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Trump non fa prigionieri, profanato pure il sacro

Donald Trump si conferma maestro dell’attacco personale, persino davanti alle parole di chi invoca misericordia e giustizia. L’intervento della vescova episcopale Marianne Budde alla National Cathedral ha scosso il presidente: un appello alla compassione verso le persone migranti e le comunità LGBTQI, un monito contro le politiche di esclusione, pronunciato con un linguaggio che non ammetteva ambiguità. La reazione del presidente? L’insulto e l’intimidazione pubblica. Trump ha etichettato Budde come “estremista della sinistra radicale”. Non è nuovo a queste sceneggiate: aveva già sfruttato il sacro spazio di St. John per una foto propagandistica nel 2020, ignorando ogni rispetto per il significato spirituale del luogo e la voce contraria della stessa vescova. Questa volta, però, c’è un ulteriore salto di qualità: si prepara a smantellare le tutele per le cosiddette “aree sensibili”, autorizzando retate in chiese e scuole, simboli di rifugio e inclusione. È la logica dell’oppressione travestita da sicurezza. L’amministrazione Trump non si ferma davanti a nulla: criminalizza. Non importa se queste persone mantengono in piedi settori vitali dell’economia statunitense. Per Trump il bersaglio non è mai il problema da risolvere, ma una leva per consolidare il potere. Mentre Marianne Budde parla di speranza e giustizia sociale, Trump replica con la paura e la divisione. La sua retorica è sempre la stessa: dipingere chi dissente come nemico, alimentare un clima di sospetto e giustificare politiche che negano umanità a intere comunità. Ma la compassione non è una debolezza. È l’unica forza che può salvare un Paese dalla deriva dell’odio.

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Il Cnel boccia l’Italia: disoccupazione, disparità e un futuro senza giovani

Il rapporto 2024 del Cnel traccia un quadro allarmante della relazione tra demografia e forza lavoro in Italia. Alla base vi è una realtà impietosa: la popolazione attiva diminuisce costantemente, aggravando le tensioni sul sistema economico e sociale. Un declino che, se non affrontato con urgenza, rischia di trascinare il Paese in una spirale di impoverimento strutturale.

La desertificazione generazionale

L’Italia, con una natalità ferma da decenni sotto il livello di sostituzione generazionale, vede le coorti giovanili ridursi progressivamente. Gli under 15, un tempo forza rigenerativa, sono stati superati dagli over 65 già negli anni ’90. Questo “inverno demografico” si traduce in un crollo della fascia 15-34 anni, la vera linfa vitale del mercato del lavoro. Una riduzione che non è stata compensata da politiche di sostegno strutturale alla natalità o all’immigrazione qualificata. Gli scenari previsti dal Cnel, con una popolazione in età lavorativa che potrebbe scendere sotto i 40 milioni entro il 2050, sono una chiamata alle armi per chi governa.

L’illusione della crescita occupazionale

Sebbene gli occupati siano aumentati nell’ultimo decennio, è evidente come questa crescita sia trainata quasi esclusivamente dagli over 50. La fascia giovane-adulta è in costante contrazione: nel 2024, gli occupati under 35 rappresentano meno del 18% del totale, contro il 27% di inizio secolo. Un segnale di allarme è l’assenza di un piano per valorizzare questa fascia, lasciando che il sistema produttivo continui a dipendere da lavoratori sempre più anziani, con inevitabili ricadute su produttività ed efficienza.

Le criticità regionali e di genere

Il rapporto evidenzia profonde disparità geografiche, con il Mezzogiorno che registra tassi di occupazione tra i più bassi d’Europa. La Sicilia, con un tasso inferiore al 50%, è l’emblema di un Sud che fatica a risollevarsi. Anche il divario di genere rimane un nodo irrisolto: le donne italiane lavorano meno delle loro omologhe europee, con un gap di circa 20 punti percentuali rispetto agli uomini. Senza un deciso intervento su conciliazione lavoro-famiglia e politiche di inclusione, questo squilibrio rischia di aggravarsi ulteriormente.

Immigrazione: risorsa o occasione persa

Un altro tema centrale è il ruolo dell’immigrazione. Secondo il Cnel, è indispensabile attrarre e integrare lavoratori stranieri per compensare il declino demografico. Tuttavia, l’Italia si distingue negativamente per politiche frammentarie e per la mancanza di una strategia di lungo termine. Nel 2024, il saldo migratorio è ben al di sotto dei livelli necessari a sostenere il mercato del lavoro, complice anche una crescente fuga di giovani italiani verso l’estero.

La trappola della bassa produttività

Con una popolazione sempre più anziana e una forza lavoro ridotta, la produttività rischia di diventare l’unico motore di crescita economica. Ma come migliorare un sistema che già oggi fatica a competere con le economie più avanzate? La risposta non può prescindere da investimenti massicci in tecnologia, formazione e innovazione. Tuttavia, il ritardo accumulato è tale da rendere questa strada estremamente complessa.

Un futuro a rischio

Il Cnel offre alcune soluzioni, come il potenziamento dell’occupazione femminile, il rafforzamento dei percorsi formativi e una gestione più efficace dei flussi migratori. Tuttavia, senza una visione strategica di lungo periodo, il rischio è che l’Italia si ritrovi intrappolata in uno scenario di declino demografico ed economico. La sfida non è più rinviabile: è necessario agire ora, prima che il sistema collassi sotto il peso delle sue contraddizioni.

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Alloggi sovraffollati e fatiscenti, il disagio minorile è un’emergenza

In Italia, il 16,2% dei bambini e degli adolescenti vive in abitazioni con problemi strutturali o di umidità, mentre oltre il 40% cresce in condizioni di sovraffollamento. I numeri analizzati da Openpolis descrivono vite segnate da un disagio che inizia tra le mura di casa e si propaga nelle opportunità educative, sociali e sanitarie. La casa, che dovrebbe essere rifugio e punto di partenza, si trasforma in una trappola.

Le ultime analisi Istat, pubblicate nell’ambito del rapporto del gruppo Crc (Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza), restituiscono un quadro allarmante. Le regioni del Mezzogiorno pagano il prezzo più alto: in città come Napoli, Catania e Reggio Calabria, più del 50% delle abitazioni risulta in cattive condizioni. Il legame tra disagio abitativo e povertà minorile è evidente, eppure difficile da affrontare senza una visione territoriale chiara.

Una questione di salubrità e spazi

L’abitazione inadeguata non è solo una questione estetica. Un ambiente umido o privo di riscaldamento danneggia la salute fisica dei minori, aumentando il rischio di patologie respiratorie. Ma il disagio è anche educativo: uno spazio sovraffollato è uno spazio in cui è difficile concentrarsi, studiare o semplicemente giocare. Privare un bambino di uno spazio adeguato significa negargli un tassello fondamentale per il suo sviluppo.

La dimensione sociale si intreccia con quella educativa. Famiglie costrette in alloggi sovraffollati o fatiscenti raramente possono permettersi il lusso di invitare amici o creare relazioni di comunità. L’isolamento diventa un effetto collaterale della povertà abitativa.

Il difficile monitoraggio del fenomeno

La mappatura del disagio abitativo è un’impresa complessa. I dati più recenti e dettagliati risalgono al censimento del 2011, un’eternità in termini di evoluzione sociale ed economica. Tuttavia, incrociando le informazioni disponibili, emerge una correlazione netta: le aree con un alto tasso di famiglie in difficoltà economica coincidono con quelle dove gli edifici residenziali sono in condizioni peggiori. Nel Mezzogiorno, l’indice di vulnerabilità sociale e materiale raggiunge i livelli più alti, con punte nelle province di Napoli, Reggio Calabria e Catania.

La disaggregazione dei dati è un passo necessario per definire politiche mirate. Eppure, l’esiguità del campione in alcune regioni – come Molise, Basilicata e Valle d’Aosta – rende le analisi incomplete. Un aggiornamento sistematico dei dati è essenziale per affrontare un problema che è insieme sociale e infrastrutturale.

Povertà abitativa e politiche educative

Le condizioni abitative dei minori si riflettono inevitabilmente sulla loro istruzione. Nelle scorse settimane, è emerso come la qualità degli edifici scolastici – dal riscaldamento al rispetto delle normative antisismiche – incida sull’esperienza educativa. Ma la scuola da sola non basta. Senza un ambiente domestico sicuro e salubre, ogni intervento educativo rischia di essere inefficace.

Il problema non è nuovo, ma la pandemia ha acuito le fragilità. Nel 2021, un minore su sette viveva in povertà assoluta. Questo dato, cresciuto del 3% rispetto al 2019, conferma una tendenza decennale che vede le famiglie numerose e con figli particolarmente esposte al disagio. Intervenire sulla povertà abitativa non è solo una questione di giustizia sociale: è un investimento sul futuro di milioni di bambini.

Le responsabilità istituzionali

La casa non è un privilegio: è un diritto. Eppure, in Italia, l’accesso a un’abitazione dignitosa continua a essere una questione di latitudine e reddito. Le politiche abitative, frammentate e spesso miopi, non riescono a rispondere a un problema strutturale che richiederebbe visione e coordinamento. L’urgenza di un piano nazionale per la riqualificazione degli edifici e il sostegno alle famiglie è sotto gli occhi di tutti.

Ma le responsabilità non si fermano qui. I dati dimostrano che, senza interventi mirati, il divario tra Nord e Sud – e tra chi può permettersi una casa e chi no – continuerà ad ampliarsi. E con esso, la distanza tra l’Italia che tutela i diritti dei minori e quella che li sacrifica all’inefficienza politica.

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Amici degli scafisti in tutto l’orbe terraqueo

La promessa di stanare i “gli scafisti in tutto l’orbe terraqueo” pronunciata con ardenti occhi sgranati dalla presidente del Consiglio a marzo del 2023 non sta andando benissimo. Al momento risultano arrestati come scafisti alcuni poveri disperati a cui è stato affidato il timone durante l’ultimo miglio, mentre gli scafisti veri erano già sulla via di ritorno per la Libia e per la Tunisia.

Era certamente molto vicino ai trafficanti – quelli veri – il torturatore libico Najeem Osema Almasri Habish, detto Almastri, che domenica era stato arrestato a Torino dopo aver assistito alla partita tra Juventus e Milan. Mica per niente su di lui pende un mandato di arresto internazionale della Corte penale internazionale.

Avrebbe potuto essere un bel colpo. Meloni avrebbe potuto benissimo organizzare una delle sue conferenze stampa dove è vietato fare troppe domande a colei che conferisce. Ma alla Corte dell’Aia temevano da subito che l’Italia avrebbe trovato un inghippo per liberare Almastri, troppo utile al nostro governo per fare il lavoro sporco in Libia.

Così è stato. Con poca vergogna il nostro governo ha scovato un presunto vizio procedurale e ha rilasciato il torturatore spolverandogli il colletto e porgendo tante scuse. Dopodiché ha pensato bene di mettere a disposizione un volo di Stato per riaccompagnarlo a Tripoli dove era atteso da una folla festante e fuochi d’artificio.

Riaccompagnare a casa “gli scafisti in tutto l’orbe terraqueo” è l’ultimo stadio dei sovranisti servi di decine di padroni.

Buon mercoledì.

La presidente Meloni a Bengasi, 7 maggio 2024

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Donald inaugura il nuovo corso e fa felici i signori delle armi

La guerra è un affare, e in questo caso un affare che si veste di nostalgia. Donald Trump, l’eterno candidato della retorica incendiaria, torna a occupare le pagine della politica internazionale con una promessa che suona come un brindisi nelle sale dei produttori d’armi: “Basta aiuti a Kiev“. Un annuncio che riempie di gioia non solo i falchi del trumpismo ma anche chi, dalla produzione di missili agli armamenti pesanti, sa trasformare l’incertezza in profitti stellari.

L’ironia è feroce: Trump, che si presenta come l’outsider pronto a sradicare gli interessi dei potenti, si rivela l’amico più affidabile per un settore che prospera sulla destabilizzazione. Il mercato delle armi, alimentato dalla crisi in Ucraina, è diventato un pilastro dell’economia per molti Paesi, soprattutto in Europa. Secondo i dati riportati da Politico, la promessa di un taglio agli aiuti statunitensi a Kiev apre scenari ben definiti: meno risorse americane significano più spazio per l’industria bellica europea. La guerra come opportunità, insomma, con Trump a fare da acceleratore.

Una guerra che cambia mercato

Il conflitto in Ucraina non è solo una tragedia umanitaria: è un volano per l’industria delle armi. Mentre i governi europei si affrettano a potenziare le proprie difese, temendo l’allargarsi del conflitto, i produttori di armamenti registrano bilanci in costante crescita. La Germania, ad esempio, ha varato un piano da 100 miliardi di euro per il riarmo. La Francia, dal canto suo, ha aumentato il budget per la difesa del 40% rispetto al periodo pre-bellico. I produttori di armi si sfregano le mani. Con l’ipotesi di un taglio agli aiuti americani, questi colossi si trovano nella posizione perfetta per colmare il vuoto.

E qui il paradosso: mentre si professa paladino del “prima gli americani”, Trump favorisce indirettamente una maggiore dipendenza europea dalle forniture locali. Non si tratta solo di denaro ma di un cambio di equilibri che potrebbe spingere i governi europei a un’autonomia che, sotto sotto, i produttori d’armi aspettano da anni. Gli alleati d’oltreoceano non sono solo indispensabili, sono anche concorrenti. E Trump potrebbe consegnare loro la scacchiera.

Il business dell’instabilità

La corsa agli armamenti non è mai stata tanto rapida. Lo dimostrano i dati: tra il 2021 e il 2023, gli ordini di armi in Europa sono aumentati del 93%, il più alto incremento dagli anni ’80. L’Ucraina ha bisogno di sistemi avanzati, ma non è solo Kiev a guidare la domanda. Polonia, Paesi baltici e persino Svezia e Finlandia stanno trasformandosi in nuovi hub militari. Trump, con il suo “America First”, non fa altro che alimentare il bisogno di armi e la paura dell’abbandono, trasformando ogni mossa in un moltiplicatore per l’industria.

È qui che si consuma il grande bluff. Gli stessi produttori che oggi sorridono alle dichiarazioni di Trump sanno che la sua politica non porta stabilità ma incertezza. Un’America meno presente significa più spese europee ma anche un mondo più instabile, il brodo primordiale per nuovi conflitti. E loro saranno sempre pronti a fornire le armi necessarie.

Chi paga il prezzo?

Mentre gli azionisti festeggiano e le borse registrano picchi record, la domanda resta la stessa: a quale costo? Chi pagherà per questo festino bellico? Non certo i produttori d’armi, che prosperano sia in tempo di guerra che in tempo di pace armata. Saranno le persone comuni, quelle stesse che vedono i loro governi destinare fondi sempre più consistenti alla difesa mentre sanità e welfare vengono lasciati indietro. Saranno i civili di Kiev, Mariupol o Kharkiv, che pagano il prezzo più alto in vite umane.

Trump, il miglior amico dell’industria bellica

La retorica di Trump è un’arma a doppio taglio, e i produttori d’armi lo sanno bene. Più incertezza significa più domanda. Più paura significa più contratti. Che l’industria bellica festeggi per il ritorno di Trump è il segreto peggio custodito di questa nuova stagione politica. Ma è anche la dimostrazione di come la politica, quando piegata agli interessi di pochi, non sia altro che un mercato. E a questo mercato, il prezzo lo paga sempre qualcun altro.

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I fessi in festa per Trump sognando di essere lui

Donald Trump si insedia alla Casa Bianca, e intorno a lui, tra applausi e sorrisi, c’è la crème dell’élite globale: Elon Musk, Jeff Bezos e altri miliardari stipati in pochi metri quadrati di ricchezza inarrivabile. Dall’altra parte, gli elettori che applaudono felici, convinti che un uomo come Trump rappresenti una promessa per tutti. È il grande inganno del sogno americano: l’idea che sostenere un ricco possa un giorno rendere ricchi anche loro.

Ma i numeri raccontano un’altra storia. Secondo Oxfam, dal 2020 il 63% della ricchezza prodotta è finita nelle mani dell’1% più abbiente, mentre al restante 99% è rimasto poco più di un terzo. Una forbice che continua ad allargarsi, giorno dopo giorno. I ricchi non condividono: accumulano. I numeri non mentono, ma chi applaude preferisce ignorarli.

Il copione non è nuovo. Anche in Italia abbiamo vissuto l’illusione con Berlusconi, l’imprenditore diventato politico che prometteva un paese di imprenditori. Il risultato? Le disuguaglianze sono cresciute, il divario tra ricchi e poveri si è ampliato e le briciole sono rimaste briciole. Oggi, come allora, i miliardari rappresentano un sistema chiuso che non redistribuisce ma consolida il proprio potere, lasciando chi sta sotto ad aggrapparsi al nulla.

Applaudire un ricco significa accettare un sistema che premia i pochi e ignora i molti. Ed è proprio quell’applauso, quel gesto disperato e ingenuo, il simbolo più tragico di una società che ha smarrito la capacità di pretendere giustizia e uguaglianza.

I più pericolosi sono i fessi che esultano per Trump sperando di diventare come lui e la sua compagnia di giro. 

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Ferrovie in tilt, tra ritardi e lucchetti ma Salvini insiste sul complotto

Matteo Salvini ha dichiarato che riferirà in Parlamento sugli «episodi sconcertanti» che, secondo lui, minaccerebbero la rete ferroviaria italiana. Ma quali sarebbero questi fantomatici sabotaggi? Un lucchetto da bicicletta abbandonato su un cavo elettrico e un tentativo di forzare una cabina elettrica: due episodi che hanno già il sapore di un copione mal scritto, una sceneggiatura mal scritta per un filmetto poliziesco di serie b. 

A Montagnana, in provincia di Padova, un tecnico di RFI ha segnalato il ritrovamento di un lucchetto appeso ai cavi del binario 2. Secondo le dichiarazioni ufficiali, l’oggetto avrebbe potuto causare danni se fosse entrato in contatto con un treno. La polizia ferroviaria è stata allertata e ha avviato un’indagine. A Roma, invece, presso la stazione Aurelia, è stato rilevato un tentativo di effrazione ai danni di una cabina elettrica, ma senza successo. Anche in questo caso è stata presentata una denuncia. Per Salvini, questi eventi rappresentano una strategia deliberata per destabilizzare il governo.

Sabotaggi o atti vandalici? La realtà dietro la propaganda

In realtà, i fatti raccontano una storia molto meno eclatante. Gli episodi descritti presentano caratteristiche già note: atti di vandalismo e tentativi di furto di rame, problemi che affliggono la rete ferroviaria da decenni e che nessuno ha mai scambiato per azioni di sabotaggio. Nonostante questo il ministro Salvini sceglie di confezionare una narrazione drammatica, evocando complotti che non trovano alcun riscontro nelle indagini in corso. È la distorsione della realtà perché comici con le opinioni. 

Questo modus operandi non è una novità. Basti ricordare il blackout di ottobre alla stazione Termini di Roma, inizialmente attribuito a un errore umano, ma poi rivelatosi il risultato di guasti strutturali e mancate manutenzioni. Anche in quell’occasione Salvini aveva preferito non affrontare direttamente il dibattito parlamentare, inviando al suo posto il ministro per i Rapporti con il Parlamento. Non argomentare è ormai una prassi. 

Nel frattempo, la situazione delle ferrovie italiane resta drammatica. Decenni di scarsi investimenti hanno lasciato una rete fragile e vulnerabile, mentre i cantieri finanziati con i fondi del Pnrr stanno causando ulteriori ritardi e disagi. Le opposizioni chiedono da mesi un piano concreto per affrontare la crisi, ma il ministro si limita a lanciare allarmi infondati e a puntare il dito contro nemici invisibili.

Oltre al ministro c’è la stampa amica. Surreale il paragone di questi episodi a una nuova versione «woke» delle Brigate Rosse. Un accostamento a dir poco ardito, ma che è funzionale alla strategia di distrazione: trasformare piccoli incidenti in minacce epocali per nascondere l’incapacità di risolvere i veri problemi. Vittimismo, ingigantismo, allarmismo: gli ingredienti delle portate di governo. 

L’allarme di Salvini e la crisi delle ferrovie italiane

Le indagini, finora, non hanno trovato alcuna prova di un piano organizzato di sabotaggio. Gli episodi appaiono per quello che sono: atti isolati che mettono in luce le debolezze di un sistema infrastrutturale lasciato al proprio destino per troppo tempo. Nel frattempo, i pendolari continuano a subire ritardi e cancellazioni, mentre il ministro dei Trasporti preferisce agitare lo spettro dei complotti. I veri sabotatori, alla fine, non sono quelli con i lucchetti: sono l’abbandono e l’inefficienza che bloccano il Paese ogni giorno. 

Domenica i capigruppo leghisti alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno fatto esplicito riferimento a un complotto organizzato contro Matteo Salvini: “Non vorremmo che, fallito l’assalto giudiziario per il caso Open Arms, qualcuno cercasse di fermare Salvini organizzando una “rivolta sociale” con danneggiamenti e assalti alle ferrovie”. Siamo nella fantascienza. 

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La tregua fragile in Libano che affama i bambini

Mentre il mondo celebra con sollievo il cessate il fuoco a Gaza e gli aiuti umanitari iniziano finalmente a entrare nella Striscia, il Libano si sprofonda in una crisi umanitaria che il conflitto tra Israele ed Hezbollah ha reso un incubo senza fine. Da ottobre 2023, oltre 4.000 persone hanno perso la vita, tra cui 290 bambini, e più di 1,2 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Un’agonia che si innesta su un contesto già fragile, dove più della metà dei 5,5 milioni di abitanti dipendeva dagli aiuti umanitari già prima del conflitto.

La fame e l’istruzione negata: una generazione in pericolo

Secondo Save the Children, quasi un terzo dei bambini in Libano – il 29% – affronta livelli critici di fame. Per alcuni, significa essere spinti al lavoro minorile per sostenere le proprie famiglie. Il conflitto ha devastato la produzione agricola e le catene di approvvigionamento, facendo esplodere i prezzi alimentari. Baalbek, città storica, è diventata il simbolo della tragedia: qui, per la prima volta, si registrano condizioni di emergenza alimentare di Fase 4 secondo l’IPC. Famiglie disperate contraggono debiti insostenibili o ricorrono a strategie estreme per sopravvivere.

Le comunità di rifugiati palestinesi e siriani sono tra le più colpite: il 40% vive in condizioni di fame di livello crisi o emergenza. Le testimonianze lasciano senza fiato. Aisha, madre di tre figli, racconta: “Sopravviviamo solo con il pane. Frutta e verdura sono un lusso. I miei figli non vanno a scuola e mio marito, dopo un incidente, non può più lavorare”. Una frase che racchiude l’orrore quotidiano.

L’emergenza non si ferma alla fame. Sei anni di instabilità politica, pandemia, l’esplosione al porto di Beirut e scioperi degli insegnanti hanno interrotto l’istruzione di un’intera generazione. Un bambino su quattro sotto i cinque anni vive in grave povertà alimentare, con danni irreversibili sulla salute e sullo sviluppo. “Sono scampati alle bombe solo per affrontare fame e malattie. Non possiamo permettere che questa diventi la nuova normalità”, avverte Jennifer Moorehead, direttrice di Save the Children in Libano.

Dall’ottobre 2023, Save the Children ha intensificato gli sforzi, supportando più di 175.000 persone, tra cui 70.000 bambini, con cibo, protezione e alloggi. Ma è una goccia nel mare di bisogni. L’organizzazione ha lanciato un appello per garantire che il cessate il fuoco duri e che gli aiuti raggiungano chi ne ha disperato bisogno, senza ostacoli burocratici o politici.

Tensione al confine: il fragile equilibrio del cessate il fuoco

Intanto, sul terreno, la situazione resta tesissima. Secondo le agenzie locali, nelle ultime ore bulldozer israeliani hanno raso al suolo strade e infrastrutture nei quartieri interni di Maroun el Ras, a sud del Libano, mentre carri armati si sono spinti verso la periferia di Bint Jbeil. Una casa è stata colpita da una granata, testimoniando come il cessate il fuoco sia tutt’altro che stabile. Mentre l’esercito libanese continua il suo dispiegamento nel sud, l’emittente saudita Al Arabiya ha rivelato che non esistono discussioni concrete per estendere il termine dei 60 giorni previsti per il ritiro israeliano. Un equilibrio precario, pronto a crollare al minimo segnale.

Nel frattempo, il Libano è lasciato a gestire il peso insostenibile di una crisi che si aggrava di giorno in giorno. L’inerzia internazionale è un fattore aggravante: mentre i riflettori globali si spostano altrove, chi vive nelle zone più colpite continua a combattere per la sopravvivenza, in un contesto dove l’emergenza è ormai la regola. Il futuro del Libano non si deciderà nei vertici internazionali ma nella capacità di affrontare questa tragedia con interventi concreti e immediati, che finora restano tragicamente insufficienti.

 

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Carceri italiane, otto morti in venti giorni: la scia di sangue del nuovo anno

Il 2025 si apre con un macabro bilancio: otto suicidi tra le persone detenute in Italia in soli venti giorni. Questa mattina, nella Casa Circondariale di Uta, a Cagliari, una persona detenuta di origine straniera si è tolto la vita, impiccandosi nella sua cella. Un gesto estremo che, nonostante i tentativi disperati di soccorso da parte della Polizia penitenziaria e dei sanitari, non ha lasciato scampo.

Un gennaio nero per le carceri italiane

È il secondo suicidio nello stesso carcere dall’inizio dell’anno e, come sottolinea Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, rappresenta l’ennesimo tassello di una “vera e propria carneficina” che coinvolge anche chi nelle carceri lavora: un operatore della Casa Circondariale di Paola, in Calabria, è tra le vittime di un sistema allo stremo.

Un sistema al collasso tra sovraffollamento e carenze

La sequenza di tragedie riflette un problema strutturale e organizzativo che sembra ignorato dall’azione di governo. Con 16.000 detenuti in più rispetto ai posti disponibili e una carenza cronica di personale della Polizia penitenziaria, stimata in 18.000 unità, le prigioni italiane si trasformano in trappole di degrado e disperazione. De Fazio descrive un quadro desolante, fatto di carenze sanitarie, strutture inadeguate e organizzazione inefficace. L’intervento annunciato di un commissario straordinario all’edilizia penitenziaria appare, in questo contesto, una misura tanto tardiva quanto insufficiente.

Il segretario della Uilpa invoca misure immediate: un piano per ridurre la densità detentiva, l’assunzione di nuovo personale e una riforma complessiva del sistema carcerario. L’inerzia rischia di rendere inevitabili altre morti, alimentando un circolo vizioso che penalizza detenuti e operatori.

Un suicidio ogni due giorni: questo non è un dato, ma una condanna collettiva. Ogni vita spezzata grida la complicità di un sistema che sceglie di voltarsi dall’altra parte. E mentre il governo temporeggia, i numeri continueranno a crescere, trasformando le carceri italiane nel simbolo dell’ipocrisia istituzionale.

 

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Le mani sporche dell’Italia: Elmasry, l’uomo che torturava per noi

Arrestato l’uomo che “fermava i migranti”. Si potrebbe dire così delle manette ai polsi messe a Njeem Osama Elmasry (Almasri) in un hotel a Torino dalla Digos di Torino nel corso di un controllo di routine.

Su di lui la Corte internazionale ha emesso il mandato di cattura lo scorso 18 gennaio per fargli scontare una condanna all’ergastolo per crimini di guerra e contro l’umanità. Le accuse sono integrate dalle contestazioni di stupro di guerra, violenze sessuali plurime e omicidio.

Elmasry è stato il capo della prigione e centro di torture libico di Mitiga e capo della polizia di Tripoli. Non si esclude una sua presunta partecipazione alle fosse comuni trovate a Tarhuna dopo il cessate il fuoco in vigore dall’ottobre 2020 su cui sta indagando la Corte penale internazionale.

Elmasry è un simbolo della Libia di oggi, dove la corruzione – anche morale – confonde criminali e poliziotti , che interpretano entrambi i ruoli. Il governo italiano continua a parlare di lotta ai trafficanti e finge di non sapere che lo sono i suoi referenti libici. Lo chiamano memorandum libico , ma è un quotidiano foraggiamento per criminali di stato che si distinguono per empietà e violenza.

Non è un caso che dalla Libia descrivano l’uomo come “noto per il suo rigore, la sua dedizione e la professionalità nell’adempimento dei compiti affidatigli per molti anni”.

Non è un caso che Elmasry sia stato arrestato in Italia: l’Italia tratta amichevolmente i criminali libici, li istruisce e gli è profondamente grata. Elmasry parla molto di noi. 

Buon martedì. 

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