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Perché il declino dell’auto in Italia non è colpa del green – Lettera43

Altro che responsabilità della transizione ecologica. Nel nostro Paese il settore crolla per mancanza di una politica industriale. Il prezzo medio delle macchine è schizzato del 58 per cento dal 2011 al 2023, ma il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 3 per cento. Altrove il progresso funziona: in Norvegia l’89 per cento delle nuove immatricolazioni è stato sull’elettrico. L’Ue discute, la Cina investe, il miope governo Meloni dorme.

Perché il declino dell’auto in Italia non è colpa del green

Il mercato dell’auto in Italia continua a soffrire, ma incolpare il Green deal è una scusa che crolla di fronte ai dati. Nel 2024, con poco più di 1,5 milioni di immatricolazioni, il settore ha registrato un calo del 18,7 per cento rispetto al 2019. Il governo Meloni insiste nel dipingere la transizione ecologica come il colpevole di turno, ignorando che le ragioni di questa crisi sono altrove. La fotografia scattata dall’Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri (Unrae) racconta infatti una storia diversa. Le auto elettriche purissime si sono fermate al 4,2 per cento, mentre le ibride plug-in sono scese al 3,3 per cento. Le mild e full hybrid hanno guadagnato terreno, raggiungendo il 40,2 per cento di quota di mercato. E le tradizionali benzina e diesel? Hanno respinto l’oblio: la categoria benzina è cresciuta dello 0,8 per cento, il diesel è calato del 3,9 per cento. Risultato? Le emissioni medie di CO2 si sono ridotte di un misero 0,3 per cento. Una cifra che suona come una beffa, più che come un progresso.

Fondo automotive, il governo ha tagliato 4,6 miliardi di euro all’anno

A mancare è una politica industriale. Non sono i regolamenti europei a frenare il mercato, ma il vuoto di strategia. Michele Crisci, presidente dell’Unrae, è lapidario: «La carenza di strumenti incentivanti e infrastrutture adeguate ha frenato lo sviluppo delle tecnologie a zero emissioni». E come potrebbe essere diversamente, se il governo ha de-finanziato il Fondo automotive, tagliando 4,6 miliardi di euro all’anno? Una scelta che non è solo miope, ma deliberatamente distruttiva per un settore che rappresenta una parte significativa del Prodotto interno lordo italiano.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
Auto elettrica collegata alla ricarica (foto Imagoeconomica).

Il settore ormai si rifugia nei Suv, venduti come beni di lusso

C’è però un altro colpevole più silenzioso, ma letale: il prezzo medio delle auto è schizzato del 58 per cento dal 2011 al 2023, mentre il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 3 per cento. Questo divario è emblematico di una crisi economica più ampia, in cui il lusso diventa l’unica via di sopravvivenza per un’industria incapace di adattarsi. Il settore si rifugia nei Suv, venduti come beni di lusso per salvare i margini, ma lasciando indietro una fetta crescente di consumatori. Non è una crisi del Green deal: è una crisi della disuguaglianza. Una crisi che riflette l’assenza di una redistribuzione equa delle risorse e una politica fiscale inadeguata.

Eppure in Norvegia si immatricolano quasi solo auto elettriche

Intanto altrove la transizione ecologica avanza. La Norvegia — con l’89 per cento delle nuove immatricolazioni in elettrico — dimostra che è possibile cambiare paradigma. L’Italia, invece, si ritrova a inseguire, zavorrata da una politica che guarda al passato. Le infrastrutture di ricarica sono inadeguate, gli incentivi scarsi, e la visione politica inesistente. Fabio Pressi di Motus-E lo ribadisce: «Un ambiente consapevole e aperto all’elettrico aiuterebbe l’industria a rialzarsi, ma servono politiche industriali chiare». Eppure, di questa chiarezza non vi è traccia nei corridoi del potere.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
In Norvegia l’89 per cento delle nuove immatricolazioni è elettrico (foto Imagoeconomica).

La Cina domina le tecnologie per la decarbonizzazione

L’Europa di certo non aiuta. Il “Dialogo strategico sul futuro dell’industria automotive”, previsto per gennaio 2025, arriva troppo tardi. Mentre Bruxelles discute, la Cina investe. Con piani pluriennali e strategie mirate, il gigante asiatico domina le tecnologie per la decarbonizzazione, lasciando l’Europa a rincorrere. L’Italia, però, non corre: resta immobile, inchiodata tra promesse non mantenute e scelte che guardano al passato. Nel frattempo, le multe Ue per il mancato rispetto dei target sulle emissioni potrebbero costare fino a 16 miliardi di euro nel 2025, un macigno che rischia di travolgere la filiera. Un macigno che non è solo economico, ma simbolico: rappresenta il peso delle decisioni mancate.

Serve coraggio e investire in infrastrutture

Il mercato dell’auto non si rilancerà con accuse infondate o nostalgie per un’industria che non esiste più. La transizione ecologica è un’opportunità, non un freno. Serve coraggio: investire in infrastrutture, incentivare l’innovazione, sostenere le famiglie. Questo coraggio manca. La politica preferisce il consenso facile alla pianificazione strategica. Ma senza un cambio di rotta il destino del settore è segnato. La vera rivoluzione è smettere di cercare alibi e iniziare a costruire un futuro che non sia solo sostenibile, bensì equo. E il tempo per agire è adesso.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
Un’auto elettrica cinese (foto Imagoeconomica).

La transizione green? Una necessità ambientale ed economica

La questione non riguarda solo l’industria, ma l’intero sistema economico. Un mercato dell’auto solido è un motore per l’occupazione, per l’innovazione, per la crescita. Lasciare che questo settore si sgretoli sotto il peso di scelte miopi significa accettare un declino che non colpirà solo le case automobilistiche, ma l’intero Paese. Investire nella transizione non è solo un obbligo morale verso l’ambiente: è una necessità economica. Ogni euro speso oggi in infrastrutture e incentivi può generare un ritorno in termini di posti di lavoro e competitività. Ogni giorno perso è un passo verso l’irrilevanza. Se l’Italia vuole davvero recitare un ruolo da protagonista nell’automotive, deve smettere di guardare al passato e iniziare a costruire un futuro. Questo richiede politiche audaci, investimenti mirati e una visione che superi le divisioni ideologiche. Le opportunità ci sono, ma serve il coraggio di coglierle. Perché il futuro dell’auto è già iniziato. E rischiamo di perderlo.

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Il silenzio stampa è un’utopia: così si consegna la verità ai regimi

I genitori di Cecilia Sala, preoccupati come tutti noi per la salvezza della figlia ieri hanno chiesto il silenzio stampa per evitare di complicare l’evoluzione della vicenda: “La fase a cui siamo arrivati,” scrivono, “è molto delicata e la sensazione è che il grande dibattito mediatico su ciò che si può o si dovrebbe fare rischi di allungare i tempi e di rendere più complicata e lontana una soluzione.”

Chiedere il silenzio stampa in un Paese disintermediato dai social è un esercizio utopistico. La richiesta è legittima,decidere di continuare a porre domande e dare notizie pure.

Il lungo iniziale silenzio sull’arresto di Sala non ha evidentemente portato alcun risultato. La differenza sostanziale tra l’Italia e i regimi come quello iraniano sta proprio nella funzione incalzante del giornalismo, ancor di più quando si tratta di una collega diventata ostaggio per forzature diplomatiche tra due Paesi sulla testa dell’Italia.

Nel silenzio i regimi hanno sempre dimostrato di fare ancora meglio i regimi. Nel silenzio iniziale il ministro Tajani ha definito una “speculazione” lo scambio di detenuti voluto dall’Iran che oggi è scritto nelle dichiarazioni ufficiali. Con il silenzio l’Egitto ha provato a storpiare la verità scritta sul corpo di Giulio Regeni. Con il silenzio Orbàn sperava di continuare a trattenere in carcere Ilaria Salis dopo 15 mesi di detenzione, fallendo grazie al rumore di 178 mila voti e non certo per la diplomazia italiana.

Il “dibattito su ciò che si può o si dovrebbe fare” è uno dei fini del giornalismo. Consapevoli di un prerequisito essenziale: la famiglia Sala legittimamente si fida del governo e altrettanto legittimamente una parte dei cittadini, della politica e della stampa rivendica il diritto di non fidarsi e di voler sapere.

Ciò che in questi giorni non ha fatto bene a Cecilia Sala sono gli insulti e i complotti evocati via social (anche da giornalisti), sono le parole del ministro Tajani (“la ragazza è in buona salute e si trova in una cella singola, ricevendo un trattamento dignitoso”) smentite dai fatti.

Come ha detto ieri il giornalista Francesco Merlo “quando è consapevole, il silenzio è complice, e non al di là delle buone intenzioni, come spesso si dice, ma al servizio delle buone intenzioni”. Scriveremo responsabilmente, come abbiamo sempre fatto. Ma senza sconti, quelli no.

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Il calo dei morti sulla strada Un errore nei conti di Salvini

Continuo a non capacitarmi di come Matteo Salvini potesse credere che mettere nuove regole avrebbe reso felici i suoi elettori. Il leader della Lega dovrebbe avere imparato che parte del suo elettorato gode smisuratamente quando le regole vengono imposte agli altri, che siano gli attivisti per l’ambiente, che siano gli stranieri, che siano le donne che devono stare a casa per curare la prole, che siano gli insegnanti non amati, che siano i giornalisti non sdraiati, che siano qualsiasi persona “altro” da loro.

Mettere le mani sul codice della strada invece ha toccato anche i leghisti più duri e puri, quelli che amano definirsi patrioti di una patria che di solito non è più larga del loro pianerottolo. Così il ministro dei Trasporti ha concluso il 2024 con un bel tonfo, preludio dell’avvizzimento che gli procurerà il fallimento della sua faraonica idea di ponte sullo Stretto.

Per lenire lo sfinimento della valanga di offese che gli arrivavano dai suoi – che amano sfrecciare con il motore diesel scorreggiante dopo un giro di amari tra amici – Salvini ha prima minacciato querele per chi scrive che il timore di una patente ritirata sta diventando virale nel Paese. Poi ha cominciato ad esultare per i morti sulle strade che secondo lui sarebbero scesi del 25% nel giro di due settimane.

Esultare per i dati di due settimane è già una pratica che farebbe esplodere il cervello a qualsiasi laureato in statistica ma qui le cose stanno addirittura peggio: l’Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale (Asaps) ieri ha comunicato che la “dichiarazione” del ministro “appare fuorviante ed imprecisa“. Mancavano tutti gli incidenti rilevati dalle Polizie municipali.

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Unione europea, le battaglie decisive della politica finanziaria nel 2025

Il 2025 si preannuncia come un anno di svolta per la politica economica dell’Unione europea, tra riforme attese e nuovi equilibri da costruire. In cima all’agenda politica ci sono le sfide legate agli investimenti, alla sicurezza e alla transizione verde, tre temi intrecciati che riflettono le priorità di un continente alle prese con i cambiamenti globali e le fragilità interne.

Unione dei Risparmi e degli Investimenti: un progetto ancora incompiuto

Da tempo, l’Unione europea insegue l’ambizioso obiettivo di integrare i mercati dei capitali, offrendo nuove opportunità di investimento e rafforzando la competitività del blocco. Ribattezzata recentemente “Unione dei Risparmi e degli Investimenti”, questa iniziativa intende incentivare il flusso di capitali tra i paesi membri, ma le difficoltà politiche e operative restano evidenti.

Due riforme chiave sono attualmente in discussione: le norme sugli investimenti al dettaglio (Retail Investment Strategy, RIS) e il completamento della gestione delle crisi bancarie (Crisis Management and Deposit Insurance, CMDI). Le RIS puntano a proteggere meglio i piccoli investitori, garantendo trasparenza nei costi e un quadro normativo più semplice. Tuttavia, la proposta originaria è stata modificata più volte, ridimensionandone l’ambizione iniziale e lasciando Bruxelles davanti a un bivio: accettare una versione meno incisiva o tornare a riscrivere il testo.

Sul fronte della CMDI, l’obiettivo di creare un sistema integrato per la gestione delle crisi bancarie si scontra con le divergenze tra Stati membri e la reticenza di alcuni settori industriali, come quello assicurativo, a giocare un ruolo più attivo. Anche il tentativo di rivitalizzare il mercato della cartolarizzazione, un tempo fulcro delle crisi finanziarie globali, solleva preoccupazioni. Per i paesi dell’Europa meridionale, questi strumenti finanziari rappresentano rischi che richiedono ulteriori garanzie.

La difesa: un capitolo spinoso tra spesa e sostenibilità

Il conflitto in Ucraina ha messo in evidenza la necessità di rafforzare la sicurezza europea, ma la corsa agli armamenti solleva interrogativi cruciali sulla sostenibilità di una maggiore spesa militare. Con l’aumento delle tensioni geopolitiche, diversi Stati membri hanno ampliato i loro bilanci per la difesa, ma ciò rischia di compromettere l’equilibrio fiscale complessivo dell’Unione.

La Commissione europea si trova a dover bilanciare le esigenze di sicurezza con le rigide regole di bilancio che limitano la spesa pubblica. Il compromesso potrebbe includere incentivi per investimenti congiunti nel settore militare, una strategia che però non è priva di ostacoli, in particolare per i paesi con risorse più limitate.

La transizione verde: obiettivi ambiziosi, ma quale strategia

La lotta al cambiamento climatico resta un tema centrale per Bruxelles, ma l’implementazione delle politiche ambientali è un terreno di confronto acceso tra Stati membri e settori industriali. Per raggiungere gli obiettivi fissati dal Green Deal europeo, serviranno investimenti significativi in infrastrutture, energia rinnovabile e tecnologie pulite. Tuttavia, il dibattito si concentra su come finanziare questi sforzi senza penalizzare eccessivamente le economie più vulnerabili.

L’adozione di nuove regole ambientali è vista da alcuni come un rischio per la competitività industriale, mentre altri sostengono che il ritardo nell’azione climatica comporterà costi ancora maggiori nel lungo periodo. La Commissione dovrà affrontare il delicato equilibrio tra promuovere la crescita economica e rispettare gli impegni climatici.

Un futuro in bilico

Le decisioni che l’Unione europea prenderà nel 2025 avranno un impatto duraturo sul suo ruolo globale e sulla stabilità interna. Le ambizioni di trasformare i mercati dei capitali, rafforzare la sicurezza e guidare la transizione verde sono segnali di una volontà politica forte, ma gli ostacoli non mancano.

Sarà cruciale trovare un terreno comune tra le diverse priorità nazionali, evitando che le divergenze politiche frammentino ulteriormente l’Unione. Solo attraverso compromessi equilibrati e una visione a lungo termine l’Europa potrà affrontare le sfide economiche e sociali del prossimo decennio. E l’equilibrio tra le diverse forze è il risultato più difficile, ben più della quadratura del bilancio.

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Pensioni sempre più basse: con il taglio dei coefficienti la Cgil prevede una riduzione degli assegni del 2%

Un futuro sempre più incerto attende le pensioni italiane. Nel 2025, le persone che si apprestano a lasciare il mondo del lavoro dovranno fare i conti con un ulteriore taglio degli assegni previdenziali, frutto della revisione biennale dei coefficienti di trasformazione. Un meccanismo che, secondo le simulazioni della Cgil, sottrarrà mediamente il 2% del valore degli assegni rispetto al 2024.

L’impatto economico dei nuovi coefficienti

Prendiamo un caso concreto: un lavoratore con una retribuzione annua di 30.000 euro e un montante contributivo di 283.971 euro. Chi andrà in pensione a 67 anni nel 2025 vedrà il proprio assegno mensile scendere da 1.250 a 1.225 euro, perdendo oltre 326 euro l’anno. E non è solo una questione di numeri: l’impoverimento progressivo della previdenza rischia di trasformarsi in una condanna per chi, in un sistema già fragile, si trova a dover fare i conti con l’aumento del costo della vita.

La radice del problema è nei coefficienti di trasformazione, parametri tecnici che regolano il calcolo delle pensioni contributive in base alla speranza di vita. Enzo Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil, sottolinea come questi parametri siano stati rivisti al ribasso dopo l’apparente miglioramento del biennio 2023-2024, segnato dagli effetti della pandemia. Ora che le aspettative di vita tornano a crescere, i coefficienti si allineano a una tendenza che impoverisce chi, con anni di lavoro alle spalle, si aspettava una pensione dignitosa.

Le nuove generazioni e il peso del sistema contributivo

Il sistema, tuttavia, non colpisce tutti allo stesso modo. La generazione che ha costruito la propria contribuzione interamente dopo il 1995, e quindi è soggetta al sistema contributivo puro, paga il prezzo più alto. “La revisione dei coefficienti è una lama a doppio taglio”, avverte la Cgil: da una parte si allunga l’età pensionabile, dall’altra si riduce il valore degli assegni.

E intanto non c’è alcuna risposta alla crescente insicurezza previdenziale. La promessa di un sistema pensionistico più equo è stata disattesa, lasciando spazio a interventi che appaiono più come misure tecniche che come soluzioni reali. Le pensioni, già indebolite da riforme passate, diventano il bersaglio di un meccanismo che perpetua l’iniquità.

Un altro esempio emblematico riguarda chi decide di rimandare l’uscita dal lavoro oltre i 67 anni. A 70 anni, un lavoratore con lo stesso montante contributivo nel 2024 avrebbe ricevuto un assegno mensile di quasi 1.397 euro, ma nel 2025 si fermerà a 1.367 euro. Una differenza apparentemente modesta, ma che, su base annua, si traduce in una perdita di quasi 400 euro.

Il sindacato denuncia da tempo l’assenza di una strategia complessiva per la previdenza. Le politiche attuali, ancorate a calcoli matematici e a un’idea di sostenibilità che ignora le difficoltà quotidiane dei lavoratori, non affrontano le disuguaglianze strutturali del sistema. La riduzione dei coefficienti è solo l’ultima di una serie di misure che alimentano la sfiducia verso un welfare già colmo di falle.

Nel silenzio assordante delle istituzioni, le persone restano sole di fronte a un futuro che diventa ogni giorno più incerto. La Cgil avverte: continuare su questa strada significa compromettere ulteriormente il patto sociale che dovrebbe garantire dignità a chi ha lavorato una vita intera. Ma l’allarme sembra cadere nel vuoto, lasciando ai lavoratori l’onere di una sicurezza sempre più precaria. Una pensione che cala non è solo un numero: è il simbolo di un Paese che ha perso il senso della giustizia sociale.

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Occupazione, ognuno dice la sua. Ecco il Fact Checking che smonta le narrazioni della politica

Negli ultimi mesi, il tema dell’occupazione è stato un terreno fertile per dichiarazioni politiche, spesso più enfatiche che basate su dati concreti. Sia il governo che le opposizioni sembrano indulgere in affermazioni che trovano poco riscontro nei numeri. Pagella Politica, in un recente approfondimento, ha smontato diverse di queste dichiarazioni, offrendo una fotografia più fedele alla realtà.

L’illusione del “cambio di rotta”

Una delle narrazioni più insistenti è quella del “cambio di rotta” sul mercato del lavoro, attribuito al governo Meloni. Secondo la presidente del Consiglio e altri esponenti della maggioranza, il loro operato avrebbe invertito una tendenza negativa. Ma i dati smentiscono questa versione: l’aumento degli occupati è iniziato ben prima dell’insediamento dell’attuale governo, con la ripresa post-pandemica. Anche il calo della disoccupazione, ora sotto 1,5 milioni, non è una novità esclusiva degli ultimi due anni. Più che inversioni, si tratta di continuazioni di trend già in atto.

Il mito del Jobs Act e altre rivisitazioni storiche

Non solo la maggioranza, ma anche esponenti dell’opposizione cadono in simili semplificazioni. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, attribuisce al Jobs Act il merito di aver creato un milione di posti di lavoro durante il suo governo. Tuttavia, come evidenzia Pagella Politica, questo numero rappresenta l’intero aumento degli occupati in quel periodo, senza che sia possibile isolare il contributo specifico della riforma. Analogamente, lo slogan di Giorgia Meloni sui “24 milioni di occupati, record dai tempi di Garibaldi” pecca di anacronismo: confrontare numeri assoluti tra epoche con dinamiche demografiche e metodologie diverse è fuorviante.

Reddito di cittadinanza e occupazione: una correlazione fragile

Tra le argomentazioni più controverse figura quella secondo cui l’abolizione del reddito di cittadinanza avrebbe alimentato l’occupazione. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, è stato tra i più vocali nel sostenere questa tesi. Ma, come evidenziato da ISTAT, il numero degli occupati è cresciuto anche durante la vigenza del reddito. Inoltre, i dati più recenti mostrano un aumento degli inattivi – persone che non lavorano e non cercano lavoro – di 280 mila unità tra settembre e ottobre 2024, proprio dopo l’introduzione del nuovo sussidio di formazione e lavoro.

La polemica sull’ora lavorata

Dall’opposizione arriva un’altra critica ricorrente: i dati ISTAT sarebbero falsati dal metodo di conteggio, che considera occupati anche coloro che hanno lavorato per una sola ora nella settimana di riferimento. Questo criterio, però, è adottato in tutta l’Unione europea e segue le linee guida dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). Inoltre, i lavoratori che dichiarano di lavorare meno di dieci ore settimanali rappresentano appena il 2 per cento del totale.

Contratti a termine e precariato

Un altro tema divisivo è l’andamento del precariato. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha sostenuto che il record di occupati si debba a un aumento dei contratti a termine. In realtà, i dati ISTAT mostrano un calo dei contratti a tempo determinato (-266 mila) e un aumento di quelli a tempo indeterminato (+940 mila) dall’inizio del governo Meloni. Tuttavia, è vero che l’incremento degli occupati a tempo indeterminato si concentra soprattutto nelle fasce d’età più avanzate, complici le politiche di posticipo pensionistico.

Povertà lavorativa e PIL

Un ultimo aspetto riguarda la povertà tra i lavoratori. Sebbene Eurostat segnali un calo della povertà lavorativa, ISTAT evidenzia un aumento della povertà assoluta tra gli occupati, passato dall’7,7 all’8,1 per cento tra il 2022 e il 2023. Questo dato è influenzato dall’inflazione, che ha eroso il potere d’acquisto delle retribuzioni.

Insomma, la narrazione politica sull’occupazione spesso si piega alle esigenze di consenso, perdendo di vista la complessità dei fenomeni. Come dimostra l’analisi di Pagella Politica, i dati offrono una prospettiva più sobria e meno sensazionalistica rispetto alle dichiarazioni dei leader di governo e opposizione. Forse, è tempo di tornare a leggere i numeri prima di pronunciare proclami.

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Ogni sterco ha il suo profumo

Quando nel 2018 la Lega Serie A firmò l’accordo con l’Arabia Saudita per la Supercoppa italiana Giorgia Meloni e Matteo Salvini parlarono di «schifo» e «vergogna». L’accordo era quadriennale e poiché ieri si è giocata la prima partita (stasera ce ne sarà un’altra) significa che qualcuno ha rinnovato quel patto. Indovinate chi? Il governo di Meloni e Salvini. 

I 92 milioni di euro sauditi evidentemente puzzano solo quando si sta all’opposizione. A pensarci bene non puzzano nemmeno i 363 milioni di armi venduti al governo di Riad, poco sotto ai 417 milioni in armamenti spediti a Kiev. 

Qualcuno, come Amnesty International, fa notare che poco lontano dallo stadio in cui giocano Inter, Milan, Atalanta e Juventus aleggia il record di condanne a morte (più di 300 nel 2024) che hanno toccato chi si batte per i diritti umani. Da quelle parti impegnarsi per i diritti significa dissentire dal governo e questo è tutto quello che c’è da dire sul presunto “Rinascimento saudita” strenuamente pubblicizzato da un ex presidente del Consiglio italiano. 

Del resto sono sempre Meloni e Salvini, insieme a Tajani, ad avere tolto nel 2023 il bando sulla vendita delle armi italiane al regime di bin Salman, nonostante continui a fare la guerra allo Yemen. Le autocrazie in Italia hanno vita facile: basta che scucino la giusta cifra. Solo se nella loro tela detentiva finisce qualche italiano allora diventano davvero brutti, sporchi e cattivi. È il sovranismo del denaro sonante. Il più ipocrita, il più empio, il più vigliacco. 

Buon venerdì. 

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L’Ungheria perde un miliardo, ma guadagna le lodi di Salvini

L’Ungheria ha perso definitivamente il diritto a ricevere 1,04 miliardi di euro di finanziamenti dall’Unione europea che erano stati congelati da Bruxelles per preoccupazioni sullo stato di diritto. Avrebbe dovuto attuare sufficienti riforme entro la fine del 2024 per prevenire conflitti di interesse e combattere la corruzione, ma il satrapo Orbán, presidente in carica, è sempre stato convinto che l’Unione europea fosse un bancomat sempre aperto.

Promesse mancate

In questi ultimi anni ha promesso in cambio di fare il lavoro sporco ai confini, respingendo le persone migranti con modalità degne di un regime. L’Ungheria, che avrebbe dovuto cambiare l’Europa, sta nell’angolo con le orecchie da asino. Orbán, leader amato pubblicamente da Salvini e privatamente da Meloni, ha concluso il suo semestre di presidenza europea guadagnando poco più di qualche amorevole buffetto dal suo sodale Putin. È la prima volta che l’Ue adotta una soluzione del genere, andando oltre la procedura di “condizionalità”.

Uno stato europeo che è disposto a perdere un miliardo di euro pur di non contrastare efficacemente la corruzione al suo interno dovrebbe essere un’onta per i suoi governanti e per i loro amici. Ieri, invece, la Lega ha deciso di vergare una nota in cui dice che “il taglio dei fondi europei all’Ungheria è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia”. Capolavoro: rivendicano i diritti per chi oscura i diritti. Ma, del resto, loro sono fatti così: per loro sono “stati di diritto” solo i Paesi con presidenti disposti a scattare un selfie con Matteo Salvini. Il resto è burocrazia difficile da comprendere.

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Il lavoro in Italia è ancora una condanna: 1.481 caduti senza nome

Anche nel 2024, i morti sul lavoro sono rimasti ciò che la nostra società ha deciso che siano: una cifra. Una cifra che non si alza la voce, che non pesa sulla bilancia della politica e che, soprattutto, non fa ombra alle dichiarazioni solenni che durano il tempo di un ciclo mediatico. Sono 1.481, ci dice l’Osservatorio di Bologna. Quanti di questi, a pochi giorni dall’anno nuovo, hanno già perso anche la dignità di un nome?

Ogni tragedia è stata diligentemente archiviata come “incidente”, come se la fatalità fosse l’alibi perfetto per l’inerzia. Casteldaccia, Suviana, Esselunga di Firenze, Calenzano: non sono solo luoghi di lutto, sono monumenti a una negligenza che si rinnova ogni giorno. Il 2024 ci ha lasciato in eredità il consueto paradosso: un Presidente della Repubblica che invita a prevenire l’evitabile, mentre le fabbriche e i cantieri restano trappole letali.

Ci si affida alla fredda contabilità, al gioco delle percentuali, perché è più comodo contare che agire. Diventano numeri buoni per i titoli di fine anno, poi per i rapporti ministeriali, infine per sbiadire. Di chi erano quelle mani che hanno toccato per l’ultima volta il ferro o il cemento? La risposta non serve. Non serve perché il mercato, le imprese e anche le istituzioni hanno accettato da tempo il compromesso: la vita umana è un costo, e non si investe in sicurezza senza un ritorno. Vittime collaterali, niente di più. 

Fingiamo di scandalizzarci, ma in fondo ci va bene così. I morti sul lavoro, come sempre, sono abbastanza freddi da non meritare memoria. Fino al prossimo, che resterà caldo per qualche ora se sarà stato ucciso con le caratteristiche giuste per diventare notizia. 

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Cecilia Sala, si tratta sulla reciproca concessione dei domiciliari con l’iraniano Abedin arrestato in Italia

Due settimane di isolamento in condizioni di detenzione degradanti: una cella sporca e fredda, illuminata da una luce perennemente accesa che mina le facoltà cognitive e il benessere psicologico. La vicenda di Cecilia Sala, giornalista ventinovenne trattenuta nel carcere di Evin, rappresenta un nodo cruciale non solo per i diritti umani, ma anche per le dinamiche di potere che regolano i rapporti internazionali tra Italia, Iran e Stati Uniti.

Cecilia Sala, un arresto simbolico tra giochi di potere

Arrestata il 19 dicembre mentre lavorava a un reportage sulle trasformazioni geopolitiche in Iran, Sala è ora al centro di un intricato scenario diplomatico. Le autorità iraniane la accusano genericamente di violare le leggi della Repubblica islamica, un capo d’imputazione nebuloso che appare, secondo molti analisti, un pretesto per ottenere vantaggi negoziali. La detenzione della giornalista sembra infatti intrecciarsi con il caso di Mohammad Abedini Najafabadi, ingegnere iraniano arrestato a Malpensa il 13 dicembre su richiesta degli Stati Uniti. Accusato di aver fornito componenti utilizzati in droni per attacchi contro basi americane, Abedini è detenuto in Italia in attesa di estradizione. La sua figura emerge come elemento di pressione su Roma per un possibile scambio con Sala. Per il momento si starebbe trattando almeno per uno scambio sulla reciproca concessione degli arresti domiciliari ai due arrestati.

Il carcere di Evin, d’altra parte, tristemente noto per le condizioni disumane e le pratiche di “tortura bianca”, rappresenta il teatro della sofferenza di Cecilia. Durante una rara telefonata ai genitori, ha descritto la situazione: nessun letto, due coperte insufficienti a mitigare il freddo, e la privazione di beni essenziali nonostante i pacchi inviati dall’ambasciata italiana. Questo contesto di isolamento e privazioni non è solo una forma di punizione fisica, ma un’intenzionale strategia di destabilizzazione psicologica.

La risposta diplomatica italiana, coordinata dalla Farnesina, si è concentrata sulla richiesta di rilascio immediato della giornalista e di garanzie sul rispetto dei suoi diritti fondamentali. Tuttavia, la posizione del governo italiano è vincolata da un delicato equilibrio tra le pressioni di Teheran e l’esigenza di mantenere solida la relazione strategica con Washington. Da parte sua, il governo iraniano sembra determinato a sfruttare ogni leva per ottenere la liberazione di Abedini, il cui caso coinvolge direttamente le dinamiche della politica di sicurezza globale.

La mobilitazione globale e il peso della solidarietà

Parallelamente, la mobilitazione civile e mediatica è cresciuta rapidamente. L’hashtag #FreeCecilia ha raggiunto ampia diffusione, accompagnato da manifestazioni di solidarietà in Italia e all’estero, tra cui opere murarie di artisti e appelli di intellettuali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato, nel discorso di fine anno, il valore inalienabile della libertà di stampa, collegando la vicenda di Sala a un principio democratico universale.

Il carcere di Evin, suddiviso in sezioni controllate da diverse entità governative iraniane — ministero dell’intelligence, sistema giudiziario, e Pasdaran — è emblematico della complessità del sistema repressivo iraniano. Questo stesso contesto complica le trattative diplomatiche, rendendo il caso Sala non solo una questione di diritti umani, ma anche un banco di prova per l’efficacia delle strategie negoziali italiane.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è chiamato a decidere sul destino di Abedini, una scelta che avrà inevitabili ripercussioni sui rapporti bilaterali e sulla posizione dell’Italia nell’arena internazionale. Ogni decisione, però, porta con sé rischi: una concessione all’Iran potrebbe incrinare il legame con gli Stati Uniti, mentre un irrigidimento potrebbe prolungare inutilmente la detenzione di Sala.

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