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C’è un Daspo su Emis Killa, che rinuncia a Sanremo

Per un Daspo che pende sulla sua testa, Emiliano Rudolf Giambelli, in arte Emis Killa, 35 anni, non può andare allo stadio perché ritenuto pericoloso. Come hanno raccontato Cesare Giuzzi e Giuseppe Guastella sul Corriere della sera il cantante è stato iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere nell’inchiesta “Doppia curva” della Direzione distrettuale antimafia sugli affari criminali del mondo ultrà interista e milanista che a fine settembre ha portato a 19 misure cautelari e all’azzeramento delle due curve di Milano.

A casa sua lo scorso 30 settembre i poliziotti hanno trovato sette coltelli, tre tirapugni, uno sfollagente, un taser e quasi 40 mila euro in contanti. Emis Killa era in stretti rapporti con l’ultrà Luca Lucci, amichevolmente chiamato “La belva” che ora è in carcere per tentato omicidio e narcotraffico. Gli investigatori lo collocano alla cena di Natale del 26 dicembre 2022 con altri ultrà-criminali poi finiti in carcere.

Come raccontano Giuzzi e Guastella sono le “stesse persone con cui il primo aprile 2023 Emis Killa viene fotografato a Cologno Monzese fuori dal bar gestito da Lucci. Sui social invece sfoggia fotografie con altri personaggi considerati dagli inquirenti vicini alle cosche calabresi come Alfonso Cuturello e Antonio Favasuli”. 

Emis Killa non può andare allo stadio ma tra quindici giorni sarà sul palco di Sanremo per l’edizione del festival che Conti ha definito “un micromondo fatto di famiglie e rapporti personali, molto intimo e umano”. Non male, davvero.

Poi accade che Emis Killa decida di ritirarsi, confidando nella giustizia. E così la situazione si capovolge: il rapper diventa più responsabile di certi ministri.

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Ventisei milioni di nuovi sfollati, ecco i danni dei disastri ambientali

Il cambiamento climatico è ormai l’elefante nella stanza della politica internazionale. Eppure, come ci ricorda la quarta edizione del report Migrazioni ambientali e crisi climatica, a cura di Marica Di Pierri e Maria Marano dell’associazione A Sud, pubblicato nel gennaio 2025, il fenomeno è trattato come un’ombra che sfugge alle definizioni, e quindi alle soluzioni. Questo report è un appello urgente per riconoscere le migrazioni climatiche come un problema globale, da affrontare con strumenti giuridici, politiche inclusive e un netto cambio di paradigma.

Una crisi globale, numeri implacabili

Il 2024 si è chiuso come l’anno più caldo mai registrato, con temperature medie globali di 1,54°C sopra i livelli preindustriali. Questo collasso climatico è alla radice di flussi migratori che riguardano milioni di persone. Secondo l’IDMC, nel 2023, i disastri legati al clima hanno causato 26,4 milioni di nuovi sfollamenti, con Paesi come Cina, Bangladesh e Somalia particolarmente colpiti. La Banca Mondiale prevede che entro il 2050, 143 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare all’interno dei loro Paesi in Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina. Tuttavia, queste cifre non tengono conto degli impatti a lungo termine: desertificazione, aumento del livello del mare e stress idrico stanno già rendendo intere regioni inospitali.

Ad aggravare il quadro, i dati pubblicati dall’UNESCO e dall’UNICEF evidenziano che 2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso ad acqua potabile sicura, mentre 450 milioni di bambini vivono in aree ad alto rischio di scarsità idrica. L’incremento delle disuguaglianze idriche si traduce in una pressione migratoria sempre maggiore, rendendo ancora più urgente l’adozione di misure globali coordinate.

Testimonianze dirette: un quadro inquietante

Il progetto “Le Rotte del Clima” ha raccolto le voci di 348 persone migranti, di cui il 25% provenienti dal Bangladesh. Le loro storie mostrano una realtà comune: il rischio di morte personale e di familiari, la mancanza di acqua potabile, l’impossibilità di coltivare la terra e la distruzione delle abitazioni. In molte aree, il degrado climatico è esacerbato da politiche governative inefficaci. Ben l’84,7% degli intervistati ha dichiarato che le autorità locali non si sono attivate per mitigare gli effetti dei disastri climatici.

Le testimonianze raccolte rivelano inoltre una discriminazione sistemica: il 41,3% degli intervistati apparteneva a minoranze etniche, spesso lasciate senza supporto durante le emergenze climatiche. Questo dato sottolinea l’urgenza di politiche che affrontino non solo l’impatto climatico, ma anche le disuguaglianze sociali e culturali che ne amplificano le conseguenze.

Il vuoto normativo

Nonostante l’evidenza, i migranti climatici non godono di uno status giuridico riconosciuto. La Convenzione di Ginevra del 1951 esclude questa categoria, relegandola a una zona grigia di diritti negati. Il Global Compact for Migration del 2018 è un passo avanti, ma resta volontario e senza vincoli stringenti. Alcuni progressi arrivano dai tribunali: la decisione del Comitato per i diritti umani dell’ONU sul caso Teitiota ha riconosciuto che il degrado climatico può costituire una base per la protezione internazionale. Tuttavia, manca ancora una normativa globale che affronti il problema alla radice.

In Italia, la normativa sulla protezione per calamità naturali, recentemente modificata con il decreto Cutro, limita ulteriormente le possibilità di riconoscimento. Il requisito di eventi “contingenti ed eccezionali” rende quasi impossibile ottenere un permesso di soggiorno per motivi ambientali, escludendo le situazioni di degrado climatico progressivo.

Le disuguaglianze climatiche

La crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo. Il report evidenzia come le comunità più vulnerabili, spesso nei Paesi del Sud globale, siano le più esposte agli impatti devastanti del cambiamento climatico. In Bangladesh, le alluvioni del 2023 hanno colpito 4,5 milioni di persone, lasciandone 190.000 senza casa. Simili eventi si verificano in altre regioni: le Filippine e la Somalia sono state teatro di devastazioni che hanno distrutto i mezzi di sussistenza di milioni di persone.

Mentre il Nord globale dispone delle risorse per mitigare gli effetti, il Sud globale resta intrappolato in una spirale di povertà e vulnerabilità. Secondo il rapporto Adaptation Gap dell’UNEP, i Paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno di 187-359 miliardi di dollari all’anno per finanziare strategie di adattamento, ma nel 2022 i fondi disponibili erano solo 28 miliardi.

Cosa fare: raccomandazioni urgenti

Il report non si limita a descrivere la crisi, ma propone soluzioni. Tra queste, l’inclusione delle migrazioni climatiche nelle politiche del Green Deal europeo, la creazione di percorsi legali per la mobilità climatica e l’allocazione di finanziamenti per l’adattamento nei Paesi vulnerabili. Inoltre, si sottolinea la necessità di adottare un approccio integrato che consideri sia gli impatti climatici sia quelli sociali.

Le migrazioni climatiche sono una realtà ineludibile, non un’ipotesi. La giustizia climatica non è solo un imperativo morale: è una condizione per garantire la sopravvivenza collettiva. Perché, come ci ricorda il report, il clima è il filo rosso che unisce le disuguaglianze globali, e affrontarlo significa affrontare le radici stesse delle nostre crisi.

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Morto davanti alla Questura di Roma, altra vittima del disastro accoglienza

Un uomo è morto nella notte del 28 gennaio davanti all’Ufficio Stranieri della Questura di Roma, in via Patini. Un dramma che non può essere confinato alle cronache locali, perché svela un sistema crudele e disfunzionale, che trasforma la burocrazia in una barriera letale per chi cerca di sopravvivere.

Un sistema al collasso

Secondo le prime testimonianze, la vittima è una persona richiedente asilo, costretta a mettersi in fila fin dalla sera precedente per sperare di accedere all’ufficio e presentare la propria domanda. Una prassi disumana, giustificata dalla scelta delle autorità di accettare solo un numero ridotto di persone ogni giorno, lasciando le altre al freddo, in condizioni inaccettabili. Nella Roma del 2025, per ottenere un diritto costituzionalmente garantito, si rischia di morire.

Ma secondo la Questura di Roma, che e ha espresso cordoglio per la tragedia, la vittima “non era in fila per l’ufficio immigrazione” e ha precisato che l’uomo, un giovane romeno con un ordine di allontanamento, dormiva in strada. Una puntualizzazione che non cambia il cuore del problema: il sistema di accoglienza e gestione dei migranti è al collasso, intriso di logiche punitive piuttosto che di supporto.

Negli ultimi anni, la situazione davanti agli uffici immigrazione delle principali città italiane è diventata insostenibile. Le code notturne, il caos organizzativo e le politiche restrittive sono parte di una strategia che sembra voler scoraggiare le persone migranti dal presentare domanda di protezione internazionale. Il decreto-legge 133/2023 ha ulteriormente ridotto il numero di domande accolte, rendendo sempre più arduo l’accesso a un diritto fondamentale.

Una vergogna per l’Italia

Le parole della senatrice del Partito democratico Cecilia D’Elia non lasciano spazio a interpretazioni: “È una palese violazione dei diritti umani. La normativa e l’organizzazione del servizio pubblico sono pensate per dissuadere i migranti, fino al rischio di eventi tragici come questo”. Nonostante le denunce passate, nulla è cambiato. Anzi, la situazione è peggiorata.

La morte di quest’uomo è una vergogna per un Paese che si proclama democratico e civile. Non si tratta di un caso isolato: è il frutto di un sistema che disumanizza e criminalizza chi cerca protezione. È l’ennesima testimonianza di un razzismo di Stato che condanna alla sofferenza chi è già vulnerabile.

L’Unione Sindacale di Base (USB) ha indetto un presidio per mercoledì 29 gennaio, alle ore 16:00 in via Nazionale, per denunciare l’inaccettabile condizione a cui sono sottoposti i richiedenti asilo e i lavoratori stranieri in Italia. “Non è accettabile morire per ottenere un foglio di carta: questa è barbarie!”, si legge nella nota diffusa dall’organizzazione.

Il diritto a chiedere asilo non è una concessione, ma un obbligo sancito dalla Costituzione e dai trattati internazionali. Le associazioni continuano a ripetere quanto sia  urgente che il governo affronti con serietà questa emergenza, abbandonando politiche di dissuasione e adottando misure che garantiscano dignità e rispetto per tutte le persone. Perché dietro ogni vita persa c’è una sconfitta collettiva, che ci interroga come società e come esseri umani.

 

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Premier e indagata, non solo Meloni: Giorgia si crede un’eccezione, ma la lista è lunga

Giorgia Meloni fa la vittima. Il copione è sempre lo stesso: gridare al complotto, lamentarsi di un trattamento ingiusto, evocare una persecuzione politica. Il tutto perché ha ricevuto un’iscrizione nel registro degli indagati, come se fosse un unicum nella storia della Repubblica. Peccato che non lo sia. I presidenti del Consiglio vengono indagati come tutti gli altri cittadini, e la lista di chi si è trovato nella stessa situazione è più lunga di quanto lei voglia far credere.

Una lunga lista di precedenti

Silvio Berlusconi, per esempio, di avvisi di garanzia ne ha collezionati a decine. Il più famoso arriva nel 1994, quando è ancora presidente del Consiglio. L’accusa è di corruzione della Guardia di Finanza. La notizia esplode mentre è a Napoli per il G7 e lo costringe a dimettersi. Non l’unico caso: seguiranno accuse di frode fiscale, concussione, prostituzione minorile. Ma forse Berlusconi è l’esempio, a proposito di presunto complottismo della magistratura, che torna comodo a Meloni. Andiamo avanti. 

Giuseppe Conte ha ricevuto un avviso di garanzia nel 2020 per la gestione della pandemia. Atto dovuto, si è detto, e infatti l’inchiesta è stata archiviata. Nessuna manifestazione di vittimismo, nessuna minaccia alle istituzioni. Ha lasciato lavorare la magistratura, senza alzare barricate.

Bettino Craxi fu travolto da Tangentopoli. Anche lui, presidente del Consiglio tra il 1983 e il 1987, si vide recapitare più di un avviso di garanzia. La differenza Lui scelse la fuga, rifugiandosi in Tunisia per evitare il carcere. Ma almeno ebbe il coraggio di ammettere il sistema di finanziamenti illeciti che teneva in piedi la politica italiana.

Giulio Andreotti venne indagato per concorso esterno in associazione mafiosa nel 1993. Processo lungo, concluso con l’assoluzione per i fatti successivi al 1980 e con la prescrizione per quelli precedenti.

Matteo Renzi, nel 2021, ha ricevuto un avviso di garanzia per l’inchiesta sulla Fondazione Open. Ha difeso le sue ragioni nelle sedi opportune, ne è uscito assolto. Anche Romano Prodi ha avuto la sua parte: nel 1996 fu indagato per abuso d’ufficio per la privatizzazione dell’IRI. Caso archiviato, senza spettacolarizzazioni.

Gli avvisi di garanzia fanno parte del normale funzionamento della giustizia. Significano che una persona è indagata, non che sia colpevole. Meloni si atteggia a martire, ma forse dovrebbe rilassarsi: non è la prima presidente del Consiglio a essere indagata. E, con ogni probabilità, non sarà l’ultima.

La strategia della vittimizzazione

C’è una lunga tradizione di avvisi di garanzia nella politica italiana, e non ha mai impedito a nessuno di governare o di difendere le proprie posizioni. La differenza sta nella reazione: chi ha un profilo istituzionale degno di tale nome, affronta le inchieste con rispetto e fiducia nel sistema giudiziario. Chi invece costruisce la propria carriera sulla propaganda, trasforma ogni inchiesta in un’occasione per gridare al colpo di Stato. Ed ecco che Meloni, seguendo la strategia del “noi contro loro”, si presenta come vittima di un disegno politico che non esiste, provando a ribaltare il discorso e a trasformare un procedimento giudiziario in un’arma di consenso.

Ma i numeri non mentono. Dall’inizio della Seconda Repubblica, diversi presidenti del Consiglio hanno ricevuto avvisi di garanzia. Qualcuno ha scelto di difendersi nelle sedi opportune, altri hanno imboccato la strada del martirio e della vittimizzazione.  

Meloni potrebbe imparare la lezione, ma forse le conviene di più fingersi perseguitata. È il gioco preferito della destra italiana: trasformare i problemi giudiziari in battaglie ideologiche. Peccato che la legge e le indagini siano uguali per tutti. Anche per i presidenti del Consiglio.

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Meloni e il reato di realtà: la legge non si piega ai like

Ha parecchia strada da fare Giorgia Meloni per essere la migliore presidente del Consiglio, come continua a scrivere sui depliant elettorali. Dovrebbe, innanzitutto, conoscere la differenza tra un avviso di garanzia e un’iscrizione al registro degli indagati. Dovrebbe – se davvero le sta a cuore la cosiddetta egemonia culturale – essere lei a spiegare ai suoi elettori che con l’avviso la procura informa una persona iscritta nel registro degli indagati che è in corso un’indagine a suo carico, mentre l’iscrizione nel registro degli indagati – che ha ricevuto ieri – semplicemente è un atto interno al procedimento penale che segue una notizia di reato.

La presidente del Consiglio dovrebbe sapere che il querelante Luigi Li Gotti è tutt’altro che un pericoloso comunista: il passato nel Movimento sociale italiano smonta il teorema esposto nel video di Meloni. Difendere i collaboratori di giustizia – fondamentali nella lotta alla mafia nonostante siano odiosi per certa politica – in uno stato di diritto non dovrebbe essere un’onta.

Dovrebbe sapere Meloni che l’articolo 378 del codice penale recita che “chiunque aiuti taluno a eludere le investigazioni della Corte penale internazionale è punito con la reclusione fino a quattro anni”. (ndr sul caso Almasri v. qui). Per questo il procuratore Lo Voi – non per scelta personale, ma per rispetto della legge – ha aperto un’indagine in un Paese in cui l’azione penale è obbligatoria.

Oppure potrebbe essere peggio di così: Meloni queste cose le sa bene e ha messo in piedi il più mendace caso di manipolazione di questi ultimi anni. Tertium non datur.

Buon mercoledì.

Nella foto: Giorgia Meloni nel frame del video fb, 28 gennaio 2025

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Sempre più lupi solitari è allarme adolescenti

Ma quanti altri allarmi servono perché la politica si muova sui giovani? Il Consiglio Nazionale delle Ricerche ci consegna un quadro spietato sugli adolescenti italiani: sempre più giovani scelgono l’isolamento sociale, diventando “lupi solitari” incapaci di varcare il confine della connessione digitale. Dal 2019 al 2022, i dati parlano di un’esplosione: il numero di chi vive solo la scuola è triplicato, passando dal 15 al 39,4%. Un silenzio che pesa come un macigno.

L’iperconnessione, denunciata dallo studio, è la colonna portante di questo ritiro. I social media, da strumento per accorciare le distanze, diventano gabbie dorate. Ma ridurre il problema a una generazione incollata agli schermi sarebbe semplicistico. C’è dell’altro. Relazioni scadenti con i genitori, insicurezze corporee, vittimizzazione da bullismo: il terreno fertile su cui cresce il fenomeno degli hikikomori è un misto di solitudine e assenza di prospettive.

La pandemia, con il suo carico di distanza forzata, ha fatto il resto. È quasi raddoppiata la percentuale di ragazzi che non incontrano amici fuori dalla scuola, passando dal 5,6% al 9,7%. I numeri raccontano di una generazione che non si sente vista, né ascoltata. La domanda vera, però, è un’altra: quanto vogliamo davvero affrontare questa crisi?

Perché non basta indignarsi di fronte a percentuali che triplicano. Serve ripensare il nostro modello educativo, sociale e relazionale, andando oltre il miraggio dell’inclusività virtuale.Serve ripensare la scuola non barricandosi ma aprendosi al mondo che c’è intorno. Altrimenti, i lupi solitari continueranno a moltiplicarsi, mentre noi ci limiteremo a contarli.

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L’obiezione di coscienza è ecologica, ora lo dice anche una sentenza

In un’epoca in cui la crisi climatica è ormai una realtà tangibile, con eventi meteorologici estremi che si susseguono a ritmi sempre più serrati, la storia di Gianluca Grimalda, ricercatore italiano licenziato per essersi rifiutato di prendere l’aereo, assume un significato simbolico e giuridico di enorme portata. La sentenza del tribunale di Kiel, in Germania, che ha riconosciuto il diritto di Grimalda a non volare per motivi ecologici, rappresenta un precedente storico: è la prima volta che un tribunale riconosce il diritto all’obiezione di coscienza ecologica nel mondo del lavoro.

Un licenziamento che ha fatto storia

Gianluca Grimalda, climatologo e attivista del movimento Scientist Rebellion, lavorava per il prestigioso Kiel Institut für Weltwirtschaft (IfW) quando, nell’ottobre 2023, è stato licenziato per essersi rifiutato di tornare in aereo dalla Papua Nuova Guinea, dove stava conducendo una ricerca sul rapporto tra globalizzazione, cambiamenti climatici e coesione sociale. Grimalda aveva scelto di viaggiare via terra e mare, riducendo drasticamente le emissioni di CO2 rispetto a un volo aereo. Una scelta inizialmente approvata dal suo istituto, ma che è diventata motivo di conflitto a causa di ritardi burocratici e logistici che hanno ritardato il suo rientro.

L’IfW ha imposto a Grimalda di rientrare in aereo per accorciare i tempi, ma lui si è rifiutato, sostenendo che il suo impegno per la riduzione delle emissioni di gas serra non era negoziabile. Il licenziamento che ne è seguito ha scatenato un dibattito globale, diventando un caso emblematico della crescente tensione tra principi personali e obblighi professionali in un’epoca di emergenza climatica.

La sentenza: un precedente storico

Dopo oltre un anno di battaglia legale, il tribunale del lavoro di Kiel ha dato ragione a Grimalda, chiudendo la disputa con un accordo che prevede la revoca del licenziamento immediato e il pagamento di un’indennità al ricercatore. Sebbene il contratto sia stato risolto per “divergenze ideologiche”, la sentenza rappresenta una vittoria significativa per il movimento ambientalista e per tutti coloro che lottano per un mondo del lavoro più sostenibile.

Grimalda ha annunciato che donerà 75.000 euro del risarcimento ricevuto a iniziative per la protezione del clima e l’attivismo ambientale. “Mi sento triste e felice allo stesso tempo”, ha dichiarato. “Triste per aver perso un lavoro che amavo, ma felice perché il giudice ha riconosciuto implicitamente l’impossibilità di licenziare un dipendente per il suo rifiuto di prendere un aereo. Spero che il mio caso ispiri altri a sostenere la transizione verso società decarbonizzate e incentrate sulle persone”.

Un atto di disobbedienza civile

Grimalda non è nuovo a scelte radicali in nome della sostenibilità. Da oltre dieci anni, ha adottato il “viaggio lento” come forma di protesta e azione contro la crisi climatica. Ha calcolato che il suo viaggio di 28.000 chilometri dalla Papua Nuova Guinea all’Europa, effettuato senza l’uso di aerei, ha ridotto le emissioni di CO2 di dieci volte rispetto a un volo. Una scelta che, come ha spiegato in un’intervista, è maturata gradualmente, spinta dalla consapevolezza dell’urgenza climatica e dalla frustrazione per l’inerzia delle istituzioni.

“Quando ho iniziato a fare viaggi lenti, pensavo che i disastri climatici sarebbero arrivati dopo il mio orizzonte di vita”, ha raccontato Grimalda. “Ma mano a mano che la scienza ci ha fornito dati sempre più allarmanti, ho capito che non potevo più limitarmi a fare ricerca. Dovevo agire”.

Un dibattito che va oltre il caso singolo

Il caso Grimalda solleva interrogativi cruciali sul futuro del lavoro in un’epoca di emergenza climatica. Come conciliare le esigenze delle aziende con i principi etici dei dipendenti? È possibile riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza ecologica come un diritto fondamentale sul lavoro? Secondo Jörn A. Broschat, l’avvocato che ha difeso Grimalda, la sentenza rappresenta una “pietra miliare” per la tutela dei principi climatici nel mondo del lavoro. “È tempo che legislatori e aziende integrino la sostenibilità nei contratti e nei diritti dei lavoratori”, ha dichiarato.

Wolfgang Cramer, direttore di ricerca presso il Cnrs in Francia, ha sottolineato l’importanza di tale approccio: “Gli accademici possono allertare sulla crisi climatica non solo attraverso il loro lavoro, ma anche modificando il proprio contributo personale alle emissioni”.

Un messaggio per il futuro

Grimalda non si ferma qui. Dopo la sentenza, ha annunciato che tornerà in Papua Nuova Guinea per proseguire le sue ricerche sull’adattamento delle comunità locali ai cambiamenti climatici, continuando a viaggiare in modo sostenibile. La sua storia, oltre a ispirare istituzioni e aziende a favorire pratiche più rispettose dell’ambiente, rappresenta un monito per tutti noi: la crisi climatica non è più una minaccia lontana, ma una realtà che richiede scelte coraggiose e immediate.

In un mondo in cui il tempo stringe e gli ecosistemi sono al collasso, la sentenza su Gianluca Grimalda non è solo una vittoria legale, ma un segnale potente: il diritto a lottare per il pianeta è un diritto inalienabile, e nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio lavoro e la salvezza del mondo in cui viviamo.

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La politica del “chi se ne frega”

«Chi se ne frega». Daniela Santanchè piace molto ai suoi elettori perché è la donna più simile al prototipo di maschio che piace da quelle parti. «Chi se ne frega», dice ai giornalisti che le chiedono delle sue dimissioni, del suo rinvio a giudizio, dei suoi compagni di partito che non la difendono e dei suoi alleati che non la vorrebbero più incrociare al Consiglio dei ministri.

«Chi se ne frega», dice Santanchè ripetendo la solita litania di un rinvio a giudizio che «non ha nulla a che vedere con le mie funzioni di ministro», spiega. Eppure, andare a processo per truffa allo Stato che si governa dovrebbe essere qualcosa che ha a che vedere con l’etica politica, ancora di più se si fa parte dell’esecutivo.

Quel «Chi se ne frega» è uno strale lanciato in faccia al piglio deciso sempre vantato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Meloni che in quattro e quattr’otto ha lasciato il padre di sua figlia con un messaggio sui social, Meloni che con una mano ha apparecchiato le navi per le deportazioni in Albania, Meloni che nel tempo di un cambio d’abito si è svegliata una mattina super atlantista e quasi europeista. Quella Meloni è incagliata sulla sua ministra del Turismo.

I suoi elettori si chiedono cosa la blocchi. Santanchè usa l’amico La Russa come scudo. E poi c’è il garantismo, quel garantismo che nella compagine di governo storicamente è stato usato come impunità per coprire di tutto. Se tutto è garantismo, allora ognuno è garantito, anche se ha mentito al Parlamento, anche per un rinvio a giudizio così pesante. «Chi se ne frega», appunto.

Buon martedì.

Nella foto: frame del video fb della ministra Santanché nel tour Vespucci, Gedda, 27 gennaio 2025

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Il socialismo di Hitler e la storia secondo Vannacci

A pochi giorni dal Giorno della Memoria il generale Vannacci rilancia un vecchio mito: l’idea che Adolf Hitler e il nazionalsocialismo abbiano radici nel socialismo. Una tesi infondata e pericolosa, che distorce la storia e rischia di banalizzarne le lezioni più dure.

In un’intervista e in televisione, Vannacci ha sostenuto che il termine “nazionalsocialismo” dimostrerebbe affinità con il socialismo. La ricostruzione è stata demolita dagli storici, che spiegano come il pensiero nazista non avesse nulla a che fare con il socialismo. Andrea Di Michele, docente di Storia contemporanea, sottolinea che il nazionalsocialismo si fondava su comunità nazionale, etnia e razza, non sulla lotta di classe, pilastro del socialismo. Hitler stesso perseguitò socialisti, comunisti e sindacalisti, vedendoli come nemici.

Paolo Pombeni, professore emerito di Storia dei sistemi politici, ha definito le affermazioni di Vannacci frutto di “ignoranza storica”. Hitler non aveva alcun legame con il socialismo, che considerava una minaccia associata alla cultura ebraica. Lo stesso termine “nazionalsocialismo”, come spiega Marco Cuzzi, professore di Storia contemporanea, era legato a correnti interne al partito che Hitler eliminò nella “notte dei lunghi coltelli” del 1934.

L’obiettivo è chiaro: confondere e polarizzare il dibattito pubblico, spostando le responsabilità storiche del nazismo. Così occorre ricordare che il nazismo è stato un regime di estrema destra, totalitario e antisemita, senza alcun legame con i principi socialisti.

Confondere per poter riscrivere. Il sogno per qualcuno è una giornata della memoria come manganello contro gli avversari politici. 

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