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Epidemie e fame, ecco gli effetti dello stop di Usaid voluto da Musk e Trump

Il 4 febbraio 2025 non verrà ricordato solo come il giorno della chiusura dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid), ma come l’inizio di una crisi umanitaria globale di proporzioni inedite. La decisione, orchestrata da Elon Musk su incarico dell’amministrazione Trump, ha avuto effetti immediati e devastanti: scorte di cibo e medicinali essenziali abbandonate nei magazzini, programmi vitali interrotti, migliaia di operatori umanitari licenziati.

Dalla fame alle malattie: le prime vittime della chiusura di Usaid

Il quadro è drammatico. In Sudan, paese già martoriato da violenze e carestie, i farmaci salvavita sono rimasti bloccati nei depositi, mentre in Congo l’instabilità è aumentata con la chiusura dei progetti sanitari. Centinaia di migliaia di bambini in Africa, che dipendevano dai pasti scolastici forniti grazie ai fondi Usaid, ora affrontano la malnutrizione. A Dhaka, in Bangladesh, il Centro Internazionale per la Ricerca sulle Malattie Diarroiche ha dovuto licenziare i propri scienziati, interrompendo ricerche cruciali su malaria e altre malattie infantili.

Le conseguenze non si fermano qui. In Malawi, i programmi di supporto all’agricoltura sostenibile sono stati interrotti, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di un paese già provato da eventi climatici estremi. In Uganda, le iniziative di controllo della malaria sono state ridotte drasticamente, e in Sudafrica le cliniche per la cura dell’HIV/Aids, come la “Out” di Johannesburg che assisteva 6.000 pazienti, hanno sospeso i trattamenti.

Una crisi globale senza confini: dall’Africa all’America Latina

Oltre l’Africa, anche in Colombia la chiusura di Usaid ha avuto effetti catastrofici. I programmi che aiutavano le famiglie a fuggire dai conflitti armati e incentivavano la coltivazione di prodotti legali al posto della coca sono stati bloccati. L’ex presidente colombiano e premio Nobel per la pace, Juan Manuel Santos, ha dichiarato: «Tagliare questi programmi improvvisamente avrà un effetto umanitario terribile».

Secondo il Guttmacher Institute, il blocco degli aiuti per 90 giorni priverà 11,7 milioni di donne e ragazze dell’accesso alla contraccezione, causando la morte di 8.340 persone per complicazioni durante la gravidanza e il parto. Il presidente di Refugees International, Jeremy Konyndyk, ha definito la chiusura di Usaid un «evento di estinzione» per il settore umanitario globale, sottolineando come questa decisione destabilizzerà anche i bilanci di molte grandi organizzazioni e delle Nazioni Unite.

In risposta a questa catastrofe, l’ex presidente keniota Uhuru Kenyatta ha invitato i paesi africani a vedere il blocco degli aiuti come un «campanello d’allarme» per investire maggiormente nelle proprie risorse. Ma per molte delle persone colpite, la prospettiva di un supporto interno è un lusso irraggiungibile.

Le dichiarazioni di Musk, che ha definito Usaid una “organizzazione criminale” e ha espresso il desiderio che “muoia”, riflettono una visione cinica che ignora la dipendenza di milioni di persone da questi programmi. La chiusura di Usaid non è solo un attacco alle organizzazioni umanitarie, ma un colpo mortale a chi non ha altra rete di sicurezza.

La situazione è aggravata dalla confusione creata dai tentativi del governo Usa di mitigare l’impatto del blocco con esenzioni per progetti “salvavita”, senza definire chiaramente quali programmi rientrino in questa categoria. La domanda resta sospesa: cosa è davvero salvavita Un vaccino? Un pasto per un bambino malnutrito?

La chiusura di Usaid ha dimostrato quanto fragile sia il sistema degli aiuti internazionali quando dipende da decisioni politiche arbitrarie. E mentre i magazzini si riempiono di scorte inutilizzate e le cliniche chiudono le porte, il prezzo di questa scelta lo pagano i più vulnerabili: donne, bambini e comunità intere lasciate senza speranza. Forse sono loro i veri nemici del duo Trump-Musk. 

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Separare le carriere dei magistrati, così il governo può dettare legge

Separare le carriere dei magistrati: un mantra ricorrente nella politica italiana, oggi ripreso con vigore dal governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Il disegno di legge, approvato alla Camera il 16 gennaio e in rapida ascesa verso il Senato, si propone di distinguere in modo netto le funzioni giudicanti da quelle requirenti. Ma cosa comporta davvero questa riforma E soprattutto, cosa accade nei Paesi che già adottano questo sistema

Dove la separazione c’è, il controllo politico è una costante

Secondo un’analisi di Pagella Politica, in quasi tutti i Paesi dove esiste la separazione delle carriere, il controllo politico sulla magistratura è una costante. In Francia, per esempio, i pubblici ministeri dipendono gerarchicamente dal ministro della Giustizia, che può trasferirli a sua discrezione. La magistratura giudicante gode invece dell’inamovibilità. Il Conseil supérieur de la magistrature è diviso in due formazioni distinte per giudici e Pm, ma la supervisione politica rimane forte.

In Germania, la separazione è ancora più marcata. I pubblici ministeri sono funzionari del governo, soggetti alle direttive del Procuratore generale e del ministro della Giustizia. La nomina dei giudici, in molti Länder, coinvolge rappresentanti politici e in alcuni casi è affidata esclusivamente al ministro della Giustizia. Anche qui, l’influenza politica è evidente.

La Spagna segue un modello simile: il Procuratore generale dello Stato, che dirige i pubblici ministeri, è nominato dal Re su proposta del governo. In Inghilterra e Galles, il Crown prosecutor dipende dal Director of public prosecutions, a sua volta nominato dal governo e sotto la supervisione dell’Attorney general, responsabile dinanzi al Parlamento.

Negli Stati Uniti, il controllo politico è ancora più diretto. I district attorney possono essere eletti dai cittadini o nominati da autorità politiche, come il governatore dello Stato. A livello federale, gli United States Attorney sono nominati dal Presidente e dipendono dal Dipartimento di Giustizia.

Il caso italiano: tra autonomia e nuovi rischi

L’Italia, con il suo sistema attuale, mantiene un unico Consiglio superiore della magistratura (Csm), che garantisce l’autonomia dei magistrati. La riforma proposta, tuttavia, prevede la creazione di due Csm separati e un’Alta Corte disciplinare. I critici temono che queste modifiche possano aprire la strada a un’influenza politica più forte, riducendo l’indipendenza della magistratura.

Giuseppe Santalucia, presidente uscente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), ha espresso chiaramente questa preoccupazione: «Questa riforma è la strada verso un’azione penale influenzata dal potere politico». Le proteste della magistratura non si sono fatte attendere: il 25 gennaio molti magistrati hanno abbandonato le aule delle Corti di Appello in segno di protesta, e un primo sciopero nazionale è stato indetto per il 27 febbraio.

Nonostante il referendum del 2022, che vide il 70% dei votanti favorevoli alla separazione delle carriere, l’affluenza insufficiente ha reso nullo il risultato. Oggi il governo ripropone la riforma con rinnovato vigore, ma il rischio di un controllo politico sulla magistratura, come dimostrano gli esempi internazionali, resta un nodo cruciale.

L’analisi di Pagella Politica offre uno spunto chiaro: la separazione delle carriere, lungi dal garantire una maggiore terzietà, può facilmente diventare un grimaldello per l’ingerenza politica. E in un Paese con la storia dell’Italia, dove la magistratura ha già dovuto difendere la propria indipendenza in momenti cruciali come quello che stiamo attraversando, è più che lecito chiedersi se questa sia davvero la strada giusta. 

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Trump vuole cancellare Gaza e i palestinesi, ma nemmeno lui ci riuscirà

Donald Trump ha annunciato l’intenzione di prendere il controllo della Striscia di Gaza, espellere l’intera popolazione palestinese e trasformare l’area in una “Riviera del Medio Oriente”. Non serve una grande analisi per capire di cosa si stia parlando: pulizia etnica su vasta scala, in purezza. 

Trump, mai timido nel suo revisionismo imperiale, porta questa volta l’arroganza a livelli inediti. L’espulsione forzata di circa due milioni di palestinesi è vietata dal diritto internazionale, in particolare dalla quarta Convenzione di Ginevra, che proibisce i trasferimenti coatti di popolazioni civili. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un crimine di guerra, il cui solo annuncio dovrebbe risuonare come un allarme globale.

Un crimine di guerra travestito da progetto economico

Dal punto di vista operativo, il piano è una distopia logistica. Sarebbe necessaria una presenza militare statunitense massiccia e permanente, in contraddizione con le stesse promesse elettorali di disimpegno dal Medio Oriente. Il costo economico? Superiore a ogni precedente impegno, ben oltre i 40 miliardi di dollari annui che gli Stati Uniti destinano oggi alla cooperazione internazionale, una spesa che Trump stesso ha definito eccessiva.

La reazione dei paesi limitrofi non si è fatta attendere. Egitto e Giordania, già sotto pressione per la gestione di milioni di rifugiati palestinesi, hanno rigettato con fermezza l’idea di accogliere nuovi sfollati. Un rifiuto che, nella visione di Trump, sembra più un dettaglio negoziabile che un vincolo insormontabile. Le critiche internazionali non sono state meno severe: Halie Soifer del Jewish Democratic Council of America ha definito la proposta “completamente staccata dalla realtà”, mentre Andrew Miller, ex consigliere per il Medio Oriente, l’ha qualificata come “la più incomprensibile mai sentita da un presidente americano”.

Una distopia logistica destinata al fallimento

Al di là della legalità e della fattibilità, il piano rappresenta un’aggressione diretta alla memoria collettiva del popolo palestinese. Ripeterebbe il trauma della Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti all’esilio. L’occupazione americana di Gaza non sarebbe solo una violazione del diritto all’autodeterminazione, ma un atto di cancellazione identitaria.

Questa non è una proposta per la pace o la prosperità. È un progetto coloniale travestito da opportunità economica. La trasformazione di Gaza in “Gaz-a-Lago”, come ironizzato da David M. Friedman, ex ambasciatore di Trump in Israele, è la quintessenza dell’arroganza imperiale che pretende di rimpiazzare la storia di un popolo con il cemento dei resort.

Il piano di Trump si inserisce in una lunga tradizione di politiche che ignorano il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La rimozione forzata di una popolazione non può essere giustificata da ambizioni economiche, per quanto lucrose possano sembrare. L’assenza di un piano concreto per la gestione del territorio post-espulsione è la prova definitiva dell’approssimazione e della superficialità con cui è stato concepito.

La proposta rivela anche una contraddizione insanabile nella politica estera statunitense. Dopo decenni di tentativi, spesso fallimentari, di mediazione e diplomazia, l’idea di una presa di controllo unilaterale rappresenta un ritorno a logiche coloniali che si speravano superate. Per questo la comunità internazionale non può permettere che simili azioni vengano considerate senza conseguenze.

Insomma, il piano di Trump per Gaza è una miscela tossica di ignoranza giuridica, insensatezza strategica e disprezzo per i diritti umani. Non solo è irrealizzabile, ma costituisce una minaccia diretta alla stabilità del Medio Oriente e ai principi fondamentali del diritto internazionale. Qualsiasi tentativo di attuarlo non farebbe che esacerbare una crisi già devastante, alimentando ulteriori conflitti e sofferenze umane. O forse è proprio questo che piace così tanto a Trump. 

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È Minniti a essere un caso di sicurezza nazionale

Pronunci la parola Libia, la scrivi nel più minimo articolo laterale, l’ascolti nel più laterale dibattito politico e sei sicuro che da lì a breve arriverà un’intervista solenne a Marco Minniti. L’ex ministro dell’Interno. L’ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni dal 2016 al 2018, sostenuto dal Partito democratico, da Alternativa popolare di Angelino Alfano sulle macerie del governo Renzi, è considerato un maestro del genere.

Così, sul mancato arresto del torturatore libico Almasri, ecco che Minniti si schiarisce la voce e spiega a Il Foglio che le opposizioni sbagliano ad attaccare il governo: «la questione è più generale. La Libia è strategica», spiega Minniti al Corriere della Sera con un’amichevole pacca alla retorica meloniana. «La sicurezza nazionale si gioca fuori dai confini nazionali», «la Libia è la base più avanzata dei trafficanti di esseri umani» ma soprattutto è energicamente «essenziale» e «l’Africa è il principale incubatore di terrorismo nazionale», detta Minniti. Meloni prende appunti, ha l’arringa già pronta.

Del resto fu proprio Minniti a firmare lo sciagurato memorandum Italia-Libia che da otto anni gocciola sangue di persone diventate prede dei sanguinari libici che ne fanno carne da macello, lautamente pagati dal governo italiano. Fu Minniti a trasformare le persone migranti in armi non convenzionali sacrificabili sull’altare di qualche bonifico internazionale.

«Lo Stato non è una ong. Dobbiamo abituarci alla guerra del bene contro il bene», spiega Minniti. Forse la vera questione di sicurezza nazionale è Minniti e noi ce lo siamo dimenticati troppo in fretta.

Buon mercoledì.

 

Al centro della foto Marco Minniti alla Leopolda scatto di Di Francesco Pierantoni – https://www.flickr.com/photos/tukulti/15009260743/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=83259655

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Lo smog soffoca le città italiane: oltre 70 sforano i parametri di legge

Il nuovo report di Legambiente, “Mal’Aria di città 2025“, è un bilancio impietoso della qualità dell’aria nelle nostre città, che si confermano ben lontane dagli standard europei che entreranno in vigore nel 2030. Nonostante l’obiettivo sia chiaro e il tempo limitato, l’inquinamento atmosferico continua a essere una piaga strutturale che minaccia la salute pubblica e l’ambiente.

L’Italia fuorilegge: lo smog soffoca le città e le speranze

Nel 2024, su 98 capoluoghi di provincia analizzati, ben 25 hanno superato i limiti di legge per il PM10, che consentono un massimo di 35 giorni all’anno con valori superiori a 50 µg/mc. In cima alla lista nera troviamo Frosinone e Milano, entrambe con 68 giorni di sforamento. Verona segue da vicino con 66 giorni, mentre Vicenza, Padova e Venezia non sono da meno, con valori che oscillano tra i 61 e i 64 sforamenti annui.

Se questi dati sono già allarmanti, il futuro si preannuncia ancora più critico. Dal 2030, il nuovo limite europeo per il PM10 sarà fissato a 20 µg/mc, una soglia che, allo stato attuale, solo 28 città su 98 riuscirebbero a rispettare. Questo significa che 70 città italiane sarebbero fuorilegge, con riduzioni necessarie delle concentrazioni che vanno dal 28% al 39% in centri urbani come Verona, Cremona, Padova, Catania, Milano, Vicenza, Rovigo e Palermo.

Anche per il biossido di azoto (NO2) la situazione non è migliore. Attualmente, il 45% dei capoluoghi italiani non rispetta i nuovi limiti di 20 µg/mc previsti per il 2030. Le città più critiche includono Napoli, Palermo, Milano e Como, dove sarebbe necessaria una riduzione delle concentrazioni tra il 40% e il 50%.

Secondo Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, la riduzione dell’inquinamento atmosferico procede a rilento, con troppe città ancora lontane dagli obiettivi. Le conseguenze non si limitano all’ambiente, ma coinvolgono anche la salute pubblica e l’economia. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono impietosi: il 97% delle città italiane supera i limiti raccomandati per il PM10 e il 95% quelli per l’NO2, con circa 50.000 morti premature all’anno solo in Italia.

Politiche ferme, aria avvelenata: la corsa contro il tempo

Legambiente sottolinea l’urgenza di politiche strutturali che incidano su tutti i settori responsabili dell’inquinamento. Occorre ripensare la mobilità urbana potenziando il trasporto pubblico locale con mezzi elettrici, creando reti di aree pedonali e percorsi ciclopedonali, introducendo Low Emission Zones e politiche come Città30, già sperimentata con successo a Bologna, Olbia e Treviso. Allo stesso tempo, è necessario accelerare la riconversione degli impianti di riscaldamento, mappando e abbandonando progressivamente le caldaie a gasolio, carbone e metano in favore di pompe di calore con gas refrigeranti naturali. Nel settore agrozootecnico, è fondamentale ridurre gli allevamenti intensivi nel bacino padano e implementare pratiche come la copertura delle vasche e il controllo degli spandimenti per ridurre le emissioni di metano e ammoniaca. Inoltre, è cruciale integrare le politiche su clima, energia e qualità dell’aria, considerando il ruolo del metano nella formazione dell’ozono troposferico e adottando misure per ridurne l’impatto.

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, avverte che con soli cinque anni davanti a noi per adeguarci ai nuovi limiti europei, dobbiamo accelerare drasticamente il passo. È una corsa contro il tempo che deve partire dalle città ma richiede il coinvolgimento di regioni e governo. Le misure da adottare sono chiare e le tecnologie pronte, quello che manca è il coraggio di fare scelte incisive per la salute dei cittadini e la vivibilità delle nostre città.

La campagna itinerante Città2030, lanciata a Milano il 4 febbraio, sarà un banco di prova per misurare il grado di preparazione delle città italiane e promuovere una mobilità più sostenibile ed efficiente. Il percorso della campagna si concluderà il 18 marzo, ma la vera sfida è appena iniziata.

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Trump e Netanyahu. Due facce, stessa medaglia

Dunque Trump ci spiega che l’Unrwa, l’agenzia ONU che supporta i profughi palestinesi in Medio Oriente, “ha perso il suo status di organizzazione umanitaria indipendente ed è diventata un’organizzazione terroristica controllata da Hamas”. Ci fa sapere anche di essere d’accordo con chi crede che il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani promuoverebbe l’antisemitismo.

Sono le stesse idee che il carnefice Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, propaga da mesi per tentare di giustificare il disastro umanitario a Gaza. Opinioni personali che vengono smentite ogni giorno a livello internazionale ma che hanno molta fortuna tra i tifosi della macellazione del popolo palestinese.

Lo pensava Netanyahu e lo pensa anche Trump. In fondo se ci pensate bene è un ricongiungimento che ci aiuta a chiarire molte cose. Netanyahu e Trump sono gemelli su molti aspetti: se ne fottono entrambi della comunità internazionale, hanno entrambi una visione imperialista del proprio ruolo, vivono entrambi sulla retorica dei nemici veri e immaginari. Entrambi credono che la realtà si possa nascondere sotto il tappeto di una presunta supremazia religiosa, di razza e di identità.

Non è un caso che gli elettori dell’uno e dell’altro si assomiglino per suprematismo e per mire espansionistiche: schiacciare gli avversari è l’unico metodo di governo che gli viene facile. Immagino però l’imbarazzo dei cosiddetti progressisti che supportano il governo israeliano e il suo capo: da ieri sanno di essere a braccetto con gli elettori di Trump che hanno schifato fino a qualche ora prima. Non deve essere una bella sensazione per loro. Però è la giusta conclusione della parabola.

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Toh, Trump piace a Putin

Ieri è successo. «Trump, con il suo carattere e la sua determinazione, riporterà l’ordine molto rapidamente. Presto tutti si inchineranno e lo seguiranno senza esitazione», ha detto ieri Vladimir Putin al giornalista Pavel Zarubin. E in un secondo gli autocrati si allineano sulla mappa del mondo.

Il presidente Usa piace parecchio al presidente russo. Hanno del resto le stesse radici culturali: la violenza di comando come metodo, la natura predatoria, il fastidio per le minoranze, l’imperialismo come aspirazione. Putin invade per esistere e Trump promette invasioni per piacere ai suoi elettori. Putin mostrifica gli avversari per farne dei nemici, Trump pure. Per ora la differenza sta nel modo di fare la guerra: uno con le bombe l’altro con le deportazioni, i dazi, l’esclusione sociale.

Sarà interessante – ma tragico – l’imbarazzo intorno. Il ministro delle Finanze Giorgetti che in Europa siede con i Patrioti che vorrebbero distruggerla e in Italia chiede all’Europa di difendere l’Italia dai dazi Usa è un tilt esemplare. Se ti piacciono gli antidemocratici e poi rivendichi la democrazia rimani incastrato nella propaganda.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni spiega che «Trump è un negoziatore» e quindi «non bisogna attaccare». Avrebbe voluto essere la mediatrice e ora si arrabatta per salvare il prosecco ai danni dello champagne. I dazi del suo amico Trump costerebbero all’Italia tra i 4 e i 10 miliardi.

La “pace in Ucraina” sta diventando un ricatto con cui The Donald vuole arraffarsi le terre rare. Un capolavoro insomma.

Buon martedì.

In foto Trump e Putin al G20 2017 foto di Kremlin.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60731524

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Musk lancia “Make Europe Great Again”, partito l’assalto sovranista all’Ue

Elon Musk, il magnate sudafricano dietro Tesla, SpaceX e X (ex Twitter), ha deciso di allargare la sua influenza ben oltre la tecnologia. Con il lancio del movimento MEGA (Make Europe Great Again), Musk punta a creare un fronte sovranista paneuropeo, una rete che potrebbe ridisegnare gli equilibri politici del Vecchio Continente.

La nascita di Mega: un franchising politico globale

Il 1° febbraio 2025, Musk ha pubblicato su X un messaggio chiaro: “People of Europe: Join the MEGA movement!”. Il post, rapidamente diventato virale con oltre 60 milioni di visualizzazioni, ha trovato eco tra le frange più estreme della destra europea. Ma dietro questo slogan si cela una strategia più complessa, che richiama direttamente il “Make America Great Again” di Donald Trump. MEGA non è solo un omaggio al suo alleato d’oltreoceano ma un tentativo di costruire un’internazionale sovranista capace di minare l’Unione europea dall’interno.

I protagonisti della rete sovranista

Il movimento non è un’iniziativa isolata. A Madrid, il 7 e 8 febbraio, si terrà la convention dei “Patrioti per l’Europa”, che vedrà la partecipazione di leader dell’estrema destra come Marine Le Pen, Viktor Orbán, Geert Wilders e Matteo Salvini. In questo contesto, Giorgia Meloni gioca un ruolo cruciale, fungendo da mediatrice tra Musk e Donald Trump nelle questioni commerciali tra Stati Uniti e Unione europea. Musk ha anche stretto alleanze con figure controverse come Nigel Farage nel Regno Unito, Robert Fico in Slovacchia e Alice Weidel dell’Afd in Germania, il cui partito ha ricevuto un endorsement diretto da Musk, che lo ha definito “l’unica speranza per la Germania”.

Il vero obiettivo: demolire l’Unione europea

L’obiettivo di Musk va oltre la semplice influenza politica. Il miliardario è da tempo in conflitto con le normative europee, in particolare quelle riguardanti la protezione dei dati personali, le leggi antitrust e le normative ambientali che ostacolano l’espansione dei suoi interessi industriali. La strategia di MEGA è chiara: indebolire le istituzioni europee per facilitare un ambiente normativo più favorevole alle Big Tech americane. L’Unione europea ha risposto intensificando le indagini sugli algoritmi di X e chiedendo maggiore trasparenza sui “sistemi di proposte” della piattaforma, ma la portata della minaccia appare senza precedenti.

L’impatto sull’Europa e le reazioni dei leader

Il progetto MEGA ha suscitato preoccupazione tra i leader europei. La prospettiva di un’”associazione di Stati nazionali” con un’integrazione minima e un’agenda comune ridotta al minimo rappresenta una minaccia diretta al progetto europeo. Tuttavia, il silenzio di molti esponenti politici suggerisce un imbarazzo diffuso. Accodarsi al progetto di un miliardario sudafricano con legami diretti con l’amministrazione Trump potrebbe compromettere la narrazione dell’orgoglio nazionale che molti sovranisti europei cercano di promuovere.

Il futuro dell’Europa tra sovranismo e resistenza

Musk non si limita più a essere un imprenditore visionario. Con MEGA, si propone come il paladino di una nuova internazionale sovranista che mira a smantellare le fondamenta dell’Unione europea. La sua rete di alleanze con leader dell’estrema destra e il suo utilizzo strategico delle piattaforme digitali rappresentano una sfida senza precedenti per l’Europa. La risposta dell’Unione europea determinerà non solo il futuro del progetto comunitario ma anche la capacità del continente di resistere alle derive autoritarie e ai tentativi di destabilizzazione provenienti da oltre Atlantico.

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Un’inchiesta parlamentare per processare le toghe

Ecco, ci siamo. Ieri di prima mattina il deputato di Forza Italia Enrico Costa, già viceministro della Giustizia nel governo Renzi nonché vice di Calenda in Azione prima di tornare a casa, ha tentato il passo: una bella commissione d’inchiesta monocamerale sulla magistratura.

“Se non ora quando?”, dice Costa, augurandosi una commissione che “dovrà vigilare sull’assegnazione degli incarichi, sulle valutazioni di professionalità, sul fuori ruolo, sull’attività extragiudiziaria e sulla responsabilità disciplinare. E si dovrà occupare anche degli errori giudiziari, in particolare quelli che incidono sulla libertà personale e degli effetti dei processi mediatici che rendono irreversibili le conseguenze di tali errori”.

Il dado è tratto. La separazione dei poteri che dovrebbe essere l’architrave della geografia costituzionale può serenamente essere stracciata. Il vittimismo di Meloni per un’iscrizione nel registro degli indagati e la rabbia contro i giudici che applicano le leggi sulle deportazioni in Albania hanno un solo fine: assoggettare la magistratura come nemmeno Berlusconi e Licio Gelli hanno mai sperato di sognare.

Giornali e telegiornali che scambiano la sicurezza di magistrati antimafia per una polemica sui voli di Stato. Magistrati minacciati dalla ‘ndrangheta a Milano che passano sotto traccia. Decreti legge per silenziare i giudici che non vogliono aggirare la legge. Gli attacchi alla magistratura degli ultimi giorni hanno già raggiunto livelli inimmaginabili fino a pochi mesi fa.

Non sarebbe il caso che la società civile si muova Non è questione di girotondi ma significa almeno provare a fermare il delirante autoritarismo. C’è qualcuno?

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Casa, il riscaldamento globale batte cassa: abitazioni svalutate del 35% entro il 2050

Il cambiamento climatico non si limita a sciogliere i ghiacciai o a scatenare uragani spettacolari: sta silenziosamente erodendo il valore delle case, trasformando il mattone da rifugio sicuro a investimento traballante. Negli Stati Uniti, la società di ricerca climatica First Street ha stimato che, entro il 2055, il valore delle abitazioni crollerà di 1,47 trilioni di dollari. Non per colpa di qualche catastrofe apocalittica, ma per il lento, inesorabile aumento dei costi assicurativi e la fuga dei proprietari dalle zone ad alto rischio.

Dagli uragani ai mutui insostenibili: il clima svuota le città e i portafogli

Le aree più colpite? Fresno County in California, Ocean e Monmouth County nel New Jersey: territori destinati a spopolarsi, mentre i premi assicurativi lieviteranno senza pietà. Altrove, metropoli come Houston, Miami e Tampa continueranno ad attrarre residenti, ma il prezzo da pagare sarà salato. I costi delle assicurazioni aumenteranno del 29,4% nei prossimi trent’anni, un dettaglio che trasforma il sogno americano della casa di proprietà in un incubo finanziario. La relazione tra cambiamento climatico e valore immobiliare è ormai un nodo centrale, con uragani, siccità e ondate di calore che spingono sempre più persone a ripensare dove vivere.

E poi ci sono le storie. Mark Garcia aveva costruito la sua vita sulla sabbia di Fort Myers Beach, in Florida. L’uragano Ian ha spazzato via la sua casa nel 2022. Dopo altri due uragani, ha ceduto: addio sogno balneare, benvenuti nell’entroterra. E come lui, milioni di americani inizieranno a spostarsi, non verso mete esotiche, ma semplicemente qualche chilometro più in là, dove la terra non trema (ancora) e l’acqua non sale (per ora). Questo spostamento non è una migrazione di massa, ma un esodo silenzioso che ridisegna le mappe del mercato immobiliare.

Italia sommersa: tra illusioni edilizie e rischi ignorati

E l’Italia? Mentre ci arrovelliamo su bonus edilizi e superbonus, la Banca d’Italia ci ricorda che un quarto delle abitazioni è a rischio alluvione. Ogni anno, tre miliardi di euro vanno in fumo. Emilia–Romagna, Toscana e Liguria guidano questa classifica al contrario, con perdite annue che toccano lo 0,71% del valore immobiliare complessivo. L’ISPRA avverte: il 20% della popolazione vive in zone a rischio alluvione, il 2,2% in aree soggette a frane. Ma la politica sembra pensare che bastino le preghiere.

Non è solo questione di danni materiali. Il cambiamento climatico toglie fascino agli immobili. La Banca d’Italia ha scoperto che temperature elevate riducono l’interesse per l’acquisto di case. Più caldo significa meno acquirenti, tempi di vendita più lunghi e prezzi che scendono. Secondo il McKinsey Global Institute, potremmo vedere svalutazioni fino al 35% entro il 2050. Ma è più facile ignorare il termometro quando il mercato immobiliare sembra ancora galleggiare, alimentato da illusioni di stabilità.

Il nostro patrimonio edilizio, vecchio e inefficiente, è un bersaglio facile. I bonus ristrutturazione e green hanno convogliato 30 miliardi di euro, ma è una goccia nel mare. Scenari Immobiliari segnala che solo il 3% del comparto terziario è stato ristrutturato, e le unità commerciali riqualificate non superano l’1%. L’inerzia costa cara. Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna figurano tra le aree europee più vulnerabili, con rischi che minacciano non solo le abitazioni, ma l’intero tessuto economico locale.

Siamo alle solite: il cambiamento climatico non è un problema di domani. Sta già ridefinendo il mercato immobiliare. Ogni casa che perde valore è il sintomo di un sistema che non vuole guardare in faccia la realtà: il clima cambia, e con esso cambia tutto. Anche il prezzo delle nostre illusioni immobiliari. Le città che oggi brillano sulle riviste di settore potrebbero domani essere elencate tra i luoghi da cui fuggire. La geografia del desiderio si riscrive con mappe di rischio e proiezioni climatiche, non più con fotografie patinate.

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