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Santanchè rinviata a giudizio: il peso del caso Visibilia su Meloni e il governo

Il rinvio a giudizio di Daniela Santanchè per il caso Visibilia aggiunge un nuovo capitolo al lungo dossier giudiziario che vede protagonista la ministra del Turismo. Il Gup di Milano, Anna Magelli, ha deciso di mandare a processo la senatrice di Fratelli d’Italia e altri imputati (in tutto 17), con l’accusa di false comunicazioni sociali. Il procedimento si aprirà il 20 marzo davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Milano.

Visibilia e il nodo delle accuse

L’inchiesta ruota attorno alla gestione finanziaria del gruppo Visibilia, fondato dalla Santanchè e oggetto di pesanti accuse. Secondo la Procura, tra il 2016 e il 2022 i bilanci societari avrebbero celato perdite milionarie, consentendo alla holding di restare operativa e di ingannare gli investitori. Un nodo cruciale delle contestazioni riguarda l’iscrizione dell’avviamento, un valore intrinseco dell’azienda, per cifre comprese tra 3,8 e 3,2 milioni di euro, senza procedere alla svalutazione necessaria già dal 2016. La Guardia di Finanza ha messo in luce come queste pratiche avrebbero permesso di mascherare difficoltà economiche strutturali, causando un danno agli azionisti minori, tra cui Giuseppe Zeno, che con il suo legale è parte civile nel processo.

La difesa della ministra, rappresentata dagli avvocati Nicolò Pelanda e Salvatore Sanzo, nega ogni addebito. Secondo i legali, i soci erano pienamente informati sulle perdite e non vi sarebbe stata alcuna operazione di maquillage contabile. Inoltre, si evidenzia come la voce “avviamento” fosse già stata oggetto di un precedente fascicolo archiviato. Una tesi che, per ora, non ha convinto i magistrati Marina Gravina e Luigi Luzi, i quali hanno ribadito che “tutti sapevano e tutti hanno taciuto”.

Il caso Visibilia ha già visto patteggiamenti da parte di due società del gruppo, Visibilia Editore ed Editrice, e di un manager. La giudice Magelli ha invece dichiarato prescritti i reati relativi al periodo 2016-2018, sollevando la ministra da alcune imputazioni. Tuttavia, il cuore dell’inchiesta rimane solido e si concentra sugli anni successivi, quando le presunte irregolarità avrebbero continuato a essere perpetrate.

Questo rinvio a giudizio rappresenta il primo processo che coinvolge Daniela Santanchè come imprenditrice, ma non è l’unico fronte aperto. Una situazione che mette in difficoltà anche Giorgia Meloni, costretta a difendere una delle sue fedelissime in un momento di crescente pressione mediatica e politica.

Le conseguenze politiche e il peso su Meloni

Mentre il processo penale si prepara ad affrontare le prime udienze, il dibattito pubblico sul ruolo della Santanchè in politica e nel mondo imprenditoriale si intensifica, sollevando interrogativi sull’eticità e la trasparenza di chi ricopre cariche istituzionali.

La ministra, assente in aula durante la decisione del GUP, dovrà ora affrontare un procedimento che rischia di segnare profondamente la sua carriera politica e imprenditoriale. L’esito del processo sarà cruciale per definire le responsabilità e l’effettiva portata delle presunte manipolazioni contabili, in un contesto che sembra sempre più caratterizzato da una commistione tra affari privati e ruolo pubblico.

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La parata dei nazionalisti: il ritorno di Trump segna l’apoteosi del populismo globale

L’insediamento di Donald Trump come 47° presidente degli Stati Uniti, fissato per il 20 gennaio 2025, promette di trasformarsi in uno spettacolo globale di convergenza populista. Non solo un’assunzione di potere, ma una celebrazione della rete internazionale di leader che trovano nella retorica nazionalista e sovranista il loro terreno comune. Una parata di nomi che sembrano estratti da un’enciclopedia del populismo contemporaneo, pronti a calcare il tappeto rosso della Casa Bianca con l’ardore di chi sente di stare scrivendo una nuova pagina di storia.

Un’alleanza transcontinentale: dal Sud America all’Europa, i sovranisti convergono a Washington

A rappresentare l’America Latina ci sarà Javier Milei, il presidente argentino noto per il suo linguaggio incendiario e le politiche economiche estreme. Milei non nasconde l’ammirazione per Trump, definendolo un “faro di libertà”. Una sintonia naturale, quella tra i due, che li rende simboli di un asse transcontinentale del dissenso anti-establishment. Accanto a lui, Santiago Abascal, leader del partito spagnolo Vox, che si è guadagnato l’invito non solo per le sue posizioni ultraconservatrici, ma anche per la sua guida del gruppo europeo “Patriotas”, una coalizione di partiti di estrema destra che comprende Marine Le Pen, Matteo Salvini e Viktor Orbán.

E Orbán non poteva mancare. Il primo ministro ungherese è stato tra i primi a congratularsi con Trump per la sua vittoria e la sua presenza è un segnale inequivocabile di un’alleanza che va ben oltre le cerimonie ufficiali. Dalla Germania, arriverà Tino Chrupalla, co-leader di Alternativa per la Germania (AfD), che vede in Trump un modello di successo nella lotta contro il globalismo e l’élite liberale.

L’assenza di Marine Le Pen, impegnata nella preparazione delle elezioni europee, non passerà inosservata, ma sarà compensata da una folta rappresentanza del suo partito, il Rassemblement National. Una scelta che sottolinea come il fronte populista europeo consideri l’America di Trump un laboratorio politico da osservare e, possibilmente, imitare. Persino Matteo Salvini, dopo un periodo di appannamento mediatico, sfrutterà l’occasione per riaffermare il suo ruolo internazionale, sperando di rilanciare la sua immagine offuscata in patria.

La lista degli invitati è anche un termometro delle nuove alleanze globali. Jair Bolsonaro, che ha definito Trump il suo “mentore”, sta facendo i salti mortali per partecipare, nonostante le sue vicende giudiziarie in Brasile. Le sue ultime dichiarazioni lasciano poco spazio a dubbi: “Sarò lì, costi quel che costi”. In compenso, l’assenza del presidente cinese Xi Jinping e del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu segnala le tensioni geopolitiche che questa cerimonia non farà che acuire.

La sfida geopolitica del populismo globale: un manifesto dalla Casa Bianca

Tra una fanfara e le provocazioni, l’insediamento di Trump si configura come un raduno mondiale del populismo. Ogni leader presente porta con sé un bagaglio di slogan, politiche divisive e ambizioni personali, ma è l’immagine collettiva a colpire: un mosaico di nazionalismi che si uniscono sotto il vessillo di un’ideologia che non si accontenta di essere periferica. La Casa Bianca diventa così il fulcro di una narrazione globale in cui il conflitto tra “noi” e “loro” si sposta sul palcoscenico mondiale.

Donald Trump, nel frattempo, sembra godersi ogni minuto di questa ribalta. Per lui, ogni stretta di mano con Orbán o Abascal è un altro tassello nella costruzione di un impero ideologico che va ben oltre i confini americani. Ma questa è anche la sua sfida più grande: trasformare l’alleanza di convenienza tra populisti in un’eredità politica duratura. La storia giudicherà se ci sarà riuscito. Per ora, il mondo assiste a una cerimonia che sembra più un manifesto politico che un evento istituzionale.

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Migranti motore dell’economia, un Report spiazza Meloni & C.

Abbandonare le narrazioni semplicistiche è ormai un imperativo. Il fenomeno migratorio è complesso, articolato e intriso di dati che disegnano una realtà ben diversa da quella che spesso viene proposta nel dibattito pubblico. Il rapporto “Flussi migratori” del CeSPI è una sfida intellettuale contro la miopia politica e sociale: i numeri e le analisi non sono opinabili, ma strumenti per rompere le retoriche di paura e costruire una strategia.

Declino demografico: una crepa strutturale

La crisi demografica è il punto di partenza. L’Italia, come altri 62 Paesi, affronta un declino della popolazione che è più di un dato: è una frattura che mina le basi del welfare. L’immigrazione non è un’ipotesi, è una necessità. Il 28% della popolazione mondiale vive in nazioni dove il picco demografico è già stato superato e l’invecchiamento avanza. Per l’Italia, che si colloca tra questi Paesi, l’immigrazione è il solo argine contro l’erosione della forza lavoro. Non si tratta di altruismo, ma di pragmatismo spietato: o ci apriamo ai migranti o il sistema implode.

Migranti imprenditori: il dinamismo oltre lo stereotipo

Eppure, il contributo migratorio non è confinato alla sostituzione demografica. I migranti creano lavoro, innovano e sfidano le inerzie economiche. Tra il 2011 e il 2021, l’autoimpiego degli immigrati ha generato 3,9 milioni di nuovi posti di lavoro nei Paesi OCSE, contribuendo al 15% della crescita occupazionale. Questi numeri non sono retorica, sono fatti che smentiscono i luoghi comuni. Ma c’è di più: il 17% dei lavoratori autonomi nei Paesi OCSE è composto da immigrati, un balzo rispetto all’11% del 2006.

Le barriere che zavorrano il potenziale

La realtà non è rosea. Molti migranti si trovano spinti verso l’autoimpiego dalla mancanza di opportunità nel lavoro dipendente, confinati in settori a bassa produttività. La burocrazia soffoca, l’accesso al credito è un miraggio e le reti professionali restano ostili. Questo è il terreno dove le politiche di integrazione devono intervenire: non per pietà, ma per liberare energie e trasformare i limiti in opportunità. L’Italia, con il suo saldo migratorio netto limitato, non può permettersi di sprecare questo potenziale.

Le migrazioni: motore di sostenibilità

Le migrazioni sono una leva per il futuro. L’UN–DESA, nel rapporto del 2024, ribadisce che i flussi migratori sostengono lo sviluppo sostenibile, sia nei Paesi di origine che in quelli di destinazione. Le rimesse migliorano le economie locali, il trasferimento di competenze innalza la qualità della forza lavoro e l’innovazione fiorisce nei settori che integrano i migranti. Perché questo accada, è indispensabile garantire percorsi legali e combattere ogni forma di discriminazione.

Rifugiati: non solo emergenza

Tra le pieghe del fenomeno migratorio ci sono i rifugiati, il cui numero ha toccato record storici. Persecuzioni, conflitti e crisi ambientali spingono milioni di persone oltre i confini. Integrarli non è solo un obbligo morale, è un’occasione per riscrivere le dinamiche sociali. Lasciare che l’accoglienza resti una questione confinata ai Paesi di transito è un atto di codardia politica che le nazioni più ricche non possono permettersi.

Un appello alla strategia

L’Italia è al 19° posto nel saldo migratorio netto globale. Una posizione che non si addice a una nazione che si proclama avanzata. I numeri parlano di un’attrattività limitata e di politiche inconsistenti. Cambiare rotta è imperativo. Il rapporto del CeSPI non è un semplice elenco di dati: è un grido d’allarme e una bussola per chi ha il coraggio di affrontare il tema migratorio con lucidità e visione.

Le migrazioni non sono un’emergenza, ma una realtà strutturale. Governiamole con intelligenza, investiamo nei diritti e nella cooperazione. L’immigrazione non è il problema: è una delle soluzioni.

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Saranno contenti Licio Gelli e Silvio Berlusconi

La Camera ha approvato il primo passo verso la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti. Una riforma che sa di passato, blindata senza dibattito, come ha sottolineato Giuseppe Santalucia dell’Anm. Il governo la chiama rivoluzione ma è difficile non vedere in questo provvedimento il compimento di un disegno preciso, portato avanti per anni, amato da Licio Gelli e da Silvio Berlusconi. 

Separare i ruoli significa stravolgere la struttura stessa della giustizia. Non è un dettaglio tecnico, come qualcuno vorrebbe far credere: è un cambio di paradigma che rende i giudici più vicini al potere e più lontani dai cittadini. La promessa di spezzare le correnti è solo uno slogan. La realtà è che questa riforma disegna una giustizia più fragile, più esposta a pressioni politiche, meno indipendente.  

Il ministro Nordio, dal suo banco, parla di efficienza. Eppure basta leggere i documenti ufficiali per scoprire che i problemi reali del sistema – processi lenti, carichi di lavoro insostenibili, infrastrutture inadeguate – restano lì, intatti. L’obiettivo non è migliorare la giustizia, ma ridisegnarla in modo che sia meno scomoda.  

Questa non è una riforma neutra. Non è un atto dovuto. È un manifesto politico. E ora, con un referendum all’orizzonte, il governo gioca una partita pericolosa, presentandolo come un voto pro o contro i magistrati. Ma il punto sarebbe l’equilibrio democratico. La separazione delle carriere non spezza le correnti: spezza la giustizia. E una giustizia spezzata non è più giustizia.  

Buon venerdì.

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Il Sahara è diventato un cimitero, ecco l’altra faccia delle frontiere Ue

L’ombra lunga del Sahara continua a inghiottire le speranze di chi cerca un futuro migliore, trasformando il deserto in un immenso cimitero a cielo aperto. L’ultimo dramma umanitario si è consumato nei primi giorni di gennaio con una delle più grandi espulsioni di massa mai registrate dalla Libia. Più di 600 persone di nazionalità nigerina sono state deportate dal Paese nordafricano, stipate in un convoglio di camion e costrette ad affrontare un viaggio definito “pericoloso e traumatizzante” verso la città di Dirkou, nel deserto del Niger.

Il viaggio disumano: tra freddo, violenza e desolazione

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha denunciato l’episodio, sottolineando che si tratta della più grande deportazione mai avvenuta, superando quella di 400 persone registrata lo scorso luglio. L’operazione, orchestrata dalle autorità libiche, ha coinvolto lavoratori migranti radunati nell’arco di un mese. Tra temperature glaciali e condizioni disumane, gli esseri umani sono stati caricati come merce su camion, affrontando le insidie di un viaggio nel deserto dove il freddo taglia la pelle e la speranza è un lusso per pochi.

“Quel che è accaduto è qualcosa di nuovo,” ha dichiarato Azizou Chehou, dell’organizzazione Alarm Phone Sahara. Ma ciò che è davvero “nuovo” è la brutalità sistematica con cui i migranti vengono trattati. Racconti di risse per trovare un posto sicuro sui camion, cadute che lasciano segni indelebili sui corpi e sull’anima, e un arrivo ad Agadez che sa di miraggio: distrutti fisicamente e psicologicamente.

Dietro la tragedia c’è una regia più ampia, che vede i paesi dell’Unione europea impegnati in una politica di esternalizzazione delle frontiere. L’Italia, con il suo Piano Mattei, ha stretto accordi con Libia e Tunisia per ridurre i flussi migratori verso l’Europa. L’obiettivo è chiaro: evitare che quelle vite arrivino sulle coste europee.

L’Europa e il prezzo della sicurezza: chi paga davvero?

David Yambio, portavoce dell’organizzazione no-profit Refugees in Libya, ha parlato senza mezzi termini: “Questa è la politica di frontiera dell’Europa messa a nudo. L’UE paga per cancellare i migranti, rendendo invisibile la sofferenza. Leader come Orbán, Giorgia Meloni o Trump applaudono a questa crudeltà sistematica.” Parole che suonano come un atto d’accusa contro una politica che sembra aver scelto di cancellare i diritti umani dalle sue priorità.

La diminuzione degli sbarchi in Italia e nel Mediterraneo centrale – secondo Frontex, un calo del 59% – non racconta tutta la storia. Ogni vita non salvata in mare diventa un numero da aggiungere al bilancio del deserto. Il Sahara, definito da molti “un cimitero di migranti”, non fa distinzioni: uomini, donne e bambini scompaiono tra le sue dune, cancellati dall’indifferenza e dalle politiche restrittive.

In questo quadro, è impossibile non interrogarsi sulle responsabilità dell’Europa. La politica di esternalizzazione non è un fenomeno recente, ma oggi appare come una macchina oliata per trasformare i confini in muri invalicabili. L’Unione europea finanzia governi come quello libico, già al centro di denunce per le sistematiche violazioni dei diritti umani, e chiude gli occhi davanti a una realtà che urla vendetta.

Non è un caso isolato. Ogni deportazione, ogni convoglio di camion che attraversa il deserto, è un pezzo di una strategia più ampia. L’Europa si lava le mani ma il sangue resta. Le vite inghiottite dal Sahara non sono semplici statistiche. Sono storie spezzate, famiglie distrutte, sogni che si infrangono contro le barriere fisiche e politiche erette in nome della sicurezza.

E così, mentre i leader europei si congratulano per i risultati ottenuti, il deserto continua a raccogliere corpi e silenzi. Dirkou non è solo una città, è l’istantanea di un fallimento collettivo. E fino a quando queste politiche continueranno, il Sahara rimarrà un muto testimone di un’epoca che usa il deserto come sacco dell’umido. 

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Bella tregua in Palestina! A Gaza si continua a morire

C’è il cessate il fuoco, sempre che tenga. C’è la promessa di cessate il fuoco ma ieri sono stati uccisi almeno 20 bambini e 25 donne. C’è il cessate il fuoco e ci sono le macerie. Le macerie di Gaza non sono solo pietre. Ogni frammento è il testimone muto di un’infanzia rubata, di famiglie spezzate, di sogni mai nati. I numeri dell’Unicef sono un grido sordo: 14.500 bambini morti, migliaia di feriti, 17.000 orfani di guerra. Nella Striscia, meno della metà degli ospedali è operativa, l’acqua scarseggia, le scuole sono ombre di ciò che erano. Quasi un milione di persone è sfollato, e l’insicurezza alimentare è una condanna per tutti. Il cessate il fuoco è arrivato come un sussurro in mezzo al frastuono delle bombe, ma da solo non basta. È un fragile spiraglio che può chiudersi in un attimo, a meno che non si trasformi in una via verso una soluzione politica reale.

La direttrice dell’Unicef, Catherine Russell, ha parlato di una risposta umanitaria massiccia, indispensabile per curare le ferite di una terra agonizzante. Vaccini per 420.000 bambini, acqua potabile, assistenza psicologica, scuole da ricostruire. Ma nulla di questo avrà senso senza un impegno globale che metta fine a questo perpetuo sterminio. Ogni giorno di ritardo è un colpo inferto a chi già vive nel baratro. Le macerie di Gaza ci guardano, con il peso della nostra inadeguatezza. Non basta conteggiare i morti o inviare aiuti. La guerra è stata un fallimento e le macerie stanno lì a ricordarci che abbiamo fallito. C’è il cessate il fuoco ma la ricostruzione di Gaza no, ha bisogno di mattoni e di cemento. Ha bisogno di una comunità internazionale che smentisca tutto quello che ha fatto fin qui.

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Una tregua di sangue

Il rumore delle maschere che cadono è un ritmo di tonfi, un inno all’ipocrisia. L’annuncio della tregua annunciata per domenica nella Striscia di Gaza ha incupito alcuni tra politici e commentatori che per mesi ci hanno detto che ciò che contava erano “solo gli ostaggi”, negando una guerra che a molti appariva come una rappresaglia contro civili e servizi essenziali. Si è incupito anche il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu che minaccia di fare saltare l’accordo accusando Hamas di volere ritrattare alcuni punti.

Si è incupito il ministro sionista religioso Bezalel Smotrich che ha affermato che il suo partito di estrema destra, Religious Zionism, rimarrà nella coalizione di governo solo se Netanyahu accetterà di tornare in guerra dopo la tregua. Insomma, se non c’è la guerra Netanyahu rischia di perdere il potere perché il suo potere è la guerra.  Netanyahu ormai non è nient’altro che questa guerra. La poca voglia di pace del resto si evince anche negli 81 morti ieri, dopo l’annuncio dell’accordo dato in pompa magna dai presidenti Usa Biden e Trump.

Bisognerà tenere bene a mente anche che il cessate il fuoco è una tregua su una ferita che non si rimargina. Il governo israeliano ha soffiato sulla voglia di occupazione. Cacciare i palestinesi da Gaza è molto più del sogno di qualche squinternato. I fuochi che devono cessare sono molti, più delle bombe e delle armi. Dall’altra parte Hamas sogna la vendetta. E la controffensiva della controffensiva sarebbe la miccia della prossima guerra.

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Politiche migratorie, centralità europea o della propaganda Il Fact Checking di Pagella Politica

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato, durante una conferenza stampa del 3 gennaio 2023, che l’immigrazione sia diventata centrale nei consigli europei grazie all’azione del governo Meloni, dichiarando testualmente: “Grazie al nostro intervento, il tema migratorio è finalmente al centro delle discussioni europee”. È vero? L’analisi di Pagella Politica evidenzia come il tema migratorio non abbia acquisito alcuna nuova centralità rispetto al passato.

Le date che parlano chiaro

Nel 2023 i consigli europei hanno discusso di immigrazione in tre occasioni principali: febbraio, giugno e ottobre. Tuttavia, il tema è stato trattato accanto ad altre questioni di primaria importanza, come la guerra in Ucraina e la crisi energetica. Una rapida consultazione degli ordini del giorno svela che il tempo dedicato al dossier migratorio è rimasto marginale e mai prioritario.

Confrontando queste agende con quelle del 2022, emerge una continuità piuttosto che una rottura. Ad esempio, il Consiglio europeo di febbraio 2022 includeva già temi come il rafforzamento delle frontiere esterne e la cooperazione con i paesi di origine e transito. Nessun cambio di marcia dunque: l’immigrazione era già in agenda, e l’azione italiana non ha modificato questa dinamica.

Il presunto “asse” con l’Europa

Piantedosi ha esaltato un supposto asse con Francia e Germania, ma anche in questo caso i fatti mostrano una realtà diversa. La Francia, ad esempio, ha recentemente bloccato l’accoglienza di persone migranti dall’Italia, in aperto contrasto con il meccanismo di ricollocazione. L’accordo con la Tunisia, sbandierato come un successo, è stato criticato dal Parlamento europeo per le sue lacune nel garantire i diritti umani e per la sua inefficacia nel ridurre i flussi migratori.

Non si tratta di una nuova centralità europea ma di una politica che fatica a ottenere risultati concreti. Francia e Germania, al di là delle dichiarazioni, adottano approcci autonomi che spesso lasciano l’Italia isolata.

I numeri contro la narrazione

Nel 2023 il numero di sbarchi in Italia ha superato quello dell’anno precedente, segno che le politiche adottate non stanno funzionando. Nonostante gli accordi bilaterali e le dichiarazioni altisonanti, l’incremento dei flussi migratori è un dato che smentisce l’efficacia delle misure adottate dal governo.

Una propaganda smascherata

L’analisi di Pagella Politica rivela come il governo italiano stia cercando di costruire una narrazione basata su percezioni, piuttosto che su risultati. La retorica secondo cui l’Italia avrebbe imposto il tema migratorio all’Europa si scontra con l’evidenza di un’agenda europea che prosegue invariata.

Il vero protagonista dei Consigli europei resta la crisi ucraina, che assorbe gran parte delle discussioni. L’immigrazione, quando trattata, lo è nei termini già noti e senza novità rilevanti rispetto agli anni passati.

Insomma, l’affermazione del ministro Piantedosi non regge al vaglio dei fatti. L’immigrazione non è diventata il centro delle discussioni europee per merito dell’Italia, e i numeri lo dimostrano. E ancora una volta ci si ritrova a discutere di politica come se fosse una branchia della percezioni. I fatti non contano, conta solo riuscire a raccontarli nel modo più utile. Un continuo concorso al favoleggiamento che riduce qualsiasi tema a una messinscena. È la politica percepita, quella che mica per niente odia il giornalismo e i giornalisti. 

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Altro che transizione ecologica, da Meloni solo tante contraddizioni

Giorgia Meloni ha scelto Abu Dhabi come palcoscenico per esporre la sua visione sul futuro energetico, un futuro che appare più come un esercizio retorico che una proposta concreta. Il suo discorso al summit sulla sostenibilità ha evocato la necessità di un “mix energetico equilibrato”, l’usurata formula che sembra voler accontentare tutti, ma che nei fatti rischia di non scontentare nessuno. Il discorso della presidente del Consiglio è pieno di contraddizioni. 

L’insistenza della premier sull’importanza del gas come componente essenziale del mix energetico contrasta con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, che impone una drastica riduzione delle emissioni di gas serra. Nonostante ciò, il governo italiano continua a investire nelle infrastrutture per il gas, perpetuando la dipendenza dai combustibili fossili. I dati del think tank ECCO parlano chiaro: la strada intrapresa dall’Italia è distante da quella necessaria per una reale decarbonizzazione. Inoltre, questa strategia rischia di marginalizzare le energie rinnovabili, già oggi in grado di competere economicamente con le fonti tradizionali.

Gas, nucleare e biocarburanti: un futuro scritto nel passato

La fusione nucleare, da Meloni definita come una possibile svolta storica, è un miraggio. La tecnologia è ancora in fase sperimentale e lontana dall’essere operativa. Nicola Armaroli del CNR è stato netto: affidarsi alla fusione come soluzione è una distrazione dalle azioni urgenti richieste dalla crisi climatica. Mentre i leader mondiali spingono per un’accelerazione delle energie rinnovabili, l’Italia di Meloni sembra preferire un’attesa che il pianeta non può permettersi.

Non mancano le perplessità anche sulla promozione dei biocarburanti e delle tecnologie di cattura della CO₂. I biocarburanti sono già stati oggetto di critiche per i loro impatti ambientali, inclusa la deforestazione e la competizione con le colture alimentari. La cattura della CO₂, sebbene utile in teoria, resta costosa e inefficiente. Anche puntare su queste tecnologie suona più come un tentativo di salvaguardare interessi industriali che una reale strategia di transizione ecologica.

Durante il summit, Meloni ha ribadito che “non possiamo inseguire la decarbonizzazione al prezzo della desertificazione economica”. Una frase che riecheggia i timori delle lobby fossili e minimizza le opportunità offerte dalle energie rinnovabili, già in grado di competere economicamente con le fonti tradizionali. Un esempio lampante è rappresentato dai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, che mostrano come l’espansione delle rinnovabili sia oggi più rapida e conveniente che mai.

Accordi miliardari e paradossi climatici

E poi c’è il lato politico della visita: un compleanno celebrato con il primo ministro albanese Rama inginocchiato per regalarle un foulard, mentre si siglano intese milionarie per il trasporto di energia rinnovabile dall’Albania all’Italia. Operazioni che appaiono più come mosse strategiche per rafforzare alleanze politiche che veri passi avanti per la sostenibilità. L’accordo, del valore di circa un miliardo di euro, dovrebbe portare energia rinnovabile dall’Albania all’Italia entro tre anni, ma rimangono dubbi sulla reale trasparenza e sostenibilità dell’intera operazione.

Meloni ha definito l’Italia come l“hub naturale tra Europa e Africa”, ma anche questa visione si scontra con la realtà di un paese che fatica a stare al passo con gli impegni climatici. Mentre la premier celebra il lancio del satellite Iride, destinato a monitorare i cambiamenti climatici, le sue politiche sembrano ignorare quei dati che il satellite raccoglierà. E’ un paradosso emblematico: la tecnologia italiana brilla nello spazio, mentre sulla Terra si fatica a tradurre l’innovazione in azione.

In un’epoca in cui la transizione ecologica è una necessità, non un’opzione, l’Italia di Meloni rischia di trovarsi fuori tempo massimo. Le sue parole a Abu Dhabi suonano più come un manifesto politico che una reale strategia. La transizione energetica richiede coraggio e visione, ma anche una pianificazione che non può essere rimandata. Intanto, il pianeta aspetta. Ma non può aspettare troppo a lungo.

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Stallo sulla presidenza Rai ostaggio della politica e in calo negli ascolti

Lo stallo della Commissione di Vigilanza Rai continua a tenere in ostaggio il servizio pubblico radiotelevisivo, segnando un precedente inquietante nella storia della politica italiana. Sono trascorsi quattro mesi dall’insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione della Rai, eppure la Commissione, organo cruciale per garantire trasparenza e pluralismo, rimane bloccata. A denunciarlo, con toni duri, è Stefano Graziano, capogruppo del Partito democratico in Vigilanza.

Una paralisi senza precedenti nella Vigilanza Rai

“E’ inaccettabile che il management della Rai non sia ancora stato audito. Mai nella storia si era verificata una paralisi simile, che impedisce alla Commissione di svolgere le sue funzioni di controllo”, ha dichiarato Graziano, intervenendo alla Camera. Il richiamo è chiaro: l’inazione della maggioranza, responsabile dello stallo sulla nomina del presidente, sta creando un imbuto che minaccia di soffocare la governance dell’emittente pubblica.

Il problema non è nuovo, sottolinea Graziano. Il Partito democratico aveva avvertito fin dall’inizio che l’elezione del consiglio di amministrazione senza una riforma della governance avrebbe portato a una situazione di blocco. L’appello è diretto: “La maggioranza sblocchi il funzionamento della Vigilanza Rai e tenga separata l’elezione del Presidente dal regolare svolgimento delle attività della Commissione”. Per Italia viva “la maggioranza incapace blocca la vigilanza” mentre il capogruppo in Vigilanza per il Movimento 5 stelle parla di “atto irresponsabile e lesivo della democrazia parlamentare”.

Il nodo centrale è rappresentato dalla mancata ratifica, da parte dei due terzi dei componenti della Commissione di Vigilanza, della nomina del presidente del Cda Rai. A ottobre, il consiglio di amministrazione aveva designato Simona Agnes (per il ruolo di amministratore delegato il Mef ha invece indicato Giampaolo Rossi), la cui carica resta tuttavia sospesa in attesa del necessario via libera della Commissione. L’impasse è stata ulteriormente complicata dalle divisioni interne alla maggioranza e dalla mancanza del numero legale per il boicottaggio delle sedute da parte del centrodestra.

Le responsabilità di una maggioranza immobile

Le conseguenze di questo stallo non sono banali. La Rai, in quanto servizio pubblico, ha bisogno di una supervisione attiva e rigorosa per garantire che la pluralità dell’informazione e la gestione trasparente delle risorse siano rispettate. Ogni giorno di ritardo non è solo un affronto alle regole democratiche, ma un danno tangibile al funzionamento di una delle principali istituzioni culturali del Paese. Nel pomeriggio arriva la notizia che la riunione per ratificare il voto sulla presidente Simona Agnes.

Di sicuro la situazione lascia emergere un dato politico imbarazzante: una maggioranza incapace di risolvere i nodi interni, pronta a sacrificare la funzionalità del servizio pubblico per difendere equilibri di potere precari. Nel frattempo, la Commissione di Vigilanza resta un’ombra di ciò che dovrebbe essere: un organo vigile, autorevole e indipendente. L’appello di Graziano è un invito a ristabilire la legalità. Fino a quando la Vigilanza rimarrà nell’ombra mancherà la necessaria trasparenza. E intanto gli ascolti crollano. 

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