Vai al contenuto

Merz sdogana l’ultradestra: in Germania il cordone sanitario è storia

Il 29 gennaio 2025 sarà ricordato come un giorno nero per la democrazia tedesca. Per la prima volta dal dopoguerra, il Bundestag ha assistito a un evento che sancisce una svolta: l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) di Friedrich Merz ha accettato i voti di Alternativa per la Germania (AfD) per far passare una mozione che chiede un inasprimento delle politiche migratorie. Una rottura storica con il cordone sanitario che, fino a ieri, sembrava invalicabile.

La svolta storica: la CDU cede ai voti dell’AfD

La mozione, approvata con 348 voti a favore e 345 contrari, introduce controlli permanenti alle frontiere e accelera le espulsioni delle persone migranti irregolari. Non è una legge, ma è un segnale. E il segnale è chiaro: per la CDU di Merz, governare passa sopra qualsiasi principio. Persino quello di non spartire voti con l’estrema destra. 

Le reazioni e il rischio della normalizzazione

Le reazioni sono arrivate come uno schiaffo. Il cancelliere Olaf Scholz non ha usato mezzi termini: “Un errore imperdonabile. La CDU sta giocando con il fuoco e rischia di bruciare la credibilità democratica del Paese”. Katharina Dröge, capogruppo dei Verdi, ha rincarato la dose: “Oggi è successo qualcosa che non avremmo mai immaginato. La destra democratica ha abbattuto il muro che ci separava dagli estremisti”. Die Linke non ha avuto dubbi: “La CDU ha legittimato l’AfD e l’AfD oggi festeggia”.

Merz, dal canto suo, minimizza: “Una decisione giusta rimane tale, a prescindere da chi la vota”. Un esercizio di equilibrismo retorico che nasconde l’evidenza: è stato lui a infrangere la barriera, a trascinare la CDU sul terreno dell’ultradestra. Una normalizzazione che non è passata inosservata nemmeno a livello internazionale.

Alice Weidel, leader dell’AfD, gongola: “Oggi è un giorno meraviglioso per la democrazia. Il cordone sanitario è solo un’invenzione politica. Oggi la CDU lo ha confermato”. E proprio qui sta il punto: la CDU si illude di guidare il gioco, ma è l’AfD che si sta prendendo la scena.

Il Financial Times non lascia spazio a interpretazioni: “Questa mossa potrebbe alienare gli elettori centristi e normalizzare le idee dell’estrema destra, con il rischio di rafforzare ulteriormente l’AfD”. El País evidenzia il paradosso: “Il voto ha provocato un terremoto nel Bundestag. La CDU ha rotto il tabù che ha sempre protetto la Germania dalle derive populiste”.

Ora la domanda è una sola: che cosa resterà di questo patto implicito tra conservatori e ultradestra dopo le elezioni del 23 febbraio? Se la CDU trionferà, la spaccatura diventerà sistema. Se invece pagherà il prezzo della sua scelta, la lezione sarà chiara: chi flirta con il populismo ne esce sempre sconfitto.

L’articolo Merz sdogana l’ultradestra: in Germania il cordone sanitario è storia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sulla Libia panni sporchi dappertutto

Non è l’avviso di garanzia – che non è un avviso di garanzia – la leva che l’opposizione potrebbe usare contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quell’iscrizione nel registro degli indagati durerà il tempo di appallottolare la carta dei giornali che ne hanno scritto.

Meloni è ricattabile e probabilmente ricattata. Questo è l’aspetto più rilevante. Il cosiddetto Piano Mattei e gli accordi con la Libia – come quelli con la Tunisia – pretendono il dovere di non irritare le controparti che fanno il lavoro sporco con le persone migranti per rallentarne il flusso verso l’Italia. Al-Masri è uno dei tanti nervi che non possono essere sfiorati.

Ma c’è un freno politico che incombe sull’opposizione: quegli accordi sono stati firmati nel 2017, sono stati rinnovati nel 2020 e infine ancora una volta nel 2023. Dietro il sangue libico ci sono le firme di governi di ogni parte e di ogni colore. Dall’ideatore, l’ex ministro del Partito democratico Marco Minniti, durante il governo Gentiloni, si è passati al secondo governo Conte con il Viminale occupato da Luciana Lamorgese.

Le violenze in Libia non sono iniziate con Meloni e Piantedosi, anche se certa semplificazione politica sta premendo in questi giorni. La Libia è il sacchetto dell’umido dei nostri errori e dei nostri orrori di qualsiasi colore. All’interno del Partito democratico – ancora di più nell’affollato cosiddetto terzo polo – Minniti oggi è ritenuto un ex ministro potabile. All’interno del M5S, ancora oggi, da qualcuno l’immigrazione è ritenuta un fenomeno da stoppare più del rispetto dei diritti umani. Panni sporchi dappertutto.

Buon giovedì.

Nella foto: centri di detenzione per migranti in Libia, frame del video di Rai 3, 23 maggio 2021

L’articolo proviene da Left.it qui

Più soldi alla formazione privata, altri 5 milioni dalla Manovra

Cinque milioni. Non bastano a garantire posti negli asili nido, non servono a ridurre le liste d’attesa nella sanità pubblica, non coprono il costo di un’operazione di contrasto alla povertà. Ma bastano – e avanzano – per ingrassare i finanziamenti alla formazione professionale in mano ai privati. Lo scrive Lucia Valente in un articolo pubblicato su Lavoce.info il 28 gennaio 2025, che mette in fila numeri e norme di un’operazione che sembra studiata per passare inosservata.

Nel Collegato lavoro, entrato in vigore il 12 gennaio, compare un aumento di 5 milioni di euro per il finanziamento di enti privati che si occupano di formazione professionale. Un aumento inserito in Commissione senza relazione tecnica, senza spiegazioni, senza che qualcuno ne abbia mai rivendicato la paternità. Ma soprattutto senza una giustificazione razionale. Perché la formazione professionale è materia regionale, non statale. Eppure, con questa norma, lo Stato finanzia associazioni private per attività che, per legge, non dovrebbero nemmeno essere di sua competenza.

Formazione: una legge vecchia, ma sempre rifinanziata

Il riferimento normativo è la legge 40 del 1987, una norma nata prima della riforma costituzionale del 2001, che ha trasferito la formazione professionale alle Regioni. La legge, scrive Valente, avrebbe dovuto essere abrogata, e invece continua a essere rifinanziata anno dopo anno, indipendentemente dal colore del governo. Già nel 2018, con la legge di bilancio, erano stati stanziati 13 milioni di euro annui per questi enti privati. Ora si aggiungono altri 5 milioni, con un incremento del 38% in un solo colpo.

Si tratta di soldi pubblici che, secondo il decreto ministeriale 8/2024, servono a coprire spese generali di amministrazione di enti privati con funzioni di “coordinamento operativo” della formazione professionale. Il finanziamento copre retribuzioni, affitti, assicurazioni, bollette, viaggi, promozione, indennità agli organi statutari. Un elenco che suona familiare: gli enti privati ricevono soldi pubblici per coprire costi di gestione che nulla hanno a che fare con la formazione vera e propria.

Zero trasparenza, zero controllo

Il sistema si regge su un paradosso: questi fondi pubblici vengono erogati in base ad autocertificazioni degli enti beneficiari. Non esiste un vero monitoraggio, nessuna valutazione della spesa da parte dell’Inapp (l’ente pubblico che dovrebbe valutare le politiche attive del lavoro). I controlli, scrive Valente, sono a campione e possono riguardare meno di un terzo degli enti finanziati.

Nel 2020, secondo il riparto previsto dal decreto ministeriale 3 novembre 2021, i 13 milioni destinati a questi enti erano stati spartiti tra 34 soggetti, con importi che andavano da 24 mila a oltre 1,5 milioni di euro. Ora il fondo cresce e con esso cresceranno i contributi, senza che sia chiaro quali enti ne beneficeranno e con quali criteri.

Il paradosso dei Lep fantasma

I finanziamenti agli enti privati vengono giustificati con la necessità di garantire livelli essenziali di prestazione (Lep) nella formazione professionale. Ma questi Lep non esistono. Non sono mai stati definiti dal governo, né specificati nei decreti attuativi. Sono un’astrazione, un pretesto normativo per giustificare lo stanziamento di risorse pubbliche a soggetti privati.

A ben vedere, osserva Valente, se davvero servisse un coordinamento nazionale per garantire standard uniformi nella formazione professionale, la logica suggerirebbe che fosse affidato a un ente pubblico. Il ministero del Lavoro, l’Inapp, o Sviluppo Lavoro Italia, la società pubblica che ha preso il posto di Anpal Servizi. E invece no: la legge assegna il compito a enti privati, senza obblighi di rendicontazione stringenti.

Per la formazione privata un finanziamento che va tagliato, non aumentato

Il Collegato lavoro ha così trasformato una norma già discutibile in un fondo ancora più ricco per associazioni private, molte delle quali di derivazione sindacale o confessionale. Una pioggia di denaro che continua ad alimentarsi senza alcun controllo, mentre nel resto della manovra si tagliano servizi essenziali.

“Una legge assurda”, la definisce Valente, che sarebbe dovuta sparire con la riforma dell’Autonomia differenziata. Invece resiste, indisturbata. Anzi, si arricchisce di nuovi finanziamenti. Perché nel bilancio dello Stato si può tagliare quasi tutto, ma non il denaro che scorre verso certi rivoli poco trasparenti. Anche quando sono privi di logica e di una reale utilità pubblica.

L’articolo Più soldi alla formazione privata, altri 5 milioni dalla Manovra sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Green Deal europeo sotto attacco, così Ursula fa felici le imprese

Ursula von der Leyen annuncia che le regole ambientali dell’Unione europea saranno semplificate. Semplificare del resto è una parola rassicurante, che suona bene nei comunicati stampa e nei discorsi elettorali. Ma dietro secondo molti c’è il rischio di una retromarcia studiata con cura.  

La Commissione europea ha lanciato la “Bussola della competitività”, un piano per “snellire” – dicono – le norme e ridurre la burocrazia che, secondo Bruxelles, ostacola la crescita delle imprese. La presidente della Commissione lo dice con la consueta compostezza, parlando di equilibrio tra sostenibilità e sviluppo economico. Ma per molti, la vera posta in gioco è un’altra: allargare le maglie delle regole ambientali per far respirare le industrie che da anni spingono per una deregulation.  

La promessa della semplificazione arriva proprio quando il Partito popolare europeo (Ppe), la famiglia politica di von der Leyen, si sposta sempre più a destra nel tentativo di arginare l’ascesa dell’estrema destra in vista delle elezioni europee di giugno. I segnali erano già evidenti: il Ppe ha difeso fino all’ultimo i motori a combustione interna, ha rallentato l’approvazione di norme chiave del Green Deal e ha spalancato la porta ai biocarburanti, pur di assecondare l’industria automobilistica. Adesso il messaggio è ancora più chiaro: si ridimensiona la transizione ecologica per non perdere consensi tra imprenditori e agricoltori.

I punti chiave della retromarcia

Von der Leyen assicura che le regole ambientali non verranno smantellate, ma solo rese più efficienti. Gli ambientalisti però leggono tra le righe e vedono un’altra storia. Martin Porter, esperto del Cambridge Institute for Sustainability Leadership, parla di un rischio concreto: “Se si riducono gli obblighi di trasparenza per le aziende, il rischio è che torniamo a un modello in cui le imprese possono dichiarare quello che vogliono senza conseguenze”.

Il primo obiettivo della semplificazione riguarda la Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale (CSRD) e la Direttiva sulla due diligence di sostenibilità aziendale (CSDDD). Due leggi che obbligano le aziende a rendere pubblici i loro impatti ambientali e a verificare che i loro fornitori rispettino standard di sostenibilità. Queste norme sono entrate in vigore da pochi mesi e già si parla di modificarle. Chi ci guadagna Le multinazionali che hanno sempre mal digerito l’obbligo di trasparenza.

La Francia ha già avanzato una proposta che sa di campanello d’allarme: una “pausa regolatoria” su diverse normative ambientali, per dare respiro alle imprese. Lo stesso concetto che sposa la Commissione europea con la sua nuova agenda. A chi conviene questa frenata A chi ha sempre visto il Green Deal come un freno alla competitività, e ora trova nella retorica della semplificazione il pretesto perfetto per indebolirlo.

Una resa politica in piena regola

La mossa del resto ha una tempistica perfetta. Da mesi, settori industriali e governi come quello francese e tedesco chiedono di rallentare la transizione ecologica. Markus Beyrer, direttore di BusinessEurope, la principale lobby industriale europea, ha dichiarato che “Le aziende europee stanno perdendo competitività a causa della troppa regolamentazione”. Tradotto: meno vincoli e più libertà per chi vuole inquinare senza seccature.

Von der Leyen ha costruito la sua immagine di leader europea sulla promessa di un’Europa guida della transizione ecologica. Da la sua Commissione ha abbracciato un ripensamento strategico che rischia di ridurre il Green Deal a un esercizio di stile. Gli obiettivi climatici rimarranno sulla carta, ma i mezzi per raggiungerli saranno sempre più labili.

Se la strategia è quella di snellire fino a svuotare, il rischio è che la “semplificazione” diventi la scusa perfetta per tornare ai vecchi schemi: meno vincoli, più concessioni e un’Europa sempre meno verde.

L’articolo Green Deal europeo sotto attacco, così Ursula fa felici le imprese sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

C’è un Daspo su Emis Killa, che rinuncia a Sanremo

Per un Daspo che pende sulla sua testa, Emiliano Rudolf Giambelli, in arte Emis Killa, 35 anni, non può andare allo stadio perché ritenuto pericoloso. Come hanno raccontato Cesare Giuzzi e Giuseppe Guastella sul Corriere della sera il cantante è stato iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere nell’inchiesta “Doppia curva” della Direzione distrettuale antimafia sugli affari criminali del mondo ultrà interista e milanista che a fine settembre ha portato a 19 misure cautelari e all’azzeramento delle due curve di Milano.

A casa sua lo scorso 30 settembre i poliziotti hanno trovato sette coltelli, tre tirapugni, uno sfollagente, un taser e quasi 40 mila euro in contanti. Emis Killa era in stretti rapporti con l’ultrà Luca Lucci, amichevolmente chiamato “La belva” che ora è in carcere per tentato omicidio e narcotraffico. Gli investigatori lo collocano alla cena di Natale del 26 dicembre 2022 con altri ultrà-criminali poi finiti in carcere.

Come raccontano Giuzzi e Guastella sono le “stesse persone con cui il primo aprile 2023 Emis Killa viene fotografato a Cologno Monzese fuori dal bar gestito da Lucci. Sui social invece sfoggia fotografie con altri personaggi considerati dagli inquirenti vicini alle cosche calabresi come Alfonso Cuturello e Antonio Favasuli”. 

Emis Killa non può andare allo stadio ma tra quindici giorni sarà sul palco di Sanremo per l’edizione del festival che Conti ha definito “un micromondo fatto di famiglie e rapporti personali, molto intimo e umano”. Non male, davvero.

Poi accade che Emis Killa decida di ritirarsi, confidando nella giustizia. E così la situazione si capovolge: il rapper diventa più responsabile di certi ministri.

L’articolo C’è un Daspo su Emis Killa, che rinuncia a Sanremo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ventisei milioni di nuovi sfollati, ecco i danni dei disastri ambientali

Il cambiamento climatico è ormai l’elefante nella stanza della politica internazionale. Eppure, come ci ricorda la quarta edizione del report Migrazioni ambientali e crisi climatica, a cura di Marica Di Pierri e Maria Marano dell’associazione A Sud, pubblicato nel gennaio 2025, il fenomeno è trattato come un’ombra che sfugge alle definizioni, e quindi alle soluzioni. Questo report è un appello urgente per riconoscere le migrazioni climatiche come un problema globale, da affrontare con strumenti giuridici, politiche inclusive e un netto cambio di paradigma.

Una crisi globale, numeri implacabili

Il 2024 si è chiuso come l’anno più caldo mai registrato, con temperature medie globali di 1,54°C sopra i livelli preindustriali. Questo collasso climatico è alla radice di flussi migratori che riguardano milioni di persone. Secondo l’IDMC, nel 2023, i disastri legati al clima hanno causato 26,4 milioni di nuovi sfollamenti, con Paesi come Cina, Bangladesh e Somalia particolarmente colpiti. La Banca Mondiale prevede che entro il 2050, 143 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare all’interno dei loro Paesi in Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina. Tuttavia, queste cifre non tengono conto degli impatti a lungo termine: desertificazione, aumento del livello del mare e stress idrico stanno già rendendo intere regioni inospitali.

Ad aggravare il quadro, i dati pubblicati dall’UNESCO e dall’UNICEF evidenziano che 2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso ad acqua potabile sicura, mentre 450 milioni di bambini vivono in aree ad alto rischio di scarsità idrica. L’incremento delle disuguaglianze idriche si traduce in una pressione migratoria sempre maggiore, rendendo ancora più urgente l’adozione di misure globali coordinate.

Testimonianze dirette: un quadro inquietante

Il progetto “Le Rotte del Clima” ha raccolto le voci di 348 persone migranti, di cui il 25% provenienti dal Bangladesh. Le loro storie mostrano una realtà comune: il rischio di morte personale e di familiari, la mancanza di acqua potabile, l’impossibilità di coltivare la terra e la distruzione delle abitazioni. In molte aree, il degrado climatico è esacerbato da politiche governative inefficaci. Ben l’84,7% degli intervistati ha dichiarato che le autorità locali non si sono attivate per mitigare gli effetti dei disastri climatici.

Le testimonianze raccolte rivelano inoltre una discriminazione sistemica: il 41,3% degli intervistati apparteneva a minoranze etniche, spesso lasciate senza supporto durante le emergenze climatiche. Questo dato sottolinea l’urgenza di politiche che affrontino non solo l’impatto climatico, ma anche le disuguaglianze sociali e culturali che ne amplificano le conseguenze.

Il vuoto normativo

Nonostante l’evidenza, i migranti climatici non godono di uno status giuridico riconosciuto. La Convenzione di Ginevra del 1951 esclude questa categoria, relegandola a una zona grigia di diritti negati. Il Global Compact for Migration del 2018 è un passo avanti, ma resta volontario e senza vincoli stringenti. Alcuni progressi arrivano dai tribunali: la decisione del Comitato per i diritti umani dell’ONU sul caso Teitiota ha riconosciuto che il degrado climatico può costituire una base per la protezione internazionale. Tuttavia, manca ancora una normativa globale che affronti il problema alla radice.

In Italia, la normativa sulla protezione per calamità naturali, recentemente modificata con il decreto Cutro, limita ulteriormente le possibilità di riconoscimento. Il requisito di eventi “contingenti ed eccezionali” rende quasi impossibile ottenere un permesso di soggiorno per motivi ambientali, escludendo le situazioni di degrado climatico progressivo.

Le disuguaglianze climatiche

La crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo. Il report evidenzia come le comunità più vulnerabili, spesso nei Paesi del Sud globale, siano le più esposte agli impatti devastanti del cambiamento climatico. In Bangladesh, le alluvioni del 2023 hanno colpito 4,5 milioni di persone, lasciandone 190.000 senza casa. Simili eventi si verificano in altre regioni: le Filippine e la Somalia sono state teatro di devastazioni che hanno distrutto i mezzi di sussistenza di milioni di persone.

Mentre il Nord globale dispone delle risorse per mitigare gli effetti, il Sud globale resta intrappolato in una spirale di povertà e vulnerabilità. Secondo il rapporto Adaptation Gap dell’UNEP, i Paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno di 187-359 miliardi di dollari all’anno per finanziare strategie di adattamento, ma nel 2022 i fondi disponibili erano solo 28 miliardi.

Cosa fare: raccomandazioni urgenti

Il report non si limita a descrivere la crisi, ma propone soluzioni. Tra queste, l’inclusione delle migrazioni climatiche nelle politiche del Green Deal europeo, la creazione di percorsi legali per la mobilità climatica e l’allocazione di finanziamenti per l’adattamento nei Paesi vulnerabili. Inoltre, si sottolinea la necessità di adottare un approccio integrato che consideri sia gli impatti climatici sia quelli sociali.

Le migrazioni climatiche sono una realtà ineludibile, non un’ipotesi. La giustizia climatica non è solo un imperativo morale: è una condizione per garantire la sopravvivenza collettiva. Perché, come ci ricorda il report, il clima è il filo rosso che unisce le disuguaglianze globali, e affrontarlo significa affrontare le radici stesse delle nostre crisi.

L’articolo Ventisei milioni di nuovi sfollati, ecco i danni dei disastri ambientali sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Morto davanti alla Questura di Roma, altra vittima del disastro accoglienza

Un uomo è morto nella notte del 28 gennaio davanti all’Ufficio Stranieri della Questura di Roma, in via Patini. Un dramma che non può essere confinato alle cronache locali, perché svela un sistema crudele e disfunzionale, che trasforma la burocrazia in una barriera letale per chi cerca di sopravvivere.

Un sistema al collasso

Secondo le prime testimonianze, la vittima è una persona richiedente asilo, costretta a mettersi in fila fin dalla sera precedente per sperare di accedere all’ufficio e presentare la propria domanda. Una prassi disumana, giustificata dalla scelta delle autorità di accettare solo un numero ridotto di persone ogni giorno, lasciando le altre al freddo, in condizioni inaccettabili. Nella Roma del 2025, per ottenere un diritto costituzionalmente garantito, si rischia di morire.

Ma secondo la Questura di Roma, che e ha espresso cordoglio per la tragedia, la vittima “non era in fila per l’ufficio immigrazione” e ha precisato che l’uomo, un giovane romeno con un ordine di allontanamento, dormiva in strada. Una puntualizzazione che non cambia il cuore del problema: il sistema di accoglienza e gestione dei migranti è al collasso, intriso di logiche punitive piuttosto che di supporto.

Negli ultimi anni, la situazione davanti agli uffici immigrazione delle principali città italiane è diventata insostenibile. Le code notturne, il caos organizzativo e le politiche restrittive sono parte di una strategia che sembra voler scoraggiare le persone migranti dal presentare domanda di protezione internazionale. Il decreto-legge 133/2023 ha ulteriormente ridotto il numero di domande accolte, rendendo sempre più arduo l’accesso a un diritto fondamentale.

Una vergogna per l’Italia

Le parole della senatrice del Partito democratico Cecilia D’Elia non lasciano spazio a interpretazioni: “È una palese violazione dei diritti umani. La normativa e l’organizzazione del servizio pubblico sono pensate per dissuadere i migranti, fino al rischio di eventi tragici come questo”. Nonostante le denunce passate, nulla è cambiato. Anzi, la situazione è peggiorata.

La morte di quest’uomo è una vergogna per un Paese che si proclama democratico e civile. Non si tratta di un caso isolato: è il frutto di un sistema che disumanizza e criminalizza chi cerca protezione. È l’ennesima testimonianza di un razzismo di Stato che condanna alla sofferenza chi è già vulnerabile.

L’Unione Sindacale di Base (USB) ha indetto un presidio per mercoledì 29 gennaio, alle ore 16:00 in via Nazionale, per denunciare l’inaccettabile condizione a cui sono sottoposti i richiedenti asilo e i lavoratori stranieri in Italia. “Non è accettabile morire per ottenere un foglio di carta: questa è barbarie!”, si legge nella nota diffusa dall’organizzazione.

Il diritto a chiedere asilo non è una concessione, ma un obbligo sancito dalla Costituzione e dai trattati internazionali. Le associazioni continuano a ripetere quanto sia  urgente che il governo affronti con serietà questa emergenza, abbandonando politiche di dissuasione e adottando misure che garantiscano dignità e rispetto per tutte le persone. Perché dietro ogni vita persa c’è una sconfitta collettiva, che ci interroga come società e come esseri umani.

 

L’articolo Morto davanti alla Questura di Roma, altra vittima del disastro accoglienza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Premier e indagata, non solo Meloni: Giorgia si crede un’eccezione, ma la lista è lunga

Giorgia Meloni fa la vittima. Il copione è sempre lo stesso: gridare al complotto, lamentarsi di un trattamento ingiusto, evocare una persecuzione politica. Il tutto perché ha ricevuto un’iscrizione nel registro degli indagati, come se fosse un unicum nella storia della Repubblica. Peccato che non lo sia. I presidenti del Consiglio vengono indagati come tutti gli altri cittadini, e la lista di chi si è trovato nella stessa situazione è più lunga di quanto lei voglia far credere.

Una lunga lista di precedenti

Silvio Berlusconi, per esempio, di avvisi di garanzia ne ha collezionati a decine. Il più famoso arriva nel 1994, quando è ancora presidente del Consiglio. L’accusa è di corruzione della Guardia di Finanza. La notizia esplode mentre è a Napoli per il G7 e lo costringe a dimettersi. Non l’unico caso: seguiranno accuse di frode fiscale, concussione, prostituzione minorile. Ma forse Berlusconi è l’esempio, a proposito di presunto complottismo della magistratura, che torna comodo a Meloni. Andiamo avanti. 

Giuseppe Conte ha ricevuto un avviso di garanzia nel 2020 per la gestione della pandemia. Atto dovuto, si è detto, e infatti l’inchiesta è stata archiviata. Nessuna manifestazione di vittimismo, nessuna minaccia alle istituzioni. Ha lasciato lavorare la magistratura, senza alzare barricate.

Bettino Craxi fu travolto da Tangentopoli. Anche lui, presidente del Consiglio tra il 1983 e il 1987, si vide recapitare più di un avviso di garanzia. La differenza Lui scelse la fuga, rifugiandosi in Tunisia per evitare il carcere. Ma almeno ebbe il coraggio di ammettere il sistema di finanziamenti illeciti che teneva in piedi la politica italiana.

Giulio Andreotti venne indagato per concorso esterno in associazione mafiosa nel 1993. Processo lungo, concluso con l’assoluzione per i fatti successivi al 1980 e con la prescrizione per quelli precedenti.

Matteo Renzi, nel 2021, ha ricevuto un avviso di garanzia per l’inchiesta sulla Fondazione Open. Ha difeso le sue ragioni nelle sedi opportune, ne è uscito assolto. Anche Romano Prodi ha avuto la sua parte: nel 1996 fu indagato per abuso d’ufficio per la privatizzazione dell’IRI. Caso archiviato, senza spettacolarizzazioni.

Gli avvisi di garanzia fanno parte del normale funzionamento della giustizia. Significano che una persona è indagata, non che sia colpevole. Meloni si atteggia a martire, ma forse dovrebbe rilassarsi: non è la prima presidente del Consiglio a essere indagata. E, con ogni probabilità, non sarà l’ultima.

La strategia della vittimizzazione

C’è una lunga tradizione di avvisi di garanzia nella politica italiana, e non ha mai impedito a nessuno di governare o di difendere le proprie posizioni. La differenza sta nella reazione: chi ha un profilo istituzionale degno di tale nome, affronta le inchieste con rispetto e fiducia nel sistema giudiziario. Chi invece costruisce la propria carriera sulla propaganda, trasforma ogni inchiesta in un’occasione per gridare al colpo di Stato. Ed ecco che Meloni, seguendo la strategia del “noi contro loro”, si presenta come vittima di un disegno politico che non esiste, provando a ribaltare il discorso e a trasformare un procedimento giudiziario in un’arma di consenso.

Ma i numeri non mentono. Dall’inizio della Seconda Repubblica, diversi presidenti del Consiglio hanno ricevuto avvisi di garanzia. Qualcuno ha scelto di difendersi nelle sedi opportune, altri hanno imboccato la strada del martirio e della vittimizzazione.  

Meloni potrebbe imparare la lezione, ma forse le conviene di più fingersi perseguitata. È il gioco preferito della destra italiana: trasformare i problemi giudiziari in battaglie ideologiche. Peccato che la legge e le indagini siano uguali per tutti. Anche per i presidenti del Consiglio.

L’articolo Premier e indagata, non solo Meloni: Giorgia si crede un’eccezione, ma la lista è lunga sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meloni e il reato di realtà: la legge non si piega ai like

Ha parecchia strada da fare Giorgia Meloni per essere la migliore presidente del Consiglio, come continua a scrivere sui depliant elettorali. Dovrebbe, innanzitutto, conoscere la differenza tra un avviso di garanzia e un’iscrizione al registro degli indagati. Dovrebbe – se davvero le sta a cuore la cosiddetta egemonia culturale – essere lei a spiegare ai suoi elettori che con l’avviso la procura informa una persona iscritta nel registro degli indagati che è in corso un’indagine a suo carico, mentre l’iscrizione nel registro degli indagati – che ha ricevuto ieri – semplicemente è un atto interno al procedimento penale che segue una notizia di reato.

La presidente del Consiglio dovrebbe sapere che il querelante Luigi Li Gotti è tutt’altro che un pericoloso comunista: il passato nel Movimento sociale italiano smonta il teorema esposto nel video di Meloni. Difendere i collaboratori di giustizia – fondamentali nella lotta alla mafia nonostante siano odiosi per certa politica – in uno stato di diritto non dovrebbe essere un’onta.

Dovrebbe sapere Meloni che l’articolo 378 del codice penale recita che “chiunque aiuti taluno a eludere le investigazioni della Corte penale internazionale è punito con la reclusione fino a quattro anni”. (ndr sul caso Almasri v. qui). Per questo il procuratore Lo Voi – non per scelta personale, ma per rispetto della legge – ha aperto un’indagine in un Paese in cui l’azione penale è obbligatoria.

Oppure potrebbe essere peggio di così: Meloni queste cose le sa bene e ha messo in piedi il più mendace caso di manipolazione di questi ultimi anni. Tertium non datur.

Buon mercoledì.

Nella foto: Giorgia Meloni nel frame del video fb, 28 gennaio 2025

L’articolo proviene da Left.it qui