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Funambola senza rete: Meloni oscilla tra Usa e Ue, ma nessuno si fida

Giorgia Meloni continua a muoversi su un filo sottile, oscillando tra fedeltà agli Stati Uniti e il tentativo di mantenere una parvenza di autonomia in Europa. Il vertice di Parigi lo ha dimostrato ancora una volta: da un lato, l’adesione all’aumento delle spese militari, un segnale lanciato a Washington; dall’altro, il rifiuto di discutere dell’invio di truppe in Ucraina, un gesto di prudenza che la allontana da Macron e dai “volenterosi” dell’Unione europea. 

L’equilibrismo, però, si sta rivelando sempre più una zavorra. La premier si ritrova in una posizione scomoda, costretta a rassicurare Trump, con cui condivide la diffidenza verso l’Unione europea, e a non irritare troppo i partner continentali, che guardano con sospetto la sua ambiguità. La sua strategia di evitare scelte nette rischia di tradursi in un isolamento doppio: non abbastanza allineata con i falchi europei, non abbastanza determinata per guadagnarsi un posto di rilievo nell’agenda di Washington. 

Meloni è una funambola su un filo sempre più sottile, con il rischio di precipitare nel vuoto. A Parigi ha cercato di tenere a bada Macron, senza però offrire alternative credibili. La sua prudenza sull’invio di truppe può sembrare buon senso, ma la verità è che non c’è nessuna strategia. L’Italia, in questa partita, non incide: annuisce agli Stati Uniti senza ottenere garanzie, si accoda alle decisioni europee senza influenzarle davvero. E così, mentre le alleanze si ridisegnano con una rapidità senza precedenti, Meloni resta impantanata in un’ambivalenza che non paga. Non a Bruxelles, non a Washington, non a Roma.

Buon martedì.

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Revisionismi storici pure sulla strage di Ustica

Raccontano una realtà distorta sull’attentato di via Rasella. Omettono di dire che le vittime delle Fosse Ardeatine erano italiani, ebrei e antifascisti, scelti con la collaborazione della stessa polizia italiana.

Da anni usano il Giorno del Ricordo come clava contro gli avversari politici, nel solco di quella che lo storico Emilio Gentile definiva la “defascistizzazione retroattiva del fascismo”. Tentano di riscrivere la storia riguardante la strage di Bologna del 2 agosto 1980; il deputato di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, ha definito le sentenze sulla strage come un “teorema politico” volto a colpire la destra.

Al Tg1 delle 13, andato in onda domenica, è stato dato spazio a un libro che continua a sostenere la tesi della bomba a bordo come causa della tragedia di Ustica. Il Tribunale di Palermo, nella sentenza del 10 settembre 2011, ha concluso che l’incidente fu causato da un missile o da una collisione in volo, escludendo la presenza di un ordigno esplosivo a bordo. La Corte di Cassazione, il 28 gennaio 2013, ha ribadito come il DC-9 sia stato abbattuto durante un’azione militare nei cieli italiani.

La presidente dell’Associazione “Parenti delle Vittime della Strage di Ustica” si dice “scandalizzata per un’operazione che, più che informazione, si dimostra propaganda”.

L’egemonia culturale tanto agognata dal governo Meloni è una fitta tela di perseveranti revisionismi che spopolano nelle reti pubbliche e in Parlamento. Nelle chat di partito, il ministro Lollobrigida invitava i colleghi di Fratelli d’Italia a mantenere la calma perché, una volta al governo, avrebbero fatto emergere “la verità”. Eccola.

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Violato l’anonimato dei candidati: annullato il concorsone per la scuola

Il Tar delle Marche ha annullato il concorso ordinario Pnrr per docenti di laboratorio nelle scuole secondarie di cinque regioni: Abruzzo, Emilia Romagna, Marche, Puglia e Umbria. Il motivo? Una violazione dell’anonimato: ai candidati era stato chiesto di scrivere nome e cognome sui fogli della prova pratica. Un errore con conseguenze devastanti. Il Ministero dell’Istruzione dovrà ora rifare la prova e riscrivere la graduatoria. Migliaia di docenti, che avevano già sostenuto un iter lungo e faticoso, sono costretti a ripartire da capo. Il tutto per il flop della macchina concorsuale. Il Movimento 5 Stelle ha chiesto che il ministro Valditara si presenti urgentemente in Commissione cultura a dare spiegazioni.

Un concorso da rifare, una scuola nel caos

È solo l’ultimo capitolo di una serie di concorsi pubblici gestiti in modo fallimentare sotto l’attuale governo. La scuola, in particolare, è diventata il laboratorio del caos. Le modalità di reclutamento sono state cambiate a ripetizione, con concorsi che si accavallano, precari lasciati nel limbo e sentenze che cancellano interi procedimenti selettivi. Il concorso PNRR 1, ad esempio, ha scatenato proteste tra i docenti precari perché ha riservato il 15% dei posti a chi aveva svolto il Servizio Civile Universale, penalizzando chi aveva già esperienza di insegnamento. Il concorso PNRR 2, partito a dicembre 2024, ha visto il Comitato Precari Uniti per la Scuola chiedere un intervento diretto di Giorgia Meloni per fermare quello che definiscono un sistema “scriteriato” di reclutamento. La proposta Smetterla con i concorsi a raffica e stabilizzare chi lavora da anni.

A livello sindacale, la FLC CGIL, la UIL Scuola, lo SNALS e l’ANIEF hanno denunciato la totale inefficacia dei concorsi previsti dal PNRR. Il loro fallimento sta tutto nei numeri: invece di ridurre il precariato, lo stanno allargando. Il problema non è solo il ritardo nella pubblicazione delle graduatorie o le regole in continuo mutamento, ma il fatto che molti dei nuovi concorsi risultano inutili, costringendo gli idonei a rimettersi in fila mentre chi è già abilitato resta fermo.

Il fallimento del sistema di reclutamento pubblico

E non è solo la scuola a soffrire. Il Consiglio di Stato ha recentemente annullato anche i concorsi dei Ministeri dell’Agricoltura e della Difesa. Il governo, invece di correggere le storture, ha bloccato sia gli scorrimenti delle graduatorie esistenti sia l’indizione di nuovi concorsi. Una paralisi che getta nell’incertezza migliaia di candidati e lavoratori, in settori già provati da carenze di organico. Il problema è strutturale: l’attuale governo ha impostato il reclutamento nella pubblica amministrazione su un’ideologia di rigore e selezione che, nei fatti, si traduce in inefficienza, errori procedurali e un precariato sempre più dilagante. E mentre si ripetono i concorsi, il personale scarseggia e i servizi pubblici si sfaldano.

La scuola, che dovrebbe essere il cuore di ogni progetto politico lungimirante, si ritrova invece ostaggio di una gestione caotica. Ieri è toccato al concorso PNRR per i docenti di laboratorio, ma domani potrebbe essere un’altra procedura a crollare. Il governo Meloni ha promesso stabilità e merito, ma i fatti raccontano un’altra storia: quella di una pubblica amministrazione in crisi, di docenti e professionisti umiliati e di un sistema che implode sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

La realtà, ovviamente, si ripercuote anche sugli studenti e sulle loro famiglie. Classi scoperte, insegnanti costretti a continui spostamenti, supplenze che diventano la norma, mentre le graduatorie si trasformano in un labirinto burocratico senza uscita. Il quadro è aggravato da una politica che, invece di investire nella stabilizzazione del personale, preferisce alimentare la confusione con nuovi concorsi e regole che cambiano di anno in anno. La strategia del “merito”, tanto sbandierata dal governo, si è tradotta in una serie di selezioni viziate da errori procedurali.

Non stupisce, quindi, che il malcontento sia ormai diffuso. Le proteste dei precari della scuola si moltiplicano, mentre gli stessi vincitori dei concorsi faticano a vedere il loro nome nelle graduatorie definitive. Si parla di qualità e efficienza ma i risultati sono solo frustrazione e instabilità. E mentre si accumulano gli errori, l’istruzione italiana continua a perdere terreno e credibilità. 

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Segreti, minacce e depistaggi: il governo insegue i suoi fantasmi

Mi pare che sia passato molto sotto traccia l’articolo pubblicato lo scorso 11 febbraio su Il Foglio a firma di Luca Gambardella. All’interno si legge che, dopo la figuraccia mondiale del governo Meloni con la liberazione del capo della polizia libica Osama al Najem, detto “Almasri”, il capo dell’Aise, Giovanni Caravelli, sarebbe volato in Libia per “escogitare un piano per evitare nuovi episodi imbarazzanti”. Il Foglio scriveva che “Caravelli ha incontrato il premier libico Abdulhamid Dabaiba e il procuratore capo di Tripoli, al Sidiq al Sour, con i quali si è confrontato sui nominativi riservati di alcuni libici su cui la Corte penale internazionale ha emanato un mandato d’arresto. Il capo dell’Aise ha informato chi di questi potrà viaggiare in Italia in futuro senza il rischio di essere arrestato”.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano, rispondendo ai giornalisti alla Camera, ha smentito la ricostruzione parlando di “calunnia in libertà” e ha promesso di querelare il giornalista e la testata.

Nel frattempo, abbiamo scoperto che l’attivista sudanese David Yambio (che ha denunciato d’essere stato vittima delle torture di Almasri) è indagato dalla procura di Palermo. L’abbiamo saputo – anche lui – da un articolo de Il Giornale, che però ha indicato come indagato Luca Casarini di Mediterranea, sebbene non lo sia. L’informazione era contenuta in un documento riservato del Viminale indirizzato ai servizi. Yambio è tra gli spiati con lo spyware Graphite di Paragon, che però non è in uso in quella Procura.

Tutto bene?
Buon lunedì.

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Più armi, meno welfare

Palazzo Chigi sorride, soddisfatto. L’Unione europea ha concesso quello che il governo italiano chiedeva da tempo: le spese per la difesa saranno escluse dal Patto di Stabilità. Tradotto: armi a debito, senza vincoli, senza il peso dei conti pubblici. L’annuncio della presidente della Commissione europea viene accolto con entusiasmo dal governo Meloni, che già guarda oltre: non basta poter armarsi senza conseguenze contabili, servono anche strumenti finanziari comuni. Tradotto: soldi pubblici, europei, per un esercito comune.

L’Italia si dice pronta a lavorare con l’Ue per raggiungere questi “importanti obiettivi”, a partire dal Libro bianco sulla difesa. Ma la direzione è chiara: più spese militari, più armi, più investimenti nel settore bellico. Il tutto con la benedizione delle istituzioni europee, che un tempo imponevano rigore sui bilanci e ora aprono le porte ai finanziamenti per la guerra. Mentre gli investimenti in scuola, sanità e welfare restano sotto scacco, il governo si prepara a blindare il futuro con un’industria bellica sempre più centrale.

Non una parola sul prezzo politico di questa scelta. Se gli armamenti non contano ai fini del deficit, chi pagherà il conto? Il rischio è che la spesa pubblica venga sbilanciata sempre più verso la difesa, in un’Europa che parla di sicurezza ma taglia sui diritti. Palazzo Chigi esulta, pronto a partire: ma verso dove?

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Putin sdoganato da Trump, primo bersaglio il Colle

Vladimir Putin si sente forte, e lo si capisce dalla reazione isterica alla lezione di storia impartita da Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica, nel suo intervento all’Università di Marsiglia, ha accostato l’invasione russa dell’Ucraina al progetto del Terzo Reich. Un parallelo che ha mandato su tutte le furie la diplomazia di Mosca, al punto da spingere la portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, a definire le parole di Mattarella “invenzioni blasfeme”.

Blasfemia e storia, però, non coincidono. L’idea di una Russia che si autoassolve è un riflesso di un regime che da anni si costruisce una narrazione vittimistica per giustificare l’ingiustificabile. Zakharova ha parlato di “parallelismi storici scandalosi e falsi”, accusando l’Italia di sostenere un “regime terrorista neonazista a Kiev” e di offendere la memoria della resistenza antifascista. Parole che suonano come un pretesto per distogliere l’attenzione dalla realtà: è Putin a comportarsi da espansionista, ed è la Russia ad aver riportato in Europa il concetto di guerra di annessione.

L’imbarazzo è tutto dei governi occidentali che con Mosca non vogliono rompere del tutto. Meloni e Salvini, che dovrebbero difendere la posizione del capo dello Stato, si trovano in una posizione scomoda. L’ombra di Trump, il leader che promette di spezzare il fronte atlantico, si allunga su questo silenzio. E intanto, Putin torna a mordere.

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Stalking, maltrattamenti, femminicidi: il tribunale attende, gli assassini no

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia. Non per un errore isolato, ma per un sistema che non protegge. La storia di P.P., la donna che ha visto la sua denuncia di stalking impantanarsi nella lentezza della giustizia italiana, non è un caso raro: è il paradigma di un Paese che lascia sole le vittime.

Le autorità sapevano. Sapevano delle aggressioni, delle minacce, dei 2.500 messaggi. Eppure, tra rinvii e prescrizioni, l’ex compagno ha ottenuto l’impunità. E ora lo Stato paga 10mila euro per i danni morali: una cifra che sa di elemosina per chi ha visto la propria sicurezza calpestata.

La condanna della Cedu fotografa una macchina giudiziaria che non riesce a garantire giustizia tempestiva alle persone che denunciano violenza. I numeri sono noti: troppe donne uccise da uomini già segnalati, troppi fascicoli lasciati a prendere polvere finché non arriva l’irreparabile. Il ritornello è sempre lo stesso: “Non c’erano elementi per intervenire prima”. Falso. C’erano, ma non bastavano. Non bastano mai.

Nel 2024, una donna è stata colpita con dieci martellate dall’ex compagno, che aveva già precedenti per maltrattamenti. Nel 2023, Vanessa Ballan ha denunciato il suo stalker prima di essere uccisa. P.P. ha denunciato e ha atteso che la giustizia facesse il suo corso, ma la giustizia ha scelto di non correre.

L’Italia è stata condannata, ma non è la prima volta. E non sarà l’ultima. Finché il sistema continuerà a trattare la violenza di genere come una faccenda privata, i tribunali non saranno luoghi di tutela ma di attesa. Attesa di un processo, attesa di una condanna, attesa di un’altra vittima.

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Da Gaza all’Ucraina, due invasioni e due misure

Per un gioco di posizionamenti politici, non certo umanitari, le sorti di Gaza e dell’Ucraina sono finite ai lati opposti. Eppure entrambi i territori sono occupati da un invasore, entrambi subiscono la retorica di una legittima difesa dei loro straripanti nemici ed entrambi affrontano due autocrati – Putin e Netanyahu – che allegramente se ne fregano del diritto internazionale.

La differenza di trattamento si è potuta notare fin qui anche dal diverso atteggiamento della comunità internazionale: gli Usa e l’Unione europea hanno aiutato l’Ucraina con ingenti armamenti e hanno flebilmente finto di proteggere Gaza appellandosi al buon cuore del governo di Israele.

Le due situazioni ora sono diventate pari, nel peggiore e nel più prevedibile dei modi. Per Gaza, Trump ha lanciato l’idea di acquistarne il territorio – come nelle peggiori cleptocrazie – per farne un resort con grande giubilo di Netanyahu, che vedrebbe realizzata la diaspora palestinese. Ne faranno un resort e lo chiameranno pace. Per l’Ucraina, il presidente degli Usa ha pensato a una resa che fino a ieri era impraticabile perché ingiusta e a un possibile depauperamento delle terre rare. Ne faranno un supermarket minerario e la chiameranno pace.

Tra i sostenitori degli invasori a corrente alternata si è creato quindi il tilt: da Washington è arrivata una cartolina non fraintendibile su chi sono gli oppressi e chi sono gli oppressori. Ma soprattutto è tangibile l’idea di pace secondo alcuni e, conseguentemente, la loro idea di guerra giusta.

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Vincoli e costi insostenibili, il Pnrr è un incubo per i Comuni

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza avrebbe dovuto rappresentare una svolta per i comuni italiani, un’occasione per rinnovare scuole, infrastrutture e servizi pubblici con fondi europei. E invece si sta rivelando, per molti enti locali, un boomerang. Tempi strettissimi, costi in crescita e vincoli burocratici stanno costringendo diverse amministrazioni a rinunciare ai progetti. Non per mancanza di visione, ma per l’impossibilità pratica di portarli a termine senza mettere in crisi i bilanci comunali.

Quando il Pnrr diventa un problema, non una soluzione

A Caravaggio, piccolo comune bergamasco, la giunta ha dovuto rinunciare a mezzo milione di euro per la costruzione di una mensa scolastica. Il sindaco Claudio Bolandrini ha spiegato a Pagella Politica che il finanziamento era insufficiente: i costi sono esplosi e la copertura offerta dal Pnrr non bastava. Inoltre, la clausola che obbliga a mantenere la destinazione d’uso degli edifici per almeno cinque anni avrebbe reso l’investimento un azzardo, dato il calo demografico della zona. Se tra pochi anni i bambini iscritti non saranno sufficienti per mantenere aperto il servizio mensa, il comune avrebbe comunque dovuto rispettare l’impegno preso, con il rischio di ritrovarsi con una struttura inutilizzata e una spesa insostenibile.

A Bozzolo, nel mantovano, la situazione è simile. Il sindaco Giuseppe Torchio ha dichiarato di aver dovuto rinunciare a 740mila euro destinati all’adeguamento sismico della scuola dell’infanzia. Il motivo? Il costo effettivo dei lavori è lievitato a tal punto da richiedere un investimento aggiuntivo che il comune non può permettersi. Intanto la denatalità continua a erodere il numero di iscritti: qualche anno fa c’erano sei sezioni scolastiche, ora sono rimaste solo una o due. La prospettiva di impegnare fondi pubblici in una struttura che potrebbe diventare sottoutilizzata è un lusso che le piccole amministrazioni non possono permettersi.

Poi ci sono i vincoli temporali. A Vanzago, alle porte di Milano, il comune ha chiesto lo stralcio dal Pnrr di un progetto ferroviario che prevede il raddoppio dei binari tra Rho e Parabiago. Un’opera attesa da trent’anni, inserita nei finanziamenti europei con la promessa di completamento entro il 2026. Ma i lavori sono bloccati da ricorsi e opposizioni, mentre il Tar ha annullato l’ordinanza che approvava il progetto. Il Consiglio di Stato ha poi sospeso la sentenza del Tar, riattivando l’iter. Il risultato? Un rimpallo che mette a rischio la realizzazione dell’opera nei tempi previsti. Nel frattempo, il progetto prevede l’abbattimento di alcune abitazioni senza che ci sia un piano chiaro per la ricollocazione delle famiglie coinvolte.

La realtà contro la propaganda: i sindaci lasciati soli

Ma secondo il governo, “tutto va bene”. I ministri, a partire da Tommaso Foti, ripetono che il Pnrr è un successo e che l’Italia è un modello di efficienza, mentre nei comuni i sindaci fanno i conti con un disastro amministrativo. Le criticità emergono tutte qui: vincoli rigidi pensati per garantire trasparenza e rapidità, ma che si scontrano con la realtà amministrativa e sociale dei territori. I costi aumentano, le condizioni economiche cambiano, la demografia ridisegna i bisogni. Ma il sistema non ammette deroghe e le amministrazioni locali si ritrovano davanti a una scelta obbligata: accettare fondi insufficienti e sobbarcarsi il rischio finanziario o rinunciare, evitando di esporre i bilanci comunali a buchi difficili da colmare.

C’è una sola via d’uscita per non perdere le opportunità del Pnrr: mettere in un cassetto la propaganda e dedicarsi all’amministrazione del progetto. Però in questa caso servono capacità di governo, mica di narrazione. Ed è tutta un’altra storia. 

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Trump mostra il guinzaglio all’Ue, sui dazi l’Europa è davanti a un bivio

L’Unione europea si ritrova davanti a una scelta che avrebbe preferito non dover compiere. Con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca e con il consueto repertorio di minacce, dazi e disimpegni militari, Bruxelles deve decidere come reagire. Il problema non è solo economico. Il problema è che Trump non è prevedibile, e se l’Ue sbaglia la risposta rischia di finire schiacciata tra la sua necessità di sopravvivere e la volontà di Washington di dettare le regole del gioco. Il bivio, come lo raccontano diplomatici e funzionari, è netto: combattere Trump o cercare di compiacerlo.

La guerra commerciale è cominciata

Trump ha già avviato la sua offensiva: un ordine esecutivo ha imposto dazi del 25% su tutte le importazioni di acciaio e alluminio, senza eccezioni per l’Europa. Ursula von der Leyen ha risposto annunciando contromisure “ferme e proporzionate”, ma il dilemma resta. Alcuni Stati membri vogliono una reazione dura, con dazi punitivi contro prodotti americani, come si fece nel 2018 con Harley-Davidson e bourbon. Altri, consapevoli della fragilità del momento, preferirebbero evitare lo scontro frontale.

Non si tratta solo di alluminio e acciaio. Se Bruxelles decide di rispondere con durezza, Trump potrebbe colpire il settore automobilistico europeo, un nervo scoperto per Germania e Francia. E poi c’è la sicurezza: un’Europa che sfida troppo apertamente gli Stati Uniti rischia di vedersi ridimensionata la protezione Nato. Non è una minaccia teorica: Trump ha già dichiarato di voler ridurre l’impegno americano e lo ha dimostrato negli scorsi anni con pressioni per l’aumento delle spese militari europee.

Il dilemma del bastone e della carota

La Commissione europea sta valutando due strategie parallele. La prima è quella della deterrenza: rispondere colpo su colpo, mobilitare lo strumento anti-coercizione economica, colpire le big tech americane e le esportazioni più sensibili. La seconda è la diplomazia del “do ut des”: offrire a Trump quello che vuole per evitare una guerra commerciale. Nel 2018, l’ex presidente della Commissione Juncker riuscì a ottenere una tregua commerciale concedendo più importazioni di soia e gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Von der Leyen potrebbe replicare lo schema, magari offrendo concessioni sul mercato auto o sugli acquisti di gas americano per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia.

C’è però un punto che l’Europa non può permettersi di ignorare: Trump non è un interlocutore che rispetta gli accordi. Lo ha già dimostrato più volte. Il rischio è che Bruxelles faccia concessioni senza ottenere nulla in cambio, perché Trump sa che l’Europa ha più bisogno degli Stati Uniti di quanto gli Stati Uniti abbiano bisogno dell’Europa. Anche per questo molti leader europei insistono sul fatto che qualsiasi trattativa con Washington debba essere condotta da una posizione di forza.

La Nato e l’ombra di Putin

Un altro nodo cruciale è il destino della Nato e il rapporto con la Russia. Trump ha già fatto capire che il sostegno americano all’Ucraina non sarà scontato e che i paesi europei dovranno pagare di più per la loro difesa. Per l’Ue, il rischio è alto: se gli Stati Uniti si disimpegnano, la sicurezza europea vacilla. Zelensky lo ha detto chiaramente: “Ci sono voci che dicono che l’Europa potrebbe offrire garanzie di sicurezza senza gli americani, ma io continuo a dire di no”. La minaccia di una pace imposta a Kyiv senza il consenso dell’Ue è concreta. E in tutto questo, la Cina osserva. Se l’Europa e gli Stati Uniti entrano in una guerra commerciale, Pechino sarà la prima a beneficiarne.

L’Europa sa cosa fare?

Il problema di fondo è che l’Unione europea non ha una voce unica. Berlino e Parigi vogliono evitare un’escalation, Varsavia e i paesi baltici temono che cedere a Trump significhi compromettere la sicurezza del continente. Le diplomazie lavorano per mantenere aperti i canali, ma il tempo stringe. Il 12 marzo scattano i nuovi dazi americani. Se l’Europa non ha una risposta chiara, sarà Trump a scriverla per lei.

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