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Cecilia Sala è libera, è atterrata in Italia

Cecilia Sala, giornalista italiana di 29 anni, è stata liberata dopo circa tre settimane di detenzione in Iran. Attualmente, è tornata in Italia, dopo la notizia della sua liberazione confermata dal governo italiano. Sala è atterrata nel pomeriggio a Ciampino, a Roma, accolta dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

Sala era stata arrestata il 19 dicembre 2024 a Teheran, dove si trovava con un regolare visto giornalistico. Durante la detenzione, è stata reclusa nel carcere di Evin, noto per ospitare prigionieri politici e dissidenti, in condizioni particolarmente dure: isolamento, luce accesa 24 ore su 24, privazione degli occhiali da vista e riposo su una coperta stesa sul pavimento.

Finito il calvario di Cecilia Sala: dopo oltre venti giorni in carcere a Teheran, la giornalista è libera e già in volo per l’Italia

Il suo arresto è avvenuto pochi giorni dopo la detenzione in Italia di Mohammad Abedini Najafabadi, ingegnere iraniano arrestato all’aeroporto di Milano Malpensa su richiesta degli Stati Uniti, che lo accusano di fornire tecnologia per droni alla Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Questa coincidenza ha sollevato ipotesi su un possibile legame tra i due eventi, suggerendo che l’Iran potesse utilizzare Sala come leva diplomatica per ottenere la liberazione di Abedini.

Il governo italiano ha lavorato intensamente attraverso canali diplomatici e di intelligence per ottenere la liberazione di Sala. Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito al suo rilascio, permettendole di riabbracciare i suoi familiari e colleghi.

La vicenda di Cecilia Sala evidenzia le complesse dinamiche geopolitiche tra Italia, Iran e Stati Uniti, sollevando interrogativi sull’uso di arresti di cittadini stranieri come strumenti di pressione diplomatica. La sua liberazione rappresenta un successo per la diplomazia italiana, ma pone l’attenzione sulla necessità di tutelare la libertà di stampa e la sicurezza dei giornalisti operanti in contesti internazionali delicati.

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Meloni tra propaganda e mezze verità: il 2025 è già un déjà vu del 2024

Giorgia Meloni inaugura il 2025 come aveva finito l’anno scorso. In mancanza di una conferenza stampa che accende nella presidente del Consiglio un’evidente ritrosia bisogna accontentarsi di un’intervista che ha il sapore di una fiaba, raccontata con la voce di chi vuole convincere più che spiegare. A Sette la Presidente del Consiglio ha dipinto un’Italia trionfante, un mosaico di successi che, alla prova dei fatti, si rivela una tela piena di crepe. Pagella Politica ha analizzato le sue affermazioni, scoprendo un esercizio di narrazione tanto raffinato quanto distante dalla realtà. Lo stile è quello di sempre: numeri scintillanti, qualche gioco di prestigio retorico e una dose generosa di omissioni. Ma le cifre, quelle vere, non mentono.

Lo spread: tra meriti presunti e realtà ignorate

«Lo spread è nettamente inferiore rispetto a quando ci siamo insediati», ha dichiarato Meloni, e in parte è vero: dal suo insediamento nell’ottobre 2022 è sceso da 233 a circa 117 punti base. Ma chi conosce i mercati sa che questo calo è dovuto non tanto ai successi del governo, quanto all’aumento dei rendimenti dei titoli tedeschi. Insomma, lo spread scende non perché l’Italia vola, ma perché altrove si arranca. È come vantarsi di essere il primo in una corsa dove gli altri inciampano.

Borsa italiana: il record che non esiste

Anche la Borsa italiana trova posto nella narrazione meloniana: «Ha toccato il record», afferma la Presidente del Consiglio. Un’affermazione che, se fosse vera, potrebbe davvero raccontare un’economia in ripresa. Peccato che l’indice Ftse Mib, pur avvicinandosi ai 35.000 punti, resti lontano dai 50.000 raggiunti nei primi anni Duemila. Parlare di record è dunque una forzatura che confida nella memoria corta di chi ascolta.

Pnrr: cifre gonfiate come bolle di sapone

Tra le affermazioni più sorprendenti spicca quella sui fondi del Pnrr: «Abbiamo speso 54 miliardi». Un numero imponente, che però si sgonfia subito davanti ai dati ufficiali. Alla fine del 2024, infatti, risultano spesi solo 27 miliardi, meno della metà di quanto dichiarato. Anche includendo gli impegni di spesa, non si superano i 40 miliardi. Qui, più che un’inesattezza, si intravede una strategia: quella di amplificare i risultati per coprire le inefficienze. Ma le bolle di sapone, per quanto brillanti, alla fine scoppiano.

Il Superbonus: il colpevole perfetto

Meloni ha riservato parole dure per il Superbonus, definendolo un buco nero nei conti pubblici: «È costato 140 miliardi». Una cifra ben superiore alla realtà. Le stime ufficiali parlano di 100 miliardi, o al massimo 120 includendo altre agevolazioni. Gonfiare i costi di una misura tanto discussa è funzionale a giustificarne lo smantellamento, ma è un gioco pericoloso che rischia di alimentare ulteriore sfiducia nei confronti delle istituzioni.

Il prezzo del gas e il merito attribuito

«Il prezzo del gas è sceso da 180 a 35 euro al megawattora grazie al governo», ha dichiarato la Presidente, trasformando un evento globale in un presunto merito nazionale. La realtà, però, è che la riduzione dei prezzi è il risultato di dinamiche di mercato, del clima mite e della riduzione della domanda. Prendersi il merito di un fenomeno indipendente dalle proprie azioni è un esercizio di fantasia più che di politica.

Una narrazione costruita per dividere

Questi esempi non sono semplici errori. Sono parte di una narrazione più ampia, costruita per confondere e dividere. Meloni si presenta come la leader che “dice la verità”, ma lo fa piegando i numeri e le circostanze a suo vantaggio. Il risultato è un racconto in cui i successi si moltiplicano e le responsabilità si dissolvono, lasciando agli altri l’onere di ricostruire i fatti.

In politica, la narrazione è potente ma deve avere fondamenta solide altrimenti diventa un castello di carte che crolla al primo soffio di verità. L’intervista di Giorgia Meloni è l’ennesima dimostrazione di come le mezze verità possano creare un’illusione momentanea, ma anche di come la realtà finisca sempre per presentare il conto. E quel conto, prima o poi, lo paghiamo tutti.

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C’è uno zar a Washington

C’è uno zar a Washington. Lo zar americano non si è ancora insediato nelle sue funzioni da presidente ma ha passato gli ultimi giorni a minacciare la Nato – esattamente come quell’altro – non escludendo di usare la forza per prendere la Groenlandia.
Anche questo – come quell’altro – ha accennato a non meglio specificate ragioni di sicurezza nazionale per descrivere come inevitabile l’annessione. A differenza di quell’altro non ha parlato di denazificazione, questo è vero. Forse perché al suo fianco c’è un plutocrate che è il più importante sostenitore del post-nazismo europeo.
C’è uno zar alla Casa Bianca che dopo aver minacciato l’invasione di un Paese Nato ha minacciato la Nato se non rimpinguerà le casse. Poi lo zar dai capelli carota ha spiegato che la Russia «è stata provocata dall’Ucraina», frase che dalle nostre parti viene bollata come filo-putinismo all’istante. Quindi lo zar americano – come ogni zar che si rispetti – è anche d’accordo con l’altro zar.
C’è uno zar americano che annuncia pubblicamente il desiderio di invadere Panama e che ha già indicato al successore di Trudeau la soluzione migliore per il Canada: annettersi agli Usa. In questo caso però è stato magnanimo: niente invasione, promette. Ma si sa, sono promesse da zar.
C’è uno zar a Washington che promette di perdonare coloro che hanno tentato il rovesciamento democratico del suo Stato, rivendendoli come patrioti.
Tra lo zar Usa e lo zar russo però c’è una differenza sostanziale. A Washington è già cominciata la corsa per baciargli la pantofola, pratica in cui eccelle la nostra presidente del Consiglio.

Buon mercoledì.

 

foto di Gage Skidmore from Surprise, AZ, United States of America – Donald Trump, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=149331624

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Nel 2023 metà dei contratti di lavoro a Roma sono durati un giorno

Circola un aneddoto di un presidente che un giorno decide di ampliare una strada da due a tre corsie, dichiarando un aumento del 50%. Successivamente, riduce le corsie da tre a due, affermando una diminuzione del 33%. Sommando queste variazioni, sostiene di aver ottenuto un saldo positivo del 17%. Il popolo applaude, il presidente è felice. 

Sull’aumento dei posti di lavoro Giorgia Meloni ha seminato molta della sua propaganda. Arrivando a dichiarare (e poi a ripetere) che l’Italia in cui stiamo vivendo avrebbe i livelli occupazionali più alti dai tempi di Garibaldi. L’iperbole sembrava piuttosto sfrontata, ma valenti quotidiani l’hanno presa molto sul serio. 

Qualche giorno fa la Cgil di Roma ha pubblicato un report sulla situazione del lavoro a Roma raccogliendo i dati riferiti al 2023, quando sono stati 1.959.616 i contratti di lavoro attivati, il 18% in più rispetto al 2019. Visto così sembrerebbe un risultato da leccarsi i baffi se non fosse che le cessazioni sono state 1.868.044, pari al 95,3% dei contratti attivati. Il contratto quindi è una precarietà legale, nulla su cui poter costruire uno straccio di futuro. 

Il dato più dirompente però è che il 49% dei contratti attivati (690.492) è durato un solo giorno. Si viene assunti alla mattina, si fa quel che c’è da fare, e poi ci si saluta e si ringrazia in attesa del contratto successivo. Sempre che ci sia un contratto successivo. Complessivamente, nel 2023, il 70% dei contratti di lavoro a Roma è durato meno di un mese.

Un’occupazione non stabile è un cerotto su una ferita sempre aperta. Nasconde poco, male e non cura. Però gonfia i numeri.

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Occupazione, frena pure il mercato del lavoro. E il tasso di disoccupazione giovanile sale al 19,2%

C’è una crisi che si consuma silenziosa tra le pieghe dei numeri dell’occupazione rilasciati oggi dall’Istat: quella dei giovani. Mentre si celebra una crescita annua di 328mila occupati nel 2024, i dati ci raccontano un’altra storia per la fascia tra i 25 e i 34 anni. In dodici mesi, gli occupati in questa fascia sono diminuiti di 38mila unità, mentre 154mila persone hanno scelto, o forse sono state costrette, a lasciare il mercato del lavoro diventando inattive.

Numeri che non mentono

Il tasso di occupazione nella fascia 25-34 anni cala di 1,1 punti percentuali, mentre l’inattività cresce di 2,3 punti. Non si tratta solo di una questione demografica: la fetta più giovane della popolazione attiva sembra sempre più marginalizzata. A novembre 2024, il tasso di occupazione complessivo resta stabile al 62,4%, ma è un dato che maschera le ferite aperte del mercato del lavoro giovanile. I contratti a termine continuano a calare (-280mila in un anno), mentre crescono i contratti permanenti (+500mila), un’apparente buona notizia che però non basta a invertire il trend.

Giovani fuori dai giochi

La crescita dell’inattività tra i giovani non può essere liquidata come una scelta volontaria. L’aumento dei “neet” (not in employment, education or training) è una spia di un sistema che non riesce a trattenere i più giovani, spingendoli fuori da un mercato che sembra sempre meno accogliente. In parallelo, il tasso di disoccupazione giovanile risale al 19,2%, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al mese precedente. Sono numeri che denunciano un fallimento sistemico.

Oltre la retorica della crescita

Celebrando i numeri della crescita occupazionale complessiva, si rischia di ignorare i segnali d’allarme. Gli inattivi aumentano anche a livello generale (+115mila nel trimestre settembre-novembre 2024 rispetto al precedente), mostrando come il mercato del lavoro non sia capace di accogliere chi cerca opportunità. La retorica della crescita si infrange contro la realtà di una generazione lasciata indietro, priva di un futuro occupazionale stabile.

Una questione di priorità

Se il mercato del lavoro stenta a trattenere i giovani le responsabilità politiche sono evidenti. Occorrerebbe un cambio di passo nelle politiche attive del lavoro, un piano che metta al centro i più giovani con incentivi reali e percorsi di formazione mirati. Ignorare il problema (o addirittura piegarlo alla narrazione compiaciuta) equivale a scavare un solco sempre più profondo tra generazioni, con conseguenze irreversibili sul tessuto economico e sociale del Paese.

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Zuckerberg accoglie Elkann nel Cda di Meta: quando il potere si muove tra algoritmi e fabbriche

Mark Zuckerberg ha trovato in John Elkann il nuovo tassello per ricostruire l’equilibrio che i social media hanno perduto. La nomina dell’amministratore delegato di Exor e presidente di Stellantis nel consiglio di amministrazione di Meta non è solo una mossa economica: è una dichiarazione politica, un tentativo di arginare l’influenza di Elon Musk e del suo Twitter (ora X), che si fa sempre più spregiudicato nella vicinanza al governo Meloni. Zuckerberg punta sull’Europa, e sull’Italia in particolare, per costruire un asse capace di bilanciare il potere emergente dei nuovi magnati tecnologici, le cui ambizioni sembrano allinearsi con le derive sovraniste di alcuni governi.

Dove si incontrano industria e algoritmi

Elkann non sembra un nome scelto a caso. La sua figura è emblematica di un sistema che intreccia finanza, industria e media, come pochi altri in Europa. Con lui, Zuckerberg si assicura non solo l’accesso a una rete di relazioni globali, ma anche una porta d’ingresso privilegiata nelle dinamiche politiche e imprenditoriali del continente. Meta, del resto, è in cerca di una legittimazione che gli consenta di navigare le acque sempre più tempestose della regolamentazione europea. Elkann, con lil suo bagaglio di relazioni è considerato la chiave per aprire quelle porte che a Zuckerberg continuano a sembrare blindate.

Ma c’è di più. La scelta di Elkann parla anche della strategia della famiglia Agnelli. Dopo giornali e televisioni, ora è il turno dei social media. L’ingresso in Meta rappresenta un passo decisivo per posizionarsi in un campo che non è solo economico, ma anche culturale e politico. La dinastia Agnelli-Elkann ha sempre fatto delle piattaforme mediatiche uno strumento per tutelare gli interessi aziendali. I giornali di famiglia sono stati utili a costruire narrazioni favorevoli nei momenti di crisi, a rafforzare il consenso attorno a decisioni industriali controverse e a influenzare il dibattito pubblico. Ora, con i social media, si apre un nuovo fronte: il controllo non passa solo dalle pagine di un quotidiano, ma dagli algoritmi che definiscono cosa leggiamo, guardiamo e discutiamo.

Le conseguenze di un’alleanza strategica

Zuckerberg, da parte sua, dimostra visione politica. In Usa il fondatore di Facebook si è inevitabilmente riavvicinato a Trump, più per la sopravvivenza della sua azienda che per una reale comunione di visioni. In Europa con Musk che si schiera apertamente con i governi di destra e una Meta sotto pressione per il crescente controllo normativo, Elkann è la scelta perfetta per allentare la morsa europea e, allo stesso tempo, gettare un ponte verso quella parte di establishment italiano che è sempre stata pronta a proteggere i propri interessi.

Questa nomina non è un episodio isolato: è il segnale di un riposizionamento globale. In un mondo dove la politica e l’economia sono sempre più interconnesse, Meta sta cercando di ricostruire la propria immagine, presentandosi come una forza innovativa ma responsabile, capace di rispondere alle sfide sociali e tecnologiche con pragmatismo. E intanto la politica diventa sempre di più l’ancella stanca della plutocrazia. 

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Il futuro dell’Europa si gioca sul terreno digitale e Musk è già in vantaggio

L’Unione europea sembra finalmente essersi accorta del problema: Elon Musk e il suo impero digitale rappresentano una minaccia concreta per la democrazia. Non è solo questione di disinformazione o algoritmi compiacenti; è un modello di potere che si espande a scapito delle regole, piegando i principi fondamentali dell’Europa.

Un’Europa lenta contro un impero digitale senza regole

L’ultimo caso emblematico è il livestream su X, la piattaforma di Musk, che ha dato ampia visibilità ad Alice Weidel, leader dell’estrema destra tedesca AfD. Un evento che non può essere liquidato come un incidente. Musk ha smantellato i controlli interni della piattaforma, favorendo la proliferazione di fake news e odio. Il risultato è un megafono digitale dove le voci più estreme prosperano indisturbate. Non è un errore casuale ma il riflesso di una strategia che privilegia la polarizzazione, sfruttandola come leva per aumentare l’engagement e, di conseguenza, i profitti.

La risposta di Bruxelles è arrivata, ma con colpevole ritardo. Thierry Breton ha richiamato Musk al rispetto del Digital Services Act (DSA), minacciando sanzioni. Il DSA, nato per regolamentare le grandi piattaforme, è una conquista normativa significativa ma la sua implementazione è ancora fragile. Di fronte a un attore come Musk, che si muove con arroganza tra le maglie dei regolamenti, il rischio è che queste norme si rivelino insufficienti. Da imprenditore visionario Musk è diventato un attore politico globale, piegando piattaforme e tecnologie al suo disegno ideologico, spesso in sintonia con l’estrema destra e i populismi.

Starlink e Iris: la sovranità digitale europea sotto attacco

E in questo quadro già preoccupante, si inserisce la questione Starlink. Giorgia Meloni, senza informare Bruxelles, starebbe trattando con Musk per un contratto da 1,5 miliardi di euro, scavalcando il progetto europeo Iris. Il programma, finanziato anche dall’Italia, è il pilastro della sovranità digitale europea, pensato per garantire sicurezza e indipendenza nelle comunicazioni strategiche. Ma Iris non è esente da problemi: il suo lancio, previsto inizialmente per il 2027, è stato posticipato al 2030, lasciando un vuoto che Starlink promette di colmare. Meloni sembra voler sfruttare la lacuna, ma a che prezzo? Dipendere da un privato come Musk significa mettere in discussione l’autonomia tecnologica italiana e, di riflesso, quella europea.

Le trattative segrete tra Meloni e Musk hanno suscitato forti tensioni a Bruxelles. Emmanuel Macron ha accusato Musk di sostenere una “nuova internazionale reazionaria”, mentre la Commissione europea teme che un accordo con Starlink possa frammentare gli sforzi per una connettività strategica comune. Iris² non è solo un progetto tecnico: rappresenta un impegno condiviso per garantire sicurezza e autonomia all’Europa. Il contratto con SpaceX rischia di trasformare l’Italia in un battitore libero, minando anni di sforzi per costruire una politica comune sulla sovranità digitale.

Da Bruxelles, comunque, si prova a ridimensionare la questione: un portavoce della Commissione ha spiegato all’Ansa che un eventuale accordo tra l’Italia e SpaceX sarebbe compatibile con la partecipazione al progetto Iris². L’Italia, in quanto Stato sovrano, ha “il pieno potere di procedere con decisioni e azioni sovrane”.

Musk e Starlink: non è solo questo il problema

Il problema però è più grande di Musk o Starlink. È il sintomo di un sistema che ha permesso a pochi individui di accumulare un potere sproporzionato, senza controllo democratico. Musk è un problema, sì, ma lo è anche la lentezza di un’Europa che troppo spesso reagisce invece di agire. Il Digital Services Act è un passo avanti ma serve una visione più ambiziosa. Regolamentare non basta; bisogna ridefinire il rapporto tra tecnologia e democrazia, tra potere economico e responsabilità sociale.

La posta in gioco è alta. Non è solo una questione di satelliti o social network: è il futuro della democrazia europea. Se Bruxelles non riesce a fronteggiare Musk oggi, domani potrebbe essere troppo tardi. Perché il potere non regolato non è mai neutrale e lasciare che siano pochi a riscrivere le regole del gioco è una sconfitta per tutti.

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Novantun anni dopo Hitler, l’Austria ci riprova: un post nazista vicino al potere

Herbert Kickl, leader di un partito nato dalle ceneri del nazismo, il Fpö, potrebbe diventare cancelliere in Austria. Novantun anni dopo la nomina di Adolf Hitler, la storia non si ripete come tragedia o farsa: si camuffa. È il travestimento della democrazia che concede l’incarico a chi promette di “orbanizzare” un Paese, demolendo i valori europei, diffamando le persone migranti e glorificando nazionalismi rancorosi.

La scelta di Alexander Van der Bellen, presidente della Repubblica, appare inevitabile. Ma il suo volto scuro, i richiami alla libertà di stampa e alle conseguenze della guerra in Ucraina svelano la fragilità di una democrazia che concede spazio a chi la vorrebbe distruggere. La Övp, il partito popolare, ha ceduto alla pressione, sacrificando i propri principi sull’altare della convenienza elettorale. 

Ciò che colpisce, però, è il silenzio assordante dell’Europa. L’indifferenza davanti a cortei che gridano “mai più fascismi” o al rischio di un’ulteriore erosione dello Stato di diritto. La memoria si affievolisce, i valori si indeboliscono. E mentre Vienna si prepara a un governo che fa del revisionismo il proprio manifesto, Bruxelles osserva con lo stesso torpore che ha già segnato pagine nere della storia.

La democrazia non si difende concedendo spazio ai suoi nemici. Si difende con scelte coraggiose, quelle che oggi sembrano mancare. E l’Europa, ancora una volta, sembra spettatrice impotente del suo stesso declino. Del resto coloro che quotidianamente minimizzano il ritorno di fascismi e nazismi avranno buon gioco anche questa volta. Potranno dirci che le SS non sono più quelle di una volta.

Buon martedì.

Nella foto: il volto barrato di Herbert Kickl dell’Fpö su un adesivo della Gioventù socialista austriaca (Ivan Radic)

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Meloni sovranista conto terzi

Che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia deciso di volare negli Stati Uniti perché ritiene Trump più risolutivo di Biden nella liberazione della giornalista Cecilia Sala è una legittima e personale scelta politica. Presto sapremo se è stata un’intuizione efficace e indovinata.

Che la capa del governo sia atterrata a Palm Beach e si sia intrattenuta con il presidente eletto degli Usa sorbendosi uno strampalato documentario complottista sui presunti brogli elettorali alle presidenziali americane del 2020 (ricusati perfino da giudici nominati da Trump) a margine della cena dice molto dell’acquiescenza di Meloni, novella sovranista per conto terzi.

Che Giorgia Meloni abbia approfittato della convivialità oltreoceano per accelerare – stando ad alcuni articoli di stampa – un accordo da un miliardo e mezzo di euro con SpaceX per promuoverlo a partner di Stato invece sarebbe indubbiamente preoccupante. Non solo perché sarebbe l’ennesima volta in cui la sovranista per conto terzi cede un cosiddetto “asset strategico” a un’azienda straniera, con buona pace delle sue promesse e della sua stessa impostazione politica. Affidare i dati crittografati della sicurezza nazionale a uno svalvolato (seppur geniale) utilizzatore di ketamina sarebbe a dir poco pericoloso.

È evidente che Meloni stia facendo il possibile per risultare simpatica alla truppa trumpiana ma regalare la sicurezza nazionale a Musk ha i contorni della distopia. Meloni faccia tutto il possibile per portare Cecilia Sala a casa senza confondere il piano diplomatico con la convenienza politica. E si ricordi un particolare non insignificante: non esiste silenzio stampa del governo con il Parlamento. Non siamo l’Iran.

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Perché il declino dell’auto in Italia non è colpa del green – Lettera43

Altro che responsabilità della transizione ecologica. Nel nostro Paese il settore crolla per mancanza di una politica industriale. Il prezzo medio delle macchine è schizzato del 58 per cento dal 2011 al 2023, ma il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 3 per cento. Altrove il progresso funziona: in Norvegia l’89 per cento delle nuove immatricolazioni è stato sull’elettrico. L’Ue discute, la Cina investe, il miope governo Meloni dorme.

Perché il declino dell’auto in Italia non è colpa del green

Il mercato dell’auto in Italia continua a soffrire, ma incolpare il Green deal è una scusa che crolla di fronte ai dati. Nel 2024, con poco più di 1,5 milioni di immatricolazioni, il settore ha registrato un calo del 18,7 per cento rispetto al 2019. Il governo Meloni insiste nel dipingere la transizione ecologica come il colpevole di turno, ignorando che le ragioni di questa crisi sono altrove. La fotografia scattata dall’Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri (Unrae) racconta infatti una storia diversa. Le auto elettriche purissime si sono fermate al 4,2 per cento, mentre le ibride plug-in sono scese al 3,3 per cento. Le mild e full hybrid hanno guadagnato terreno, raggiungendo il 40,2 per cento di quota di mercato. E le tradizionali benzina e diesel? Hanno respinto l’oblio: la categoria benzina è cresciuta dello 0,8 per cento, il diesel è calato del 3,9 per cento. Risultato? Le emissioni medie di CO2 si sono ridotte di un misero 0,3 per cento. Una cifra che suona come una beffa, più che come un progresso.

Fondo automotive, il governo ha tagliato 4,6 miliardi di euro all’anno

A mancare è una politica industriale. Non sono i regolamenti europei a frenare il mercato, ma il vuoto di strategia. Michele Crisci, presidente dell’Unrae, è lapidario: «La carenza di strumenti incentivanti e infrastrutture adeguate ha frenato lo sviluppo delle tecnologie a zero emissioni». E come potrebbe essere diversamente, se il governo ha de-finanziato il Fondo automotive, tagliando 4,6 miliardi di euro all’anno? Una scelta che non è solo miope, ma deliberatamente distruttiva per un settore che rappresenta una parte significativa del Prodotto interno lordo italiano.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
Auto elettrica collegata alla ricarica (foto Imagoeconomica).

Il settore ormai si rifugia nei Suv, venduti come beni di lusso

C’è però un altro colpevole più silenzioso, ma letale: il prezzo medio delle auto è schizzato del 58 per cento dal 2011 al 2023, mentre il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 3 per cento. Questo divario è emblematico di una crisi economica più ampia, in cui il lusso diventa l’unica via di sopravvivenza per un’industria incapace di adattarsi. Il settore si rifugia nei Suv, venduti come beni di lusso per salvare i margini, ma lasciando indietro una fetta crescente di consumatori. Non è una crisi del Green deal: è una crisi della disuguaglianza. Una crisi che riflette l’assenza di una redistribuzione equa delle risorse e una politica fiscale inadeguata.

Eppure in Norvegia si immatricolano quasi solo auto elettriche

Intanto altrove la transizione ecologica avanza. La Norvegia — con l’89 per cento delle nuove immatricolazioni in elettrico — dimostra che è possibile cambiare paradigma. L’Italia, invece, si ritrova a inseguire, zavorrata da una politica che guarda al passato. Le infrastrutture di ricarica sono inadeguate, gli incentivi scarsi, e la visione politica inesistente. Fabio Pressi di Motus-E lo ribadisce: «Un ambiente consapevole e aperto all’elettrico aiuterebbe l’industria a rialzarsi, ma servono politiche industriali chiare». Eppure, di questa chiarezza non vi è traccia nei corridoi del potere.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
In Norvegia l’89 per cento delle nuove immatricolazioni è elettrico (foto Imagoeconomica).

La Cina domina le tecnologie per la decarbonizzazione

L’Europa di certo non aiuta. Il “Dialogo strategico sul futuro dell’industria automotive”, previsto per gennaio 2025, arriva troppo tardi. Mentre Bruxelles discute, la Cina investe. Con piani pluriennali e strategie mirate, il gigante asiatico domina le tecnologie per la decarbonizzazione, lasciando l’Europa a rincorrere. L’Italia, però, non corre: resta immobile, inchiodata tra promesse non mantenute e scelte che guardano al passato. Nel frattempo, le multe Ue per il mancato rispetto dei target sulle emissioni potrebbero costare fino a 16 miliardi di euro nel 2025, un macigno che rischia di travolgere la filiera. Un macigno che non è solo economico, ma simbolico: rappresenta il peso delle decisioni mancate.

Serve coraggio e investire in infrastrutture

Il mercato dell’auto non si rilancerà con accuse infondate o nostalgie per un’industria che non esiste più. La transizione ecologica è un’opportunità, non un freno. Serve coraggio: investire in infrastrutture, incentivare l’innovazione, sostenere le famiglie. Questo coraggio manca. La politica preferisce il consenso facile alla pianificazione strategica. Ma senza un cambio di rotta il destino del settore è segnato. La vera rivoluzione è smettere di cercare alibi e iniziare a costruire un futuro che non sia solo sostenibile, bensì equo. E il tempo per agire è adesso.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
Un’auto elettrica cinese (foto Imagoeconomica).

La transizione green? Una necessità ambientale ed economica

La questione non riguarda solo l’industria, ma l’intero sistema economico. Un mercato dell’auto solido è un motore per l’occupazione, per l’innovazione, per la crescita. Lasciare che questo settore si sgretoli sotto il peso di scelte miopi significa accettare un declino che non colpirà solo le case automobilistiche, ma l’intero Paese. Investire nella transizione non è solo un obbligo morale verso l’ambiente: è una necessità economica. Ogni euro speso oggi in infrastrutture e incentivi può generare un ritorno in termini di posti di lavoro e competitività. Ogni giorno perso è un passo verso l’irrilevanza. Se l’Italia vuole davvero recitare un ruolo da protagonista nell’automotive, deve smettere di guardare al passato e iniziare a costruire un futuro. Questo richiede politiche audaci, investimenti mirati e una visione che superi le divisioni ideologiche. Le opportunità ci sono, ma serve il coraggio di coglierle. Perché il futuro dell’auto è già iniziato. E rischiamo di perderlo.

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