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In Siria si sgretola il regime e con esso pure il captagon

Bashar al-Assad è caduto, e con lui si sgretola un impero che, oltre al sangue, aveva un altro collante: il captagon. La Siria, per anni, non è stata solo il teatro di una guerra devastante, ma anche la più grande fabbrica mondiale della piccola pillola bianca che ha alimentato eserciti, studenti e lavoratori del Medio Oriente. Il regime di Assad, soffocato dalle sanzioni, aveva trovato nel captagon una leva economica e un mezzo di controllo. I video diffusi dai ribelli dopo la caduta di Damasco non lasciano dubbi: laboratori industriali nascosti in basi aeree, fabbriche di patatine e magazzini della capitale trasformati in centri di produzione clandestina.

Le immagini delle pillole infilate in mosaici, finti frutti ed elettrodomestici raccontano la sistematicità di un traffico da dieci miliardi di dollari l’anno, con un quarto finito nelle tasche del regime e, a cascata, nelle casse dei suoi alleati. Hezbollah, protetto da Teheran e sanzionato dall’Occidente, ha usato il captagon per diversificare le entrate e resistere alle pressioni economiche: la guerra è costosa e la milizia libanese è il più grande datore di lavoro del Paese, con centinaia di migliaia di persone che dipendono dalla sua rete sociale. Il captagon non è solo una droga: è il simbolo di un sistema di potere che, per sopravvivere, si è spinto oltre ogni scrupolo. La Siria, già piegata, era diventata il centro di un mercato tossico che ha drogato il conflitto e arricchito pochi. Ma non basta la caduta di Assad per spegnere la domanda. Se le fabbriche siriane si fermano, altre ne nasceranno altrove, forse in Iraq o in Europa, dove già si contano sequestri milionari.

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Senza nemici sono nulla

Cronaca di una giornata alla Camera dei deputati che tra qualche anno rileggeremo sorridendo amaro. 

Ieri Giorgia Meloni è intervenuta di fronte al Parlamento per le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo. A differenza delle conferenze stampa – ormai sono un vago ricordo – la presidente del Consiglio è costretta alla tappa. Dovrebbe rispondere ma non ne ha il talento, quindi, al solito, lancia strali. 

In Aula ci sono pochissimi leghisti. L’esser sparuti nelle occasioni doverose è il loro modo di lanciare segnali politici agli alleati. Roba da bisticci tra bimbi. Il fedelissimo meloniano Giovanni Donzelli ci invita alla comprensione. «È martedì mattina», dice. E questo fa il paio con i ministri che vorrebbero l’aumento. Sputare sui lavoratori è un loro innato talento.

Meloni difende il suo progetto di deportazione in Albania. Come? Accusando l’opposizione di essere invidiosa dei risultati che sarebbero potuti arrivare. La strategia è contorta perfino nella frase che la descrive.

Meloni balbetta la difesa sugli aumenti ai suoi ministri tirando fuori Beppe Grillo e gli sperperi degli altri. Il suo vice, Matteo Salvini, è un tizio che ha rateizzato 49 milioni di euro di soldi pubblici in 80 anni. È l’impunità di cui si dice nella novella della pagliuzza e la trave nell’occhio. 

Poi Meloni finge di rispondere al Pd parlando di “macumbe” e di “vodoo”. Al suo fianco c’è un ministro, Valditara, ripreso persino da Mattarella per la querela facile contro Nicola Lagioia e l’autore di questo pezzo. 

Nessuna risposta, molti nemici. Onore pochissimo. 

Buon mercoledì. 

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Lotta al clima impazzito, Trump inguaia l’Unione europea

Donald Trump tornerà alla Casa Bianca tra poche settimane e già lo spettro del suo primo mandato aleggia sui negoziati climatici globali. Teresa Ribera, Vicepresidente Esecutiva della Commissione Europea e responsabile per la Transizione Pulita, Giusta e Competitiva e figura di spicco nell’agenda verde europea, non nasconde le preoccupazioni. In un’intervista a *Politico*, traccia una linea di demarcazione netta: con Trump al timone, gli Stati Uniti diventeranno una mina vagante nel fragile equilibrio del contrasto al cambiamento climatico.

L’America che abbandona il clima

Il ritorno di Trump segnerà con ogni probabilità il disimpegno degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi, riducendo il paese a un osservatore disinteressato, se non un avversario attivo. Ribera è chiara: quando una superpotenza come l’America volta le spalle al clima, si spalancano porte pericolose. Non solo si perde una forza trainante ma si alimentano scetticismo e inerzia altrove. Una sorta di effetto domino. Per l’Europa, però, questo vuoto di leadership è anche un’opportunità. Come dice Ribera, “quando un attore principale si ritira, altri entrano in gioco”. Ma questa non è una semplice partita da giocare. È una battaglia esistenziale.

Europa in prima linea

Per Ribera il Green Deal europeo, che con fatica sta guadagnando terreno, diventa ora l’unico faro in un panorama globale in tumulto. L’Europa, già sotto pressione per il caro energia e le sfide interne, si trova costretta a difendere la propria strategia verde con le unghie e con i denti. Ribera non fa mistero delle difficoltà. “L’equilibrio è tutto”, dice, riferendosi alle regole sul mercato unico e alla necessità di sostenere le industrie verdi senza scivolare nel protezionismo. Un equilibrio fragile, che rischia di spezzarsi se le tensioni geopolitiche e commerciali continueranno ad aumentare. Le sfide energetiche, dagli approvvigionamenti instabili alla dipendenza dai combustibili fossili, sono già una zavorra per molte economie europee. Ora, con gli Stati Uniti pronti a ritirarsi dal tavolo, il peso di una leadership globale ricade interamente sull’Europa.

Una transizione tra competizione e caos

Con gli Stati Uniti fuori dai giochi climatici, la Cina diventa il principale rivale. La corsa alle tecnologie verdi si intensifica e l’Europa dovrà fare i conti con il suo storico ritardo nella produzione di materiali critici e batterie. Ribera lascia intendere che la transizione energetica non sarà più un affare di cooperazione globale ma un campo di battaglia economico. Trump potrebbe non interessarsi del clima ma la sua politica industriale aggressiva renderà difficile per l’Europa difendere il proprio modello senza compromettere le regole del mercato. La Cina, invece, sfrutta il vuoto lasciato dagli Stati Uniti per consolidare il proprio primato: dagli investimenti in rinnovabili alla corsa alle terre rare, Pechino si pone come una potenza verde per necessità strategica.

L’ombra di un fallimento globale

Dietro l’ottimismo tattico, Ribera non nasconde il rischio più grande: che il ritiro americano scateni una reazione a catena. “Ogni paese che si tira indietro dà una scusa agli altri per fare lo stesso”, avverte. Questo vale anche per l’Europa, che potrebbe trovarsi costretta a scegliere tra il rispetto delle regole interne e la necessità di accelerare sugli investimenti verdi. Ma il vero pericolo è un altro: perdere credibilità proprio ora che il mondo ne ha più bisogno. Ogni passo falso potrebbe ridurre ulteriormente l’ambizione globale, rendendo gli obiettivi climatici un miraggio irraggiungibile.

Trump e l’Unione europea: l’era della resistenza

L’insediamento di Trump segna l’inizio di un’era di “resilienza forzata per l’Europa”. Ribera lancia un messaggio ambivalente. Da un lato, invita alla collaborazione globale: non tutto è perduto, dice, e c’è sempre spazio per una diplomazia climatica. Dall’altro, è pronta a camminare da sola. La storia del clima non aspetterà l’America, e l’Europa non può permettersi il lusso di aspettare Trump. Forse è proprio questa la lezione più grande: in un mondo diviso tra negazionismo e pragmatismo, la vera forza sarà di chi saprà trasformare le crisi in opportunità senza perdere di vista la giustizia climatica. Per Ribera, il compito dell’Europa è chiaro: restare salda, anche quando il vento soffia contro.

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Un congresso per dare consigli al capo

In un clima di disinteresse generale il capogruppo al Senato della Lega Massimiliano Romeo è stato eletto segretario della Lega lombarda, in vista del congresso nazionale che Matteo Salvini ha faticosamente rimandato il più possibile. 

Nella sala di un hotel in zona San Siro il rito dimesso ha rilanciato le ormai antiche obiezioni verso il ministro dei Trasporti: la Lombardia dimenticata, il federalismo ormai stanco e soprattutto le cosiddette istanze del Nord che da queste parti sembrano archeologia politica, un amarcord dei tempi che furono. 

Dei tre candidati iniziali ne è arrivato solo uno alla meta. L’ex deputato Cristian Invernizzi, più vicino alla base tradizionalista del partito, si è ritirato definendo il congresso “una farsa” e lanciando strali contro Salvini. Luca Toccabili, deputato e coordinatore federale della Lega Giovani, considerato vicino al segretario federale Matteo Salvini, ha deciso di ritirarsi per “favorire l’unità del partito”. Così alla fine è rimasto un candidato unico, come Salvini auspicava, e il passaggio è stato indolore. 

L’elemento più interessante è però l’annuncio di un congresso nazionale che avrà solo carattere “programmatico”. Detta in parole semplici Salvini sta apparecchiando un’occasione senza possibilità di mettere in discussione la sua leadership che da quelle parti veleggia indisturbata da ormai 11 anni. 

Candidamente Salvini ammette che la democrazia nel suo partito si risolve in consigli al capo. Non male.

Buon martedì. 

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Ormai non c’è più rispetto, a dispetto della Treccani

“Con tutto il rispetto”, diciamo. E in quel momento sappiamo già che stiamo per dire qualcosa di irriguardoso, offensivo, sprezzante. Il “con tutto il rispetto” è diventato il visto d’ingresso nel territorio delle nefandezze, il timbro che ci autorizza a oltrepassare la frontiera della decenza. L’Istituto Treccani ha scelto “rispetto” come parola dell’anno e forse non poteva essere più precisa nel fotografare l’ipocrisia del nostro tempo. Perché il rispetto è diventato esattamente questo: una formula vuota che usiamo come scudo per proteggerci mentre facciamo esattamente il contrario. “Col dovuto rispetto”, e poi giù a martellare. “Rispettosamente”, e poi via a demolire.

Come quei killer gentiluomini che si inchinano prima di sparare. Il rispetto è la nostra assoluzione preventiva. È la monetina che gettiamo nel cestino delle offerte prima di commettere peccato. È il “non è per fare polemica” che anticipa la polemica più velenosa. È quel “detto con rispetto” che apre la strada alle peggiori mancanze di rispetto. Siamo diventati così bravi a usare il rispetto come grimaldello per scardinare il rispetto che ormai non ci accorgiamo nemmeno più della contraddizione. Lo pronunciamo a mo’ di formula magica, come se bastasse nominarlo per essere autorizzati a dimenticarlo subito dopo. Come quei politici che prima citano la Costituzione e poi la calpestano, che invocano le istituzioni mentre le svuotano, che parlano di dialogo mentre alzano muri. È la parola trasformata in alibi. Il lasciapassare per ogni bassezza. Il salvacondotto per navigare nel mare dell’arroganza. “Con tutto il rispetto”, e poi affondiamo. Con rispetto, naturalmente.

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L’Italia si salva grazie agli stranieri, ma anche loro fanno meno figli: la fotografia del declino demografico

Il censimento Istat del 2023 conferma una tendenza ormai consolidata: l’Italia è un Paese che invecchia inesorabilmente, sostenuto a fatica dall’apporto delle persone straniere. A fine 2023, la popolazione residente in Italia è calata a 58,97 milioni di individui, con una perdita di quasi 26 mila unità rispetto all’anno precedente. Tra i dati più significativi, spicca un bambino ogni sei ultrasessantacinquenni. Una fotografia impietosa di un Paese in declino demografico, dove l’età media si è attestata a 46,6 anni, con le donne che superano gli uomini.

Il declino demografico e il ruolo delle persone straniere

Nonostante ciò, la componente straniera rappresenta un fattore stabilizzante. Il numero di residenti stranieri è cresciuto a oltre 5,25 milioni (+21,8 per mille rispetto al 2022), incidendo per quasi il 9% sul totale della popolazione. Il saldo migratorio positivo (+281 mila unità) ha di fatto rallentato il declino, ma non basta a invertire la tendenza. Anche tra gli stranieri, infatti, l’invecchiamento avanza: l’età media è salita da 36,2 a 36,8 anni. Un indicatore, questo, che riflette un generale adattamento al contesto italiano, dove la natalità è in caduta libera.

Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,20 nel 2023 (da 1,24 del 2022), con un calo che riguarda sia le italiane (1,14 figli per donna) sia le straniere (1,82, in calo rispetto all’1,86 dell’anno precedente). Anche il contributo delle madri straniere, che tradizionalmente ha rappresentato un baluardo contro il crollo delle nascite, sta perdendo forza. L’età media al parto per le donne straniere è aumentata a 29,6 anni, avvicinandosi a quella delle italiane.

Il Mezzogiorno è l’area più colpita dal calo demografico, con tassi negativi che sfiorano l’8 per mille in Basilicata. Al contrario, il Nord-ovest e il Nord-est registrano una lieve crescita, trainata dalla maggiore presenza di stranieri. Tuttavia, la quota di stranieri si concentra prevalentemente nelle grandi città del Nord, lasciando il Sud e le Isole con percentuali marginali, rispettivamente del 4,7% e del 3,9%. Un divario che amplifica le disuguaglianze territoriali e pone interrogativi sulla sostenibilità del sistema sociale nel Mezzogiorno.

Natalità in crisi: un problema che non risparmia nessuno

Nonostante i numeri allarmanti, il ruolo delle persone straniere rimane centrale per il futuro demografico ed economico del Paese. Tra il 2008 e il 2023, le nascite da genitori entrambi stranieri sono diminuite del 3,1%, mentre quelle da coppie miste sono aumentate leggermente (+1,2%). Anche questo dato sottolinea come l’integrazione non possa essere vista come una panacea, ma come un processo che richiede politiche attive e lungimiranti.

La diminuzione delle nascite è un fenomeno complesso, legato non solo alla contrazione della popolazione femminile in età riproduttiva ma anche a una crescente propensione a posticipare la maternità. L’Italia, con una fecondità media tra le più basse in Europa, si trova intrappolata in un circolo vizioso di invecchiamento e denatalità. La soluzione non può limitarsi all’incremento della natalità tramite incentivi economici: è necessaria una riforma profonda delle politiche sociali e di accoglienza.

Ma il punto sostanziale che demolisce la propaganda è che senza un contributo decisivo delle persone straniere il declino demografico sarebbe ancora più marcato. Tuttavia, l’Italia deve fare i conti con una realtà in cui anche chi arriva da Paesi con tradizioni di alta natalità finisce per adattarsi a un contesto che non offre speranze. Siamo un Paese in cui passa la voglia di fare figli. E gli slogan sulla famiglia tradizionale non risolveranno il problema.

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Poi, immagino, avrà pianto a casa

Poi, immagino, alla sera tornata a casa si sarà lasciata andare a un pianto a dirotto per essersi delusa di nuovo. Sono due anni che Giorgia Meloni si impone di essere capa di governo ma soprattutto statista. Si sforza di piacere ai salotti che contano, studia per addolcire l’irruenza che la assimila agli altri capi-macchietta del circo politico. Telefona, immagino, al suo armolinguista per correggerla quando esce dai gangheri.

Poi come ogni anno arriva Atreju e la sua inguaribile fobia di perdere presa sulla sua famiglia di Fratelli d’Italia butta via tutto il lavoro fatto. La Giorgia Meloni che piace da quelle parti è la sacerdotessa del revanscismo. Quelli la votano soprattutto per potersi togliere la soddisfazione della vendetta, per poter svelenire. Gli avversari politici sono nemici, gli elettori degli altri sono collaborazionisti del nemico e l’Italia è un trono tronfio per irridere dall’alto.

Così la presidente del Consiglio che sognava di essere uno dei maschi che la votano irrompe con un discorso politico contro Schlein, omosessuale, che «fa la battaglia partigiana sui carri allegorici del gay pride», contro Saviano «guru dell’antimafia», contro i magistrati «irragionevoli» perché non accarezzano i suoi istinti, perfino contro Romano Prodi che a 85 anni disturba ancora i suoi sogni.

Dodici mesi a coprire il livore con il fondotinta e poi basta l’odore della festa per sciogliere il trucco. Meloni si lascia andare con i suoi amici e il faticoso lavoro di mimo diventa inutile. Poi, immagino, alla sera tornata a casa si sarà lasciata andare a un pianto a dirotto per essersi delusa di nuovo.

Buon lunedì

 

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Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare – Lettera43

Da quando fu sequestrata nell’agosto 2017 per crimini inesistenti, la nave della Jugend Rettet è rimasta a marcire. Una distruzione fisica e simbolica. Che racconta di un sistema che ha deciso di colpire chi aiuta il prossimo nel timore di smascherare la propria inadeguatezza. Ma ora l’organizzazione tedesca chiede il conto allo Stato. Non è solo una questione di soldi. Ma di dignità. E di responsabilità.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare

Sette anni. Tanto è durata la paralisi di una nave che aveva un solo crimine alle spalle: salvare vite nel Mediterraneo. La storia della Iuventa, l’imbarcazione dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet, è il racconto di un abisso morale che ha capovolto il senso di giustizia cominciato sette anni fa, quando chi tendeva una mano è stato trattato come un complice di crimini inesistenti. Ma ora il cerchio potrebbe chiudersi, lasciando emergere le responsabilità di uno Stato che ha preferito colpire chi agiva lì dove le istituzioni erano assenti.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
L’interno della Iuventa dopo anni di incuria (da X).

L’abbandono della Iuventa è il riflesso di una precisa strategia politica

Quando, il 2 agosto 2017, la Iuventa fu sequestrata dalla procura di Trapani, l’Italia si lasciava abbindolare dalla propaganda di chi dipingeva le Ong come complici dei trafficanti. Le accuse erano fragili, fondate su un castello di testimonianze raccogliticce, intercettazioni interpretate a convenienza e una narrazione tossica costruita per giustificare l’immobilismo europeo. «Taxi del mare» li chiamavano, un termine inventato quell’anno dall’allora candidato premier M5s Luigi Di Maio e che è diventato l’arsenale retorico di una politica disumanizzante. Tra i più entusiasti di questa demonizzazione c’era Matteo Salvini che oggi ritorna nella storia della Iuventa, questa volta dalla parte di chi dovrebbe rispondere.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
Luigi Di Maio e Matteo Salvini nel 2019 (Imagoeconomica).

La Iuventa è rimasta intrappolata in un limbo giuridico fino al 2024, mentre si sbriciolava sotto il peso dell’incuria. L’equipaggio? Prosciolto. Le accuse? Inesistenti. «Il fatto non sussiste», ha sentenziato il tribunale nell’aprile scorso. Eppure, mentre la giustizia si prendeva tutto il tempo per sancire l’innocenza di chi operava soccorsi in mare, la nave veniva abbandonata al degrado. Saccheggiata, trascurata, umiliata. Una perizia del 2022 aveva già denunciato i danni irreversibili: la Iuventa non era più una nave, ma un relitto. Ma cos’è successo davvero in quei sette anni? L’abbandono della nave non è solo una questione di incuria materiale: è il riflesso di una strategia politica ben precisa. Quella di criminalizzare chi osa contraddire la narrativa della fortezza Europa, chi cerca di mettere in salvo le persone migranti mentre le istituzioni scelgono l’indifferenza come politica. Ogni pezzo arrugginito della Iuventa racconta di un sistema che ha scelto di punire chi fa ciò che è giusto, per paura di smascherare la propria inadeguatezza.

L’Ong Jugend Rettet ora punta il dito contro l’autorità portuale di Trapani e il ministero dei Trasporti

Nel frattempo, il Mediterraneo continuava a inghiottire vite. E la distruzione fisica della Iuventa è diventata una distruzione simbolica: l’idea che si potesse agire per solidarietà, senza chiedere permesso, è stata colpita con metodi che ricordano più la repressione che la giustizia. È stato un messaggio chiaro a tutte le altre Ong: questo è ciò che vi aspetta se osate intervenire. Ora, Jugend Rettet chiede conto di questa distruzione. Chiede che chi aveva il dovere di custodire risponda di quella negligenza che somiglia più a una sentenza silenziosa.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
Il ponte della Iuventa (da X).

La battaglia legale punta il dito contro l’Autorità portuale di Trapani e il ministero dei Trasporti, quest’ultimo sotto la guida di Salvini. Un nome che torna, come un monito: lo stesso Salvini che è già imputato nel processo Open Arms per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. «Vogliamo risarcimenti per rendere la Iuventa di nuovo operativa», ha dichiarato Benedikt Funke, rappresentante di Jugend Rettet. Ma questa non è solo una questione di soldi. È una questione di principio. Di responsabilità. Di dignità. Dariush Beigui, ex imputato, lo ha detto chiaramente: «La nostra nave è diventata un bersaglio politico. Ora vogliamo che i responsabili della sua distruzione rispondano».

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
L’interno della Iuventa (da X).

Quel relitto è il fallimento di un sistema che preferisce affondare la solidarietà piuttosto che ammettere le sue colpe

La Iuventa non è un caso isolato, è un simbolo. Un monito di cosa accade quando lo Stato abdica al suo dovere umanitario per abbracciare la propaganda. Un relitto non è solo una nave distrutta ma il fallimento di un sistema che preferisce affondare la solidarietà piuttosto che ammettere le sue colpe. Ogni vite arrugginita è una testimonianza del cinismo con cui le istituzioni hanno trattato un progetto umanitario. E ora, con il procedimento legale in corso, si prepara a chiedere il conto. Forse, il vero insegnamento della Iuventa è che la verità non si arrende. Anche quando viene soffocata dalle sabbie del tempo, trova il modo di riemergere. Con questo processo, non si tratta solo di ottenere giustizia per una nave distrutta, ma di riaffermare il principio che salvare vite non è e non sarà mai un crimine. La storia della Iuventa è un ammonimento: mentre il mare continua a chiedere il suo tributo, c’è ancora chi combatte per riportare l’umanità dove è stata abbandonata.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
La Iuventa in navigazione (da X).

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La cooperazione in saldo: una legge di bilancio che tradisce il futuro

C’è una parola che si erge a vessillo e a monito nei documenti ufficiali e nei discorsi istituzionali: cooperazione. Ma, come spesso accade in Italia, il suo significato evapora tra le righe di una legge di bilancio che di cooperativo ha ben poco, relegando un pilastro della politica internazionale a una comparsa senza battute.

L’analisi di Openpolis mette a nudo questa contraddizione. L’incremento del 6,7% nelle risorse destinate alla cooperazione internazionale, sbandierato come una conquista, appare in realtà una cortina di fumo. Nel quadro dell’inflazione e della crescita prevista del reddito nazionale lordo (RNL), si tratta di un aumento che non incide e non si avvicina neanche lontanamente all’obiettivo dello 0,70% del rapporto APS/RNL promesso entro il 2030. Per metterla in termini più crudi: siamo fermi a uno sconfortante 0,27%, meno della metà del traguardo, e con una prospettiva che non lascia spazio a ottimismo.

La cooperazione mutilata: tagli e disuguaglianze che parlano chiaro

La distribuzione delle risorse, poi, è un affresco di disuguaglianze che parla chiaro. Il ministero dell’Economia e delle Finanze assorbe una fetta importante dei fondi, con un’attenzione privilegiata al canale multilaterale, mentre il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale vede una contrazione di 115 milioni di euro. È qui che emerge il paradosso: l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), il cuore operativo della politica bilaterale, viene privata di 32 milioni di euro, una mutilazione che riduce l’Italia a una comparsa sulla scena internazionale, più spettatrice che protagonista.

Questa mutilazione delle risorse è una ferita aperta che lascia il nostro Paese lontano dal panorama internazionale delle responsabilità condivise. I numeri sono impietosi: nel 2023 l’Italia si è fermata a uno sconsolante 0,27% del rapporto APS/RNL, un dato che segna un’inversione rispetto a qualunque ambizione di progresso e che condanna la cooperazione a un perenne stato di marginalità. Ogni taglio, ogni ritocco, è una rinuncia che pesa sulla credibilità internazionale e che espone il vuoto di una politica che preferisce ripiegare sul piccolo cabotaggio.

Ma non basta. Una quota rilevante delle risorse classificate come “cooperazione” viene dirottata per l’accoglienza delle persone migranti sul territorio nazionale. Una necessità, certo, ma anche una pratica che svuota di significato il concetto stesso di cooperazione allo sviluppo, trasformandolo in un paravento per spese interne. Il rischio è duplice: da un lato si tradisce il mandato di solidarietà globale, dall’altro si alimenta una narrazione fuorviante che dipinge l’Italia come leader in un campo dove, nei fatti, recita il ruolo di un comprimario.

La Campagna 070, con la sua richiesta di una roadmap vincolante, è l’unico barlume di resistenza in un panorama di disimpegno mascherato da efficienza. La roadmap richiesta non è solo un’operazione tecnica, ma una scelta etica che ricollocherebbe l’Italia nel suo ruolo naturale di mediatore e promotore di sviluppo. Eppure, questa richiesta si scontra con una sordità istituzionale che non riconosce l’urgenza di rilanciare investimenti sostenibili e capaci di creare legami duraturi con i Paesi partner.

Un Paese che si arrende: l’illusione di una solidarietà globale

Le parole di Openpolis sono un monito: “Per raggiungere gli obiettivi prefissati servirebbe più che raddoppiare gli stanziamenti nei prossimi cinque anni”. Un imperativo che cade nel vuoto di una politica che sembra aver scordato le sue ambizioni, preferendo accontentarsi di piccoli gesti simbolici che non disturbano il manovratore. È il sintomo di un Paese che ha smarrito la rotta e che si rifugia in un immobilismo travestito da cautela.

E allora viene da chiedersi: dov’è finito lo slancio di un Paese che, almeno sulla carta, si dice impegnato per uno sviluppo sostenibile globale? La risposta è tutta in quella legge di bilancio che più che un testo normativo sembra una dichiarazione di resa.

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Export di silenzio: gli affari con l’Iran prevalgono sui diritti delle donne

In Iran l’obbligo dell’hijab si è trasformato accorra una volte in un campo di battaglia per la libertà. Le donne che osano sfidare la morale imposta rischiano non solo multe salatissime e frustate ma anche la reclusione e, in alcuni casi, la pena di morte.

La legge della repressione: in Iran l’hijab come arma di controllo

La nuova legge, approvata recentemente con il nome ipocrita di “Protezione della famiglia tramite la promozione della castità e dell’hijab”, rappresenta il culmine di una strategia repressiva che ha radici profonde nel regime. Il decreto punisce con una ferocia inaudita chi promuove o si espone a comportamenti considerati “indecenti”. Le pene includono multe fino a 12.500 sterline, la detenzione fino a quindici anni e, nei casi definiti come “corruzione sulla Terra”, l’esecuzione capitale.

La spirale di oppressione si è ulteriormente intensificata dal settembre 2022, quando la protesta “Donna, Vita, Libertà” ha scosso le fondamenta del regime. Da allora il numero di esecuzioni è aumentato drammaticamente: nel 2023, Amnesty International ha documentato almeno 853 condanne a morte, il numero più alto degli ultimi otto anni. L’Iran usa il patibolo come strumento di controllo, un monito sanguinario per soffocare la resistenza.

Tra le nuove misure spicca l’articolo 37, che introduce pene severissime per chiunque condivida con entità straniere immagini o informazioni relative alla violazione delle norme sull’abbigliamento. In sostanza, le donne che si mostrano senza velo o che collaborano con media internazionali rischiano fino a dieci anni di carcere. E ancora, per chi viene accusato di “promuovere il disvelamento”, la condanna a morte è una realtà possibile.

La repressione è orchestrata con una precisione spietata. La polizia morale è tornata a pattugliare strade e spazi pubblici con il “piano Noor”, un programma nazionale che mira a garantire l’applicazione ferrea delle norme sull’hijab. In parallelo, le autorità hanno intensificato le operazioni di sorveglianza digitale, monitorando attivamente le attività online delle donne e identificando coloro che condividono contenuti considerati inappropriati. Tuttavia, nonostante il clima di paura, molte donne continuano a resistere con coraggio. Condividono video, sfidano pubblicamente le autorità e mettono in scena atti di disobbedienza che sembrano piccoli, ma che pesano come macigni.

Resistere al terrore: il coraggio delle donne contro il regime

La comunità internazionale osserva, spesso in silenzio, troppo spesso con distrazione. Amnesty International ha denunciato le violazioni come crimini contro i diritti umani, sottolineando che punire con la morte chi invia video senza velo è una barbarie senza giustificazione. Eppure l’indignazione globale è un fiume che fatica a scorrere. A fronte di risoluzioni e appelli, le azioni concrete restano scarse, lasciando le donne iraniane sole in una battaglia che richiederebbe il sostegno di una comunità globale realmente impegnata.

L’Iran non si limita a colpire il corpo delle donne ma mira a spezzarne la volontà. Ogni esecuzione, ogni arresto, è un tassello di un disegno più grande: ridurre al silenzio chiunque osi immaginare una società diversa. Nonostante ciò, la lotta delle donne iraniane è un grido che non si spegne. Le loro voci si uniscono in un coro che attraversa le frontiere, raggiungendo chi ancora crede che la libertà e la dignità siano diritti universali e inalienabili.

Nel 2023, l’interscambio commerciale tra Italia e Iran ha raggiunto i 750 milioni di euro, con 600 milioni di esportazioni italiane verso l’Iran e 150 milioni di importazioni dall’Iran. Si tratta di un incremento del 9% rispetto ai 629 milioni di euro del 2021, segnando il secondo anno consecutivo di crescita. Chissà se si troverà anche il tempo di parlare di diritti, in mezzo agli assegni. 

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