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Stalking, maltrattamenti, femminicidi: il tribunale attende, gli assassini no

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia. Non per un errore isolato, ma per un sistema che non protegge. La storia di P.P., la donna che ha visto la sua denuncia di stalking impantanarsi nella lentezza della giustizia italiana, non è un caso raro: è il paradigma di un Paese che lascia sole le vittime.

Le autorità sapevano. Sapevano delle aggressioni, delle minacce, dei 2.500 messaggi. Eppure, tra rinvii e prescrizioni, l’ex compagno ha ottenuto l’impunità. E ora lo Stato paga 10mila euro per i danni morali: una cifra che sa di elemosina per chi ha visto la propria sicurezza calpestata.

La condanna della Cedu fotografa una macchina giudiziaria che non riesce a garantire giustizia tempestiva alle persone che denunciano violenza. I numeri sono noti: troppe donne uccise da uomini già segnalati, troppi fascicoli lasciati a prendere polvere finché non arriva l’irreparabile. Il ritornello è sempre lo stesso: “Non c’erano elementi per intervenire prima”. Falso. C’erano, ma non bastavano. Non bastano mai.

Nel 2024, una donna è stata colpita con dieci martellate dall’ex compagno, che aveva già precedenti per maltrattamenti. Nel 2023, Vanessa Ballan ha denunciato il suo stalker prima di essere uccisa. P.P. ha denunciato e ha atteso che la giustizia facesse il suo corso, ma la giustizia ha scelto di non correre.

L’Italia è stata condannata, ma non è la prima volta. E non sarà l’ultima. Finché il sistema continuerà a trattare la violenza di genere come una faccenda privata, i tribunali non saranno luoghi di tutela ma di attesa. Attesa di un processo, attesa di una condanna, attesa di un’altra vittima.

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Da Gaza all’Ucraina, due invasioni e due misure

Per un gioco di posizionamenti politici, non certo umanitari, le sorti di Gaza e dell’Ucraina sono finite ai lati opposti. Eppure entrambi i territori sono occupati da un invasore, entrambi subiscono la retorica di una legittima difesa dei loro straripanti nemici ed entrambi affrontano due autocrati – Putin e Netanyahu – che allegramente se ne fregano del diritto internazionale.

La differenza di trattamento si è potuta notare fin qui anche dal diverso atteggiamento della comunità internazionale: gli Usa e l’Unione europea hanno aiutato l’Ucraina con ingenti armamenti e hanno flebilmente finto di proteggere Gaza appellandosi al buon cuore del governo di Israele.

Le due situazioni ora sono diventate pari, nel peggiore e nel più prevedibile dei modi. Per Gaza, Trump ha lanciato l’idea di acquistarne il territorio – come nelle peggiori cleptocrazie – per farne un resort con grande giubilo di Netanyahu, che vedrebbe realizzata la diaspora palestinese. Ne faranno un resort e lo chiameranno pace. Per l’Ucraina, il presidente degli Usa ha pensato a una resa che fino a ieri era impraticabile perché ingiusta e a un possibile depauperamento delle terre rare. Ne faranno un supermarket minerario e la chiameranno pace.

Tra i sostenitori degli invasori a corrente alternata si è creato quindi il tilt: da Washington è arrivata una cartolina non fraintendibile su chi sono gli oppressi e chi sono gli oppressori. Ma soprattutto è tangibile l’idea di pace secondo alcuni e, conseguentemente, la loro idea di guerra giusta.

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Vincoli e costi insostenibili, il Pnrr è un incubo per i Comuni

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza avrebbe dovuto rappresentare una svolta per i comuni italiani, un’occasione per rinnovare scuole, infrastrutture e servizi pubblici con fondi europei. E invece si sta rivelando, per molti enti locali, un boomerang. Tempi strettissimi, costi in crescita e vincoli burocratici stanno costringendo diverse amministrazioni a rinunciare ai progetti. Non per mancanza di visione, ma per l’impossibilità pratica di portarli a termine senza mettere in crisi i bilanci comunali.

Quando il Pnrr diventa un problema, non una soluzione

A Caravaggio, piccolo comune bergamasco, la giunta ha dovuto rinunciare a mezzo milione di euro per la costruzione di una mensa scolastica. Il sindaco Claudio Bolandrini ha spiegato a Pagella Politica che il finanziamento era insufficiente: i costi sono esplosi e la copertura offerta dal Pnrr non bastava. Inoltre, la clausola che obbliga a mantenere la destinazione d’uso degli edifici per almeno cinque anni avrebbe reso l’investimento un azzardo, dato il calo demografico della zona. Se tra pochi anni i bambini iscritti non saranno sufficienti per mantenere aperto il servizio mensa, il comune avrebbe comunque dovuto rispettare l’impegno preso, con il rischio di ritrovarsi con una struttura inutilizzata e una spesa insostenibile.

A Bozzolo, nel mantovano, la situazione è simile. Il sindaco Giuseppe Torchio ha dichiarato di aver dovuto rinunciare a 740mila euro destinati all’adeguamento sismico della scuola dell’infanzia. Il motivo? Il costo effettivo dei lavori è lievitato a tal punto da richiedere un investimento aggiuntivo che il comune non può permettersi. Intanto la denatalità continua a erodere il numero di iscritti: qualche anno fa c’erano sei sezioni scolastiche, ora sono rimaste solo una o due. La prospettiva di impegnare fondi pubblici in una struttura che potrebbe diventare sottoutilizzata è un lusso che le piccole amministrazioni non possono permettersi.

Poi ci sono i vincoli temporali. A Vanzago, alle porte di Milano, il comune ha chiesto lo stralcio dal Pnrr di un progetto ferroviario che prevede il raddoppio dei binari tra Rho e Parabiago. Un’opera attesa da trent’anni, inserita nei finanziamenti europei con la promessa di completamento entro il 2026. Ma i lavori sono bloccati da ricorsi e opposizioni, mentre il Tar ha annullato l’ordinanza che approvava il progetto. Il Consiglio di Stato ha poi sospeso la sentenza del Tar, riattivando l’iter. Il risultato? Un rimpallo che mette a rischio la realizzazione dell’opera nei tempi previsti. Nel frattempo, il progetto prevede l’abbattimento di alcune abitazioni senza che ci sia un piano chiaro per la ricollocazione delle famiglie coinvolte.

La realtà contro la propaganda: i sindaci lasciati soli

Ma secondo il governo, “tutto va bene”. I ministri, a partire da Tommaso Foti, ripetono che il Pnrr è un successo e che l’Italia è un modello di efficienza, mentre nei comuni i sindaci fanno i conti con un disastro amministrativo. Le criticità emergono tutte qui: vincoli rigidi pensati per garantire trasparenza e rapidità, ma che si scontrano con la realtà amministrativa e sociale dei territori. I costi aumentano, le condizioni economiche cambiano, la demografia ridisegna i bisogni. Ma il sistema non ammette deroghe e le amministrazioni locali si ritrovano davanti a una scelta obbligata: accettare fondi insufficienti e sobbarcarsi il rischio finanziario o rinunciare, evitando di esporre i bilanci comunali a buchi difficili da colmare.

C’è una sola via d’uscita per non perdere le opportunità del Pnrr: mettere in un cassetto la propaganda e dedicarsi all’amministrazione del progetto. Però in questa caso servono capacità di governo, mica di narrazione. Ed è tutta un’altra storia. 

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Trump mostra il guinzaglio all’Ue, sui dazi l’Europa è davanti a un bivio

L’Unione europea si ritrova davanti a una scelta che avrebbe preferito non dover compiere. Con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca e con il consueto repertorio di minacce, dazi e disimpegni militari, Bruxelles deve decidere come reagire. Il problema non è solo economico. Il problema è che Trump non è prevedibile, e se l’Ue sbaglia la risposta rischia di finire schiacciata tra la sua necessità di sopravvivere e la volontà di Washington di dettare le regole del gioco. Il bivio, come lo raccontano diplomatici e funzionari, è netto: combattere Trump o cercare di compiacerlo.

La guerra commerciale è cominciata

Trump ha già avviato la sua offensiva: un ordine esecutivo ha imposto dazi del 25% su tutte le importazioni di acciaio e alluminio, senza eccezioni per l’Europa. Ursula von der Leyen ha risposto annunciando contromisure “ferme e proporzionate”, ma il dilemma resta. Alcuni Stati membri vogliono una reazione dura, con dazi punitivi contro prodotti americani, come si fece nel 2018 con Harley-Davidson e bourbon. Altri, consapevoli della fragilità del momento, preferirebbero evitare lo scontro frontale.

Non si tratta solo di alluminio e acciaio. Se Bruxelles decide di rispondere con durezza, Trump potrebbe colpire il settore automobilistico europeo, un nervo scoperto per Germania e Francia. E poi c’è la sicurezza: un’Europa che sfida troppo apertamente gli Stati Uniti rischia di vedersi ridimensionata la protezione Nato. Non è una minaccia teorica: Trump ha già dichiarato di voler ridurre l’impegno americano e lo ha dimostrato negli scorsi anni con pressioni per l’aumento delle spese militari europee.

Il dilemma del bastone e della carota

La Commissione europea sta valutando due strategie parallele. La prima è quella della deterrenza: rispondere colpo su colpo, mobilitare lo strumento anti-coercizione economica, colpire le big tech americane e le esportazioni più sensibili. La seconda è la diplomazia del “do ut des”: offrire a Trump quello che vuole per evitare una guerra commerciale. Nel 2018, l’ex presidente della Commissione Juncker riuscì a ottenere una tregua commerciale concedendo più importazioni di soia e gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Von der Leyen potrebbe replicare lo schema, magari offrendo concessioni sul mercato auto o sugli acquisti di gas americano per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia.

C’è però un punto che l’Europa non può permettersi di ignorare: Trump non è un interlocutore che rispetta gli accordi. Lo ha già dimostrato più volte. Il rischio è che Bruxelles faccia concessioni senza ottenere nulla in cambio, perché Trump sa che l’Europa ha più bisogno degli Stati Uniti di quanto gli Stati Uniti abbiano bisogno dell’Europa. Anche per questo molti leader europei insistono sul fatto che qualsiasi trattativa con Washington debba essere condotta da una posizione di forza.

La Nato e l’ombra di Putin

Un altro nodo cruciale è il destino della Nato e il rapporto con la Russia. Trump ha già fatto capire che il sostegno americano all’Ucraina non sarà scontato e che i paesi europei dovranno pagare di più per la loro difesa. Per l’Ue, il rischio è alto: se gli Stati Uniti si disimpegnano, la sicurezza europea vacilla. Zelensky lo ha detto chiaramente: “Ci sono voci che dicono che l’Europa potrebbe offrire garanzie di sicurezza senza gli americani, ma io continuo a dire di no”. La minaccia di una pace imposta a Kyiv senza il consenso dell’Ue è concreta. E in tutto questo, la Cina osserva. Se l’Europa e gli Stati Uniti entrano in una guerra commerciale, Pechino sarà la prima a beneficiarne.

L’Europa sa cosa fare?

Il problema di fondo è che l’Unione europea non ha una voce unica. Berlino e Parigi vogliono evitare un’escalation, Varsavia e i paesi baltici temono che cedere a Trump significhi compromettere la sicurezza del continente. Le diplomazie lavorano per mantenere aperti i canali, ma il tempo stringe. Il 12 marzo scattano i nuovi dazi americani. Se l’Europa non ha una risposta chiara, sarà Trump a scriverla per lei.

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La cultura è un diritto ma la politica l’ha svenduta

Il museo non è per tutti. Questo sembra suggerire l’Italia, che riesce a trasformare in un’abitudine d’élite perfino l’accesso alla cultura. Lorenzo Ruffino ci restituisce un quadro impietoso: nel 2022 solo il 18 per cento degli italiani ha visitato almeno un museo. In Francia sono il 32 per cento, in Spagna il 39. E non si può dare la colpa alla pandemia: anche nel 2015 e nel 2006 eravamo tra gli ultimi in Europa.

Chi va nei musei in Italia Giovani e laureati. Tra i 16 e i 24 anni, il 31 per cento ha visitato almeno un museo, mentre oltre i 75 anni il dato precipita al 5 per cento. Non solo: chi ha una laurea va quattro volte di più nei musei rispetto a chi si è fermato alla terza media. Ma anche i laureati italiani sono meno assidui rispetto ai colleghi francesi e spagnoli. Da noi la distanza tra chi ha studiato e chi no è un fossato incolmabile.

Il problema non sono i musei. Il problema è chi ha raccontato la cultura come un peso, chi ha smantellato ogni incentivo all’educazione artistica, chi ha reso la fruizione culturale una questione di censo. La responsabilità è politica, di governi che hanno considerato la cultura un orpello, un vezzo per pochi, e non un diritto. E mentre altrove i musei investono in accessibilità, interattività e nuove forme di narrazione, qui si tagliano i fondi, si soffocano le iniziative, si accetta il declino come inevitabile.

Forse il problema non sono gli italiani che non vanno nei musei, ma chi li ha convinti che non ne valga la pena. Perché una cultura che non è sostenuta, non è cultura: è un bene svenduto al miglior offerente.

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Decreto Piantedosi: sette giri del mondo per sabotare i soccorsi

Quelli di Sos Méditerranée si sono messi a fare i conti. La loro nave Ocean Viking, che nel Mediterraneo salva le vite che qualcuno vorrebbe annegate senza troppo rumore, ha percorso 63.000 chilometri inutili. Chilometri figli del cosiddetto decreto Piantedosi, vergato con il solo scopo di sabotare il salvataggio in mare. In tutto, le navi delle Ong che operano nel Mediterraneo hanno dovuto percorrere 271.000 chilometri inutili. Sette volte il giro del mondo.

La direttrice generale Valeria Taurino spiega che «prima del Decreto Piantedosi, una nave come la nostra Ocean Viking era in grado di salvare in media 278 persone a missione» mentre nel 2023 «questo numero è sceso a 143 e, nel 2024, a 114» nonostante l’assetto operativo della nave non sia cambiato. In compenso si è speso un milione e trecentomila euro in più.

Poi ci sono i fermi amministrativi. «26 fermi amministrativi per le navi, per un totale di 640 giorni di stop in mare comminati, di cui 535 effettivamente scontati». Praticamente un anno e mezzo lontani dal mare, impigliati tra beghe amministrative quasi sempre smontate dai tribunali. In realtà, come spiega Taurino, «prolungare la permanenza di naufraghi a bordo di una nave è vietato espressamente dal diritto marittimo internazionale».

La Ocean Viking è stata multata per una deviazione di 15 miglia, 24,4 chilometri, percorsi per un allarme arrivato alla radio di bordo. Nel frattempo, in due anni di decreto Piantedosi, sono morte 4.225 persone. L’empietà può essere a forma di carta bollata

Buon giovedì.

In foto Ocean Viking di Daniel Leite Lacerda – http://volfegan.deviantart.com/art/Anchor-Handling-Ocean-Viking-216153190, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26895208

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Il dossier Trenitalia fermo al palo, Salvini in ritardo pure sulle nomine

Matteo Salvini non riesce a far arrivare in orario né i treni né le nomine. Il dossier Ferrovie è l’ennesima dimostrazione di una gestione che somiglia più a un assedio che a un’amministrazione. La partita delle nomine nelle aziende partecipate si gioca sulla solita scacchiera della destra italiana: scontro di potere e ripicche.

Il ministro dei Trasporti aveva il suo piano ben delineato: Gianpiero Strisciuglio, attuale amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi), sarebbe dovuto passare alla guida di Trenitalia, mentre Aldo Isi, oggi ad di Anas, avrebbe preso il suo posto in Rfi. Uno schema semplice, studiato a tavolino per consolidare l’influenza della Lega nel settore ferroviario. Ma c’era un ostacolo: la legge. Il decreto legislativo 112/2015, che recepisce una normativa europea, vieta il passaggio diretto tra un’azienda che gestisce l’infrastruttura (Rfi) e una che la utilizza (Trenitalia). La regola esiste per un motivo banale: evitare conflitti di interesse.

Il blitz leghista e il muro della burocrazia

Il problema è che il blitz leghista non è passato inosservato. Il ministero dell’Economia, che controlla Ferrovie dello Stato, ha bloccato tutto e chiesto il parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti. Anche i funzionari del ministero guidato dallo stesso Salvini si sono rifiutati di avallare una scelta che violerebbe la normativa. Il deputato del Partito democratico Andrea Casu ha portato la questione in Parlamento, mettendo in difficoltà il governo.

Lo stallo ha creato un fastidioso contrattempo a Salvini, che vede vacillare i suoi piani. Se la nomina di Strisciuglio salta, crolla l’intero castello: Isi resterebbe ad Anas, e Trenitalia rischierebbe di finire nelle mani di un nome più gradito a Fratelli d’Italia, come Sabrina De Filippis, attuale ad di Mercitalia Logistics. Per Salvini sarebbe una disfatta: perdere un pezzo di potere nelle partecipate significa perdere peso politico dentro la maggioranza.

A rendere la situazione ancora più ingarbugliata c’è la figura dello stesso Strisciuglio. È l’uomo che ha guidato Rfi in quello che è stato forse il periodo più disastroso per la rete ferroviaria italiana: ritardi cronici, infrastrutture in affanno, intere tratte bloccate da problemi tecnici. Eppure, secondo il ministro, sarebbe l’uomo giusto per guidare Trenitalia.

Le ripercussioni politiche e l’eterna lotta per il potere

Ma le nomine nelle aziende di Stato non sono mai semplici esercizi di strategia partitica. Hanno ricadute concrete sull’efficienza dei servizi pubblici, sulla competitività del settore e sulla percezione dell’affidabilità del governo. Un’azienda come Ferrovie dello Stato, che gestisce un’infrastruttura fondamentale per la mobilità nazionale, non può permettersi una paralisi gestionale causata dalle solite lotte intestine. Il rallentamento decisionale genera incertezza, e l’incertezza si traduce in inefficienza.

Le altre nomine

Nel frattempo, il braccio di ferro tra Salvini e Meloni si gioca anche sulle altre nomine strategiche. Il rinnovo dei vertici di Fincantieri, Snam, Invitalia e Ansaldo Energia è all’orizzonte, e ogni posizione conta. Per la Lega, mettere le mani su Trenitalia significa mantenere un piede saldo in un settore che muove miliardi di euro l’anno. Per Fratelli d’Italia, frenare Salvini su questo fronte è una questione di leadership e controllo della macchina statale.

Fratelli d’Italia osserva e attende. Nel gioco delle partecipate, ogni nomina bloccata diventa un’opportunità per piazzare una pedina più vicina alla premier. Il ministro Francesco Lollobrigida preferirebbe una soluzione diversa, e il pantano creato da Salvini potrebbe finire per favorire proprio il partito della premier. Perché se c’è una cosa che la destra italiana ha imparato è che le poltrone, come i treni, quando passano vanno prese al volo. E nel frattempo, i treni continuano ad accumulare ritardi. Così come le nomine.

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Dal ripudio al business della guerra: picconata alla trasparenza sulle armi

L’attacco finale alla legge 185 del 1990 è servito. Il governo Meloni sta portando a termine l’operazione di smantellamento di una delle poche normative italiane che imponeva limiti all’esportazione di armamenti. Il 17 febbraio la Camera voterà la modifica che renderà di fatto impossibile il controllo sulle vendite di armi verso regimi autoritari e paesi in guerra. Una vittoria per il complesso militare-industriale, una disfatta per chi crede ancora nella trasparenza e nella responsabilità politica.

Dal controllo alla deregulation: la fine della legge 185

La legge 185, nata nel 1990 grazie alla mobilitazione della società civile, ha cercato di mettere un argine al commercio indiscriminato di armi. Non un divieto assoluto, ma regole chiare: stop alle vendite verso paesi in conflitto o che violano i diritti umani, obbligo di relazioni annuali dettagliate sull’export bellico, trasparenza sulle istituzioni bancarie coinvolte. Regole che negli anni sono state aggirate in ogni modo possibile, ma che hanno comunque permesso qualche argine, come la revoca nel 2019 delle licenze di esportazione di bombe all’Arabia Saudita per il loro utilizzo nel massacro dello Yemen.

Ora il governo ha deciso che è il momento di togliere anche questi ultimi vincoli. L’operazione è iniziata con la revoca del divieto di esportazione verso Riyadh nel maggio 2023 e si è consolidata con la visita della presidente del Consiglio in Arabia Saudita a gennaio 2025, dove ha dichiarato l’intenzione di rafforzare la cooperazione strategica proprio nel settore della Difesa. Il messaggio è chiaro: l’Italia vuole ritagliarsi uno spazio di primo piano nel mercato globale delle armi.

Dietro questa manovra ci sono i colossi dell’industria bellica italiana, spalleggiati dall’Aiad, l’associazione delle aziende della difesa e dello spazio, il cui ex presidente, Guido Crosetto, oggi siede al ministero della Difesa. È la stessa Aiad che nel 2018 presentava alla Camera un rapporto in cui si esaltava il potenziale commerciale dell’Arabia Saudita, dipinta come un Paese in piena modernizzazione.

La trasparenza è un ostacolo: il business delle armi senza freni

Le modifiche alla legge 185 renderanno impossibile ricostruire i flussi di esportazione, eliminando di fatto la trasparenza sui finanziamenti delle cosiddette “banche armate”. E mentre i numeri sulle vendite di armi ai paesi extra-Nato crescono, la possibilità di un controllo parlamentare si azzera. L’obiettivo è chiaro: rimuovere ogni ostacolo per far volare le esportazioni, riducendo lo Stato a un semplice passacarte per gli interessi delle aziende del settore.

Le associazioni pacifiste e cattoliche hanno lanciato un ultimo appello alla coscienza dei parlamentari, chiedendo di fermare questa deriva. Rete Italiana Pace e Disarmo denuncia il ritorno alla logica del “se non le vendiamo noi, lo farà qualcun altro”, un alibi perfetto per chi vuole trasformare l’Italia in un hub dell’industria bellica globale. Ma il dibattito parlamentare è solo una formalità: la decisione è già presa e il futuro dell’export di armi italiane è ormai svincolato da ogni limite morale.

Mentre si celebrano messe per la pace e si ascoltano gli appelli del Papa contro la cultura della guerra, il governo italiano sta compiendo la sua scelta: allentare i freni. Con buona pace della Costituzione, della legge 185 e di chi ancora pensa che vendere strumenti di morte ai regimi non sia un orgoglio nazionale.

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Governo in retromarcia: finita la recita da trumpisti di periferia

Dietrofront, camerati. Il ministro Nordio, così sfrontato in Parlamento quando ha inveito contro la Corte penale internazionale, improvvisamente si è ammansito. Dopo la sfuriata contro le opposizioni ha indossato l’abito dello statista (ogni membro del governo ne ha uno nell’armadio, Meloni più d’uno) e ha citofonato all’Aja con le mani giunte.

I bene informati dicono che tra le proposte dell’esecutivo ci sarebbe anche “quella di rivedere il sistema di invio al ministero dei mandati di cattura internazionali” per instaurare “una sorta di comunicazione diretta in modo da eliminare il passaggio con l’ufficiale di collegamento dell’ambasciata italiana in Olanda”. Magari, si scherza, anche l’uso di Google Traduttore per comprendere le carte ricevute.

Negli uffici di via Arenula i consiglieri del ministro devono averlo convinto che trumpizzarsi contro la CPI e impugnare la clava contro il procuratore Lo Voi è un atteggiamento che accarezza gli sfinteri degli elettori ma che isola l’Italia sul piano europeo e internazionale. A meno che la presidente del Consiglio, sovranista alla bisogna, non sogni di diventare il cinquantunesimo Stato degli USA di Trump.

Dietrofront, audaci. Gli sfrontati nel giro di poche ore sono tornati a voler fare gli statisti. Hanno giocato a ribaltare l’ordine internazionale e la maestra li ha richiamati all’ordine. Fine della boria, fine della festa. Chissà come ci è rimasto il ministro Salvini in tournée con gli abiti sbagliati mentre i suoi treni continuano a non arrivare.

Buon mercoledì.

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La parità di genere è lontana, perfino nel comparto scientifico

Oggi, 11 febbraio, si celebra la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, un’occasione per riflettere su un divario di genere che, nonostante i progressi, persiste tenace come l’edera. I numeri parlano chiaro: solo il 34% dei professionisti nei settori STEAM (Scienza, Tecnologia, Arte, Ingegneria e Matematica) in Italia sono donne. Un dato che stride con l’importanza cruciale che queste discipline rivestono nel nostro presente e futuro.

Le radici del divario: stereotipi e pregiudizi

Ma perché questa disparità? Le cause sono molteplici e affondano le radici in stereotipi di genere che iniziano a germogliare fin dalla più tenera età. Come evidenziato da Save the Children (30 gennaio 2024), bambine e bambini compiono scelte di studio ancora fortemente influenzate da convenzioni sociali e orientamenti tradizionali. Le bambine vengono spesso indirizzate verso settori di cura e servizi, mentre i bambini verso ambiti tecnici e manifatturieri.

Questi stereotipi si traducono in una minore fiducia delle ragazze nelle proprie capacità matematiche, un’autostima incrinata che le porta a “vedersi” meno dei colleghi maschi in professioni scientifiche. E anche quando ottengono ottimi risultati, solo una piccola percentuale di studentesse italiane immagina un futuro lavorativo nelle discipline STEM: precisamente il 12,5%, contro il 26% dei ragazzi.

Il PNRR e le nuove speranze

Fortunatamente, qualcosa si sta muovendo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha individuato nel potenziamento dell’insegnamento STEM uno degli assi principali per la parità di genere, prevedendo investimenti mirati per sviluppare le competenze STEM delle studentesse e riavvicinare l’Italia alla media europea. L’obiettivo è ridurre il divario formativo e abbattere quegli ostacoli che ancora limitano l’accesso delle donne ai percorsi scientifici.

Iniziative concrete per il cambiamento

Non mancano le iniziative concrete per scardinare gli stereotipi e promuovere un accesso più equo alle discipline scientifiche. Mattel, ad esempio, ha creato una Barbie astronauta ispirata a Samantha Cristoforetti, un simbolo potente per incoraggiare le bambine a sognare in grande e a non precludersi alcuna strada. L’industria del giocattolo, spesso accusata di perpetuare ruoli di genere rigidi, inizia a comprendere il proprio impatto nella costruzione dell’immaginario collettivo.

Il ruolo delle istituzioni e della società civile

Ma la strada è ancora lunga e richiede un impegno corale. Come sottolinea la Società italiana di radiologia medica e interventistica (Sirm), è necessario promuovere l’inclusione e la parità di genere, soprattutto nelle posizioni dirigenziali, dove la presenza femminile è ancora troppo scarsa. La scienza ha bisogno di uno sguardo più variegato per rispondere alle sfide del futuro, e non può permettersi di perdere la metà del talento disponibile.

Il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) ha lanciato la campagna social #ScegliSTEM, un appello alle studentesse a seguire le proprie passioni e inclinazioni con coraggio e determinazione. Ma non basta: servono misure strutturali, incentivi economici, mentoring e un cambiamento culturale che inizi dalle scuole e dalle famiglie.

Un futuro con più scienziate

La Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza evidenzia che il talento non ha genere e che diventa essenziale creare un ambiente in cui tutte le bambine e le ragazze possano coltivare il proprio interesse per la scienza, senza preclusioni o condizionamenti. Un futuro con più scienziate significa un sistema più equo, capace di raccogliere le sfide del progresso con maggiore competenza e visione.

Il primo passo concreto consiste nell’abbattere l’immagine tradizionale della donna relegata alla cura della casa e dei figli. La scienza ha bisogno delle donne quanto le donne hanno bisogno della scienza, e finché continueremo a trattarle come ospiti in un mondo costruito dagli uomini, si perdono il loro contributo più grande: una visione diversa del futuro.

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