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Riarmo Ue, ma a Stelle e Strisce: 800 miliardi per affrancare la difesa europea dagli Usa. Ma comprando da loro

Riarmo Ue per l’indipendenza militare europea Leggete qua. Il primo F-35 della Germania è stato consegnato dodici giorni fa a Fort Worth, in Texas, nello stabilimento della Lockheed Martin, e resterà in America: insieme ad altri sette aerei finirà alla base di Ebbing, in Arkansas, dove si addestreranno i piloti della Luftwaffe, mentre i primi caccia arriveranno alla base di Büchel solo dal 2027. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha salutato «l’inizio di una nuova era». Nuova era, fornitore di sempre. A Büchel quei 35 aerei porteranno le bombe nucleari B61 fornite dagli Stati Uniti.

È questo il riarmo che Bruxelles vende come autonomia strategica. Il piano ReArm Europe da 800 miliardi, ribattezzato Readiness 2030 per suonare meno bellicoso, si scontra con i dati che lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) ha pubblicato a marzo: fra il 2021 e il 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 58 per cento dei grandi sistemi d’arma importati dai 29 Paesi europei della Nato e a fine anno 12 Stati europei avevano 466 F-35 ordinati o in preselezione. Del resto l’Unione lo aveva messo per iscritto il 21 agosto 2025, nella dichiarazione congiunta con Washington sui dazi americani al 15 per cento: al punto 7 l’Ue “pianifica di aumentare in modo sostanziale” gli acquisti di equipaggiamento militare dagli Stati Uniti.

Riarmo Ue, i conti di Lussemburgo

Il 3 settembre la Corte dei conti europea ha pubblicato la sua analisi sulla politica di difesa dell’Unione, e fra gli ostacoli alla prontezza entro il 2030 ha messo, accanto ai sistemi nazionali frammentati e alle strozzature industriali, la “continua dipendenza dagli Stati Uniti“. Sulla base di uno studio esterno i revisori hanno ricordato che dall’invasione russa dell’Ucraina a giugno 2023 il 78 per cento degli acquisti militari dei Paesi Ue è avvenuto fuori dall’Unione e il 63 per cento negli Stati Uniti, cioè proprio dal fornitore da cui il riarmo doveva affrancare il continente.

Lunedì l’inchiesta di Investigate Europe, realizzata con Arte e Rtp, ha messo in fila il resto: gli eserciti europei usano 178 sistemi d’arma contro i 30 delle forze armate statunitensi. Il Servizio di ricerca del Parlamento europeo stima che per l’assenza di un approccio europeo integrato si perdano 44 centesimi per ogni euro investito in equipaggiamenti. Poi c’è Safe, il fondo da 150 miliardi di prestiti garantiti dal bilancio Ue a cui hanno aderito 19 Paesi, Italia compresa, che sulla carta impone di tenere in Europa almeno il 65 per cento del valore dei componenti. Solo che, come ha scoperto Investigate Europe, i contratti firmati prima di giugno 2026 possono usare quei prestiti anche per comprare dalle aziende americane. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius l’ha liquidata così con Investigate Europe: «era il modo per arrivare a quello che potremmo chiamare un compromesso». Con chi, è facile indovinarlo.

L’Italia non fa eccezione

Qui da noi il conto è ancora più sbilanciato. Secondo il Sipri, fra il 2021 e il 2025 il 93 per cento delle armi importate dall’Italia è arrivato dagli Stati Uniti, e il Documento programmatico pluriennale della Difesa 2024-2026 ha portato la flotta di F-35 da 90 a 115 aerei, 25 in più per 7 miliardi, motori e supporto fino al 2035 compresi. Intanto, come ha scritto Investigate Europe, il governo ha deciso di portare la spesa militare da 45 a 61 miliardi nei prossimi due anni, con il debito pubblico al 138 per cento del Pil a marzo. Un governo di “patrioti”, che compra americano più di nove volte su dieci.

A Washington, almeno, la chiamano con il suo nome. Il 6 febbraio Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo 14383, che istituisce una “America First Arms Transfer Strategy”. A Bruxelles lo stesso flusso di denaro continuano a chiamarlo autonomia strategica, mentre i piloti del primo caccia tedesco impareranno a pilotarlo in Arkansas.

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Da Pirandello a Wanna Marchi: ce l’hanno portata le classi dirigenti

Stefania Nobile ha ragione, e fa pure un po’ rabbia doverlo ammettere. Nel video in cui risponde a chi si indigna per il “Premio internazionale della cultura” ritirato con la madre Wanna Marchi nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, liquida Pirandello e recita la sua definizione dei manuali: la cultura è ciò che un gruppo umano apprende e trasmette. Appunto. E chi ce l’ha insegnata…

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Vendemmia 2026: tra cantine piene, vigne a secco. E il ministro Lollobrigida guarda più ai mercati che al clima

A Barolo, quasi tre settimane fa, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha tagliato il primo grappolo di Nebbiolo della vendemmia 2026 e, stando alle frasi riportate dall’Adige, ha spiegato che il vino italiano attraversa una «fase di assestamento» da affrontare aprendo nuovi mercati «a partire dall’Asia». Il clima, in quelle frasi, manca. Ed è un’assenza che pesa: un’annata stravolta dal caldo, in bocca al ministro, è diventata una pratica da ufficio export.

Eppure quell’estate sta scritta tutta nei registri delle cantine. In Franciacorta la raccolta è cominciata il 30 luglio per la prima volta nella storia del territorio. Secondo il Post a Montefalco l’hanno chiamata l’annata dei tre dieci, con 10 giorni di anticipo, il 10 per cento di uva in meno e 10 litri di vino persi ogni quintale, mentre in provincia di Chieti dopo oltre 120 giorni senza pioggia la produzione è calata fra il 25 e il 40 per cento rispetto alla media. Con condizioni così variabili Assoenologi, l’istituto pubblico per il mercato agricolo Ismea e l’Unione italiana vini quest’anno hanno rinunciato alla tradizionale stima prima della raccolta: i conti rischiavano di saltare. Contare l’uva è diventato un azzardo.

Quello che finisce nel bicchiere

Nell’acino succede quello che una revisione della letteratura guidata da Cornelis van Leeuwen dell’Università di Bordeaux, uscita nel 2024 su Nature Reviews Earth & Environment, aveva messo in fila: in 40 anni le vendemmie si sono anticipate di due o tre settimane, alcol e pH salgono, l’acidità scende, i vini perdono stabilità microbiologica e col caldo eccessivo gli aromi di frutta fresca lasciano il posto a quelli di frutta cotta. La stessa rassegna stima che circa il 90 per cento delle regioni vinicole tradizionali di pianura e di costa di Italia, Spagna e Grecia rischi di sparire entro la fine del secolo, e l’istituto francese Inrae, coautore dello studio, precisa che il conto vale con un riscaldamento globale oltre i 2 gradi. Perfino il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, che rivendica per gli enologi il compito di «evitare che sia il clima a decidere» quale vino produrre, come ha riportato Italia a Tavola, ammette che il caldo può accelerare gli zuccheri e abbassare l’acidità.

Per chi beve significa più gradi e meno freschezza, proprio mentre il mercato chiede vini più leggeri. E il bicchiere arriva presto. Dal 30 ottobre per legge si può vendere il novello, il primo vino dell’annata, e da lì il 2026 entrerà nelle case per anni, quando il dibattito pubblico avrà già archiviato il caldo fino alla prossima ondata di luglio. Michele Antonio Fino, docente all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, al Post ha detto che «non si tornerà alla normalità climatica a cui siamo abituati».

Il ministro guarda all’Asia

Le contromisure esistono ma costano e chiedono tempo. Stefano Poni dell’Università Cattolica ha spiegato al Post che la quota di aziende viticole italiane con acqua per irrigare «non supera il 20 per cento», e sempre secondo il Post in Campania si irriga appena l’1,17 per cento dei vigneti. Intanto il report Cantina Italia dell’Icqrf, l’ispettorato antifrodi del ministero, al 31 luglio contava ancora 42,6 milioni di ettolitri di vino in giacenza.

Davanti a vigne a secco e cantine piene il ministro ha visto una «fase di assestamento» da curare aprendo mercati in Asia, cioè un problema di vendite dove c’è un clima che nessun mercato orientale abbassa di un grado. Quel Nebbiolo tagliato a Barolo, del resto, diventerà Barolo solo dopo almeno 38 mesi di invecchiamento, quanti ne chiede il disciplinare, e arriverà sulle tavole quando del caldo del 2026 si sarà smesso di parlare da un pezzo. Dentro la bottiglia però ci sarà l’estate che il ministro ha lasciato fuori dal discorso di Barolo.

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Emergenza casa, la Spagna di Sánchez prova a fermare gli sfratti che l’Italia di Meloni vuole accelerare

Ottantasette anni, più di settanta passati nella stessa casa di Madrid, e mercoledì scorso una barella per uscirne, perché il fondo d’investimento che aveva comprato l’appartamento aveva ottenuto lo sfratto e la polizia, quando è entrata, l’ha portata fuori così. Maricarmen Abascal è finita in ospedale e la Spagna in piazza. Sabato, secondo Reuters, circa 30mila persone hanno attraversato la capitale agitando le chiavi di casa, e da allora centinaia di tende riempiono la Puerta del Sol, sotto gli uffici della presidente di centrodestra della regione Isabel Díaz Ayuso. Ieri l’avvocata di Abascal ha annunciato un accordo con il proprietario che la farà tornare a casa: una donna salvata dalle telecamere, insomma, e un sistema rimasto dov’era.

Casa, l’emergenza spagnola in numeri

La Banca di Spagna calcola un deficit di 750mila abitazioni, destinato a superare il milione entro il 2028, e in dieci anni i canoni sono raddoppiati, più in fretta dei salari. Il Consiglio della gioventù di Spagna ha calcolato che l’affitto medio, 1.176 euro, vale il 98,7 per cento dello stipendio medio mensile. Ayuso da parte sua ha liquidato la piazza come un tentativo di cambiare le regole dei contratti in corso, chiedendo ai manifestanti se per caso vogliono un limite d’età per pagare l’affitto. Ottantasette anni, appunto.

Oggi il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez porta in Consiglio dei ministri il decreto che i sindacati degli inquilini chiamano già “decreto Maricarmen”. Solo che il testo dovrà passare dal Congresso entro 30 giorni, e lì i catalani di Junts, che a febbraio avevano già contribuito ad affondare una prima legge, hanno fatto sapere di voler colpire soltanto i cosiddetti fondi avvoltoio. Tradotto: gli avvoltoi sì, il mercato no.

Roma accorcia i tempi

Qui da noi manca la barella davanti alle telecamere, mentre i numeri ci sono tutti. Gli ultimi dati del ministero dell’Interno, riferiti al 2024, contano 40.158 provvedimenti di sfratto e 21.337 sfratti eseguiti con l’ufficiale giudiziario, una media di 58 al giorno, e oltre 10mila provvedimenti, ha calcolato il Sicet, il sindacato inquilini della Cisl, sono arrivati perché il contratto era finito o perché il proprietario rivoleva la casa. La morosità, lì, non c’entra niente.

Il governo italiano ha preso esattamente la strada opposta a quella che Sánchez prova a imboccare. Il fondo nazionale per l’affitto, che aveva toccato 330 milioni, non è stato rifinanziato dalla prima legge di bilancio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e il 30 aprile, accanto al Piano casa, il Consiglio dei ministri ha approvato con dichiarazione d’urgenza un disegno di legge proposto insieme al ministro della Giustizia Carlo Nordio, che vale anche per la morosità e i contratti scaduti: decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso e penale dell’1 per cento del canone per ogni giorno in casa oltre il termine. «Tagliamo i tempi per le esecuzioni», ha rivendicato Meloni.

La tenda è già passata da Milano

Le tende, qui, si sono già viste. Nel maggio del 2023 la studentessa Ilaria Lamera piantò la sua davanti al Politecnico di Milano e nei mesi successivi gli accampamenti arrivarono davanti a più di 25 atenei. Tre anni dopo i canoni, secondo il portale idealista, hanno toccato 15,4 euro al metro quadro, il livello più alto da quando li misura, e la dichiarazione d’urgenza di Palazzo Chigi è andata ai tempi degli sfratti.

A Madrid è bastata un’anziana su una barella per riempire una piazza e portare un decreto sul tavolo del governo. In Italia una Maricarmen, se il Parlamento approverà il testo di Nordio, si troverebbe davanti un decreto di rilascio firmato entro quindici giorni dal ricorso e l’1 per cento del canone da pagare per ogni giorno in più passato nella propria cucina.

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Guerra ibrida da Mosca: l’Europa (Italia compresa) accusa, ma ammette software realizzati in Russia in uso alle polizie Ue

Sta scritto in un documento tecnico della Procura di Sassari datato aprile 2026: fra gli strumenti che la polizia giudiziaria può usare per estrarre e analizzare i dati dei dispositivi mobili, accanto a Cellebrite e GrayKey, c’è anche Oxygen Forensics. Il 23 settembre il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato l’arresto del suo amministratore delegato Lee Reiber e del russo Oleg Sergeyevich Davydov, accusati di aver nascosto al governo degli Stati Uniti che Oxygen, con sede in Virginia, era controllata da cinque cittadini russi e che il suo software veniva scritto in Russia. L’Europa che ogni giorno si allarma per la guerra ibrida, insomma, la Russia se l’era già portata in laboratorio.

Guerra ibrida, il software scritto in Russia

Secondo la denuncia gli stessi cinque proprietari controllavano MKO Systems, società russa che fino al 2022 si chiamava Oxygen Software e che vendeva in patria lo stesso software sotto altri nomi a clienti che avrebbero incluso il Servizio federale di sicurezza (Fsb) e il ministero dell’Interno russi. Davydov, che dirigeva gli sviluppatori in Russia, è stato fermato domenica 20 settembre a Heathrow mentre stava per imbarcarsi per Istanbul. Washington conta di chiederne l’estradizione. La denuncia non contesta al software codice malevolo né accessi abusivi ai dati dei clienti e le accuse andranno provate in aula. Solo che un software che apre i telefoni degli indagati, scritto in Russia dalla stessa squadra che scriveva il software che sarebbe finito all’Fsb, era un problema di sicurezza nazionale ben prima dell’arresto.

Secondo Politico, che ha pubblicato l’inchiesta il 27 settembre, Oxygen compare in due progetti finanziati dall’Unione europea sulle prove digitali: EVIDENCE, sostenuto con oltre 1,9 milioni di euro fra il 2014 e il 2016, consultava Oxygen in una rete che comprendeva Europol ed Eurojust, le agenzie europee di polizia e di cooperazione giudiziaria, mentre INSPECTr, finanziato da Horizon 2020 e attivo fino al 2023, ha costruito un software per rendere le prove estratte con Oxygen accessibili agli investigatori che usano altri software. La Commissione europea precisa che l’azienda era fuori dai consorzi e non ha ricevuto fondi per quei progetti. Sul suo sito, sequestrato il 20 settembre, Oxygen elencava però la Commissione fra i clienti, scrive ancora Politico.

Software dalla Russia: chi lo comprava

Secondo gli avvisi della banca dati europea degli appalti consultati da Politico, il software Oxygen è stato accreditato o acquistato dalle polizie di Germania, Spagna, Italia e Polonia; in Ungheria la polizia ha firmato a dicembre 2024 un contratto da 10,14 milioni di fiorini (circa 27mila euro) e le polizie di Romania e Lettonia lo hanno comprato ancora a settembre. Nessuna polizia nazionale ha risposto alle domande di Politico.

Il 2 settembre a Wicklow il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto di non escludere tentativi russi di condizionare le prossime elezioni italiane, aggiungendo che «per questo bisogna intervenire in anticipo». In anticipo. Del resto la guerra ibrida qui da noi è diventata soprattutto un’etichetta da incollare addosso a chi dissente, pronunciata con leggerezza nei comizi, mentre il controllo di chi vende software alle polizie, quello noioso fatto di visure e certificazioni, resta roba da uffici acquisti.

L’organizzazione per i diritti digitali Access Now chiede all’Ue e ai governi di sospendere quegli strumenti e di indagare su come un’azienda di proprietà russa abbia passato un decennio dentro le forze dell’ordine occidentali, riferisce Politico. Per sapere se i telefoni degli indagati italiani sono passati da un software scritto in Russia, il governo che voleva intervenire in anticipo ci ha lasciato un’unica strada: leggere un giornale di Bruxelles.

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L’unità di misura della tregua a Gaza è lo spazio sottratto

Nella Striscia di Gaza la tregua si misura in spazio sottratto. Lunedì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il coordinatore speciale ad interim per il processo di pace in Medio Oriente, Ramiz Alakbarov, ha letto le osservazioni del segretario generale António Guterres: le autorità israeliane hanno confinato la popolazione di Gaza in circa il 30 per cento del territorio, mentre le uccisioni di civili continuano.

Sull’altro lato della Linea Gialla, secondo un’analisi di immagini satellitari del New York Times, l’esercito israeliano ha costruito almeno una dozzina di avamposti, si è spinto oltre la linea di ritiro concordata e ha steso pavimentazione nuova dove prima della tregua c’erano le macerie. Il 2 settembre il primo ministro Benjamin Netanyahu era lì: «restiamo su questa linea». Di là, le macerie diventano asfalto. Di qua restano dove sono: il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha spiegato al Guardian che per rimuoverle serviranno dai sette ai dieci anni e che le autorità israeliane limitano l’ingresso dei macchinari, considerando parte delle attrezzature utilizzabili anche da Hamas.

Il ministero della Salute di Gaza conta 1.421 palestinesi uccisi dall’inizio della tregua e 74.022 dall’ottobre 2023. Nel dicembre 2024 Amnesty International ha concluso che Israele commette un genocidio anche imponendo ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per distruggerli fisicamente. A Tunisi quattordici persone arrestate dopo il corteo del 19 settembre per i quattro organizzatori della Global Sumud Flotilla sono finite in custodia cautelare, come ha confermato ad Al Jazeera un avvocato della difesa, e tre dei quattro restano in sciopero della fame. Alakbarov ha chiuso così il capitolo su Gaza: «lo spazio per la ripresa» finora è stato negato.

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Tajani dice cose. E non fa ridere

«Peraltro prevista». Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha archiviato la condanna a 10 anni di tre ufficiali della National Security egiziana per il sequestro di Giulio Regeni, aggiungendo che «non cambiano i rapporti con l’Egitto» perché a essere colpevole non è «l’Egitto in quanto tale». Che la responsabilità penale sia personale lo sa anche una matricola di Giurisprudenza, solo che quei tre erano uomini degli apparati di Abdel Fattah al-Sisi, processati in contumacia perché il Cairo per anni ha negato all’Italia perfino i loro indirizzi.

Noi su Tajani continuiamo a sbagliare, anzi addirittura a divertirci. Collezioniamo le sue frasi come figurine: la moglie da scegliere con «la gonna più lunga, meno appariscente, che non ti tradisce», con le scuse poi spedite da Washington, e il diritto che «è importante fino a un certo punto», detto a Porta a Porta mentre Israele bloccava la Flotilla. Nel 2019, da presidente del Parlamento europeo, trovò in Mussolini «cose positive» e poi a Repubblica si giustificò così: «Ho sbagliato con l’italiano forse». Ridiamo. E mentre disegniamo la macchietta perdiamo di vista il ministro.

Solo che un ministro degli Esteri parla per lo Stato, e al Cairo le sue parole si pesano come atti. Il 3 settembre Tajani era da al-Sisi con due ministri e un Business Forum al seguito, a rafforzare il partenariato, parola della Farnesina; ora ha fatto sapere al regime che la sentenza di una Corte d’assise della Repubblica resta una faccenda fra tre imputati irreperibili. La legale della famiglia Regeni chiede al governo di rompere con l’Egitto: il capo della diplomazia ha già messo agli atti che i rapporti restano quelli. E il sovranismo rivendicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni come linea politica del governo? Vaporizzato appena si varca il portone della Farnesina.

Sono tempi così cupi che per liberare il ministero degli Esteri tocca confidare in Marina Berlusconi, che con il fratello Pier Silvio finanzia Forza Italia e da marzo ne chiede il rinnovamento. Non resta che sperare che i figli del suo dante causa gli indichino l’uscita. Possibilmente prima del prossimo volo per il Cairo.

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Università a dieta in 15 regioni, il record (di carta) del governo: il fondo cresce, ma gli aumenti se li mangia l’inflazione

Più soldi all’università e meno università per ogni studente: il governo di Giorgia Meloni è riuscito a tenere insieme le due cose, e da mesi ne racconta una sola, con la disinvoltura di chi legge il totale dello scontrino e si dimentica di guardare i prezzi. Il 20 settembre, alla festa di Gioventù Nazionale, la presidente del Consiglio ha rivendicato di aver portato il Fondo di finanziamento ordinario “al suo livello più alto di sempre”, un quarto sopra il 2019, e ha accusato di usare argomenti falsi chi le rimproverava i tagli.

La ministra dell’Università Anna Maria Bernini canta la stessa strofa. Nel comunicato con cui l’8 agosto il Mur ha annunciato il riparto del fondo 2026 si è affidata alla formula di rito, “continuiamo ad aumentare le risorse per le università”, e a inizio settembre il dossier di Fratelli d’Italia sui quattro anni di governo ha appeso in bacheca gli “stanziamenti record per università e ricerca” accanto agli altri trofei. Un record contato in euro nominali.

Università, il record al netto dei prezzi

A fare i conti che a Palazzo Chigi nessuno ha voglia di fare è Giuseppe Migali, ordinario di Economia politica all’Università Magna Graecia di Catanzaro, in un’analisi uscita il 24 settembre su lavoce.info. Tra il 2019 e il 2025 il fondo passa da 7,45 a 9,37 miliardi e cresce del 25,7 per cento in termini nominali. Poi l’economista toglie l’inflazione e sui 60 atenei statali del suo campione l’aumento del 24 per cento si sgonfia a un misero 4,1. Divisi per gli iscritti, i soldi reali per studente scivolano sotto il livello del 2019 e sotto quello del 2022.

Il 2022 è l’anno in cui arriva Meloni e Migali lo usa come linea di confine. Da lì gli incrementi nominali hanno “sostanzialmente compensato” l’aumento dei prezzi mentre gli iscritti continuavano a salire, così il finanziamento reale per studente cala del 2,5 per cento. Per restare dov’era nel 2022 sarebbero serviti circa 208 milioni aggiuntivi nel 2025, e parliamo soltanto delle quote esaminate nei sessanta atenei. Il governo del record insomma ha fatto correre il fondo alla stessa velocità dei prezzi.

Lo mette nero su bianco perfino l’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, ente pubblico vigilato proprio dal ministero, che nel Rapporto 2026 calcola che dal 2018 al 2025 il fondo è cresciuto del 27,6 per cento in euro correnti e appena del 7,3 in termini reali, con un’erosione inflazionistica che nel 2025 vale circa 1,5 miliardi. Quanto al 2026 del comunicato trionfale, l’aumento è di 25,6 milioni, lo 0,27 per cento, contro un’inflazione media che l’Istat dà già acquisita al 2,9 per cento. Nessun ateneo registra riduzioni, giura il ministero. Conta gli euro, appunto, e lascia perdere quello che con quegli euro si compra.

Quindici regioni su diciotto

La mappa di Migali è ancora più crudele. Tra il 2022 e il 2025 le risorse reali per studente scendono in 15 regioni su 18 e crescono solo in Basilicata, Lombardia ed Emilia-Romagna, mentre Umbria e Sicilia perdono intorno al 9 per cento. In Calabria il finanziamento per iscritto era salito del 10 per cento fra il 2019 e il 2022, poi nel triennio successivo i fondi reali calano mentre gli studenti aumentano e il conto di ciascuno perde il 5,5 per cento. Altro che record: è una dieta, spalmata con cura su quindici regioni.

Nel dicembre 2024 la stessa Bernini spiegava ai giornalisti all’inaugurazione dell’anno accademico della Iulm, come riportò l’Italpress, che “una cosa sono i numeri e una cosa è la propaganda”. Aveva ragione. I numeri adesso li ha messi in fila un economista che insegna a Catanzaro e la propaganda sta nel dossier dei trofei e sul palco di Gioventù Nazionale, dove ai ventenni si racconta di aver dato all’università più che mai: più euro, certo, solo che a ciascuno di loro ne arriva meno.

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La sentenza Regeni ci sta comoda in valigia, e al-Sisi ha già invitato Meloni al Cairo

Una sentenza non restituisce un figlio, è solo un alito dentro il dolore, eppure ieri sera a Roma ha rimesso in piedi la verità giudiziaria. La Corte d’Assise ha condannato a 10 anni tre ufficiali della National Security egiziana per il sequestro di Giulio Regeni, 3.890 giorni dopo il ritrovamento del suo corpo torturato. L’omicidio è caduto, il sequestro resta e porta la divisa di un altro Stato.

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Processo Hydra, la pm Cerreti sotto scorta e la politica guarda altrove: se la mafia non uccide non fa notizia

Tre segni sul finestrino blindato lasciati da un corpo contundente sull’auto di scorta della pm Alessandra Cerreti, un’auto che era parcheggiata nel cortile del Palazzo di Giustizia di Milano, proprio lì dove lo Stato dovrebbe sentirsi a casa, e che aveva i giubbotti antiproiettile della scorta chiusi dentro.

Cerreti è la pm della Direzione distrettuale antimafia(Dda) di Milano che con Rosario Ferracane ha portato a processo Hydra, l’inchiesta sul consorzio fra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia, arrivata il 12 gennaio a 62 condanne in rito abbreviato. Lunedì scorso l’informativa è partita verso la Procura di Brescia, che è competente sui magistrati del distretto di Milano. Da allora il caso viaggia come una pratica qualsiasi fra due uffici.

Lucia Musti, procuratrice generale di Torino, sabato al convegno di Libera Non è altrove l’ha detto chiaro: dell’attacco a Cerreti “si è parlato molto poco”. Poi ha aggiunto, e lei stessa l’ha detto maliziosamente, che forse con un magistrato in servizio “a sud di Roma”, o con un uomo, la risonanza sarebbe stata maggiore. Il sospetto di Musti ha precedenti. Un anno fa le auto di scorta della pm sono state divise da un Suv nero in autostrada e seguite da vicino fin dentro Milano, gli accertamenti su quel Suv sono caduti nel vuoto e l’episodio si è saputo solo adesso.

Non solo Hydra e Cerreti: una minaccia ogni 28 ore

I numeri danno ragione al sospetto di Musti. Il sedicesimo rapporto “Amministratori sotto tiro” di Avviso Pubblico ha contato 309 intimidazioni contro amministratori e dipendenti degli enti locali nel 2025, una ogni 28 ore, il 6 per cento in meno dell’anno prima, solo che intanto la geografia si sposta: il Nord-Ovest sale a 44 casi e la Lombardia, con 30 episodi e un aumento del 58 per cento sul 2024, è la regione più colpita del Centro-Nord. Lei lo chiama “terrore silente”, quello che in Piemonte e in Emilia-Romagna ha fatto credere per decenni alla «favoletta» dell’assenza delle mafie, visto che per strada non si sparava col kalashnikov.

Il silenzio si misura anche fuori dalle aule. Nell’indagine Ipsos Doxa diffusa a luglio il 50 per cento degli italiani mette le mafie fra i problemi più urgenti del Paese, contro il 62 del 2022. Luca Tescaroli, procuratore di Prato, a giugno ha spiegato alla rivista La Magistratura che l’attenzione sulle mafie è caduta, probabilmente anche per una strategia delle mafie stesse, pensata per non destare allarme sociale. Il giornalista di Report Giorgio Mottola, come ha riportato Antimafia Duemila, a maggio alla Bicocca aveva detto la stessa cosa in modo più semplice: “Hydra non interessa perché non si ammazza”. Insomma raccontiamo le mafie solo quando lasciano un corpo sull’asfalto, e le mafie, che lo sanno da anni, hanno imparato a non lasciarlo più.

Sovraesposti e poco protetti

Paolo Borsellino questo esatto meccanismo l’aveva descritto il 26 gennaio 1989, in una lezione agli studenti dell’istituto Remondini di Bassano del Grappa. Parlava di una “delega inammissibile” a magistrati e polizia, lasciati a occuparsi da soli della mafia, e ne indicava il prezzo: chi indaga si ritrova “estremamente sovraesposto e poco protetto”, perché per il criminale eliminare quel magistrato significa eliminare l’unico nemico che ha. Pochi mesi prima la sua denuncia sulla smobilitazione del pool antimafia di Palermo, affidata a Repubblica e all’Unità, aveva acceso sui giornali una polemica durata tutto l’agosto del 1988. Trentotto anni dopo la smobilitazione costa molto meno. Basta che nessuno ne parli.

La nota con tutti gli episodi di minacce contro Cerreti, compreso l’inseguimento in autostrada, è stata trasmessa alla Commissione parlamentare antimafia. Sta lì, agli atti. Tre segni su un vetro blindato che ha retto, e intorno un silenzio che regge ancora meglio, tenuto in piedi ogni giorno da giornali e partiti.

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