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Indipendenza a giorni alterni

Il ministro Carlo Nordio si è presentato alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione.  “La magistratura è indipendente”, ha dichiarato Nordio, aggiungendo che ogni fantasia speculativa su variazioni futuribili è un’arbitraria interpretazione divinatoria. Parole solenni, certo. Ma chi ascoltava, con un minimo di memoria storica, non poteva che rimanere sbigottito davanti a tanta coerenza a senso unico.

Lo stesso Nordio, infatti, negli ultimi mesi ha attaccato la magistratura, accusandola di aver “esondato dai propri confini”. Lo stesso ministro che ha parlato di un potere “immenso” esercitato dai pubblici ministeri senza alcuna reale responsabilità. Lo stesso governo che si scaglia contro i giudici quando le loro sentenze non coincidono con le linee politiche di Palazzo Chigi. Ora ci viene a dire che la riforma in fieri, che guarda caso ridisegna proprio i rapporti tra politica e magistratura, si presenta con una “chiarezza cartesiana di rocciosa solidità”?

La verità è che l’indipendenza della magistratura, per questo governo, è una bandiera da sventolare quando conviene e un bersaglio da colpire quando è scomoda. Lo abbiamo visto nel caso delle deportazioni verso l’Albania, quando il Tribunale di Roma si è opposto a una misura in conflitto con il diritto europeo. “Sentenza abnorme”, tuonò allora Nordio. E lo vediamo ora, con una riforma che vuole trasformare l’indipendenza della magistratura in un’etichetta vuota, buona solo per i discorsi ufficiali. Il governo ama l’indipendenza solo quando è una promessa vaga, mai una realtà concreta. Della magistratura indipendente conta l’enunciazione, mica la prova dei fatti. 

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Caos treni, l’esposto inutile di Salvini. Disservizi e ritardi proseguono

“Dopo l’esposto non ci sono stati più guasti”. Matteo Salvini, con la sicurezza di chi sa di parlare a un pubblico distratto, ha tentato di chiudere il caso dei disservizi ferroviari con una frase che vorrebbe essere risolutiva. Ma è sufficiente guardare i fatti per smentire questa affermazione. Una realtà implacabile, fatta di guasti che continuano a manifestarsi in tutta Italia, mette a nudo la distanza tra le dichiarazioni del ministro e ciò che accade sui binari.

Ferrovie dello Stato ha presentato un esposto alla questura di Roma ipotizzando un disegno doloso dietro alcuni episodi ritenuti “altamente sospetti”. Un lucchetto da bicicletta appeso ai cavi elettrici a Montagnana, in provincia di Padova, e un tentativo di accesso non autorizzato a una cabina elettrica alla stazione Aurelia di Roma sono stati descritti come segnali di un presunto sabotaggio. Ma la verità è che i guasti ferroviari non si sono fermati affatto.

I guasti non si fermano dopo l’esposto

Il 16 gennaio, un guasto alla linea aerea tra Latina e Sezze ha causato ritardi significativi, con centinaia di passeggeri rimasti bloccati. Il giorno successivo, il sistema di segnalamento sulla linea Napoli–Caserta è andato in tilt, paralizzando il traffico ferroviario. Il 19 gennaio, la stazione di Roma Termini, principale snodo ferroviario del Paese, è stata colpita da un guasto tecnico che ha interrotto il servizio. E questo è solo l’inizio.

I disservizi continuano a presentarsi in modo sistematico. Il 22 gennaio, nuovi problemi hanno interessato le linee della Lombardia, aggravando una situazione già critica. Ritardi, cancellazioni e disagi sono ormai la norma per migliaia di pendolari. Salvini, però, ignora questa evidenza e prosegue con la sua narrazione di un “miracolo” attribuito all’esposto, una narrazione che si sgretola di fronte ai dati.

Tra propaganda e responsabilità: la rete ferroviaria al collasso

I problemi della rete ferroviaria italiana sono ben noti e affondano le radici in anni di incuria. Con oltre novemila treni che circolano ogni giorno, la rete opera al limite delle sue capacità, spesso su infrastrutture obsolete e con una manutenzione insufficiente. I furti di rame e gli atti vandalici, citati come potenziali cause dei disservizi, non sono una novità e rappresentano criticità già conosciute e affrontate in passato. Ciò che manca è un piano strutturale per modernizzare la rete e renderla realmente efficiente.

E mentre i fatti dimostrano che i guasti continuano, Salvini punta tutto sulla retorica del sabotaggio. Un’operazione che, più che risolvere i problemi, serve a costruire una narrazione politica che sposti l’attenzione dalle responsabilità. Ferrovie dello Stato, nel frattempo, ha annunciato misure aggiuntive, come il rafforzamento dei controlli e l’installazione di nuove telecamere di sicurezza. Ma anche queste iniziative appaiono come tentativi emergenziali, più che soluzioni a lungo termine.

I passeggeri, intanto, continuano a pagare il prezzo di una rete inefficiente. Ogni giorno, si trovano ad affrontare ritardi e cancellazioni, schiacciati da un sistema che sembra incapace di garantire un servizio all’altezza. La dichiarazione di Salvini secondo cui i guasti sarebbero scomparsi è l’ennesimo tentativo di negare l’evidenza, un atto che non solo tradisce la fiducia degli italiani, ma sottovaluta l’intelligenza di chi vive sulla propria pelle le conseguenze di questi disservizi.

I disagi continuano e Salvini preferisce rifugiarsi nella propaganda. Mentre parlava in Parlamento è stato lasciato solo dai suoi alleati. Da mesi è stato abbandonato dai viaggiatori. Ora manca solo la dipartita dei suoi elettori. 

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Il narcisismo maligno di Trump: un caso clinico travestito da politica

Non è difficile l’esegesi dello squinternato discorso di Donald Trump fatto ieri a Davos. Nel corso degli anni, diversi psicologi e psichiatri americani hanno espresso preoccupazioni riguardo alla salute mentale di Donald Trump, suggerendo che possa soffrire di “narcisismo maligno”.

Il termine, coniato dallo psicoanalista Erich Fromm nel 1964, descrive una combinazione di narcisismo estremo, comportamento antisociale, paranoia e sadismo. Secondo gli specialisti, tale condizione si manifesta attraverso comportamenti come l’assenza di rimorso, la convinzione di essere costantemente sotto attacco, la tendenza a manipolare o ferire gli altri e una percezione grandiosa di sé stessi.

Le parole di Trump attengono più alla sfera psichiatrica che alla sfera politica. È quindi inutile, forse anche dannoso, leggerle come architravi di un pensiero organizzato.

Trump si lamenta dell’Europa perché vorrebbe venderle più gas, soprattutto alla Germania, soprattutto dopo la chiusura dei rubinetti russi. Trump non è soddisfatto della lista della spesa delle armi americane, con cui vorrebbe riempire gli arsenali europei. Trump sogna un’auto americana sotto i deretani europei, insoddisfatto per l’ingombro di marchi giapponesi ed europei. Soldi, sono solo i soldi a renderlo irrequieto.

Gli sgarbi dell’Unione europea di cui Trump si lamenta sono banalmente il mancato assoggettamento, meglio la prostrazione, che il presidente Usa vorrebbe da Bruxelles.

Resta da vedere come relazionarsi con il narcisista maligno. Ma è questione medica, con sullo sfondo la politica.

Buon venerdì.

Nella foto: frame del video del discorso di Trump a Davos, 23 gennaio 2025

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Propaganda al capolinea, altro che addio alla Fornero

L’età pensionabile si allunga e con lei la distanza tra le promesse elettorali e la realtà dei fatti. Il governo Meloni aveva parlato di una riforma “equa”, ma ciò che resta è un sistema che spinge le persone a lavorare fino a 68 anni, rinviando quel diritto al riposo che dovrebbe essere garantito dopo una vita di contributi. Quota 103, presentata come una conquista, si è rivelata una stretta: nel 2024 le uscite anticipate sono crollate del 15,7% rispetto all’anno precedente, con numeri ben lontani dalle 333mila pensioni anticipate del 2020, quando era in vigore Quota 100.

Il monitoraggio dell’Inps racconta un Paese che si affatica: le pensioni di vecchiaia restano stabili, ma quelle di invalidità e ai superstiti calano in modo preoccupante, lasciando migliaia di famiglie in difficoltà. Per non parlare delle disparità di genere: le donne ricevono mediamente il 29% in meno rispetto agli uomini. Un divario che il governo non sembra avere alcuna intenzione di colmare, lasciando intatte le discriminazioni che il mercato del lavoro già amplifica.

E poi c’è l’adeguamento all’aspettativa di vita, ripristinato senza esitazione. Dal 2027 potrebbero servire 3 mensilità in più per lasciare il lavoro. Nel 2040 si andrà in pensione a 68 anni e nel 2051 a 70. Un’ipoteca sul futuro che trasforma la pensione in un miraggio, più che in un diritto.

Le scelte politiche sono chiare: risparmiare sulle spalle di chi lavora, scaricando i costi della crisi sui più deboli. Promettere è facile; mantenere, un’altra storia. E intanto, il diritto al futuro si allontana, anno dopo anno, promessa dopo promessa.

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Una versione peggio dell’altra

Avremo quasi preferito credere alla versione data dal ministro Nordio secondo cui il generale Almasri, incidentalmente capo della polizia libica, non è stato trattenuto per vizi di forma, Sarebbe stato meno peggio credere che nonostante siano passati 27 anni dalla firma dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale in Italia ancora non abbiamo imparato bene come firmare le carte.

Ieri invece il ministro dell’Interno Piantedosi in Parlamento ci ha detto che “a seguito della mancata convalida dell’arresto” ha pensato bene di adottare “un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato che gli è stato notificato al momento della sua scarcerazione”. Niente di così cruento come sembrerebbe dalle parole del ministro. Come ha scoperto il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura quando nel pomeriggio – alle 16:04 – il ministro Nordio consegnava ai cronisti la nota stampa, il Falcon 900 italiano da tre ore aveva lasciato Roma Ciampino ed era già a Torino Caselle pronto a imbarcare il ricercato internazionale per riconsegnarlo in serata a Tripoli.

Quel pomeriggio la nota stampa del ministero si annunciava attendista sul caso (“considerato il carteggio complesso”), temporalmente segnata al gerundio (“Nordio sta valutando”) quando in realtà il viaggio dei servizi era stato già organizzato dall’Italia molto tempo prima, decollando da Ciampino alle 11:14 del mattino. 

Siccome è terribilmente pericoloso l’abbiamo lasciato andare e per non farci preoccupare non ci hanno detto subito la verità. Grazie, davvero. 

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Turismo, calano le presenze ma aumenta la propaganda: cosa non torna nei numeri del governo

Il turismo, nel discorso pubblico, è spesso il piatto forte delle narrazioni governative. Non fa eccezione la dichiarazione della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, che nei giorni scorsi ha celebrato i dati Istat di novembre 2024, parlando di un “notevole incremento del turismo” con un +11,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “Questo aumento si concretizza in 17,5 milioni di presenze,” ha sottolineato la ministra, “dimostrando l’ottima salute del comparto anche durante periodi non convenzionali”. Ma la realtà, come spesso accade, è più complessa di quanto un comunicato stampa possa raccontare.

Turismo, i numeri che smentiscono l’ottimismo di Santanchè

Secondo i dati ufficiali dell’Istat relativi al terzo trimestre del 2024, il settore turistico italiano ha registrato un calo complessivo rispetto allo stesso periodo del 2023. In particolare, gli arrivi sono diminuiti del 3,6% e le presenze dell’1,4%. A pesare è stata soprattutto la flessione del turismo domestico: gli italiani hanno viaggiato di meno, segnando un -7,3% negli arrivi e un -5,5% nelle presenze. La dinamica si è mantenuta negativa anche nei mesi tradizionalmente forti come luglio e agosto, evidenziando una contrazione che non può essere ignorata.

Se da un lato i turisti stranieri hanno mostrato una crescita contenuta (+4,5% a luglio, +3,0% ad agosto, +0,2% a settembre), il dato complessivo del trimestre è chiaro: il settore ha subito una battuta d’arresto. Parlare di “ottima salute” del comparto sembra quantomeno azzardato, specialmente se si considera che il terzo trimestre è storicamente uno dei più importanti per il turismo italiano. La destagionalizzazione, citata come punto di forza dalla ministra, può spiegare solo in parte il presunto recupero di novembre, ma non è sufficiente a compensare le perdite precedenti.

La narrazione governativa che celebra il turismo come settore “dinamico” e “fattore cruciale per il reddito della Nazione” rischia di trasformarsi in una cortina fumogena. Non è la prima volta che i numeri vengono estrapolati selettivamente per dipingere un quadro più roseo di quanto sia realmente. I numeri vanno contestualizzati: il confronto tra novembre 2024 e novembre 2023, per esempio, potrebbe essere influenzato da fattori contingenti, come la ripresa post-pandemia o eventi straordinari. Tuttavia, quando si allarga lo sguardo al 2024 nel suo complesso, il quadro è meno lusinghiero.

Vale la pena chiedersi quale sia l’effettivo impatto delle politiche promosse dal governo per sostenere il turismo. La flessione del turismo domestico è un campanello d’allarme: se gli italiani viaggiano di meno, ciò potrebbe essere sintomo di difficoltà economiche o di un’offerta turistica che non riesce più ad attrarre la domanda interna. Al contempo, la crescita del turismo internazionale è certamente positiva, ma non è uniforme e sembra concentrata in alcune aree specifiche del Paese, lasciando indietro altre regioni.

Le sfide strutturali ignorate dalla politica

In un contesto così articolato, l’entusiasmo delle dichiarazioni ufficiali suona fuori luogo. Se è vero che il turismo è uno dei pilastri dell’economia italiana, è altrettanto vero che servono analisi rigorose e interventi mirati per affrontare le sfide strutturali del settore. Ignorare i segnali di rallentamento e concentrarsi esclusivamente su dati positivi rischia di perpetuare una politica miope e autocompiaciuta.

Il turismo non è roba da ridurre a uno slogan o a una conferenza stampa. Richiede investimenti strategici, una visione a lungo termine e, soprattutto, onestà intellettuale nel raccontarne i successi e le criticità.

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Almasri è libero, la politica no. Opposizioni contro Meloni & C.

La scarcerazione di Najeem Osama Almasri Habish, arrestato a Torino sulla base di un mandato internazionale per crimini contro l’umanità, ha scatenato una tempesta politica che travolge il governo Meloni. Il comandante della polizia libica, noto per il suo presunto coinvolgimento in torture e abusi nei lager per migranti in Libia, è stato rilasciato dopo meno di 48 ore a causa di un vizio di forma, secondo quanto riferito dal ministro Nordio. Il rientro di Almasri a Tripoli, a bordo di un aereo di Stato italiano, ha scatenato l’indignazione delle opposizioni e sollevato interrogativi sul rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia.

Un rilascio pianificato: le ombre sull’operazione Almasri

“Non è possibile che il governo non fosse informato”, attacca Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle. “Meloni spieghi agli italiani perché è stato liberato un torturatore”. Anche Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, chiede chiarimenti immediati, denunciando il “risultato vergognoso” di una decisione che mina la credibilità del Paese.

La vicenda Almasri si intreccia con i fragili equilibri diplomatici tra Italia e Libia, evidenziando le contraddizioni del Piano Mattei per l’Africa. Da una parte, l’Italia si erge a baluardo della lotta contro i trafficanti di esseri umani; dall’altra, un uomo accusato di essere uno dei principali responsabili dei lager libici torna libero con un volo messo a disposizione dallo Stato italiano. Un quadro che, come sottolinea Angelo Bonelli di Europa Verde, “è l’emblema dell’ipocrisia di un governo che dichiara guerra ai trafficanti ma li libera quando fa comodo”.

“È un insulto alle vittime dei lager libici”, afferma Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra. Le immagini del festeggiamento a Tripoli per il ritorno di Almasri, accolto come un eroe, sono il simbolo di un’azione politica che, per Fratoianni, “macchia la dignità dell’Italia e pone ombre inquietanti sulla gestione delle relazioni con la Libia”. Dichiarazioni simili arrivano da Benedetto Della Vedova di +Europa, che definisce l’accaduto “una violazione degli obblighi verso la giustizia internazionale”.

La richiesta unanime è che Meloni e Nordio si presentino in Parlamento per fornire spiegazioni. Le opposizioni, compatte, chiedono trasparenza: “Con quali coperture Almasri è entrato in Italia Perché è stato rilasciato?”, incalza Davide Faraone di Italia Viva. Il deputato democratico Paolo Ciani aggiunge: “È indispensabile comprendere le motivazioni dietro una scelta che offende i valori della giustizia internazionale e svilisce il ruolo dell’Italia”.

Realpolitik o complicità? Il prezzo della cooperazione internazionale

Intanto, il ministro Nordio si difende, affermando che il rilascio è stato determinato da “irregolarità procedurali”. Tuttavia, è sulla tempistica e le modalità dell’intera operazione che si concentrano i dubbi delle opposizioni. Secondo le ricostruzioni, l’aereo di Stato era già pronto sin dal mattino, segno di una decisione pianificata. Una mossa che, per Fratoianni, “conferma una precisa volontà politica di evitare che Almasri fosse consegnato alla Corte penale internazionale”.

L’opposizione denuncia anche il silenzio del governo sulle responsabilità del generale libico nei lager di Mitiga. “Le sue rivelazioni avrebbero potuto esporre il sistema di controllo sui migranti finanziato con i soldi europei e italiani”, accusa Ilaria Salis, europarlamentare di Avs. La questione non riguarda solo la politica interna, ma investe la reputazione internazionale dell’Italia e il suo impegno verso i diritti umani.

La liberazione di Almasri non è solo un fatto di cronaca: è un simbolo delle tensioni e delle contraddizioni che attraversano la gestione delle migrazioni e i rapporti con la Libia. Un caso che pone domande urgenti sul prezzo della cooperazione internazionale e sulle linee rosse che l’Italia è disposta a superare in nome della realpolitik.

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Intelligenza artificiale, la nuova guerra già persa dall’Europa: l’Ue stanzia 750 milioni contro i 500 miliardi degli Usa

L’intelligenza artificiale è diventata il nuovo terreno di scontro geopolitico tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. L’annuncio di un piano da 500 miliardi di dollari per il potenziamento dell’IA da parte dell’amministrazione Trump ha il sapore di un guanto di sfida, una dichiarazione di intenti che mira a consolidare la supremazia americana nel settore. Non è solo una questione tecnologica, è una partita politica: chi controlla l’IA, controlla il futuro.

L’Europa in affanno

In Europa, i leader si affrettano a rispondere. Ursula von der Leyen ha più volte sottolineato l’ambizione di fare dell’Unione europea un leader globale nell’innovazione tecnologica. Ma la portata del piano statunitense – che prevede infrastrutture avanzate, come un nuovo data center in Texas, e partnership con giganti del settore – lascia l’Europa indietro, bloccata da budget frammentati e obiettivi meno aggressivi. I 750 milioni di euro stanziati per supercomputer distribuiti in sette siti europei sembrano poca cosa di fronte alla macchina americana.

“Più di una sveglia; è uno schiaffo in faccia”, ha dichiarato a Politico Christian Miele, investitore in startup europee di IA. Una sintesi brutale che fotografa il divario tra le due sponde dell’Atlantico. La sfida non è solo economica: gli Stati Uniti puntano sulla velocità e sul volume, mentre l’Europa insiste su regole etiche e protezione dei dati. Un approccio diverso che rischia di trasformarsi in un freno.

Trump, Musk e la sfida americana

L’ingerenza di Trump – e la sua alleanza di ferro con Elon Musk – aggiunge un livello di complessità. Musk, già in rotta con l’Europa sui temi della moderazione dei contenuti, diventa un elemento di peso nella corsa americana all’IA. Intanto, la strategia protezionistica di Trump minaccia di inasprire ulteriormente i rapporti con Bruxelles. Tariffe su tutte le importazioni europee sono già sul tavolo, e l’ombra di una guerra commerciale non è più solo una minaccia, ma una possibilità concreta.

Per l’Unione europea, la corsa all’IA è una sfida industriale e un test di resistenza politica e culturale. Mentre gli Stati Uniti possono contare su una strategia coordinata e su un mercato interno vastissimo, l’Europa si confronta con la difficoltà di armonizzare gli interessi di 27 Stati membri. Ogni Paese porta in dote le proprie priorità nazionali, spesso in contrasto con una visione comune. E la frammentazione rischia ancora una volta di condannare l’Europa a un ruolo marginale.

Mantenere e aggiornare i supercomputer annunciati costerà molto più del previsto. Il bilancio europeo è già al limite e le ambizioni di sovranità tecnologica rischiano di infrangersi contro le difficoltà pratiche. Il nodo cruciale è la mancanza di un piano finanziario a lungo termine capace di sostenere un’infrastruttura tecnologica competitiva.

La dimensione geopolitica si intreccia con quella etica. L’Europa punta a un’IA “responsabile”, che rispetti i diritti fondamentali e protegga i dati personali. Ma questa vocazione rischia di essere percepita come debolezza in un mondo dominato dalla competizione. Gli Stati Uniti avanzano con un pragmatismo spietato, privilegiando la velocità e il dominio tecnologico. L’approccio europeo, più lento e regolamentato, potrebbe rivelarsi inadatto a fronteggiare rivali disposti a sacrificare le norme per il potere.

Intelligenza artificiale, il terzo incomodo: la Cina

E poi c’è la Cina, il terzo grande giocatore, che osserva e avanza. Pechino investe massicciamente nell’IA, proponendo un modello autoritario che combina controllo statale e innovazione. Per l’Europa, il rischio è quello di trovarsi schiacciata tra due visioni inconciliabili: da una parte il modello statunitense, dall’altra quello cinese. Senza una strategia chiara e ambiziosa, l’Unione europea rischia di perdere rilevanza in uno dei settori più determinanti per il futuro.

Sul piano politico la sfida non è un semplice confronto tecnologico. L’IA diventa il metro con cui si misurano la capacità di leadership globale e l’abilità di influenzare gli equilibri futuri. Per l’Europa, c’è una sola strada: rilanciare con una strategia ambiziosa, investire in modo massiccio e credere nel proprio potenziale. Altrimenti, il rischio è quello di restare ancora una volta spettatori, mentre altri decidono le regole del gioco. E in un mondo dominato dall’IA, essere spettatori significa essere irrilevanti.

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Almasri, tutte le ombre dietro il rilascio del generale libico: minata la credibilità internazionale dell’Italia

Il rilascio del generale libico Njeem Osama Almasri da parte del governo italiano non è stato un errore e non è stato un caso. L’uomo, già comandante della polizia giudiziaria libica, è accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale (Cpi).

Chi è Almasri: il simbolo oscuro degli accordi tra Italia e Libia

Ma chi è Almasri? Non è solo un alto ufficiale di polizia libico, ma anche il simbolo di un sistema di violenze ignorato dagli accordi stretti negli anni tra Italia e Libia. La sua figura emerge già dai rapporti delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani, che lo descrivono come uno dei principali responsabili dei centri di detenzione in Libia, dove migliaia di persone migranti sono state sottoposte a torture, stupri e lavori forzati. Almasri, accusato di omicidi e riduzione in schiavitù, è stato per anni il garante di un sistema che ha trasformato i trafficanti di esseri umani in interlocutori dello Stato italiano.

Arrestato a Torino su mandato della Cpi, Almasri rappresenta il legame oscuro tra i finanziamenti europei e la gestione dei flussi migratori. Gestisce il lager di Mitiga, noto per essere una delle strutture più brutali della Libia, e supervisiona le operazioni militari dell’aeroporto omonimo, punto nevralgico per il controllo delle partenze verso l’Italia. Almasri è l’ uomo che conosce ogni dettaglio degli accordi tra Roma e Tripoli, comprese le trattative segrete che hanno trasformato la Libia in un argine violento contro le migrazioni.

Un’occasione mancata: la condotta del governo italiano

Dietro al velo delle scuse e dei cavilli che ne avrebbero determinato il rilascio, restano i fatti. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha lasciato passare oltre 24 ore prima di rispondere alle richieste della Corte d’Appello di Roma, mentre al Viminale si firmava il decreto di espulsione e si preparava un aereo per riportare Almasri a Tripoli. Mentre si dichiarava ufficialmente di voler valutare un’interlocuzione con la procura generale, il piano di rimpatrio era già operativo. La realtà è che, con un semplice documento, il ministro avrebbe potuto mantenere Almasri in custodia. Sarebbe bastato trasmettere alla Corte d’Appello di Roma una richiesta formale di esecuzione delle misure previste dai trattati internazionali, ai sensi della legge 237/2012, garantendo così il rispetto delle procedure richieste dalla Corte penale internazionale. Secondo fonti della Cpi, “l’Italia ha cercato un cavillo per evitare la collaborazione che era tenuta a dare”. 

È sufficiente osservare la scena dell’arrivo di Almasri all’aeroporto di Mitiga per cogliere la portata della decisione politica. Acclamato come un eroe nazionale, il generale è diventato il simbolo di una gestione dei rapporti con la Libia che è tanto opaca quanto compromettente. I video che lo ritraggono mentre scende dall’aereo, con un sorriso soddisfatto e una folla festante ad accoglierlo, sono stati rilanciati dai profili ufficiali delle autorità libiche e sono un segnale inequivocabile: meglio un alleato scomodo che rischiare di esporre i nervi scoperti di un sistema che scambia il silenzio sui diritti umani con un controllo apparente delle migrazioni. 

La Corte penale internazionale ha già definito la postura italiana come un’inadempienza grave dei propri doveri di cooperazione. Questo atteggiamento mina la credibilità internazionale dell’Italia e getta un’ombra sinistra sul rispetto delle convenzioni che il nostro Paese ha sottoscritto. Perché ignorare la richiesta di un’istituzione come la Cpi, che aveva già segnalato il problema al governo tramite l’ambasciata Perché sacrificare la giustizia internazionale sull’altare della realpolitik?

Gli accordi tra Italia e Libia dietro il caso Almasri

La risposta è nelle relazioni tra Italia e Libia, che da anni si reggono su una rete di compromessi per mantenere sotto controllo le migrazioni e che ora, anche il governo Meloni ha scelto di assecondare. 

Mentre i video del rientro di Almasri spopolano sui social libici con messaggi di derisione verso l’Italia, il governo resta in silenzio. Nessuna spiegazione convincente, nessuna assunzione di responsabilità. Nordio si è limitato a vaghe promesse di verifica, e la premier Meloni ha preferito postare immagini dei suoi incontri internazionali, ignorando il peso di questa decisione. 

La vicenda Almasri non è un incidente, è una dichiarazione d’intenti. Dietro alle scuse accampate, c’è una strategia che antepone la propaganda politica alla giustizia internazionale, la convenienza immediata ai valori fondamentali. E l’Italia, così, perde un altro pezzo della sua credibilità.

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Fratelli d’Italia si sgretola: l’Aventino di Santanchè e le vendette interne

Da qualche giorno la ministra del Turismo Daniela Santanchè si è barricata negli uffici del suo ministero. Ieri ha magnificato i risultati del turismo italiano, omettendo qualche cifra, com’è consuetudine della compagine di governo, per lanciare un messaggio ai suoi compagni di partito: sono qui e qui sto.

I ben informati raccontano che il pranzo con il presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa non abbia prodotto il risultato sperato: nonostante l’invito alle dimissioni, la “Santa” è tornata sul suo Aventino dopo il caffè con un messaggio limpido da rispedire al mittente: non mi dimetto.

Il mittente, però, è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, colei che da due anni dice agli italiani di essere forte più di ogni avversità, e colei che disse a Berlusconi di «non essere ricattabile» da nessuno. Tranne che dalla sua amica ministra Santanchè?

Che vuole la regina delle spiagge? La vendetta, semplicemente. La ministra vuole che Meloni chieda pubblicamente le dimissioni, senza tramiti di partito, e che se ne prenda le responsabilità. Il ragionamento è semplice: se Meloni costringe Santanchè alle dimissioni per un rinvio a giudizio non potrà continuare a fare finta di niente nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e poi di tutti quelli che dovessero inciampare nella giustizia.

È un “muoia Sansone con tutti i filistei” con tanti saluti alla favoletta del “governo compatto” e del partito. Il tessuto di Fratelli d’Italia s’è rotto e la condottiera Meloni scricchiola tra i panni sporchi. E questo è tutto quello che c’è da dire sulla levatura e la responsabilità istituzionale della squadra di governo.

Buon giovedì.

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