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È caduta la maschera

Quando qualche sciagurato giornalista si è permesso di scrivere che la separazione delle carriere fosse solo un tassello di una riforma che ha come fine ultimo il controllo politico della magistratura, più precisamente delle Procure e dei pm, i benpensanti erano inorriditi. “Come potete pensare una cosa del genere?”, ripetevano in coro nei loro angustiati editoriali. Ora che a dirlo è il capogruppo al Senato del partito della presidente del Consiglio, Lucio Malan – al netto del solito, maldestro tentativo di marcia indietro dopo una giornata di polemiche – scalderanno le penne per dirci che si tratta di una considerazione personale, si spremeranno per tranquillizzarci che no, non accadrà niente di simile.

Il cosiddetto caso Almasri non è diverso dal solito. La maggioranza di governo raccoglie i rifiuti dalla cronaca per farne strumentalizzazione politica. Accade dal primo Consiglio dei ministri, quando Giorgia Meloni esibì tronfia un decreto anti-rave perché dei raduni si parlava nei bar, sui giornali e nelle trasmissioni televisive. In questa occasione, però, l’iscrizione nel registro degli indagati di Meloni è un boccone ancora più goloso. Permette, in un colpo solo, di colpire la presunta magistratura politicizzata, come ai bei tempi del Cavaliere decaduto Berlusconi, e di simulare l’impellenza di una riforma che metta un freno ai giudici.

Essendo abilissimi ad interpretare a proprio vantaggio le norme italiane e il diritto internazionale, ma molto meno a scrivere le leggi, hanno trovato la soluzione finale: manovrare i fili dei giudici nelle sentenze e ora anche nelle indagini. Non serviva essere Cassandra.

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La lezione di Weinberg sull’onore perduto

Il tempo è un testimone crudele. Chiede memoria, pretende coerenza. Albrecht Weinberg, 99 anni, sopravvissuto ad Auschwitz, ha restituito la Croce federale al merito ricevuta dallo Stato tedesco. Troppo pesante, ha detto, dopo l’accordo tra Cdu e Afd. Troppo sporca.

È bastato un voto al Bundestag per stracciare l’ultimo brandello di vergogna. La Cdu, il partito di Adenauer e Kohl, ha deciso che per arginare i migranti vale la pena sdoganare l’ultradestra, quella che flirta con la negazione della Shoah, quella che vuole riscrivere la storia per non avere la fatica di sopportarla. Non è un dettaglio: la decisione è arrivata a pochi giorni dall’anniversario della liberazione di Auschwitz, quando i superstiti sono costretti a ripetere ancora una volta che no, non è stato un incidente della storia, non è stato un eccesso. È stato un progetto, e chi oggi lo minimizza ne è complice.

Weinberg non si è limitato a parole di circostanza. Ha riconsegnato il riconoscimento, insieme al fotografo Luigi Toscano. Hanno posto una domanda che pesa più di qualsiasi cerimonia: dov’è il muro di fuoco che separava la democrazia dalla barbarie? Si è spento nelle trattative, nella normalizzazione, nelle scuse dei moderati per i loro alleati impresentabili. Si è dissolto nell’opportunismo politico, nella strategia miope di chi crede di poter giocare con il fuoco senza bruciarsi.

C’è chi dirà che è un gesto simbolico. Lo è. E per questo conta. È la prova che l’orrore non è mai finito: cambia forma, si adatta, si fa sistema. E torna, se nessuno ha più la forza di dire di no. Ma questa volta qualcuno ha detto no, con un gesto semplice e definitivo. La Storia ricorderà chi ha avuto il coraggio di restituire un onore che non significava più nulla. Un segnale, in un’Europa che finge di non vedere l’ombra che avanza.

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Mai visti tanti decreti legge: stravolte le regole della democrazia

Il governo Meloni ha trovato il suo strumento di comando: il decreto legge. Non che sia un’eccezione assoluta – la pratica è abusata da tempo – ma i numeri parlano chiaro. Dall’insediamento, Palazzo Chigi ha sfornato 84 decreti legge, più di qualsiasi altro governo nelle ultime quattro legislature. In media, tre al mese. Il ritmo, come raccontano i dati raccolti da Openpolis, è lo stesso dei governi che hanno gestito la pandemia. Peccato che lo stato di emergenza sia finito da un pezzo.

Un Parlamento ridotto a passacarte

L’abuso dei decreti legge non è solo una questione di numeri. Il problema è politico: il Parlamento è costretto a inseguire l’agenda del governo, riducendo al minimo lo spazio per la discussione. La logica è semplice: ogni decreto ha 60 giorni per essere convertito in legge, e quando ne arrivano troppi contemporaneamente, le Camere si trasformano in una macchina automatica di approvazione. Il legislatore rincorre, mentre l’esecutivo detta la linea.

L’effetto? Le leggi di conversione dei decreti superano quelle ordinarie: 71 contro 65. In pratica, il Parlamento non legifera più, ratifica. E non è una novità, ma uno schema consolidato: anche Draghi, Conte II e perfino Letta hanno fatto lo stesso, spostando il baricentro della produzione normativa da Montecitorio a Palazzo Chigi.

I decreti Minotauro: la scorciatoia per aggirare la democrazia

C’è di più. Quando il Parlamento non fa in tempo a convertire un decreto, il governo ha trovato il trucco per non perdere i provvedimenti: i cosiddetti “decreti Minotauro”. Il meccanismo è semplice quanto opaco. Se un decreto sta per decadere, lo si ingloba in un altro decreto in corso di conversione, assicurandosi che le misure sopravvivano. È successo almeno nove volte dall’inizio della legislatura.

A questo punto, la domanda è inevitabile: perché il governo continua a usare il decreto legge come fosse la regola anziché l’eccezione? La risposta è nei numeri: dal 23 dicembre al 24 gennaio, il governo ha emesso sei nuovi decreti legge. Tra questi, il Milleproroghe 2025 e il decreto sull’ex Ilva. Ma anche provvedimenti che nulla hanno di urgente, come il riordino del sistema scolastico o misure sulla cultura.

Uno stato di emergenza permanente

Il punto è che il governo ha normalizzato l’eccezionalità. Come sottolinea Openpolis, il rischio è chiaro: lo slittamento dallo stato di emergenza (temporaneo) a uno stato di eccezione permanente. La pandemia ha abituato l’opinione pubblica a tollerare la compressione dei poteri parlamentari, ma ora il governo sta cercando di trasformarla in prassi ordinaria.

La politica dovrebbe servire a governare le complessità con strumenti democratici. Qui, invece, si sta scegliendo una scorciatoia: saltare il confronto parlamentare, svuotare il dibattito, concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo.

Diciotto decreti del governo Meloni hanno impiegato più di una settimana per passare dal Consiglio dei ministri alla Gazzetta Ufficiale. In alcuni casi, sono trascorse più di due settimane. Cosa succede in questo lasso di tempo? Chi interviene, chi modifica il testo? Non si sa. L’unica certezza è che il Parlamento riceve un testo a giochi già fatti.

Il Parlamento sotto scacco: si governa per decreti

La democrazia parlamentare vive di equilibri e controlli. Quando l’esecutivo usa il decreto legge come un randello, il Parlamento diventa un notaio. Il problema non è solo tecnico, è politico: il governo Meloni sta costruendo un nuovo standard, in cui il potere legislativo viene marginalizzato e la centralità del Parlamento diventa un residuo formale.

Oggi ci si abitua all’abuso del decreto legge. Domani, chissà. Magari qualcuno penserà che il Parlamento sia solo un fastidio.

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Migranti e tratta di esseri umani: non servono gli scafisti, ci pensano i governi. Le testimonianze nel Rapporto State Trafficking

Giorgia Meloni aveva promesso di inseguire i trafficanti in tutto l’orbe terraqueo, di stanarli uno a uno nei loro covi. Missione compiuta: li abbiamo trovati. Non si nascondono in baracche fatiscenti lungo le coste, non si riuniscono in segreto al calar della notte. No, i trafficanti siedono dietro scrivanie istituzionali, firmano accordi internazionali, indossano divise ufficiali. E sono gli Stati.

Un rapporto appena pubblicato, “State Trafficking”, raccoglie trenta testimonianze di persone migranti espulse dalla Tunisia verso la Libia tra il giugno 2023 e il novembre 2024. Racconti che svelano una catena logistica di espulsioni e vendita di esseri umani, un meccanismo di brutalità istituzionalizzata perfezionato grazie agli accordi tra l’Unione europea e la Tunisia. Cinque fasi, sempre uguali: arresto, trasporto, detenzione nei campi di concentramento al confine, vendita alle milizie libiche, prigionia e tortura fino al pagamento del riscatto. È un sistema oliato con fondi europei, strutturato da governi che definiscono la Tunisia un “paese sicuro” e si sbracciano per dimostrare che il piano di contenimento delle migrazioni funziona.

La macchina della deportazione

Funziona, sì. Lo dicono i numeri: secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, nel 2023 e 2024 la Tunisia ha bloccato oltre 100.000 persone in fuga, più dell’80% provenienti dall’Africa subsahariana. Molte di queste non si trovano più. Il rapporto documenta arresti indiscriminati, con la polizia tunisina che rastrella persone nere per le strade, nei campi, ai posti di lavoro. Non importa se abbiano documenti regolari, se siano rifugiati o richiedenti asilo: il criterio è il colore della pelle. Poi il trasferimento forzato, ammassati su autobus blindati, percossi e umiliati, senza cibo né acqua per giorni. Le testimonianze parlano di abusi sessuali, torture, furti sistematici da parte delle forze dell’ordine. Poi la consegna alle milizie libiche, che gestiscono le prigioni in cui le persone vengono vendute come schiavi o rilasciate solo dietro pagamento di un riscatto.

Non si tratta di episodi isolati, non è l’eccezione di qualche agente corrotto. È un sistema. Un’infrastruttura di violenza gestita da governi che decidono chi ha il diritto di esistere e chi deve sparire. Un’industria della morte finanziata dall’Unione europea, che dal 2017 ha destinato alla Tunisia centinaia di milioni di euro per il controllo delle frontiere. Denaro che non finanzia lo sviluppo, ma l’espulsione e la repressione, che paga i mezzi e le armi per la caccia all’uomo, che trasforma in carne da profitto le persone migranti.

Ogni testimonianza raccolta nel rapporto è una smentita all’ipocrisia occidentale. La Tunisia è ancora un partner credibile? La Libia è una frontiera difendibile? La violenza sistematica è un effetto collaterale accettabile? Le risposte sono nei racconti di chi è stato venduto come una merce. Ed è una risposta che nessun governo vorrà ascoltare. Ma la verità è qui: non sono bande di scafisti a trafficare esseri umani. Sono gli Stati.

Complicità europea: il prezzo della sicurezza

E l’Europa, che finge di non vedere, è complice. L’accordo del luglio 2023 tra l’Unione europea e la Tunisia ha formalizzato il finanziamento alla repressione, garantendo soldi a un regime che usa i migranti come merce di scambio, vendendoli alle milizie libiche. Nulla di nuovo: già nel 2017 era stato firmato un patto con la Libia, finanziando un sistema di prigionie e torture. Ora si è solo perfezionata la filiera della violenza. I numeri parlano chiaro: tra il 2023 e il 2024, oltre 80.000 persone sono state catturate, deportate, vendute. Non serve chiamarla politica migratoria: è tratta di Stato.

Dietro la retorica della sicurezza si nasconde una strategia cinica, in cui il diritto internazionale è carta straccia. L’Unione europea sigilla le sue frontiere con il denaro, pagandosi la tranquillità con la pelle delle persone migranti. Gli Stati membri si lavano le mani mentre finanziano governi autoritari che trasformano esseri umani in merce. E i governi italiani, tutti di qualsiasi colore, hanno sempre applaudito.

Se la Tunisia è un “paese sicuro”, allora anche la Libia è un’oasi di diritti. Ma la realtà raccontata dal rapporto è un’altra: i migranti vengono venduti, picchiati, imprigionati, lasciati morire nel deserto. Le prigioni libiche sono veri e propri lager, dove la sopravvivenza è legata alla capacità di pagare un riscatto. È il costo della nostra “sicurezza”. Un costo pagato con vite umane.

Ora sappiamo chi sono i veri trafficanti di esseri umani. E siedono ai tavoli delle istituzioni.

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E poi Trump venne a prendere i disabili

Prima hanno tolto gli stranieri, incatenati e rispediti oltre il confine. Poi hanno puntato il dito contro chi sfugge alle categorie che garantiscono l’ordine, maschio o femmina e nulla in mezzo. Ora tocca alle persone con disabilità. Il cerchio si chiude.

Trump ha deciso che anche loro devono diventare il nemico, colpevoli di un mondo che non funziona. Un aereo di linea si scontra con un elicottero militare e il Presidente degli Stati Uniti afferma che la tragedia è figlia delle politiche di inclusione della Federal Aviation Administration. Il messaggio è chiaro: i deboli uccidono, le persone con disabilità sono un pericolo pubblico. Un disegno perfetto, architettato con la precisione di chi sa che il nemico non deve difendersi, ma solo soccombere.

L’America di Trump non contempla spazi per chi non rientra nella razza eletta dei vincenti, per chi non incarna il mito della perfezione, per chi esiste come prova dell’imperfezione della specie. Il passo successivo è facile da immaginare: la selezione degli uomini forti, delle intelligenze superiori, l’epurazione di chi non serve, di chi non contribuisce alla grandezza della nazione. Le ombre di un passato mai sepolto tornano a stagliarsi sulla storia.

E mentre Trump alza il braccio e indica la prossima minoranza da sacrificare, un altro esaltato raccoglie l’eco delle sue parole e le trasforma in un’altra legge, un’altra esclusione, un’altra violenza. Il boia si è già messo al lavoro.

Buon venerdì.

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Terra dei Fuochi ignorata, l’Italia condannata

La Corte europea dei diritti umani ha emesso una sentenza che l’Italia non potrà ignorare: le persone che vivono nella Terra dei Fuochi sono state esposte a un pericolo concreto, reale e imminente per la loro salute. Lo Stato italiano, a conoscenza della situazione da decenni, non ha agito con la rapidità e la diligenza necessarie. Non servivano altre prove, non serviva dimostrare il nesso diretto tra quei roghi e l’aumento dei tumori: la Cedu ha stabilito che la sola esposizione a un rischio così grave è sufficiente per condannare l’Italia. Sono passati trent’anni da quando si è iniziato a parlare di veleni sepolti, di falde acquifere contaminate, di discariche abusive. Sette inchieste parlamentari hanno certificato il disastro. Eppure, si è sempre girato lo sguardo altrove. Le bonifiche promesse non sono mai arrivate, le discariche sono rimaste, i roghi non si sono fermati. La politica ha prodotto dichiarazioni indignate, piani di intervento mai attuati, tavoli tecnici senza soluzioni. La sentenza della Corte di Strasburgo non lascia più margine alle scuse. Oggi, come sempre, tutti i partiti si dicono d’accordo: è uno scandalo, bisogna agire. Lo dicono quelli che hanno governato e che in trent’anni non hanno mosso un dito. Lo dicono quelli che governano oggi, gli stessi che in quei territori hanno scelto di concentrare gli sforzi per incarcerare ragazzini invece di mettere fine a un crimine ambientale. Il rischio, ancora una volta, è che questa condanna diventi l’ennesima occasione per proclami senza conseguenze. Ma stavolta c’è una sentenza che impone scadenze e obblighi precisi. Vedremo chi avrà il coraggio di rispettarli.

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Merz sdogana l’ultradestra: in Germania il cordone sanitario è storia

Il 29 gennaio 2025 sarà ricordato come un giorno nero per la democrazia tedesca. Per la prima volta dal dopoguerra, il Bundestag ha assistito a un evento che sancisce una svolta: l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) di Friedrich Merz ha accettato i voti di Alternativa per la Germania (AfD) per far passare una mozione che chiede un inasprimento delle politiche migratorie. Una rottura storica con il cordone sanitario che, fino a ieri, sembrava invalicabile.

La svolta storica: la CDU cede ai voti dell’AfD

La mozione, approvata con 348 voti a favore e 345 contrari, introduce controlli permanenti alle frontiere e accelera le espulsioni delle persone migranti irregolari. Non è una legge, ma è un segnale. E il segnale è chiaro: per la CDU di Merz, governare passa sopra qualsiasi principio. Persino quello di non spartire voti con l’estrema destra. 

Le reazioni e il rischio della normalizzazione

Le reazioni sono arrivate come uno schiaffo. Il cancelliere Olaf Scholz non ha usato mezzi termini: “Un errore imperdonabile. La CDU sta giocando con il fuoco e rischia di bruciare la credibilità democratica del Paese”. Katharina Dröge, capogruppo dei Verdi, ha rincarato la dose: “Oggi è successo qualcosa che non avremmo mai immaginato. La destra democratica ha abbattuto il muro che ci separava dagli estremisti”. Die Linke non ha avuto dubbi: “La CDU ha legittimato l’AfD e l’AfD oggi festeggia”.

Merz, dal canto suo, minimizza: “Una decisione giusta rimane tale, a prescindere da chi la vota”. Un esercizio di equilibrismo retorico che nasconde l’evidenza: è stato lui a infrangere la barriera, a trascinare la CDU sul terreno dell’ultradestra. Una normalizzazione che non è passata inosservata nemmeno a livello internazionale.

Alice Weidel, leader dell’AfD, gongola: “Oggi è un giorno meraviglioso per la democrazia. Il cordone sanitario è solo un’invenzione politica. Oggi la CDU lo ha confermato”. E proprio qui sta il punto: la CDU si illude di guidare il gioco, ma è l’AfD che si sta prendendo la scena.

Il Financial Times non lascia spazio a interpretazioni: “Questa mossa potrebbe alienare gli elettori centristi e normalizzare le idee dell’estrema destra, con il rischio di rafforzare ulteriormente l’AfD”. El País evidenzia il paradosso: “Il voto ha provocato un terremoto nel Bundestag. La CDU ha rotto il tabù che ha sempre protetto la Germania dalle derive populiste”.

Ora la domanda è una sola: che cosa resterà di questo patto implicito tra conservatori e ultradestra dopo le elezioni del 23 febbraio? Se la CDU trionferà, la spaccatura diventerà sistema. Se invece pagherà il prezzo della sua scelta, la lezione sarà chiara: chi flirta con il populismo ne esce sempre sconfitto.

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Sulla Libia panni sporchi dappertutto

Non è l’avviso di garanzia – che non è un avviso di garanzia – la leva che l’opposizione potrebbe usare contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quell’iscrizione nel registro degli indagati durerà il tempo di appallottolare la carta dei giornali che ne hanno scritto.

Meloni è ricattabile e probabilmente ricattata. Questo è l’aspetto più rilevante. Il cosiddetto Piano Mattei e gli accordi con la Libia – come quelli con la Tunisia – pretendono il dovere di non irritare le controparti che fanno il lavoro sporco con le persone migranti per rallentarne il flusso verso l’Italia. Al-Masri è uno dei tanti nervi che non possono essere sfiorati.

Ma c’è un freno politico che incombe sull’opposizione: quegli accordi sono stati firmati nel 2017, sono stati rinnovati nel 2020 e infine ancora una volta nel 2023. Dietro il sangue libico ci sono le firme di governi di ogni parte e di ogni colore. Dall’ideatore, l’ex ministro del Partito democratico Marco Minniti, durante il governo Gentiloni, si è passati al secondo governo Conte con il Viminale occupato da Luciana Lamorgese.

Le violenze in Libia non sono iniziate con Meloni e Piantedosi, anche se certa semplificazione politica sta premendo in questi giorni. La Libia è il sacchetto dell’umido dei nostri errori e dei nostri orrori di qualsiasi colore. All’interno del Partito democratico – ancora di più nell’affollato cosiddetto terzo polo – Minniti oggi è ritenuto un ex ministro potabile. All’interno del M5S, ancora oggi, da qualcuno l’immigrazione è ritenuta un fenomeno da stoppare più del rispetto dei diritti umani. Panni sporchi dappertutto.

Buon giovedì.

Nella foto: centri di detenzione per migranti in Libia, frame del video di Rai 3, 23 maggio 2021

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Più soldi alla formazione privata, altri 5 milioni dalla Manovra

Cinque milioni. Non bastano a garantire posti negli asili nido, non servono a ridurre le liste d’attesa nella sanità pubblica, non coprono il costo di un’operazione di contrasto alla povertà. Ma bastano – e avanzano – per ingrassare i finanziamenti alla formazione professionale in mano ai privati. Lo scrive Lucia Valente in un articolo pubblicato su Lavoce.info il 28 gennaio 2025, che mette in fila numeri e norme di un’operazione che sembra studiata per passare inosservata.

Nel Collegato lavoro, entrato in vigore il 12 gennaio, compare un aumento di 5 milioni di euro per il finanziamento di enti privati che si occupano di formazione professionale. Un aumento inserito in Commissione senza relazione tecnica, senza spiegazioni, senza che qualcuno ne abbia mai rivendicato la paternità. Ma soprattutto senza una giustificazione razionale. Perché la formazione professionale è materia regionale, non statale. Eppure, con questa norma, lo Stato finanzia associazioni private per attività che, per legge, non dovrebbero nemmeno essere di sua competenza.

Formazione: una legge vecchia, ma sempre rifinanziata

Il riferimento normativo è la legge 40 del 1987, una norma nata prima della riforma costituzionale del 2001, che ha trasferito la formazione professionale alle Regioni. La legge, scrive Valente, avrebbe dovuto essere abrogata, e invece continua a essere rifinanziata anno dopo anno, indipendentemente dal colore del governo. Già nel 2018, con la legge di bilancio, erano stati stanziati 13 milioni di euro annui per questi enti privati. Ora si aggiungono altri 5 milioni, con un incremento del 38% in un solo colpo.

Si tratta di soldi pubblici che, secondo il decreto ministeriale 8/2024, servono a coprire spese generali di amministrazione di enti privati con funzioni di “coordinamento operativo” della formazione professionale. Il finanziamento copre retribuzioni, affitti, assicurazioni, bollette, viaggi, promozione, indennità agli organi statutari. Un elenco che suona familiare: gli enti privati ricevono soldi pubblici per coprire costi di gestione che nulla hanno a che fare con la formazione vera e propria.

Zero trasparenza, zero controllo

Il sistema si regge su un paradosso: questi fondi pubblici vengono erogati in base ad autocertificazioni degli enti beneficiari. Non esiste un vero monitoraggio, nessuna valutazione della spesa da parte dell’Inapp (l’ente pubblico che dovrebbe valutare le politiche attive del lavoro). I controlli, scrive Valente, sono a campione e possono riguardare meno di un terzo degli enti finanziati.

Nel 2020, secondo il riparto previsto dal decreto ministeriale 3 novembre 2021, i 13 milioni destinati a questi enti erano stati spartiti tra 34 soggetti, con importi che andavano da 24 mila a oltre 1,5 milioni di euro. Ora il fondo cresce e con esso cresceranno i contributi, senza che sia chiaro quali enti ne beneficeranno e con quali criteri.

Il paradosso dei Lep fantasma

I finanziamenti agli enti privati vengono giustificati con la necessità di garantire livelli essenziali di prestazione (Lep) nella formazione professionale. Ma questi Lep non esistono. Non sono mai stati definiti dal governo, né specificati nei decreti attuativi. Sono un’astrazione, un pretesto normativo per giustificare lo stanziamento di risorse pubbliche a soggetti privati.

A ben vedere, osserva Valente, se davvero servisse un coordinamento nazionale per garantire standard uniformi nella formazione professionale, la logica suggerirebbe che fosse affidato a un ente pubblico. Il ministero del Lavoro, l’Inapp, o Sviluppo Lavoro Italia, la società pubblica che ha preso il posto di Anpal Servizi. E invece no: la legge assegna il compito a enti privati, senza obblighi di rendicontazione stringenti.

Per la formazione privata un finanziamento che va tagliato, non aumentato

Il Collegato lavoro ha così trasformato una norma già discutibile in un fondo ancora più ricco per associazioni private, molte delle quali di derivazione sindacale o confessionale. Una pioggia di denaro che continua ad alimentarsi senza alcun controllo, mentre nel resto della manovra si tagliano servizi essenziali.

“Una legge assurda”, la definisce Valente, che sarebbe dovuta sparire con la riforma dell’Autonomia differenziata. Invece resiste, indisturbata. Anzi, si arricchisce di nuovi finanziamenti. Perché nel bilancio dello Stato si può tagliare quasi tutto, ma non il denaro che scorre verso certi rivoli poco trasparenti. Anche quando sono privi di logica e di una reale utilità pubblica.

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Green Deal europeo sotto attacco, così Ursula fa felici le imprese

Ursula von der Leyen annuncia che le regole ambientali dell’Unione europea saranno semplificate. Semplificare del resto è una parola rassicurante, che suona bene nei comunicati stampa e nei discorsi elettorali. Ma dietro secondo molti c’è il rischio di una retromarcia studiata con cura.  

La Commissione europea ha lanciato la “Bussola della competitività”, un piano per “snellire” – dicono – le norme e ridurre la burocrazia che, secondo Bruxelles, ostacola la crescita delle imprese. La presidente della Commissione lo dice con la consueta compostezza, parlando di equilibrio tra sostenibilità e sviluppo economico. Ma per molti, la vera posta in gioco è un’altra: allargare le maglie delle regole ambientali per far respirare le industrie che da anni spingono per una deregulation.  

La promessa della semplificazione arriva proprio quando il Partito popolare europeo (Ppe), la famiglia politica di von der Leyen, si sposta sempre più a destra nel tentativo di arginare l’ascesa dell’estrema destra in vista delle elezioni europee di giugno. I segnali erano già evidenti: il Ppe ha difeso fino all’ultimo i motori a combustione interna, ha rallentato l’approvazione di norme chiave del Green Deal e ha spalancato la porta ai biocarburanti, pur di assecondare l’industria automobilistica. Adesso il messaggio è ancora più chiaro: si ridimensiona la transizione ecologica per non perdere consensi tra imprenditori e agricoltori.

I punti chiave della retromarcia

Von der Leyen assicura che le regole ambientali non verranno smantellate, ma solo rese più efficienti. Gli ambientalisti però leggono tra le righe e vedono un’altra storia. Martin Porter, esperto del Cambridge Institute for Sustainability Leadership, parla di un rischio concreto: “Se si riducono gli obblighi di trasparenza per le aziende, il rischio è che torniamo a un modello in cui le imprese possono dichiarare quello che vogliono senza conseguenze”.

Il primo obiettivo della semplificazione riguarda la Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale (CSRD) e la Direttiva sulla due diligence di sostenibilità aziendale (CSDDD). Due leggi che obbligano le aziende a rendere pubblici i loro impatti ambientali e a verificare che i loro fornitori rispettino standard di sostenibilità. Queste norme sono entrate in vigore da pochi mesi e già si parla di modificarle. Chi ci guadagna Le multinazionali che hanno sempre mal digerito l’obbligo di trasparenza.

La Francia ha già avanzato una proposta che sa di campanello d’allarme: una “pausa regolatoria” su diverse normative ambientali, per dare respiro alle imprese. Lo stesso concetto che sposa la Commissione europea con la sua nuova agenda. A chi conviene questa frenata A chi ha sempre visto il Green Deal come un freno alla competitività, e ora trova nella retorica della semplificazione il pretesto perfetto per indebolirlo.

Una resa politica in piena regola

La mossa del resto ha una tempistica perfetta. Da mesi, settori industriali e governi come quello francese e tedesco chiedono di rallentare la transizione ecologica. Markus Beyrer, direttore di BusinessEurope, la principale lobby industriale europea, ha dichiarato che “Le aziende europee stanno perdendo competitività a causa della troppa regolamentazione”. Tradotto: meno vincoli e più libertà per chi vuole inquinare senza seccature.

Von der Leyen ha costruito la sua immagine di leader europea sulla promessa di un’Europa guida della transizione ecologica. Da la sua Commissione ha abbracciato un ripensamento strategico che rischia di ridurre il Green Deal a un esercizio di stile. Gli obiettivi climatici rimarranno sulla carta, ma i mezzi per raggiungerli saranno sempre più labili.

Se la strategia è quella di snellire fino a svuotare, il rischio è che la “semplificazione” diventi la scusa perfetta per tornare ai vecchi schemi: meno vincoli, più concessioni e un’Europa sempre meno verde.

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