tra le famiglie con redditi medio-bassi, segno che la crisi economica e l’inflazione hanno colpito anche chi prima riusciva a mantenersi appena sopra la soglia della povertà.

Se si considera il rapporto tra povertà e livello di istruzione, emerge che nelle famiglie dove la persona di riferimento ha solo la licenza elementare, il tasso di povertà assoluta è del 23,2%, mentre scende all’8,4% tra chi possiede un titolo di studio superiore. Anche il tipo di occupazione incide significativamente: le famiglie con un capofamiglia operaio hanno un’incidenza del 19,4%, contro il 3,7% di quelle con un dirigente o un quadro.

Il divario si riflette anche sulla possibilità di accesso ai servizi per l’infanzia. Nel 2023, il 35% delle famiglie con figli sotto i tre anni non aveva accesso ad asili nido o servizi per la prima infanzia, percentuale che supera il 50% nel Mezzogiorno. Questo aspetto è cruciale, perché la possibilità di accedere ai servizi educativi nei primi anni di vita è uno dei principali fattori che determinano la mobilità sociale futura.

La povertà minorile in Italia non è solo un dato economico, ma un indicatore di un sistema che perpetua disuguaglianze generazionali. Non basterà chiedere di fare figli per la patria perché ci siano più figli. Non reggerà a lungo nemmeno la retorica propagata tra convegni e canzonette. 

L’articolo Povertà assoluta, la retorica del governo si schianta sui numeri: il rischio aumenta per le famiglie con più figli sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

A Sanremo il monologo sulle madri mentre le aziende le licenziano

Sofia ha perso il lavoro due volte in tre anni. Non perché non fosse competente, non perché non servisse più alla sua azienda, ma perché ha avuto due figli. Un’eresia nel Paese che piange la denatalità e che chiede alle donne di “fare più figli”, ma senza mai fornire le condizioni affinché questo avvenga. La sua storia, raccontata su Collettiva , è la sintesi perfetta di questa contraddizione: Sofia, tecnico di laboratorio nel veronese, è stata licenziata mentre era in maternità. La prima volta dopo la nascita del primogenito, la seconda quando ha avuto il secondo figlio. Due aziende diverse, stesso trattamento. Il paradosso è che il suo contratto, un’apparente garanzia di stabilità, era un contratto di somministrazione, una delle tante varianti del precariato camuffato da sicurezza.

Nel 2020, dopo due anni di contratti a termine, l’azienda avrebbe dovuto assumerla, ma ha preferito proseguire il rapporto attraverso un’agenzia interinale, con la promessa – mai mantenuta – di stabilità. Il risultato? Appena è diventata madre, è stata messa alla porta. La sua non è una storia isolata. Anzi, è la regola. L’Istat ci dice che in Italia il 60,1% delle madri lavora, ma quante di loro possono contare su un impiego sicuro e ben pagato? Poche. La precarietà, il gender pay gap, l’assenza di un welfare adeguato sono un deterrente potente contro la scelta di avere figli. Il Ministero della Salute lo ha certificato: si diventa madri solo quando si ha un impiego, possibilmente stabile . Eppure, il governo Meloni insiste con la sua retorica sulla natalità, come se la maternità fosse una questione di “coraggio” e non di condizioni materiali.

Il ricatto della precarietà

La storia di Sofia svela la farsa della “stabilità promessa”. In teoria, la sua posizione era meno precaria rispetto ad altre forme di lavoro atipico. In pratica, è stata lasciata senza stipendio nel momento più delicato della sua vita. La legge vieta il licenziamento di una lavoratrice in maternità, ma c’è sempre un cavillo per aggirare la norma: basta aspettare la scadenza di un contratto a termine o, come nel suo caso, sfruttare le pieghe di un rapporto di somministrazione.

Quando è rimasta incinta del secondo figlio, la storia si è ripetuta: contratti rinnovati di mese in mese, fino a quando non è stato chiaro che un’altra gravidanza era in arrivo. L’azienda non l’ha assunta e l’agenzia interinale ha aperto la procedura per il licenziamento. “Ti fanno credere che se hai un contratto di somministrazione dopo due anni ti assumono, che hai una prospettiva di stabilità, ma non è così”, racconta Sofia.

Meloni e la maternità come propaganda

Giorgia Meloni ripete in ogni occasione che la denatalità è un problema economico e sociale. Peccato che il suo governo continui a smantellare gli strumenti per permettere alle persone di avere figli. Non bastano i bonus una tantum, servono salari dignitosi, servizi per l’infanzia accessibili, protezione per le madri lavoratrici.

I dati lo dimostrano. L’età media in cui si diventa madri è sempre più alta perché prima di mettere al mondo un figlio bisogna essere certe di poterselo permettere . Ma nel frattempo il governo ha tagliato i fondi per gli asili nido al Sud, rendendo ancora più difficile conciliare maternità e lavoro. La stabilità economica delle famiglie è un prerequisito per invertire la curva demografica, ma la destra continua a trattare la questione come un problema di “mentalità”, ignorando il costo reale di mettere al mondo un bambino in Italia. Sofia non troverà lavoro perché le mamme sono state celebrate a Sanremo. Sofia ha bisogno di politica, non di celebrazioni. 

L’articolo A Sanremo il monologo sulle madri mentre le aziende le licenziano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Funambola senza rete: Meloni oscilla tra Usa e Ue, ma nessuno si fida

Giorgia Meloni continua a muoversi su un filo sottile, oscillando tra fedeltà agli Stati Uniti e il tentativo di mantenere una parvenza di autonomia in Europa. Il vertice di Parigi lo ha dimostrato ancora una volta: da un lato, l’adesione all’aumento delle spese militari, un segnale lanciato a Washington; dall’altro, il rifiuto di discutere dell’invio di truppe in Ucraina, un gesto di prudenza che la allontana da Macron e dai “volenterosi” dell’Unione europea. 

L’equilibrismo, però, si sta rivelando sempre più una zavorra. La premier si ritrova in una posizione scomoda, costretta a rassicurare Trump, con cui condivide la diffidenza verso l’Unione europea, e a non irritare troppo i partner continentali, che guardano con sospetto la sua ambiguità. La sua strategia di evitare scelte nette rischia di tradursi in un isolamento doppio: non abbastanza allineata con i falchi europei, non abbastanza determinata per guadagnarsi un posto di rilievo nell’agenda di Washington. 

Meloni è una funambola su un filo sempre più sottile, con il rischio di precipitare nel vuoto. A Parigi ha cercato di tenere a bada Macron, senza però offrire alternative credibili. La sua prudenza sull’invio di truppe può sembrare buon senso, ma la verità è che non c’è nessuna strategia. L’Italia, in questa partita, non incide: annuisce agli Stati Uniti senza ottenere garanzie, si accoda alle decisioni europee senza influenzarle davvero. E così, mentre le alleanze si ridisegnano con una rapidità senza precedenti, Meloni resta impantanata in un’ambivalenza che non paga. Non a Bruxelles, non a Washington, non a Roma.

Buon martedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Revisionismi storici pure sulla strage di Ustica

Raccontano una realtà distorta sull’attentato di via Rasella. Omettono di dire che le vittime delle Fosse Ardeatine erano italiani, ebrei e antifascisti, scelti con la collaborazione della stessa polizia italiana.

Da anni usano il Giorno del Ricordo come clava contro gli avversari politici, nel solco di quella che lo storico Emilio Gentile definiva la “defascistizzazione retroattiva del fascismo”. Tentano di riscrivere la storia riguardante la strage di Bologna del 2 agosto 1980; il deputato di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, ha definito le sentenze sulla strage come un “teorema politico” volto a colpire la destra.

Al Tg1 delle 13, andato in onda domenica, è stato dato spazio a un libro che continua a sostenere la tesi della bomba a bordo come causa della tragedia di Ustica. Il Tribunale di Palermo, nella sentenza del 10 settembre 2011, ha concluso che l’incidente fu causato da un missile o da una collisione in volo, escludendo la presenza di un ordigno esplosivo a bordo. La Corte di Cassazione, il 28 gennaio 2013, ha ribadito come il DC-9 sia stato abbattuto durante un’azione militare nei cieli italiani.

La presidente dell’Associazione “Parenti delle Vittime della Strage di Ustica” si dice “scandalizzata per un’operazione che, più che informazione, si dimostra propaganda”.

L’egemonia culturale tanto agognata dal governo Meloni è una fitta tela di perseveranti revisionismi che spopolano nelle reti pubbliche e in Parlamento. Nelle chat di partito, il ministro Lollobrigida invitava i colleghi di Fratelli d’Italia a mantenere la calma perché, una volta al governo, avrebbero fatto emergere “la verità”. Eccola.

L’articolo Revisionismi storici pure sulla strage di Ustica sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Violato l’anonimato dei candidati: annullato il concorsone per la scuola

Il Tar delle Marche ha annullato il concorso ordinario Pnrr per docenti di laboratorio nelle scuole secondarie di cinque regioni: Abruzzo, Emilia Romagna, Marche, Puglia e Umbria. Il motivo? Una violazione dell’anonimato: ai candidati era stato chiesto di scrivere nome e cognome sui fogli della prova pratica. Un errore con conseguenze devastanti. Il Ministero dell’Istruzione dovrà ora rifare la prova e riscrivere la graduatoria. Migliaia di docenti, che avevano già sostenuto un iter lungo e faticoso, sono costretti a ripartire da capo. Il tutto per il flop della macchina concorsuale. Il Movimento 5 Stelle ha chiesto che il ministro Valditara si presenti urgentemente in Commissione cultura a dare spiegazioni.

Un concorso da rifare, una scuola nel caos

È solo l’ultimo capitolo di una serie di concorsi pubblici gestiti in modo fallimentare sotto l’attuale governo. La scuola, in particolare, è diventata il laboratorio del caos. Le modalità di reclutamento sono state cambiate a ripetizione, con concorsi che si accavallano, precari lasciati nel limbo e sentenze che cancellano interi procedimenti selettivi. Il concorso PNRR 1, ad esempio, ha scatenato proteste tra i docenti precari perché ha riservato il 15% dei posti a chi aveva svolto il Servizio Civile Universale, penalizzando chi aveva già esperienza di insegnamento. Il concorso PNRR 2, partito a dicembre 2024, ha visto il Comitato Precari Uniti per la Scuola chiedere un intervento diretto di Giorgia Meloni per fermare quello che definiscono un sistema “scriteriato” di reclutamento. La proposta Smetterla con i concorsi a raffica e stabilizzare chi lavora da anni.

A livello sindacale, la FLC CGIL, la UIL Scuola, lo SNALS e l’ANIEF hanno denunciato la totale inefficacia dei concorsi previsti dal PNRR. Il loro fallimento sta tutto nei numeri: invece di ridurre il precariato, lo stanno allargando. Il problema non è solo il ritardo nella pubblicazione delle graduatorie o le regole in continuo mutamento, ma il fatto che molti dei nuovi concorsi risultano inutili, costringendo gli idonei a rimettersi in fila mentre chi è già abilitato resta fermo.

Il fallimento del sistema di reclutamento pubblico

E non è solo la scuola a soffrire. Il Consiglio di Stato ha recentemente annullato anche i concorsi dei Ministeri dell’Agricoltura e della Difesa. Il governo, invece di correggere le storture, ha bloccato sia gli scorrimenti delle graduatorie esistenti sia l’indizione di nuovi concorsi. Una paralisi che getta nell’incertezza migliaia di candidati e lavoratori, in settori già provati da carenze di organico. Il problema è strutturale: l’attuale governo ha impostato il reclutamento nella pubblica amministrazione su un’ideologia di rigore e selezione che, nei fatti, si traduce in inefficienza, errori procedurali e un precariato sempre più dilagante. E mentre si ripetono i concorsi, il personale scarseggia e i servizi pubblici si sfaldano.

La scuola, che dovrebbe essere il cuore di ogni progetto politico lungimirante, si ritrova invece ostaggio di una gestione caotica. Ieri è toccato al concorso PNRR per i docenti di laboratorio, ma domani potrebbe essere un’altra procedura a crollare. Il governo Meloni ha promesso stabilità e merito, ma i fatti raccontano un’altra storia: quella di una pubblica amministrazione in crisi, di docenti e professionisti umiliati e di un sistema che implode sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

La realtà, ovviamente, si ripercuote anche sugli studenti e sulle loro famiglie. Classi scoperte, insegnanti costretti a continui spostamenti, supplenze che diventano la norma, mentre le graduatorie si trasformano in un labirinto burocratico senza uscita. Il quadro è aggravato da una politica che, invece di investire nella stabilizzazione del personale, preferisce alimentare la confusione con nuovi concorsi e regole che cambiano di anno in anno. La strategia del “merito”, tanto sbandierata dal governo, si è tradotta in una serie di selezioni viziate da errori procedurali.

Non stupisce, quindi, che il malcontento sia ormai diffuso. Le proteste dei precari della scuola si moltiplicano, mentre gli stessi vincitori dei concorsi faticano a vedere il loro nome nelle graduatorie definitive. Si parla di qualità e efficienza ma i risultati sono solo frustrazione e instabilità. E mentre si accumulano gli errori, l’istruzione italiana continua a perdere terreno e credibilità. 

L’articolo Violato l’anonimato dei candidati: annullato il concorsone per la scuola sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Segreti, minacce e depistaggi: il governo insegue i suoi fantasmi

Mi pare che sia passato molto sotto traccia l’articolo pubblicato lo scorso 11 febbraio su Il Foglio a firma di Luca Gambardella. All’interno si legge che, dopo la figuraccia mondiale del governo Meloni con la liberazione del capo della polizia libica Osama al Najem, detto “Almasri”, il capo dell’Aise, Giovanni Caravelli, sarebbe volato in Libia per “escogitare un piano per evitare nuovi episodi imbarazzanti”. Il Foglio scriveva che “Caravelli ha incontrato il premier libico Abdulhamid Dabaiba e il procuratore capo di Tripoli, al Sidiq al Sour, con i quali si è confrontato sui nominativi riservati di alcuni libici su cui la Corte penale internazionale ha emanato un mandato d’arresto. Il capo dell’Aise ha informato chi di questi potrà viaggiare in Italia in futuro senza il rischio di essere arrestato”.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano, rispondendo ai giornalisti alla Camera, ha smentito la ricostruzione parlando di “calunnia in libertà” e ha promesso di querelare il giornalista e la testata.

Nel frattempo, abbiamo scoperto che l’attivista sudanese David Yambio (che ha denunciato d’essere stato vittima delle torture di Almasri) è indagato dalla procura di Palermo. L’abbiamo saputo – anche lui – da un articolo de Il Giornale, che però ha indicato come indagato Luca Casarini di Mediterranea, sebbene non lo sia. L’informazione era contenuta in un documento riservato del Viminale indirizzato ai servizi. Yambio è tra gli spiati con lo spyware Graphite di Paragon, che però non è in uso in quella Procura.

Tutto bene?
Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Più armi, meno welfare

Palazzo Chigi sorride, soddisfatto. L’Unione europea ha concesso quello che il governo italiano chiedeva da tempo: le spese per la difesa saranno escluse dal Patto di Stabilità. Tradotto: armi a debito, senza vincoli, senza il peso dei conti pubblici. L’annuncio della presidente della Commissione europea viene accolto con entusiasmo dal governo Meloni, che già guarda oltre: non basta poter armarsi senza conseguenze contabili, servono anche strumenti finanziari comuni. Tradotto: soldi pubblici, europei, per un esercito comune.

L’Italia si dice pronta a lavorare con l’Ue per raggiungere questi “importanti obiettivi”, a partire dal Libro bianco sulla difesa. Ma la direzione è chiara: più spese militari, più armi, più investimenti nel settore bellico. Il tutto con la benedizione delle istituzioni europee, che un tempo imponevano rigore sui bilanci e ora aprono le porte ai finanziamenti per la guerra. Mentre gli investimenti in scuola, sanità e welfare restano sotto scacco, il governo si prepara a blindare il futuro con un’industria bellica sempre più centrale.

Non una parola sul prezzo politico di questa scelta. Se gli armamenti non contano ai fini del deficit, chi pagherà il conto? Il rischio è che la spesa pubblica venga sbilanciata sempre più verso la difesa, in un’Europa che parla di sicurezza ma taglia sui diritti. Palazzo Chigi esulta, pronto a partire: ma verso dove?

L’articolo Più armi, meno welfare sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Putin sdoganato da Trump, primo bersaglio il Colle

Vladimir Putin si sente forte, e lo si capisce dalla reazione isterica alla lezione di storia impartita da Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica, nel suo intervento all’Università di Marsiglia, ha accostato l’invasione russa dell’Ucraina al progetto del Terzo Reich. Un parallelo che ha mandato su tutte le furie la diplomazia di Mosca, al punto da spingere la portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, a definire le parole di Mattarella “invenzioni blasfeme”.

Blasfemia e storia, però, non coincidono. L’idea di una Russia che si autoassolve è un riflesso di un regime che da anni si costruisce una narrazione vittimistica per giustificare l’ingiustificabile. Zakharova ha parlato di “parallelismi storici scandalosi e falsi”, accusando l’Italia di sostenere un “regime terrorista neonazista a Kiev” e di offendere la memoria della resistenza antifascista. Parole che suonano come un pretesto per distogliere l’attenzione dalla realtà: è Putin a comportarsi da espansionista, ed è la Russia ad aver riportato in Europa il concetto di guerra di annessione.

L’imbarazzo è tutto dei governi occidentali che con Mosca non vogliono rompere del tutto. Meloni e Salvini, che dovrebbero difendere la posizione del capo dello Stato, si trovano in una posizione scomoda. L’ombra di Trump, il leader che promette di spezzare il fronte atlantico, si allunga su questo silenzio. E intanto, Putin torna a mordere.

L’articolo Putin sdoganato da Trump, primo bersaglio il Colle sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui