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La resa degli ipocriti: quando la pace diventa una comoda scusa per il fallimento

«Io mi auguro che la pace si avvicini. Sono valutazioni della situazione militare sul terreno. Mi sembrava ovvio che l’Ucraina non avesse le forze per riconquistare la Crimea. Adesso l’importante è che la guerra finisca perché ci sono ancora conflitti in corso, abbiamo visto cos’è successo a Mosca, vediamo cosa succede nel Donbass, in territorio russo, in territorio ucraino. Noi lavoriamo per la pace, che sia una pace giusta, sapendo bene che la pace non può essere la resa dell’Ucraina, perché c’è stato un invasore e un Paese che è stato attaccato, però bisogna lavorare per la pace». 

Non sono le parole di un sinistro pacifista. A pronunciarle ieri è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, membro della schiera che all’inizio del conflitto riteneva la guerra elemento risolutivo dell’invasione russa in Ucraina. La dichiarazione è la ricaduta locale di ciò che ha lasciato intendere, sempre ieri, Zelensky: per come stanno le cose il Donbass e la Crimea son definitivamente perdute. 

La svolta era fin troppo facile da prevedere. Che l’Ucraina avesse davvero la possibilità di vincere la guerra contando su un sostegno reale dell’Ue e dell’Occidente era la pillola indorata dei signori delle armi che delle vite ucraine – così come delle altre sparse nel mondo – hanno pochissimo interesse. 

La «guerra giusta», la «difesa della democrazia», il «ripristino della legalità internazionale» e gli altri altisonanti principi enunciati fin qui avevano un preciso scopo: adornare le fatture delle armi vendute e profumatamente pagate. Poi il resto – le vite e le speranze delle persone – possono essere sacrificate sull’altare di un’improvvisa voglia di pace.

Buon giovedì. 

Nella foto: il presidente ucraino Zelensky e la presidente della Commissione Ue Von der Leyen

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Fra propaganda e realtà, in mezzo ci sono i numeri

Uno degli aspetti che stupisce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è l’ostinata indifferenza – se non negazione – dei dati che piovono sull’Italia quando si parla di lavoro. Ieri la Commissione europea nella “proposta sul rapporto sull’occupazione nell’ambito del Pacchetto di autunno del semestre europeo” scrive nero su bianco che il reddito familiare lordo disponibile pro capite è in una “situazione critica”. Riprendendo i dati Eurostat l’Ue racconta come il reddito degli italiani sia ulteriormente diminuito nel 2023 portandosi al 94% del valore del 2008, contro una media Ue a 111,1 (+0,6 punti dal 2022). Mentre gli altri vedevano il proprio reddito crescere dell’11% da noi si abbassava del 6%. Si legge poi che in Italia restano “importanti sfide nel mercato del lavoro”, con un tasso di occupazione al “record” del 66,3% nel 2023 ma “ancora 9 punti percentuali sotto la media Ue e “debole ma in miglioramento” e “particolarmente indietro nel sud (52,5%) e nelle isole (51,5%)”.

Si definisce “critico” il divario occupazionale di genere “senza miglioramenti significativi nell’ultimo decennio”. Tutte cose che i cittadini italiani – quelli fuori dalla cerchia ristretta dei dibattiti televisivi – sanno benissimo perché le scontano sulla propria pelle. Eppure la presidente del Consiglio e i suoi compagni di governo appaiono sconnessi, riluttanti alla realtà, perfino negazionisti. Ci deve essere dalle parti di Palazzo Chigi la freudiana convinzione che la narrazione ridisegni la realtà. Ed è strano, perché di solito la parola che genera realtà è un vezzo di scrittori e intellettuali, categorie non proprio amate da quelle parti.

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Più carbone e libertà a rischio, ecco la presidenza Ue di Varsavia

La Polonia è pronta a guidare il Consiglio dell’Unione europea, con il motto “Security, Europe!”, per i sei mesi del 2025. Un mantra che ambisce a rendere centrale la sicurezza in ogni sua declinazione: esterna, energetica, economica, informativa, alimentare, climatica e sanitaria. Almeno sulla carta. Perché dietro la retorica dei proclami ufficiali si celano contraddizioni che rischiano di trasformare questa presidenza in un esercizio di immagine piuttosto che in un progetto politico coerente.

Sicurezza esterna: retorica e pragmatismo

La Polonia si erge a paladina della sicurezza esterna, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la difesa europea e sostenere l’Ucraina nel conflitto con la Russia. Ma se Varsavia è stata in prima linea nel condannare l’aggressione russa, non si può ignorare la recente frenata sui fondi destinati a Kiev, motivata da restrizioni di bilancio. Le esitazioni sollevano domande: è questa la solidarietà europea che la Polonia intende promuovere? Inoltre, il ruolo di Varsavia nei rapporti transatlantici è ambivalente. Se da un lato ribadisce il legame con gli Stati Uniti, dall’altro le sue posizioni unilaterali in ambito europeo rischiano di minare l’unità necessaria per affrontare le sfide comuni.

Sicurezza energetica: il carbone come zavorra

Nel quadro della transizione energetica, la Polonia annuncia l’intenzione di ridurre la dipendenza dalle fonti esterne e accelerare l’adozione di tecnologie europee. Eppure, è uno dei paesi più dipendenti dal carbone, con politiche che spesso rallentano gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione. Il contrasto è evidente: mentre Bruxelles punta a un’Europa verde, Varsavia sembra ancorata a un passato fossile che ne limita l’azione. L’ambizione di abbassare i costi dell’energia per famiglie e imprese rischia di tradursi in un ulteriore incentivo al carbone, perpetuando un modello insostenibile e in contraddizione con gli impegni climatici europei.

Sicurezza economica: la politica di coesione sotto esame

La Polonia, beneficiaria netta dei fondi di coesione europei, promette di riformare il quadro finanziario pluriennale dell’UE per rafforzare la solidarietà economica tra gli Stati membri. Ma la credibilità di questa promessa vacilla di fronte alle tensioni con Bruxelles sullo stato di diritto. La recente chiusura della procedura dell’articolo 7 (un meccanismo previsto per affrontare gravi violazioni dei valori fondamentali dell’UE) non cancella le perplessità sulla tenuta democratica del paese governato da Donald Tusk, e le riforme giudiziarie controverse restano un nervo scoperto. La Polonia dovrà dimostrare che il suo impegno per la coesione non è solo una rivendicazione di risorse, ma una reale volontà di rafforzare i valori comuni dell’Unione.

Sicurezza informativa: la libertà sotto pressione

La lotta alla disinformazione è uno dei pilastri del programma polacco. Un obiettivo condivisibile, ma che rischia di perdere forza in un contesto dove la libertà di stampa è sotto pressione. Gli episodi di interferenza governativa nei media e il controllo crescente sulla narrativa pubblica rendono difficile prendere sul serio le ambizioni di Varsavia in questo ambito. La Polonia, che si presenta come baluardo contro la propaganda esterna, deve prima affrontare le derive interne che minacciano l’indipendenza dell’informazione.

Un test per l’Europa

La presidenza polacca del Consiglio Ue si presenta come un banco di prova per Varsavia. La capacità di tradurre le parole in azioni coerenti sarà cruciale per valutare il successo di questo semestre. La sicurezza, declinata in tutte le sue dimensioni, non può restare uno slogan: richiede una leadership credibile, rispettosa dei principi fondamentali dell’Unione. Se la Polonia riuscirà a superare le sue contraddizioni e ad allinearsi con gli obiettivi comuni, potrà legittimare il suo ruolo di guida. In caso contrario, il rischio è che la sua presidenza si riduca a una vetrina priva di sostanza, lasciando un’Europa più frammentata e meno sicura.

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Giornata internazionale dei migranti: tra diritti negati e opportunità mancate, oltre i numeri ci sono le vite

La Giornata internazionale dei migranti è uno specchio. Secondo l’Unicef, il 25% dei giovani italiani crede che le persone migranti siano più della metà della popolazione, mentre in realtà rappresentano solo l’8,7%. Lo scarto non è un errore, è l’effetto di una narrazione che trasforma i numeri in paura e i volti in minaccia. Una distorsione che alimenta un dibattito pubblico fatto di stereotipi, lasciando sullo sfondo le storie reali.

Tra dati e percezioni: la distorsione della realtà migratoria

Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, ripete l’ovvio dicendo che “nessun essere umano è illegale”. Peccato che l’ovvio si scontri con la realtà dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Maria Grazia Gabrielli della Cgil li definisce luoghi dove la dignità viene calpestata, l’umanità ridotta a burocrazia. Secondo i dati forniti dalla Croce Rossa, negli ultimi cinque anni milioni di persone hanno intrapreso rotte migratorie estremamente rischiose, spinte da conflitti, disastri ambientali e crisi economiche. I Centri di permanenza, invece di rappresentare un luogo di transito dignitoso, si trasformano in una detenzione forzata. Sbarre dopo le sofferenze. 

Eppure, c’è chi vede nella migrazione un’opportunità. Sauro Rossi, segretario confederale della Cisl, insiste sulla necessità di politiche che garantiscano lavoro dignitoso e regolare. Con una crisi demografica in atto e settori strategici in sofferenza, l’inclusione diventa una questione di sopravvivenza economica. Le proposte della Cisl puntano su percorsi regolari e semplificazione burocratica ma anche su una visione di lungo periodo che superi l’emergenza. La formazione nei paesi d’origine e una gestione bilaterale dei flussi sono alcune delle misure indicate per costruire una migrazione ordinata e sostenibile.

L’indagine Unicef racconta una Generazione Z divisa: aperta alla diversità ma ancora intrappolata in un contesto discriminatorio. Il 93% dei giovani ha subito o assistito a episodi di discriminazione. Tra chi ha un background migratorio, il 36% segnala pregiudizi religiosi, il 17% discriminazioni legate al colore della pelle, il 31% alla condizione di migrante. Numeri che non chiedono solo analisi, ma azioni. La Croce Rossa sottolinea l’importanza di investire nella coesione sociale, un processo che passa dalla scuola, dai media e dai luoghi di lavoro. Tuttavia, questi interventi restano insufficienti senza una volontà politica che li sostenga.

Sul fronte politico, le risposte tardano. L’Italia ha sospeso l’esame delle domande di asilo per chi proviene dalla Siria, un Paese ancora devastato. Una decisione che, come sottolineato dalla Cgil, equivale a negare la protezione internazionale. L’Europa, dal canto suo, erige barriere più che ponti, spinta da un patto sulla migrazione che crea divisioni anziché soluzioni. Mentre si parla di “solidarietà flessibile” migliaia di persone rimangono bloccate in situazioni di incertezza giuridica e umanitaria.

Migranti, politiche mancanti e diritti sospesi: un’Europa dietro ai muri

Secondo i dati presentati dalla Croce Rossa, negli ultimi anni i conflitti e il cambiamento climatico hanno spinto milioni di persone lungo rotte migratorie sempre più pericolose. Questi flussi non sono fenomeni temporanei, ma la nuova geografia di un mondo segnato dalle disuguaglianze. L’Onu, con la Convenzione del 1990, aveva posto le basi per garantire dignità e diritti ai lavoratori migranti, ma la distanza tra gli intenti e la pratica resta abissale.

“Abbiamo bisogno di politiche coraggiose che riconoscano il contributo delle persone migranti”, ha affermato Sauro Rossi. Ma le politiche attuali sembrano più interessate a spostare il problema che a risolverlo. La sospensione delle domande di asilo e la crescente militarizzazione delle frontiere sono segnali di una visione che continua a trattare la migrazione come un’emergenza, anziché come una dinamica strutturale. Nel frattempo, i Centri di permanenza per il rimpatrio restano al centro delle critiche internazionali per le condizioni spesso disumane.

Dietro ogni statistica c’è una storia, dietro ogni storia un diritto.

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L’agente e il principe, così la spia cinese fece ingresso a Windsor

Yang Tengbo, imprenditore cinese conosciuto nei corridoi del potere londinese come Chris Yang, non era solo un uomo d’affari con agganci internazionali. Era, secondo l’accusa, un agente sotto copertura per Pechino. Il Regno Unito si ritrova, oggi, con uno scandalo che tocca le sue vene più nobili e più fragili: la famiglia reale, i governi di ieri e le maglie larghe della sua sicurezza nazionale.

È il fratello di Carlo III, il principe Andrea, ad aver fatto da ponte – o forse da varco – tra Yang e le stanze più riservate del potere. Yang aveva accesso a residenze reali come Buckingham Palace e Windsor Castle. Riceveva deleghe personali per trattare con gli investitori cinesi. Ma in un documento ora esploso in pubblico, una lettera del 2016 firmata da Dominic Hampshire, consigliere di Andrea, ha il sapore della resa: “Lei siede in cima all’albero a cui molti ambiscono”. Il tono del messaggio, però, ha un’inquietante leggerezza: “Sotto la tua guida, abbiamo trovato il modo di far entrare e uscire persone rilevanti da Windsor, senza essere notati”.

L’agente H6 e i silenzi imbarazzanti

La storia non riguarda solo il principe caduto in disgrazia. Yang, oggi 50enne, ha incontrato anche ex primi ministri come David Cameron e Theresa May. Ha guidato la sezione cinese del programma Pitch@Palace, un progetto d’élite lanciato dal duca di York per promuovere start-up, mentre la sua Hampton Group firmava contratti con l’emittente statale cinese. Vent’anni in Gran Bretagna, un visto contestato, e poi l’espulsione: nel 2023, un tribunale ha stabilito che Yang rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. Ora il velo è caduto: dietro l’imprenditore si nascondeva l’agente H6.

Yang nega ogni accusa: “Amo il Regno Unito come la mia seconda casa. Non farei mai nulla per danneggiare questo Paese,” ha dichiarato. Ma il caso, oltre le smentite, illumina un imbarazzo tutto britannico. Per anni, un presunto agente di Pechino ha coltivato rapporti con un membro della famiglia reale senza che nessuno alzasse un sopracciglio. Peggio ancora: Yang si muoveva in ambienti dove le strette di mano valgono più delle parole e dove i controlli, evidentemente, erano considerati un fastidio.

Il vuoto di sicurezza e il ruolo del principe Andrea

C’è un vizio antico che riemerge ogni volta che la storia si avvita attorno all’aristocrazia inglese. La leggerezza con cui l’establishment ha permesso a Yang di intrecciare relazioni è, ancora una volta, il risultato di una fragilità sistemica. Il sospetto è che, mentre Londra si preoccupava di guardare lontano, la minaccia fosse già dentro casa. Yang non è un caso isolato: i servizi di sicurezza britannici, negli ultimi anni, hanno più volte denunciato infiltrazioni cinesi nel sistema accademico, industriale e politico del Paese. Ma il caso del principe Andrea ha una risonanza particolare.

Parliamo di una figura già ingombrante per la Corona, un uomo già travolto dallo scandalo Epstein e costretto a dimettersi dai suoi doveri reali. Ora Andrea torna al centro di un nuovo ciclone, stavolta con implicazioni geopolitiche. Se le accuse contro Yang reggeranno, la domanda inevitabile sarà questa: come è stato possibile? Come può un uomo con legami con il Partito comunista cinese entrare ed uscire indisturbato dalle stanze più protette del Regno Unito?

Il governo britannico ha promesso controlli più stringenti. Ma l’esistenza di personaggi come Yang Tengbo è la prova di una rete d’interessi che non si fermerà facilmente. C’è un mondo fatto di connivenze, di incontri senza verbale e di porte che si aprono al di fuori dei riflettori. Ed è qui che Londra è stata infilzata come una preda ignara.

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Francia, Macron si gioca tutto sul centrista Bayrou

Settantatré anni, sei figli, una fattoria nei Pirenei e un trattore che guida ancora personalmente. François Bayrou, appena nominato primo ministro di Francia, è il simbolo di un centrismo d’altri tempi. Radicato, pragmatico e sempre a un passo dal potere senza mai possederlo del tutto. Fino a ora. Emmanuel Macron lo ha scelto come capo del governo per necessità, non certo per affinità.

L’eterno ritorno di Bayrou

Bayrou, leader del Movimento Democratico (MoDem), è uno di quei politici che sembrano sempre in procinto di scivolare nell’oblio e invece tornano puntuali quando il gioco si fa stretto. Per Macron, in un’Assemblea Nazionale frammentata, Bayrou è diventato imprescindibile. Non c’è accordo che regga senza la sua spalla centrista. Un compromesso che il presidente ha accettato a denti stretti consapevole che il suo nuovo primo ministro è tanto utile quanto scomodo. “Macron deve qualcosa a Bayrou” ha confidato un consigliere all’Eliseo. Il prezzo è una coabitazione forzata tra due protagonisti che condividono l’interesse per il potere ma poco altro.

La carriera di Bayrou è quella di un maratoneta testardo. Candidato all’Eliseo tre volte e sempre sconfitto, ha costruito il suo profilo politico nelle pieghe della Quinta Repubblica. Ministro dell’Istruzione per quattro anni negli anni ’90, fondatore del MoDem nel 2007, interlocutore privilegiato per chiunque abbia voluto stringere il centro in una Francia sempre più polarizzata. Nel 2017, fiutata la forza dell’astro nascente Macron, Bayrou si ritirò dalla corsa presidenziale per appoggiarlo. Una mossa che lo portò alla soglia del potere come ministro della Giustizia, ma il destino gli giocò un brutto scherzo: costretto alle dimissioni pochi mesi dopo per un’indagine su fondi europei. Fu allora che si disse di lui che fosse “un politico finito”. E invece eccolo qui.

Da provinciale irriducibile, Bayrou ha costruito la sua retorica politica sulla distanza dagli estremi in nome di un equilibrio che a tratti sembra più un esercizio di sopravvivenza che un progetto di governo. Lontano dalla Parigi dei tecnocrati, il suo legame con la terra dei Pirenei, dove è nato e cresciuto, è diventato il simbolo di una politica vicina alla Francia profonda. Quella Francia che Macron, con la sua élite considerata “urbana e globalista”, fatica a comprendere.

Un mediatore in un Paese polarizzato

Eppure Bayrou non è solo l’uomo del trattore. Il suo centrismo, per quanto logoro e spesso vago, è quello di un mediatore instancabile. È un uomo che conosce il mestiere, uno che sa come far parlare fra loro pezzi di un Parlamento in guerra. Lo ha dimostrato più volte, come leader di partito e come ministro, anche quando sembrava destinato a essere l’eterno secondo. È forse questa la qualità che Macron cerca disperatamente ora: un uomo capace di ricucire un tessuto politico lacerato.

I suoi primi discorsi da premier, non a caso, hanno toccato corde precise: responsabilità fiscale, riduzione del debito pubblico, rilancio del dialogo con l’opposizione ma senza concessioni agli estremi. Parole da uomo di Stato, certo. Parole che dovranno fare i conti con una Francia che si sta spostando sempre più verso i bordi dello spettro politico. Da una parte la sinistra radicale di Mélenchon, che già minaccia una mozione di sfiducia. Dall’altra il Rassemblement National di Marine Le Pen, che continua a crescere nei sondaggi mentre attende paziente l’ennesimo inciampo di Macron.

Bayrou è tornato al potere ma lo ha fatto come uomo di mediazione in un Paese che sembra aver perso ogni voglia di compromesso. La sua figura, con la sua esperienza e la sua ostinazione, è al tempo stesso un punto di forza e una fragilità per il governo francese. Macron lo sa bene: questa nomina è il sintomo di una strategia politica che si è fatta improvvisazione. Bayrou, da buon maratoneta, è abituato a correre lunghe distanze.

Per ora, il centrista con il trattore ha vinto l’ennesima battaglia. Resta da vedere se sarà in grado di governare un Paese dove l’equilibrio sembra ogni giorno più precario.

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In Siria si sgretola il regime e con esso pure il captagon

Bashar al-Assad è caduto, e con lui si sgretola un impero che, oltre al sangue, aveva un altro collante: il captagon. La Siria, per anni, non è stata solo il teatro di una guerra devastante, ma anche la più grande fabbrica mondiale della piccola pillola bianca che ha alimentato eserciti, studenti e lavoratori del Medio Oriente. Il regime di Assad, soffocato dalle sanzioni, aveva trovato nel captagon una leva economica e un mezzo di controllo. I video diffusi dai ribelli dopo la caduta di Damasco non lasciano dubbi: laboratori industriali nascosti in basi aeree, fabbriche di patatine e magazzini della capitale trasformati in centri di produzione clandestina.

Le immagini delle pillole infilate in mosaici, finti frutti ed elettrodomestici raccontano la sistematicità di un traffico da dieci miliardi di dollari l’anno, con un quarto finito nelle tasche del regime e, a cascata, nelle casse dei suoi alleati. Hezbollah, protetto da Teheran e sanzionato dall’Occidente, ha usato il captagon per diversificare le entrate e resistere alle pressioni economiche: la guerra è costosa e la milizia libanese è il più grande datore di lavoro del Paese, con centinaia di migliaia di persone che dipendono dalla sua rete sociale. Il captagon non è solo una droga: è il simbolo di un sistema di potere che, per sopravvivere, si è spinto oltre ogni scrupolo. La Siria, già piegata, era diventata il centro di un mercato tossico che ha drogato il conflitto e arricchito pochi. Ma non basta la caduta di Assad per spegnere la domanda. Se le fabbriche siriane si fermano, altre ne nasceranno altrove, forse in Iraq o in Europa, dove già si contano sequestri milionari.

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Senza nemici sono nulla

Cronaca di una giornata alla Camera dei deputati che tra qualche anno rileggeremo sorridendo amaro. 

Ieri Giorgia Meloni è intervenuta di fronte al Parlamento per le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo. A differenza delle conferenze stampa – ormai sono un vago ricordo – la presidente del Consiglio è costretta alla tappa. Dovrebbe rispondere ma non ne ha il talento, quindi, al solito, lancia strali. 

In Aula ci sono pochissimi leghisti. L’esser sparuti nelle occasioni doverose è il loro modo di lanciare segnali politici agli alleati. Roba da bisticci tra bimbi. Il fedelissimo meloniano Giovanni Donzelli ci invita alla comprensione. «È martedì mattina», dice. E questo fa il paio con i ministri che vorrebbero l’aumento. Sputare sui lavoratori è un loro innato talento.

Meloni difende il suo progetto di deportazione in Albania. Come? Accusando l’opposizione di essere invidiosa dei risultati che sarebbero potuti arrivare. La strategia è contorta perfino nella frase che la descrive.

Meloni balbetta la difesa sugli aumenti ai suoi ministri tirando fuori Beppe Grillo e gli sperperi degli altri. Il suo vice, Matteo Salvini, è un tizio che ha rateizzato 49 milioni di euro di soldi pubblici in 80 anni. È l’impunità di cui si dice nella novella della pagliuzza e la trave nell’occhio. 

Poi Meloni finge di rispondere al Pd parlando di “macumbe” e di “vodoo”. Al suo fianco c’è un ministro, Valditara, ripreso persino da Mattarella per la querela facile contro Nicola Lagioia e l’autore di questo pezzo. 

Nessuna risposta, molti nemici. Onore pochissimo. 

Buon mercoledì. 

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Lotta al clima impazzito, Trump inguaia l’Unione europea

Donald Trump tornerà alla Casa Bianca tra poche settimane e già lo spettro del suo primo mandato aleggia sui negoziati climatici globali. Teresa Ribera, Vicepresidente Esecutiva della Commissione Europea e responsabile per la Transizione Pulita, Giusta e Competitiva e figura di spicco nell’agenda verde europea, non nasconde le preoccupazioni. In un’intervista a *Politico*, traccia una linea di demarcazione netta: con Trump al timone, gli Stati Uniti diventeranno una mina vagante nel fragile equilibrio del contrasto al cambiamento climatico.

L’America che abbandona il clima

Il ritorno di Trump segnerà con ogni probabilità il disimpegno degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi, riducendo il paese a un osservatore disinteressato, se non un avversario attivo. Ribera è chiara: quando una superpotenza come l’America volta le spalle al clima, si spalancano porte pericolose. Non solo si perde una forza trainante ma si alimentano scetticismo e inerzia altrove. Una sorta di effetto domino. Per l’Europa, però, questo vuoto di leadership è anche un’opportunità. Come dice Ribera, “quando un attore principale si ritira, altri entrano in gioco”. Ma questa non è una semplice partita da giocare. È una battaglia esistenziale.

Europa in prima linea

Per Ribera il Green Deal europeo, che con fatica sta guadagnando terreno, diventa ora l’unico faro in un panorama globale in tumulto. L’Europa, già sotto pressione per il caro energia e le sfide interne, si trova costretta a difendere la propria strategia verde con le unghie e con i denti. Ribera non fa mistero delle difficoltà. “L’equilibrio è tutto”, dice, riferendosi alle regole sul mercato unico e alla necessità di sostenere le industrie verdi senza scivolare nel protezionismo. Un equilibrio fragile, che rischia di spezzarsi se le tensioni geopolitiche e commerciali continueranno ad aumentare. Le sfide energetiche, dagli approvvigionamenti instabili alla dipendenza dai combustibili fossili, sono già una zavorra per molte economie europee. Ora, con gli Stati Uniti pronti a ritirarsi dal tavolo, il peso di una leadership globale ricade interamente sull’Europa.

Una transizione tra competizione e caos

Con gli Stati Uniti fuori dai giochi climatici, la Cina diventa il principale rivale. La corsa alle tecnologie verdi si intensifica e l’Europa dovrà fare i conti con il suo storico ritardo nella produzione di materiali critici e batterie. Ribera lascia intendere che la transizione energetica non sarà più un affare di cooperazione globale ma un campo di battaglia economico. Trump potrebbe non interessarsi del clima ma la sua politica industriale aggressiva renderà difficile per l’Europa difendere il proprio modello senza compromettere le regole del mercato. La Cina, invece, sfrutta il vuoto lasciato dagli Stati Uniti per consolidare il proprio primato: dagli investimenti in rinnovabili alla corsa alle terre rare, Pechino si pone come una potenza verde per necessità strategica.

L’ombra di un fallimento globale

Dietro l’ottimismo tattico, Ribera non nasconde il rischio più grande: che il ritiro americano scateni una reazione a catena. “Ogni paese che si tira indietro dà una scusa agli altri per fare lo stesso”, avverte. Questo vale anche per l’Europa, che potrebbe trovarsi costretta a scegliere tra il rispetto delle regole interne e la necessità di accelerare sugli investimenti verdi. Ma il vero pericolo è un altro: perdere credibilità proprio ora che il mondo ne ha più bisogno. Ogni passo falso potrebbe ridurre ulteriormente l’ambizione globale, rendendo gli obiettivi climatici un miraggio irraggiungibile.

Trump e l’Unione europea: l’era della resistenza

L’insediamento di Trump segna l’inizio di un’era di “resilienza forzata per l’Europa”. Ribera lancia un messaggio ambivalente. Da un lato, invita alla collaborazione globale: non tutto è perduto, dice, e c’è sempre spazio per una diplomazia climatica. Dall’altro, è pronta a camminare da sola. La storia del clima non aspetterà l’America, e l’Europa non può permettersi il lusso di aspettare Trump. Forse è proprio questa la lezione più grande: in un mondo diviso tra negazionismo e pragmatismo, la vera forza sarà di chi saprà trasformare le crisi in opportunità senza perdere di vista la giustizia climatica. Per Ribera, il compito dell’Europa è chiaro: restare salda, anche quando il vento soffia contro.

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Un congresso per dare consigli al capo

In un clima di disinteresse generale il capogruppo al Senato della Lega Massimiliano Romeo è stato eletto segretario della Lega lombarda, in vista del congresso nazionale che Matteo Salvini ha faticosamente rimandato il più possibile. 

Nella sala di un hotel in zona San Siro il rito dimesso ha rilanciato le ormai antiche obiezioni verso il ministro dei Trasporti: la Lombardia dimenticata, il federalismo ormai stanco e soprattutto le cosiddette istanze del Nord che da queste parti sembrano archeologia politica, un amarcord dei tempi che furono. 

Dei tre candidati iniziali ne è arrivato solo uno alla meta. L’ex deputato Cristian Invernizzi, più vicino alla base tradizionalista del partito, si è ritirato definendo il congresso “una farsa” e lanciando strali contro Salvini. Luca Toccabili, deputato e coordinatore federale della Lega Giovani, considerato vicino al segretario federale Matteo Salvini, ha deciso di ritirarsi per “favorire l’unità del partito”. Così alla fine è rimasto un candidato unico, come Salvini auspicava, e il passaggio è stato indolore. 

L’elemento più interessante è però l’annuncio di un congresso nazionale che avrà solo carattere “programmatico”. Detta in parole semplici Salvini sta apparecchiando un’occasione senza possibilità di mettere in discussione la sua leadership che da quelle parti veleggia indisturbata da ormai 11 anni. 

Candidamente Salvini ammette che la democrazia nel suo partito si risolve in consigli al capo. Non male.

Buon martedì. 

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