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Bella tregua in Palestina! A Gaza si continua a morire

C’è il cessate il fuoco, sempre che tenga. C’è la promessa di cessate il fuoco ma ieri sono stati uccisi almeno 20 bambini e 25 donne. C’è il cessate il fuoco e ci sono le macerie. Le macerie di Gaza non sono solo pietre. Ogni frammento è il testimone muto di un’infanzia rubata, di famiglie spezzate, di sogni mai nati. I numeri dell’Unicef sono un grido sordo: 14.500 bambini morti, migliaia di feriti, 17.000 orfani di guerra. Nella Striscia, meno della metà degli ospedali è operativa, l’acqua scarseggia, le scuole sono ombre di ciò che erano. Quasi un milione di persone è sfollato, e l’insicurezza alimentare è una condanna per tutti. Il cessate il fuoco è arrivato come un sussurro in mezzo al frastuono delle bombe, ma da solo non basta. È un fragile spiraglio che può chiudersi in un attimo, a meno che non si trasformi in una via verso una soluzione politica reale.

La direttrice dell’Unicef, Catherine Russell, ha parlato di una risposta umanitaria massiccia, indispensabile per curare le ferite di una terra agonizzante. Vaccini per 420.000 bambini, acqua potabile, assistenza psicologica, scuole da ricostruire. Ma nulla di questo avrà senso senza un impegno globale che metta fine a questo perpetuo sterminio. Ogni giorno di ritardo è un colpo inferto a chi già vive nel baratro. Le macerie di Gaza ci guardano, con il peso della nostra inadeguatezza. Non basta conteggiare i morti o inviare aiuti. La guerra è stata un fallimento e le macerie stanno lì a ricordarci che abbiamo fallito. C’è il cessate il fuoco ma la ricostruzione di Gaza no, ha bisogno di mattoni e di cemento. Ha bisogno di una comunità internazionale che smentisca tutto quello che ha fatto fin qui.

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Una tregua di sangue

Il rumore delle maschere che cadono è un ritmo di tonfi, un inno all’ipocrisia. L’annuncio della tregua annunciata per domenica nella Striscia di Gaza ha incupito alcuni tra politici e commentatori che per mesi ci hanno detto che ciò che contava erano “solo gli ostaggi”, negando una guerra che a molti appariva come una rappresaglia contro civili e servizi essenziali. Si è incupito anche il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu che minaccia di fare saltare l’accordo accusando Hamas di volere ritrattare alcuni punti.

Si è incupito il ministro sionista religioso Bezalel Smotrich che ha affermato che il suo partito di estrema destra, Religious Zionism, rimarrà nella coalizione di governo solo se Netanyahu accetterà di tornare in guerra dopo la tregua. Insomma, se non c’è la guerra Netanyahu rischia di perdere il potere perché il suo potere è la guerra.  Netanyahu ormai non è nient’altro che questa guerra. La poca voglia di pace del resto si evince anche negli 81 morti ieri, dopo l’annuncio dell’accordo dato in pompa magna dai presidenti Usa Biden e Trump.

Bisognerà tenere bene a mente anche che il cessate il fuoco è una tregua su una ferita che non si rimargina. Il governo israeliano ha soffiato sulla voglia di occupazione. Cacciare i palestinesi da Gaza è molto più del sogno di qualche squinternato. I fuochi che devono cessare sono molti, più delle bombe e delle armi. Dall’altra parte Hamas sogna la vendetta. E la controffensiva della controffensiva sarebbe la miccia della prossima guerra.

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Politiche migratorie, centralità europea o della propaganda Il Fact Checking di Pagella Politica

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato, durante una conferenza stampa del 3 gennaio 2023, che l’immigrazione sia diventata centrale nei consigli europei grazie all’azione del governo Meloni, dichiarando testualmente: “Grazie al nostro intervento, il tema migratorio è finalmente al centro delle discussioni europee”. È vero? L’analisi di Pagella Politica evidenzia come il tema migratorio non abbia acquisito alcuna nuova centralità rispetto al passato.

Le date che parlano chiaro

Nel 2023 i consigli europei hanno discusso di immigrazione in tre occasioni principali: febbraio, giugno e ottobre. Tuttavia, il tema è stato trattato accanto ad altre questioni di primaria importanza, come la guerra in Ucraina e la crisi energetica. Una rapida consultazione degli ordini del giorno svela che il tempo dedicato al dossier migratorio è rimasto marginale e mai prioritario.

Confrontando queste agende con quelle del 2022, emerge una continuità piuttosto che una rottura. Ad esempio, il Consiglio europeo di febbraio 2022 includeva già temi come il rafforzamento delle frontiere esterne e la cooperazione con i paesi di origine e transito. Nessun cambio di marcia dunque: l’immigrazione era già in agenda, e l’azione italiana non ha modificato questa dinamica.

Il presunto “asse” con l’Europa

Piantedosi ha esaltato un supposto asse con Francia e Germania, ma anche in questo caso i fatti mostrano una realtà diversa. La Francia, ad esempio, ha recentemente bloccato l’accoglienza di persone migranti dall’Italia, in aperto contrasto con il meccanismo di ricollocazione. L’accordo con la Tunisia, sbandierato come un successo, è stato criticato dal Parlamento europeo per le sue lacune nel garantire i diritti umani e per la sua inefficacia nel ridurre i flussi migratori.

Non si tratta di una nuova centralità europea ma di una politica che fatica a ottenere risultati concreti. Francia e Germania, al di là delle dichiarazioni, adottano approcci autonomi che spesso lasciano l’Italia isolata.

I numeri contro la narrazione

Nel 2023 il numero di sbarchi in Italia ha superato quello dell’anno precedente, segno che le politiche adottate non stanno funzionando. Nonostante gli accordi bilaterali e le dichiarazioni altisonanti, l’incremento dei flussi migratori è un dato che smentisce l’efficacia delle misure adottate dal governo.

Una propaganda smascherata

L’analisi di Pagella Politica rivela come il governo italiano stia cercando di costruire una narrazione basata su percezioni, piuttosto che su risultati. La retorica secondo cui l’Italia avrebbe imposto il tema migratorio all’Europa si scontra con l’evidenza di un’agenda europea che prosegue invariata.

Il vero protagonista dei Consigli europei resta la crisi ucraina, che assorbe gran parte delle discussioni. L’immigrazione, quando trattata, lo è nei termini già noti e senza novità rilevanti rispetto agli anni passati.

Insomma, l’affermazione del ministro Piantedosi non regge al vaglio dei fatti. L’immigrazione non è diventata il centro delle discussioni europee per merito dell’Italia, e i numeri lo dimostrano. E ancora una volta ci si ritrova a discutere di politica come se fosse una branchia della percezioni. I fatti non contano, conta solo riuscire a raccontarli nel modo più utile. Un continuo concorso al favoleggiamento che riduce qualsiasi tema a una messinscena. È la politica percepita, quella che mica per niente odia il giornalismo e i giornalisti. 

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Altro che transizione ecologica, da Meloni solo tante contraddizioni

Giorgia Meloni ha scelto Abu Dhabi come palcoscenico per esporre la sua visione sul futuro energetico, un futuro che appare più come un esercizio retorico che una proposta concreta. Il suo discorso al summit sulla sostenibilità ha evocato la necessità di un “mix energetico equilibrato”, l’usurata formula che sembra voler accontentare tutti, ma che nei fatti rischia di non scontentare nessuno. Il discorso della presidente del Consiglio è pieno di contraddizioni. 

L’insistenza della premier sull’importanza del gas come componente essenziale del mix energetico contrasta con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, che impone una drastica riduzione delle emissioni di gas serra. Nonostante ciò, il governo italiano continua a investire nelle infrastrutture per il gas, perpetuando la dipendenza dai combustibili fossili. I dati del think tank ECCO parlano chiaro: la strada intrapresa dall’Italia è distante da quella necessaria per una reale decarbonizzazione. Inoltre, questa strategia rischia di marginalizzare le energie rinnovabili, già oggi in grado di competere economicamente con le fonti tradizionali.

Gas, nucleare e biocarburanti: un futuro scritto nel passato

La fusione nucleare, da Meloni definita come una possibile svolta storica, è un miraggio. La tecnologia è ancora in fase sperimentale e lontana dall’essere operativa. Nicola Armaroli del CNR è stato netto: affidarsi alla fusione come soluzione è una distrazione dalle azioni urgenti richieste dalla crisi climatica. Mentre i leader mondiali spingono per un’accelerazione delle energie rinnovabili, l’Italia di Meloni sembra preferire un’attesa che il pianeta non può permettersi.

Non mancano le perplessità anche sulla promozione dei biocarburanti e delle tecnologie di cattura della CO₂. I biocarburanti sono già stati oggetto di critiche per i loro impatti ambientali, inclusa la deforestazione e la competizione con le colture alimentari. La cattura della CO₂, sebbene utile in teoria, resta costosa e inefficiente. Anche puntare su queste tecnologie suona più come un tentativo di salvaguardare interessi industriali che una reale strategia di transizione ecologica.

Durante il summit, Meloni ha ribadito che “non possiamo inseguire la decarbonizzazione al prezzo della desertificazione economica”. Una frase che riecheggia i timori delle lobby fossili e minimizza le opportunità offerte dalle energie rinnovabili, già in grado di competere economicamente con le fonti tradizionali. Un esempio lampante è rappresentato dai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, che mostrano come l’espansione delle rinnovabili sia oggi più rapida e conveniente che mai.

Accordi miliardari e paradossi climatici

E poi c’è il lato politico della visita: un compleanno celebrato con il primo ministro albanese Rama inginocchiato per regalarle un foulard, mentre si siglano intese milionarie per il trasporto di energia rinnovabile dall’Albania all’Italia. Operazioni che appaiono più come mosse strategiche per rafforzare alleanze politiche che veri passi avanti per la sostenibilità. L’accordo, del valore di circa un miliardo di euro, dovrebbe portare energia rinnovabile dall’Albania all’Italia entro tre anni, ma rimangono dubbi sulla reale trasparenza e sostenibilità dell’intera operazione.

Meloni ha definito l’Italia come l“hub naturale tra Europa e Africa”, ma anche questa visione si scontra con la realtà di un paese che fatica a stare al passo con gli impegni climatici. Mentre la premier celebra il lancio del satellite Iride, destinato a monitorare i cambiamenti climatici, le sue politiche sembrano ignorare quei dati che il satellite raccoglierà. E’ un paradosso emblematico: la tecnologia italiana brilla nello spazio, mentre sulla Terra si fatica a tradurre l’innovazione in azione.

In un’epoca in cui la transizione ecologica è una necessità, non un’opzione, l’Italia di Meloni rischia di trovarsi fuori tempo massimo. Le sue parole a Abu Dhabi suonano più come un manifesto politico che una reale strategia. La transizione energetica richiede coraggio e visione, ma anche una pianificazione che non può essere rimandata. Intanto, il pianeta aspetta. Ma non può aspettare troppo a lungo.

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Stallo sulla presidenza Rai ostaggio della politica e in calo negli ascolti

Lo stallo della Commissione di Vigilanza Rai continua a tenere in ostaggio il servizio pubblico radiotelevisivo, segnando un precedente inquietante nella storia della politica italiana. Sono trascorsi quattro mesi dall’insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione della Rai, eppure la Commissione, organo cruciale per garantire trasparenza e pluralismo, rimane bloccata. A denunciarlo, con toni duri, è Stefano Graziano, capogruppo del Partito democratico in Vigilanza.

Una paralisi senza precedenti nella Vigilanza Rai

“E’ inaccettabile che il management della Rai non sia ancora stato audito. Mai nella storia si era verificata una paralisi simile, che impedisce alla Commissione di svolgere le sue funzioni di controllo”, ha dichiarato Graziano, intervenendo alla Camera. Il richiamo è chiaro: l’inazione della maggioranza, responsabile dello stallo sulla nomina del presidente, sta creando un imbuto che minaccia di soffocare la governance dell’emittente pubblica.

Il problema non è nuovo, sottolinea Graziano. Il Partito democratico aveva avvertito fin dall’inizio che l’elezione del consiglio di amministrazione senza una riforma della governance avrebbe portato a una situazione di blocco. L’appello è diretto: “La maggioranza sblocchi il funzionamento della Vigilanza Rai e tenga separata l’elezione del Presidente dal regolare svolgimento delle attività della Commissione”. Per Italia viva “la maggioranza incapace blocca la vigilanza” mentre il capogruppo in Vigilanza per il Movimento 5 stelle parla di “atto irresponsabile e lesivo della democrazia parlamentare”.

Il nodo centrale è rappresentato dalla mancata ratifica, da parte dei due terzi dei componenti della Commissione di Vigilanza, della nomina del presidente del Cda Rai. A ottobre, il consiglio di amministrazione aveva designato Simona Agnes (per il ruolo di amministratore delegato il Mef ha invece indicato Giampaolo Rossi), la cui carica resta tuttavia sospesa in attesa del necessario via libera della Commissione. L’impasse è stata ulteriormente complicata dalle divisioni interne alla maggioranza e dalla mancanza del numero legale per il boicottaggio delle sedute da parte del centrodestra.

Le responsabilità di una maggioranza immobile

Le conseguenze di questo stallo non sono banali. La Rai, in quanto servizio pubblico, ha bisogno di una supervisione attiva e rigorosa per garantire che la pluralità dell’informazione e la gestione trasparente delle risorse siano rispettate. Ogni giorno di ritardo non è solo un affronto alle regole democratiche, ma un danno tangibile al funzionamento di una delle principali istituzioni culturali del Paese. Nel pomeriggio arriva la notizia che la riunione per ratificare il voto sulla presidente Simona Agnes.

Di sicuro la situazione lascia emergere un dato politico imbarazzante: una maggioranza incapace di risolvere i nodi interni, pronta a sacrificare la funzionalità del servizio pubblico per difendere equilibri di potere precari. Nel frattempo, la Commissione di Vigilanza resta un’ombra di ciò che dovrebbe essere: un organo vigile, autorevole e indipendente. L’appello di Graziano è un invito a ristabilire la legalità. Fino a quando la Vigilanza rimarrà nell’ombra mancherà la necessaria trasparenza. E intanto gli ascolti crollano. 

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Lo scudo penale dell’amicizia: Netanyahu insegna, l’Aja si dimentica

Per capire cosa intenda il governo per “scudo penale” per le forze dell’ordine, è bastato aspettare qualche ora. Ieri il ministro degli Esteri di Israele Gideon Sa’ar, dopo la sua visita a Roma, ha raccontato: «Ho parlato con i ministri Tajani e Nordio. Non ho l’abitudine di riferire ciò che si dice, ma non c’è nessun problema per chiunque venga a Roma, nemmeno per Netanyahu».

La Corte penale internazionale, per Meloni e compagnia, insomma è carta straccia. Il mandato d’arresto dell’Aja è uno spreco di carta e di tempo che il governo italiano – come già prima quello polacco – ritiene utile solo se coinvolge qualche nemico assodato. Nient’altro.

Lo scudo penale per Netanyahu è la fotografia dell’agire del governo nella politica estera e nella concezione di giustizia. Si “scusa” chiunque possa essere inserito nella cerchia degli amici del governo e si bastona chiunque possa essere considerato “nemico della patria”. Il diritto internazionale, i diritti costituzionali e le libertà civili sono solo polverosa burocrazia da sventolare alla bisogna. Accade con il capo del governo israeliano, accade con i trafficanti di governo in Libia, accade con i satrapi in Ungheria e Turchia.

Accade così anche nella politica estera, dove le interferenze sono benvenute se provengono da qualche oligarca amico. La politica estera italiana è una lunga striscia di favori ai limiti della legalità (Albania e Tunisia insegnano) per stringere rapporti. La cosiddetta autorevolezza internazionale è uno smodato amichettismo in giro per il mondo.

Ovvio che a gente così, le leggi e il diritto risultino un disturbo.

Buon giovedì.

In foto: 10 marzo 2023 : La presidente del Consiglio Meloni incontra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, a Palazzo Chigi. 

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In prigione in Venezuela ma Trentini non fa clamore

Alberto Trentini, operatore umanitario di Venezia Lido, è stato fermato in Venezuela il 15 novembre scorso e da allora non si hanno sue notizie. La famiglia racconta che Trentini era arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 ed il 15 novembre mentre si recava in missione da Caracas a Guasdalito è  stato fermato ad un posto di blocco, insieme all’autista della Ong per cui lavora. Dalle scarse e informali informazioni ricevute sembrerebbe che pochi giorni dopo il fermo Alberto sia stato trasferito a Caracas e, ad oggi, alla famiglia risulta “prigioniero” in una struttura di detenzione, senza che gli sia mai stata contestata formalmente nessuna imputazione. 

Racconta la famiglia: “In realtà nessuna notizia ufficiale ci è mai stata comunicata da nessuna autorità Venezuelana né Italiana e di fatto, da quasi due mesi, nulla sappiamo sulle sorti di Alberto, tenuto anche conto che soffre di problemi di salute e non ha con sé le medicine né alcun genere di prima necessità. Dal suo arresto e cioè dal 15 novembre ad oggi, a quanto sappiamo, nessuno è riuscito a vederlo, né a parlargli. Neppure il nostro Ambasciatore è riuscito a comunicare con lui né ad avere sue notizie nonostante plurimi tentativi”. 

Un’interrogazione parlamentare presentata da Provenzano e Cuperlo (Pd) chiede che il governo si attivi subito per la liberazione. Dice Beppe Giulietti, portavoce di Articolo21: “nessuno può e deve immaginare che dei cittadini italiani all’estero – reclusi o detenuti per ragioni politiche – possano avere un trattamento differente e diverso”. Salvare tutte le persone, tutte, prima di tutto, al di là delle convenienze politiche, al di là del fragore mediatico. Questa è giustizia. 

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Inviato speciale per il Golfo, Di Maio confermato fino al 2027

Luigi Di Maio confermato inviato speciale per il Golfo dall’Unione europea fino al 2027. Per alcuni una sorpresa, per altri l’ennesima conferma della sua abilità di restare a galla, anche quando la marea politica sembra spingerlo verso il fondo. La notizia, diffusa da Il Foglio, racconta di un’Europa unanime nel rinnovare fiducia a un ex leader del Movimento 5 stelle che, dopo l’abbandono del suo partito originario e il fallimento del suo esperimento politico personale, dimostra di avere imparato velocemente l’arte più sottile: quella di sopravvivere.

Dal Movimento al Golfo: la trasformazione di un anti-politico

Nonostante i trascorsi burrascosi e le critiche sulla sua esperienza da ministro degli Esteri, Di Maio si è guadagnato la riconferma grazie a quella che l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha definito una “prestazione eccellente”. Di Maio per la Commissione Ue avrebbe giocato un ruolo determinante nello sviluppo delle relazioni tra l’Ue e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), avanzando collaborazioni in settori strategici come il commercio, l’energia verde e la sicurezza. Non sono giudizi leggeri, considerando l’importanza geostrategica di quella regione e le sfide diplomatiche che essa comporta.

Tuttavia, è difficile non notare la contraddizione evidente. Di Maio, che in passato aveva fatto dell’“anti-politica” il suo cavallo di battaglia, è oggi l’esempio vivente della più classica adattabilità politica. Una traiettoria che l’ha visto passare dalla piazza populista all’elitaria diplomazia europea senza apparenti scossoni. Il governo Meloni, che per ragioni ideologiche e propagandistiche avrebbe potuto opporsi alla sua conferma, ha invece preferito mantenere un profilo basso. Una scelta che, al di là della retorica, lascia intravedere una sottile linea di pragmatismo bipartisan.

La diplomazia secondo Di Maio: strategia o sopravvivenza

“Ha rappresentato un grande contributo nel far avanzare la cooperazione Eu-Gcc”, scrive Kallas nella lettera ufficiale di conferma. Ma il vero capolavoro di Di Maio non è tanto nei risultati diplomatici – che pure sembrano esserci – quanto nella sua capacità di diventare inamovibile. Una caratteristica rara, e non solo in politica. Soprattutto considerando che l’Unione europea non ha esitato a lodarlo pubblicamente, garantendogli una posizione di rilievo fino al 2027.

Di Maio non è solo un politico, è ormai un caso di studio: capace di attraversare tempeste, scissioni e fallimenti senza perdere il posto. Se il suo nuovo mandato sarà all’altezza degli elogi ricevuti è tutto da verificare. Intanto, però, una lezione è chiara: in politica, sapere stare nella politica conta almeno quanto fare politica. E Di Maio, con sorprendente velocità, l’ha imparato benissimo.

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Codice della strada o codice dell’assurdo? Il pasticcio di Salvini sui monopattini

Indaffarato come spesso gli accade nelle piccole battaglie inutili Matteo Salvini aveva già da tempo lanciato la sua guerra ai monopattini, considerati un’urgenza in un Paese con treni che non arrivano, strade sempre più costose e ponti pericolanti.

La legge 177 del 2024 – il cosiddetto Codice della strada – inasprisce le misure precedenti in nome di quello che è il leitmotiv del nuovo Codice della strada: maggior sicurezza per gli utenti della strada e per le potenziali vittime di sinistri causati dai monopattini.

Sono così stati rafforzati i requisiti di sicurezza: l’uso del casco omologato per i cicli diventa obbligatorio per tutti, nuovi limiti di circolazione vengono introdotti in aree pedonali e ciclabili; in particolare, è consentito circolare soltanto su strade urbane con velocità massima di 50 km/h. Infine, è stato introdotto l’obbligo di targare e assicurare i monopattini.

Qualcuno ha fatto notare che una norma di apparente buon senso per la sicurezza dei pedoni, scritta in questo modo, mette a rischio la sicurezza dei conducenti di monopattini, spinti a circolare nella porzione di strada occupata dalle auto.

Ma il capolavoro è l’obbligo di assicurazione, in vigore dal 14 dicembre: per avere un’assicurazione, bisogna associarla a una targa, ma la targa dei monopattini per ora non è normata e manca persino una disciplina transitoria.

Il risultato è il caos. Qualcuno – come la Polizia locale di Milano – prospetta un’assicurazione intestata alla persona e non al mezzo. Altri ritengono che sia meglio non fare niente. Chi ci capisce è bravo. Chissà cosa ha capito Salvini.

Buon mercoledì.

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Bin Salman è il Re della plastica e del disprezzo per l’Ambiente

L’Arabia Saudita non è solo il più grande esportatore di petrolio del mondo. È anche il baluardo di un modello economico che fa della plastica il proprio futuro, ignorando deliberatamente l’urgenza climatica e i richiami dell’Unione europea e delle Nazioni Unite. Mentre il mondo si prepara a combattere una delle crisi ambientali più gravi del nostro tempo, Riyadh guida il fronte dei sabotatori, bloccando ogni tentativo di ridurre la produzione globale di plastica.

La scorsa conferenza delle Nazioni Unite a Busan, in Corea del Sud, avrebbe dovuto segnare una svolta storica per la riduzione dell’inquinamento da plastica. È finita con un nulla di fatto. Al centro del fallimento c’è proprio l’Arabia Saudita, che insieme a Russia e Iran ha costruito una strategia per affossare qualsiasi trattativa ambiziosa. La plastica, che genera un giro d’affari globale di 700 miliardi di dollari, è destinata a diventare il principale motore della domanda di petrolio, man mano che la transizione verso le energie rinnovabili avanza. Riyadh lo sa bene, e per questo ha deciso di blindare la propria posizione a ogni costo.

Il blocco saudita e le tattiche di ostruzione

I negoziati di Busan hanno svelato il vero volto della diplomazia saudita. Un esercito di negoziatori ben finanziati ha messo in scena un copione rodato: interventi interminabili, tecniche dilatorie e un continuo appello ai paesi in via di sviluppo, in nome di un’uguaglianza che suona più come una beffa. Ogni dichiarazione saudita veniva ripresa e replicata dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, trasformando ogni sessione in un labirinto verbale. Secondo i negoziatori presenti, la tattica era chiara: far perdere tempo e svuotare di contenuto le proposte più ambiziose.

Non è tutto. La Russia, seconda soltanto all’Arabia Saudita nell’esportazione di petrolio, ha assunto il ruolo di disturbatore ufficiale, presentando documenti inconsistenti e monopolizzando il dibattito con interventi fuori tema. Il risultato? Ore di discussioni improduttive, mentre l’emergenza plastica resta fuori controllo. Ogni anno, 10 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, soffocando la biodiversità marina e trovando la loro strada nei nostri corpi sotto forma di microplastiche.

La plastica come strategia di sopravvivenza

Per l’Arabia Saudita, la plastica è più di una semplice industria. È una strategia di sopravvivenza economica. Con la progressiva transizione del trasporto verso l’elettrico, il petrolio rischia di perdere il proprio ruolo centrale. La produzione di plastica, invece, continua a crescere, alimentata da un mercato globale che non sembra intenzionato a rallentare. Entro il 2050, si prevede che le emissioni legate alla plastica rappresenteranno un quinto del budget globale di carbonio.

Ma questo futuro ha un prezzo. Gli oceani, già invasi da rifiuti plastici, rischiano di diventare discariche permanenti. Le microplastiche, presenti ormai ovunque, minacciano la salute umana e la sicurezza alimentare. Eppure, nonostante l’evidenza, l’Arabia Saudita si oppone ferocemente a qualsiasi trattativa che miri a ridurre la produzione di plastica. Il motivo è chiaro: perdere la plastica significherebbe perdere il controllo su una delle poche industrie ancora capaci di sostenere il petrolio.

L’Unione europea contro il muro saudita

L’Unione europea si presenta come il leader del fronte ambientalista. A Busan, insieme a oltre 100 paesi, ha sostenuto una proposta per ridurre la produzione di plastica a livelli sostenibili. Ma si è scontrata con un blocco compatto di paesi produttori di petrolio, guidati dall’Arabia Saudita. Il blocco, che include anche paesi come l’Iran, ha dimostrato una capacità di ostruzione senza pari, sfruttando ogni occasione per ritardare o indebolire le proposte in discussione.

Non è solo una questione di tattica. L’Arabia Saudita ha giocato la carta del finanziamento, sostenendo che i paesi sviluppati dovrebbero fornire le risorse necessarie ai paesi in via di sviluppo per implementare un eventuale trattato. Una mossa che suona ipocrita, considerando il rifiuto saudita di accettare responsabilità finanziarie per il proprio ruolo nella crisi plastica. Il risultato è stato un’impasse, che ha lasciato i negoziatori senza un accordo e il pianeta senza una soluzione.

Il futuro in bilico

Il fallimento dei colloqui di Busan solleva interrogativi sul futuro del multilateralismo ambientale. Il sistema attuale, basato sul consenso, offre a paesi come l’Arabia Saudita un potere di veto che paralizza ogni progresso. Senza una riforma del processo decisionale, il rischio è che la prossima tornata di negoziati si trasformi in una replica dei fallimenti passati. Alcune delegazioni ambiziose stanno considerando di proseguire verso un trattato anche senza il consenso delle nazioni più ostili, come l’Arabia Saudita. La svolta richiederebbe di coinvolgere grandi attori come Brasile, Indonesia, India e Cina, che finora non hanno firmato l’appello di oltre 85 paesi per ridurre la produzione di plastica, pur mantenendo un atteggiamento meno rigido rispetto a Riyadh.

Intanto, il tempo stringe. La plastica continua a invadere gli ecosistemi, mentre le emissioni legate alla sua produzione accelerano il cambiamento climatico. L’Arabia Saudita, dal canto suo, sembra determinata a ignorare gli appelli globali, arroccandosi su un modello economico insostenibile. Il mondo e l’Unione europea, divisi e distratti, rischiano di lasciarle campo libero.

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