Vai al contenuto

Il diritto di giocare sulla vita altrui

«Ci sono soldati ora che si trovano a Gaza e in Libano affinché noi possiamo giocare qui. Ci sono persone che sono morte affinché noi potessimo giocare qui». Lo ha detto Nadav Zilberstein, allenatore della nazionale israeliana under 18, ai suoi giocatori minorenni, prima dell’esordio all’Europeo di categoria in corso fra Trento e Rovereto. Il video lo ha diffuso la Federazione cestistica israeliana. Nessuno gliel’ha rubato.

Il conto dell’altra metà del campo il Comitato olimpico palestinese lo ha depositato alla Camera dei deputati il 13 febbraio 2026: 684 sportivi uccisi dall’ottobre 2023, di cui 178 fra i sei e i vent’anni, circa 290 impianti distrutti fra Gaza e Cisgiordania.

Il primo marzo 2022 la Fiba ha escluso squadre e dirigenti russi da ogni competizione per la violazione della tregua olimpica. La stessa Fiba, il 29 giugno 2025 ai Mondiali under 19 di Losanna, ha assegnato a Israele la vittoria a tavolino sulla Giordania, che si era rifiutata di giocare. Nel rapporto del 16 settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha qualificato come genocidio la condotta israeliana nella Striscia.

Prima del torneo i sindaci di Trento e Rovereto, Franco Ianeselli e Giulia Robol, avevano scritto alla federazione israeliana che “il campo da gioco non è un mondo a parte e non è mai neutrale”. Il 29 luglio Alleanza verdi e sinistra del Trentino ha chiamato quelle parole “un atto ignobile” che legittima il genocidio di un popolo. Quel giorno il ministero della Salute di Gaza contava 73.335 uccisi dall’ottobre 2023.

La finale si gioca domenica 2 agosto. Fino ad allora resta agli atti la frase con cui una federazione europea ha spiegato a dei diciassettenni che il loro diritto di giocare in Italia si regge su chi muore a Gaza.

L’articolo Il diritto di giocare sulla vita altrui sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Pensioni, i dati Inps smontano le promesse del governo: il tavolo (e gli impegni) del 2023 è rimasto vuoto

L’ultimo tavolo tra governo e sindacati sulla riforma previdenziale si è chiuso il 18 settembre 2023 sulla previdenza complementare. Da allora sono passati 1.045 giorni senza un confronto di merito. Il sistema intanto è cambiato eccome, anzi si è riscritto per sottrazione. L’Osservatorio dell’Inps sui flussi di pensionamento, uscito il 22 luglio 2026 su rilevazione al 2 luglio, ne consegna la contabilità.

Nel primo semestre di quest’anno l’Istituto ha liquidato 132.039 pensioni di vecchiaia e 100.356 anticipate. Tre anni fa il rapporto era capovolto: nel primo semestre 2023 l’Inps contava le anticipate al 16% in più delle vecchiaie, oggi le conta al 24% in meno. Il focus di Collettiva firmato da Daniela Zero il 28 luglio ha allineato quattro Osservatori con l’ufficio previdenza della Cgil di Ezio Cigna. Il conto è questo: oltre ottomila uscite anticipate in meno, -7,5%, e oltre 38 mila pensioni di vecchiaia in più, con una crescita sopra il 40%. Si esce quando scatta l’età, e basta.

Pensioni, il canale ordinario resta l’unico

La sequenza normativa si legge riga per riga. La legge di bilancio 2024, la 213/2023, aggancia Quota 103 al ricalcolo contributivo integrale e restringe Opzione donna. Ai commi da 157 a 163 riscrive pure le aliquote di rendimento degli iscritti a Cpdel, Cps, Cpi e Cpug, le casse dei dipendenti pubblici. Quanto costa uscire prima, a chi ci prova, lo spiega la circolare Inps 78 del 3 luglio 2024. La legge di bilancio 2026 chiude il cerchio e cancella entrambe le misure. Nessuna sostituzione. In piedi rimane l’Ape sociale, prorogata al 31 dicembre 2026.

Il Rendiconto sociale dell’Inps di giugno misura il vuoto. 3.860 lavoratrici uscite con Opzione donna nel 2025, contro le 26.427 del 2022. E 5.643 pensioni liquidate con le quote, dopo le 112.982 del 2021. L’età media di uscita delle donne è salita da 64,4 a 65,4 anni, quella degli uomini da 63,7 a 64,1. A pagare di più sono le lavoratrici, proprio perché avevano di più da perdere. Carriere spezzate e lavoro di cura pesavano già sull’assegno, e adesso è sparito dal testo anche l’unico canale che di quelle carriere teneva conto.

Le promesse e il calendario

Il programma “PER L’ITALIA”, sottoscritto l’11 agosto 2022 da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, contiene il “superamento della legge Fornero con Quota 41”. Due settimane dopo, a Capitello, Salvini si è impegnato ad «azzerare la legge Fornero e avviare Quota 41» e ha autorizzato gli elettori a spernacchiarlo. A dicembre 2025 il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha annunciato su La Stampa la cancellazione integrale dello scatto sull’aspettativa di vita entro il 2026. Siamo a fine luglio.

Il testo votato dice esattamente l’opposto. Dal 1° gennaio 2027 la vecchiaia sale a 67 anni e 1 mese, dal 2028 a 67 anni e 3 mesi, e l’anticipata pretende 43 anni e 1 mese di contributi. Fuori dall’aumento resta la platea dei gravosi e degli usuranti, attorno al 2% dei nuovi pensionati. Poi, il 29 gennaio 2026, la maggioranza ha votato alla Camera una mozione che impegna il proprio governo a “interventi correttivi in riduzione o di congelamento” degli scatti approvati sei settimane prima. Un esecutivo che chiede a se stesso di rimediare a se stesso.

Il vincolo di finanza pubblica esiste ed è serio: la Ragioneria generale dello Stato proietta la spesa pensionistica dal 15% del Pil verso un picco vicino al 17% intorno al 2040. Solo che il conto lo regge chi entra oggi nel contributivo puro, con salari bassi e contratti a singhiozzo, e una riforma seria comincerebbe da lì, dal lavoro. Chi ha firmato quel programma nel 2022 dovrebbe spiegare perché in quattro leggi di bilancio non ci si è mai avvicinato, e perché l’unica flessibilità sopravvissuta resta quella scritta nel 2011. Il tavolo del 18 settembre 2023 è rimasto dove l’hanno lasciato. La porta d’uscita, invece, si è chiusa da sola, un comma alla volta.

L’articolo Pensioni, i dati Inps smontano le promesse del governo: il tavolo (e gli impegni) del 2023 è rimasto vuoto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Mondiali in vendita, ecco chi può ancora sfidare Infantino alla Fifa e contrastare i suoi piani

Mercoledì sera un portavoce di Nasser al-Khelaifi ha chiuso con tre negazioni in fila, “nessuna ambizione, nessuna intenzione, nessun interesse” per la presidenza della Fifa. Secondo Politico i vertici del calcio europeo ragionavano da settimane sul presidente del Paris Saint-Germain come sull’unico profilo capace di sfidare Gianni Infantino a Rabat, il 18 marzo 2027. La caccia allo sfidante era ripartita il 28 luglio.

Quel giorno la Fifa ha annunciato Fifa Forward Enterprise, la società che assorbirà i diritti commerciali del Mondiale. Valutazione 20 miliardi di dollari, fino al 20% sul mercato per 4,2 miliardi, advisor JP Morgan, investitore di riferimento il fondo di Joshua Kushner, fratello del genero di Donald Trump. Il giorno dopo Infantino ha scritto alle 211 federazioni: adesione entro il 19 settembre, in cambio i primi 20 milioni di dollari di un pacchetto da 40. Chi rifiuta perde l’una tantum.

La Uefa ha risposto che l’anima e la governance del calcio “non sono beni da scambiare”. Concacaf e Afc, 88 federazioni, hanno scritto di aver appreso il piano dai giornali. Oggi le 55 europee si riuniscono d’emergenza, sul tavolo anche il boicottaggio: nel 2021 la stessa minaccia costrinse Zurigo a ritirare il Mondiale biennale. Gabriele Gravina, primo vicepresidente Uefa, all’Ansa: «il calcio non può essere ridotto a un affare privato».

Il curriculum di Infantino

Il decennio alle spalle è coerente. Il 5 dicembre 2025, al Kennedy Center, Infantino ha consegnato a Trump il primo Fifa Peace Prize, premio inventato per l’occasione. La Fifa ha aperto un ufficio nella Trump Tower. Il 19 febbraio 2026ha firmato per il Board of Peace di Trump un accordo fino a 75 milioni di dollari per Gaza. Il 5 luglio, dopo una telefonata di Trump, la commissione disciplinare ha sospeso la squalifica automatica di Folarin Balogun: primo caso dal 1962.

Poi c’è Gaza. Il 19 marzo 2026 la Fifa ha archiviato le richieste della federazione palestinese contro quella israeliana, sospensione compresa, e si è fermata a una multa per violazioni antidiscriminazione. Due anni di perizie legali e comitati ad hoc, anzi di rinvii travestiti da procedura, mentre il genocidio andava avanti.

Come si sfida un presidente

Guarire la Fifa passa da un’aritmetica e da due date. Ogni federazione vale un voto, i voti sono 211, e per correre servono le firme di cinque federazioni entro il 18 novembre. Caf, Afc e Conmebol hanno già annunciato il sostegno a Infantino. Secondo il Guardian oltre 200 federazioni hanno firmato la lettera di appoggio, e proprio lì sta la sola leva rimasta: fino a novembre quelle firme si possono ritirare o girare a un altro nome.

Il campo intanto si è ridotto a un nome. Aleksander Ceferin resta alla Uefa, al-Khelaifi si è sfilato, e regge Dariusz Mioduski, proprietario del Legia Varsavia, sondato secondo talkSport da dirigenti tedeschi, spagnoli, norvegesi, svedesi e bosniaci, senza l’appoggio della sua federazione. La federazione tedesca di Bernd Neuendorf ha rifiutato di firmare per Infantino, il rifiuto più pesante arrivato finora.

Secondo fonti europee citate dal Guardian, 30 o 40 voti basterebbero ad aprire un dibattito sulla governance. Il presidente della Liga, Javier Tebas, ha chiesto le dimissioni di Infantino e alla Gazzetta dello Sport ha spiegato perché resti solo: nessuno vuole candidarsi per perdere. Il Cio a fine luglio ha respinto per difetto di giurisdizione il ricorso di FairSquare sulla neutralità politica.

Restano due date. Il 19 settembre, quando le federazioni diranno sì o no ai 40 milioni. Il 18 novembre, quando si contano le firme. In mezzo c’è l’unica terapia per un’istituzione consegnata a un presidente americano e al fratello di suo genero: qualcuno che si candidi sapendo di perdere, e che perdendo obblighi 211 federazioni a votare in chiaro. A Zurigo l’attesa la sanno amministrare da sempre.

L’articolo Mondiali in vendita, ecco chi può ancora sfidare Infantino alla Fifa e contrastare i suoi piani sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Riconoscimento facciale, cosa prevede il decreto (contestato) del governo: l’iter, le criticità e il confronto con gli altri Paesi

Chi attraversa una piazza il giorno di un corteo entra in una banca dati biometrica per sette giorni, senza aver commesso alcunché. Lo stabilisce l’articolo 10 dello schema di decreto legislativo che adegua l’Italia all’AI Act, il regolamento Ue 2024/1689. Dove si registrano esigenze di ordine pubblico, i tratti del volto di chi accede finiscono in un archivio locale. I registri delle operazioni restano cinque anni. Il testo esce dal Consiglio dei ministri del 10 giugno 2026, per delega della legge 132/2025.

Il metodo pesa quanto il merito. I pareri delle commissioni sono l’unico passaggio parlamentare richiesto perché l’atto diventi valido, e Palazzo Chigi ha sollecitato Camera e Senato a esprimerli al più presto. Il 29 luglio la commissione Politiche Ue del Senato ha licenziato il suo. Sulla sorveglianza biometrica il Parlamento commenta e basta.

Riconoscimento facciale, il testo italiano e quello Ue

Il Garante per la protezione dei dati personali, nel parere del 14 luglio 2026, ha messo per iscritto il punto che il governo elude. Il trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici di chi accede a luoghi o eventi pubblici stride con l’AI Act, che ammette il riconoscimento a posteriori solo per ricerche mirate.

L’articolo 26 del regolamento lega quell’uso a un’indagine su una persona sospettata o condannata, e all’autorizzazione di un’autorità giudiziaria o amministrativa, con decisione vincolante. Nel decreto italiano quel passaggio resta dentro il perimetro del questore, che designa chi autorizza. Cioè proprio chi il controllo dovrebbe subirlo. Nei casi d’urgenza la polizia accende i sistemi in tempo reale con una comunicazione anche orale al pubblico ministero, e chiede il permesso dopo.

Il divieto generale negli spazi pubblici lo chiedevano il Comitato europeo per la protezione dei dati e il Garante europeo già nel 2021. Dispiegare quella tecnologia, scrissero Andrea Jelinek e Wojciech Wiewiórowski, significa “la fine dell’anonimato”. E poi l’accuratezza. Il Nist statunitense, nello studio del dicembre 2019 su 18,27 milioni di immagini, ha misurato falsi positivi da 10 a 100 volte più frequenti sui volti asiatici e afroamericani rispetto ai caucasici. Le donne afroamericane pagano il tasso peggiore nelle ricerche uno-a-molti, quelle che producono liste di sospetti.

Riconoscimento facciale: il metro degli altri

La Francia sperimenta la videosorveglianza algoritmica dai Giochi di Parigi 2024. Il decreto attuativo del 28 agosto 2023 vieta a quei sistemi di trattare dati biometrici e riconoscere volti. In Germania la Corte costituzionale ha bocciato il 16 febbraio 2023 le norme di Assia e Amburgo sull’analisi automatizzata dei dati di polizia. Il pacchetto sicurezza del ministro Alexander Dobrindt, nell’ottobre 2025, è stato contestato da AlgorithmWatch, Amnesty International e dall’ex garante federale Ulrich Kelber come incompatibile con l’AI Act.

In Ungheria, dal 15 aprile 2025, la polizia identifica con il riconoscimento facciale chi sfila a un Pride vietato. L’infrazione chiesta a Bruxelles da EDRi e dalle associazioni ungheresi a oggi manca.

Qui da noi la memoria è corta. Nel 2021 l’Italia fu il primo Stato dell’Unione a sospendere il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici, fino al 31 dicembre 2023, e il 25 marzo di quell’anno il Garante aveva bocciato Sari Real Time del Ministero dell’interno. Cinque anni più tardi, dopo gli scontri di Bologna e della Val di Susa, la stessa tecnologia rientra come dotazione ordinaria. Il ministro Matteo Piantedosi assicura che l’algoritmo resta uno strumento di supporto e «non un poliziotto automatizzato».

Il perimetro è già scritto: piazze, stazioni, stadi, il percorso di un corteo. Chi passa di lì resta agli atti per una settimana. La linea tra indagare su una persona e archiviare una folla sta nell’istante in cui la telecamera si accende. Il governo l’ha spostata indietro.

L’articolo Riconoscimento facciale, cosa prevede il decreto (contestato) del governo: l’iter, le criticità e il confronto con gli altri Paesi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il primo arresto di un comunicato stampa

“Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!”. Matteo Salvini ha postato martedì la prima pagina di Libero con l’arresto di un quattordicenne, venduto come il “primo arresto del decreto anti maranza” (termine razzista e come tale viola il Codice deontologico dei giornalisti, ndr). Quel decreto non esiste. Esiste un disegno di legge sull’imputabilità dei minori, approvato dal Consiglio dei ministri il 23…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Trump e Zelensky, diciassette mesi dopo di nuovo nello Studio Ovale: Donald cambia atteggiamento, ora scommette su Kiev

Sulla bara di Lindsey Graham, avvolta nella bandiera dentro la Washington National Cathedral, Donald Trump martedì ha letto l’elogio funebre. Il senatore repubblicano è morto l’11 luglio a 71 anni per una dissezione aortica, poche ore dopo il rientro dal decimo viaggio a Kyjiv. Tra i banchi sedeva Volodymyr Zelensky. Diciassette mesi prima, nella stessa città, quello stesso presidente lo aveva liquidato con la frase sulle carte che gli mancavano, gli aveva cancellato il pranzo e lo aveva rispedito a casa davanti alle telecamere.

Trump e Zelensky di nuovo nello studio ovale

Poche ore prima i due si erano visti nello Studio Ovale per oltre un’ora, a porte chiuse e senza stampa. La portavoce Karoline Leavitt ha parlato di incontri “positivi e produttivi”. Sul tavolo c’erano le licenze per gli intercettori dei Patriote il rilancio del negoziato con Mosca. E il dettaglio politico sta proprio lì dove nessuno guarda: un presidente che trasforma ogni bilaterale in spettacolo stavolta ha spento le luci. Nel febbraio 2025 le telecamere erano l’arma. Adesso sono un rischio.

Come Washington ha cambiato idea

Il Wall Street Journal racconta che per oltre un anno Trump ha ripetuto ai consiglieri che l’Ucraina avrebbe perso. Poi sono arrivati i droni a lungo raggio sulle raffinerie e le incursioni oltre confine, con un’industria bellica che Zelensky conta in oltre 500 aziende. Un funzionario dell’amministrazione lo ha spiegato con una formula che vale un trattato: il presidente ama i vincitori, e Zelensky ha smesso di somigliare a un perdente.

Zelensky data la svolta all’aprile 2025, ai quindici o venti minuti in San Pietro durante i funerali di Francesco, e il resto lo ha fatto la pazienza. Secondo il Financial Times il compito di Zelensky era convincere Trump che sostenere Kyjiv conviene agli Stati Uniti ed è un successo suo. Michael Froman, presidente del Council on Foreign Relations, il 10 luglio l’ha messa nei termini più freddi possibili. Trump ama i vincenti, l’anno scorso pensava fosse Putin, oggi Zelensky è una buona copertura del rischio. Una scommessa, insomma, non una conversione.

Al vertice Nato di Ankara dell’8 luglio gli alleati hanno promesso 70 miliardi di euro a Kyjiv e Trump ha concesso le licenze sui Patriot, fino ad allora riservate a Giappone e Germania. Del resto una licenza si firma in un pomeriggio e i missili arrivano fra anni.

Che cosa portano a Mosca

Steve Witkoff e Jared Kushner, i due inviati del dossier, hanno frequentato il Cremlino per mesi senza mettere piede in Ucraina. Il Financial Times scrive che andranno a Kyjiv entro metà agosto, mentre l’agenzia Tass dà per possibile una missione in Russia nelle prossime settimane. Se l’ordine regge, a Mosca ci si arriva dopo aver visto Kyjiv, e con il Senato alle spalle.

Perché intanto, con 86 voti contro 12, l’aula ha sbloccato in voto procedurale il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026: dazi secondari fino al 100 per cento ai cinque maggiori acquirenti di petrolio e gas russi e sanzioni sulla flotta ombra. Il testo partiva dal 500 per cento e ha perso quattro quinti per strada. Un solo repubblicano ha votato contro, undici democratici pure. Il vincolo vero sta in fondo: le sanzioni si tolgono soltanto dopo un accordo di pace che Kyjiv accetti. La Camera ci arriverà a settembre, tornata dalle ferie.

Putin, il 27 luglio davanti alla Duma, ha spiegato che le sanzioni hanno fallito, che il popolo russo regge e che gli obiettivi sul campo la Russia li raggiungerà comunque. A Fox News Zelensky ha replicato che «Putin perde 30.000 soldati al mese». Thomas Graham, del Council on Foreign Relations, segnala l’altra metà del problema: il Cremlino ha allargato le pretese e oltre al Donbas ora rivendica la Novorossiya, una fascia da Kharkiv alla Transnistria.

È cambiata la temperatura della stanza a Washington. La mappa sul tavolo di Mosca è quella di prima.

L’articolo Trump e Zelensky, diciassette mesi dopo di nuovo nello Studio Ovale: Donald cambia atteggiamento, ora scommette su Kiev sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Diciottomila palestinesi da curare e quattromila sono bambini

Diciottomila e cinquecento pazienti di Gaza aspettano cure che nella Striscia non esistono più, e circa quattromila sono bambini. Uno si chiamava Hussein, dieci anni, leucemia, morto mentre aspettava l’autorizzazione a raggiungere un ospedale a un’ora di strada. Lo ha ricordato in udienza l’avvocata Adi Lustigman, per Physicians for Human Rights Israel e altre quattro organizzazioni. La Corte suprema ha respinto il ricorso per riaprire il corridoio sanitario verso gli ospedali palestinesi di Cisgiordania e Gerusalemme Est. Michele Giorgio ne ha dato conto sul manifesto il 22 luglio.

In aula lo Stato ha riconosciuto che le evacuazioni mediche sono scese a circa il dieci per cento del livello precedente l’ottobre 2023, e i giudici hanno suggerito di mandare i malati in paesi terzi. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia aveva dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

A Londra la stessa parola cambia lingua. Il ministero dell’Interno blocca l’uscita di decine di donne e bambini mentre il Foreign Office si dichiara pronto a farli passare dalla Giordania. Ai legali del dottorando Bassem Abudagga, che descrivevano tende infestate e bombardamenti, il 15 luglio l’Home Office ha risposto che quelle condizioni “non sono considerate tali da costituire circostanze cogenti”. In alcuni fascicoli i bambini risultano un rischio per la sicurezza perché vengono da un territorio “in cui operano terroristi”.

E l’Italia è il terzo capitolo. Il 28 luglio Autismo Abruzzo ha scritto alla Farnesina e al ministero per le Disabilità chiedendo un corridoio sanitario per Kenan, sei anni, autistico, famiglia registrata all’Unrwa. L’associazione segnala la disponibilità del sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi ad accoglierla. La domanda è depositata.

Hussein è morto aspettando e Kenan aspetta. Nel linguaggio degli atti che decidono chi esce da Gaza, morire di attesa resta una circostanza che non è considerata cogente.

L’articolo Diciottomila palestinesi da curare e quattromila sono bambini sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Fondi Safe per il riarmo, la versione del governo sbatte contro il Documento di finanza pubblica. Ecco perché

Sta in una nota a pie’ di pagina, la 154 a pagina 80 del Documento di finanza pubblica 2026, la smentita più secca di quanto il governo racconta sul riarmo. Il testo dice che il piano trasmesso a Bruxelles per i prestiti Safe contempla “tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio”, quindi senza spese aggiuntive. Quattro voci fanno eccezione, coperte tagliando altri capitoli della difesa. Il documento porta la firma del Consiglio dei ministri del 22 aprile. Un atto del governo che smonta da solo la retorica del grande sforzo per la sicurezza.

Martedì, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite sugli esiti del vertice Nato di Ankara, Antonio Tajani ha annunciato la svolta: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». Poche ore dopo Guido Crosetto ha spento l’annuncio: Safe è «una scelta puramente tecnica», un’alternativa ai Bot come strumento di finanziamento.

Fondi Safe, un prestito senza un euro in più

Il calendario chiarisce il resto. L’Italia ha chiesto i 14,9 miliardi nell’estate del 2025 insieme ad altri diciotto Stati e ha trasmesso il Piano nazionale di investimenti per l’industria della difesa entro il 30 novembre. Il via libera della Commissione è arrivato a gennaio, la ratifica del Consiglio il 17 febbraio 2026. Poi Roma si è fermata. A fine maggio avevano firmato l’accordo di prestito cinque Paesi: Polonia, Lituania, Croazia, Romania, Belgio. Dal canto suo la Commissione, per bocca del portavoce Thomas Regnier, ha fatto sapere che dicembre è un calendario pessimo.

Quel rinvio pesa perché all’Aja, nel giugno 2025, Giorgia Meloni aveva sottoscritto il 5% del Pil entro il 2035, di cui 3,5% di difesa in senso stretto, assicurando che nessun euro sarebbe stato tolto alle altre priorità. Intanto l’osservatorio Milex calcola per il 2026 una spesa militare diretta di 33,9 miliardi, l’1,46% del Pil. Il rapporto del segretario generale Nato certifica invece il 2,01% e oltre 45 miliardi, e per Milex la differenza sta in circa 14 miliardi di voci generiche che la Difesa ha inserito per la prima volta nel perimetro dichiarato. Il governo quindi conta e racconta un’altra Italia militare.

Le domande del 5 agosto

C’è poi la partita della clausola. Quella di salvaguardia nazionale, che consente di sforare fino all’1,5% del Pil per la difesa, l’hanno attivata in diciassette. L’Italia manca dall’elenco. Il 3 giugno la Commissione ha aperto una quota di quello spazio all’energia, 0,3% l’anno e 0,6% cumulato nel triennio 2026-2028. il ministro Giancarlo Giorgetti ha parlato di risultato impensabile fino a pochi mesi prima. Solo che la flessibilità sull’energia vive dentro la clausola militare. Per alleggerire le bollette bisogna prima dichiarare più armi.

E arriviamo al 5 agosto, quando il ministro dell’Economia parlerà alla Camera e l’Aula voterà le risoluzioni. Se il piano Safe copre spese già a bilancio, perché Crosetto mette in conto per settembre uno scostamento dello 0,9% sulla difesa E se lo scostamento serve davvero, quali programmi finanzia, se il piano mandato a Bruxelles sta tutto dentro il bilancio vigente? Il 5% dell’Aja resta un impegno, dopo che il 19 maggio i capigruppo di maggioranza al Senato hanno scritto la richiesta di rivederlo e l’hanno cancellata in poche ore? Ultima: dei 14,9 miliardi, quanti ne userà davvero il governo?

Il debito pubblico corre al 138,6% del Pil previsto per quest’anno dallo stesso documento, e su quel numero si misura la convenienza di un prestito. La risposta il Mef ce l’ha in casa da aprile. Manca il coraggio di dirla in Aula: dirla significa ammettere che il riarmo italiano oggi è una partita di giro contabile, firmata due volte, all’Aja e ad Ankara.

L’articolo Fondi Safe per il riarmo, la versione del governo sbatte contro il Documento di finanza pubblica. Ecco perché sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cooperazione strategica Italia-Albania: dall’energia alla sanità alle migrazioni, trattato (in tredici ambiti) a costo zero

Tredici ambiti di cooperazione, sette articoli, zero euro in più. È il perimetro contabile del nuovo accordo di cooperazione strategica tra Italia e Albania, firmato a Roma il 13 novembre 2025 da Giorgia Meloni e Edi Rama. La Camera lo discute in aula in questi giorni. Il disegno di legge di ratifica, il C. 2788, all’articolo 3 impegna le amministrazioni a provvedere “con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Energia, difesa, sanità, migrazioni, università: tutto a bilancio invariato.

Il Servizio Bilancio dello Stato della Camera l’ha trovata poco credibile. Nella relazione dell’11 maggio l’ufficio tecnico elenca le attività che l’accordo contempla e che producono spesa: trasferimento di persone condannate, addestramento di personale tecnico e militare, scambi di esperti, programmi di ricerca, cattedre universitarie, scuole straniere, unità di coordinamento. E ricorda un precedente: per l’accordo scientifico con il Costa Rica del 2016, ratificato nel 2025, le stesse voci erano state quantificate riga per riga. Del Comitato Congiunto creato dal trattato manca perfino una stima.

Il comitato che si riunisce in videochiamata

La risposta arriva il 20 maggio, in commissione Bilancio. Per il governo le misure sono in gran parte programmatiche, sul modello del Trattato del Quirinale con la Francia del 2021. Il comitato bilaterale si riunirà di regola a distanza, e per l’incontro in presenza, residuale, bastano i fondi missioni già a bilancio. Il precedente però regge poco: sul Quirinale i tecnici avevano sollevato la stessa obiezione e il governo di allora si limitò a ripetere che spese non ce ne sarebbero state. Due legislature, la stessa risposta.

Dentro il trattato, intanto, c’è un’industria. Il testo prevede progetti su petrolio e gas, materie prime strategiche, produzione congiunta di armamenti, munizioni e navi militari.

Il conto che arriva da Gjadër

Poi c’è il capitolo migrazioni, e lì la clausola di invarianza diventa acrobatica. Il testo impegna le parti all’attuazione effettiva del protocollo del 6 novembre 2023, ratificato con la legge 14 del 2024, quello dei centri di Shëngjin e Gjadër. Un conto quel protocollo ce l’ha, ed è noto: oltre 670 milioni preventivati fino al 2028, di cui 74 milioni già documentabili per la sola costruzione secondo la piattaforma “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari. Il Tavolo Asilo e Immigrazione conta circa 635 persone trasferite. A Gjadër il trattenimento costa 108 euro al giorno a testa, contro una media che negli altri Cpr italiani sta sotto i 50.

A Tirana, del resto, la prospettiva è un’altra. Il 12 maggio il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha spiegato che dopo i cinque anni il rinnovo resta incerto: con l’ingresso nell’Unione europea, atteso non prima del 2030, l’Albania perderà lo status di territorio extra-Ue. Poche ore dopo Rama ha corretto: il protocollo dura «fintanto che l’Italia lo vorrà». Antonio Tajani ha archiviato ricordando che il 2030 è lontano.

Il nuovo accordo dura cinque anni e si rinnova da solo, salvo disdetta con sei mesi di preavviso. La Camera lo ratifica scrivendo che non costa nulla, come nel 2024 ratificava i centri albanesi giurando che sarebbero stati un affare. Quanto sia costato quell’affare lo sappiamo ancora per approssimazione, e stavolta manca perfino una cifra da smentire.

L’articolo Cooperazione strategica Italia-Albania: dall’energia alla sanità alle migrazioni, trattato (in tredici ambiti) a costo zero sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Mondiali di calcio vendesi, la Fifa di Infantino vuole mettere i diritti sul mercato: in pole c’è Joshua Kushner, fratello di Jared, genero di Trump

Venti miliardi di dollari per i Mondiali. È la valutazione con cui la Fifa ha annunciato il 28 luglio la nascita di Fifa Forward Enterprise (Ffe), la società in cui confluiranno i diritti commerciali e l’organizzazione dei tornei. Una quota di minoranza finirà sul mercato per 4,2 miliardi, con JP Morgan advisor. A guidare il gruppo di investitori sarà Thrive Eternal, veicolo costituito ad aprile da Joshua Kushner, fratello di Jared, genero di Donald Trump. Un’associazione svizzera senza scopo di lucro, con 211 federazioni affiliate, mette sul mercato il pezzo di sé che produce cassa.

Dentro Ffe entrano diritti televisivi, sponsorizzazioni, biglietteria e licensing dei Mondiali maschili e femminili e del Mondiale per club, e la macchina che li organizza. Da Zurigo assicurano di conservare l’”autorità esclusiva” su governance, competizioni e calendario. Solo che il calendario è la prima variabile che un investitore compra: più partite, più tornei, più mercati. Chi mette miliardi pretende di contare, e conta.

Il tentativo, del resto, è vecchio. Nell’aprile 2018 Infantino chiese al Consiglio Fifa il via libera a un’offerta da 25 miliardi di dollari per una Nations League globale e un Mondiale per club allargato, senza poter rivelare i nomi degli investitori. Il Consiglio lo fermò. Otto anni dopo l’operazione arriva confezionata, e i membri di quel Consiglio raccontano di averla appresa dai giornali.

L’investitore di famiglia

Thrive Eternal è una holding di capitale permanente e porta nel gruppo Greg Maffei, ex Liberty Media. In trattativa c’è anche Apollo Sports Capital, costola di un gestore da mille miliardi. Il compratore ideale, insomma, per un torneo da allargare.

Intanto a Washington Jamie Raskin, capogruppo democratico nella commissione Giustizia della Camera, ha chiesto a Infantino documenti e un’audizione trascritta sui rapporti con l’amministrazione Trump. Vuole l’elenco di ogni cosa di valore consegnata al presidente e ai familiari e i registri delle visite nell’ufficio Fifa dentro la Trump Tower, entro il 9 agosto. Nel fascicolo finiscono il premio Fifa per la pace dato a Trump a dicembre e la squalifica di Folarin Balogun sospesa dopo una richiesta partita dalla Casa Bianca. Proprio lì dove un’indagine parlamentare cerca il conflitto di interessi, la Fifa sceglie come socio il fratello del genero.

I centosei voti che servono

Il piano passa solo dal voto delle affiliate: servono 106 sì su 211, e 156 federazioni stanno fuori dall’Europa. A ognuna Zurigo promette fino a 20 milioni di dollari, contro gli 8 del ciclo in corso. Miguel Delaney ricorda sull’Independent che appena un quinto delle affiliate deposita bilanci certificati sui soldi che riceve.

La Uefa ha risposto che il calcio appartiene a tutti e che la Fifa manca del titolo per venderlo, e ha convocato le sue 55 federazioni per una riunione d’emergenza in cui si valuterà il boicottaggio. Un precedente c’è: nel 2021 la Fifa ritirò il Mondiale biennale dopo che l’Europa minacciò di restare a casa. Gabriele Gravina, primo vicepresidente Uefa, ha detto all’Ansa che «il calcio non può essere ridotto ad un affare privato». Il presidente della Liga, Javier Tebas, che ne ha già chiesto le dimissioni, ha definito “patetico” il messaggio con cui Infantino ha liquidato i suoi critici.

Resta il dettaglio biografico. Nell’aprile 2015, da segretario generale della Uefa, Infantino definì la proprietà dei calciatori da parte di soggetti terzi una specie di schiavitù moderna. Sul bollettino federale scrisse che possedere i diritti economici di un essere umano e scambiarli come un bene sarebbe inaccettabile. Undici anni dopo il bene è il Mondiale, il terzo è il fondo di famiglia della Casa Bianca, e il Times scrive che dal 2031 a guidare la società sarà lui.

L’articolo Mondiali di calcio vendesi, la Fifa di Infantino vuole mettere i diritti sul mercato: in pole c’è Joshua Kushner, fratello di Jared, genero di Trump sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui