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Export di silenzio: gli affari con l’Iran prevalgono sui diritti delle donne

In Iran l’obbligo dell’hijab si è trasformato accorra una volte in un campo di battaglia per la libertà. Le donne che osano sfidare la morale imposta rischiano non solo multe salatissime e frustate ma anche la reclusione e, in alcuni casi, la pena di morte.

La legge della repressione: in Iran l’hijab come arma di controllo

La nuova legge, approvata recentemente con il nome ipocrita di “Protezione della famiglia tramite la promozione della castità e dell’hijab”, rappresenta il culmine di una strategia repressiva che ha radici profonde nel regime. Il decreto punisce con una ferocia inaudita chi promuove o si espone a comportamenti considerati “indecenti”. Le pene includono multe fino a 12.500 sterline, la detenzione fino a quindici anni e, nei casi definiti come “corruzione sulla Terra”, l’esecuzione capitale.

La spirale di oppressione si è ulteriormente intensificata dal settembre 2022, quando la protesta “Donna, Vita, Libertà” ha scosso le fondamenta del regime. Da allora il numero di esecuzioni è aumentato drammaticamente: nel 2023, Amnesty International ha documentato almeno 853 condanne a morte, il numero più alto degli ultimi otto anni. L’Iran usa il patibolo come strumento di controllo, un monito sanguinario per soffocare la resistenza.

Tra le nuove misure spicca l’articolo 37, che introduce pene severissime per chiunque condivida con entità straniere immagini o informazioni relative alla violazione delle norme sull’abbigliamento. In sostanza, le donne che si mostrano senza velo o che collaborano con media internazionali rischiano fino a dieci anni di carcere. E ancora, per chi viene accusato di “promuovere il disvelamento”, la condanna a morte è una realtà possibile.

La repressione è orchestrata con una precisione spietata. La polizia morale è tornata a pattugliare strade e spazi pubblici con il “piano Noor”, un programma nazionale che mira a garantire l’applicazione ferrea delle norme sull’hijab. In parallelo, le autorità hanno intensificato le operazioni di sorveglianza digitale, monitorando attivamente le attività online delle donne e identificando coloro che condividono contenuti considerati inappropriati. Tuttavia, nonostante il clima di paura, molte donne continuano a resistere con coraggio. Condividono video, sfidano pubblicamente le autorità e mettono in scena atti di disobbedienza che sembrano piccoli, ma che pesano come macigni.

Resistere al terrore: il coraggio delle donne contro il regime

La comunità internazionale osserva, spesso in silenzio, troppo spesso con distrazione. Amnesty International ha denunciato le violazioni come crimini contro i diritti umani, sottolineando che punire con la morte chi invia video senza velo è una barbarie senza giustificazione. Eppure l’indignazione globale è un fiume che fatica a scorrere. A fronte di risoluzioni e appelli, le azioni concrete restano scarse, lasciando le donne iraniane sole in una battaglia che richiederebbe il sostegno di una comunità globale realmente impegnata.

L’Iran non si limita a colpire il corpo delle donne ma mira a spezzarne la volontà. Ogni esecuzione, ogni arresto, è un tassello di un disegno più grande: ridurre al silenzio chiunque osi immaginare una società diversa. Nonostante ciò, la lotta delle donne iraniane è un grido che non si spegne. Le loro voci si uniscono in un coro che attraversa le frontiere, raggiungendo chi ancora crede che la libertà e la dignità siano diritti universali e inalienabili.

Nel 2023, l’interscambio commerciale tra Italia e Iran ha raggiunto i 750 milioni di euro, con 600 milioni di esportazioni italiane verso l’Iran e 150 milioni di importazioni dall’Iran. Si tratta di un incremento del 9% rispetto ai 629 milioni di euro del 2021, segnando il secondo anno consecutivo di crescita. Chissà se si troverà anche il tempo di parlare di diritti, in mezzo agli assegni. 

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Evasione e pizzo di Stato

Il direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha inviato le sue dimissioni al ministro Giancarlo Giorgetti, anticipando di un anno la naturale scadenza del suo mandato. Ruffini, in un’intervista al Corriere della Sera, afferma di non aver “mai visto pubblici funzionari come esattori di un pizzo di Stato”, spiegando il suo disagio di fronte alla “descrizione caricaturale del ruolo di direttore dell’Agenzia, come se combattere l’evasione fosse una scelta di parte e addirittura qualcosa di cui vergognarsi”.

Ruffini mette nero su bianco che la benevolenza nei confronti dell’evasione fiscale del governo non è una percezione giornalistica, ma una realtà palpabile all’interno dell’Agenzia, il polmone finanziario dello Stato. “In effetti non mi era mai capitato di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato – aggiunge -. Oppure di sentir dire che l’Agenzia delle Entrate tiene in ostaggio le famiglie, come fosse un sequestratore”. Promettere di demolire le istituzioni, sostenendo che questo sia il passo verso la completa libertà, è la favola di sfondo dei sovranisti di ogni latitudine.

La cittadinanza regalata per ius sanguinis al presidente argentino Javier Milei, l’etere spalancato a Elon Musk, la passione sfrenata per Viktor Orbán e le moine di Giorgia Meloni con Donald Trump raccontano l’attrazione di questo governo per i distruttori delle istituzioni. È la condanna di chi, anche al governo, dimostra di saper fare solo opposizione: distruggere ciò che non si riesce a governare. E chiamarla politica.

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La memoria non ha prezzo: ecco il vero risarcimento

Ci sono storie che non si accontentano di essere ricordate. Chiedono giustizia, esigono un nome, reclamano lo spazio che meritano nell’impietoso calendario della storia. Gaetano Comunale, maestro vetraio, internato e ucciso a Mauthausen nel 1944, è una di quelle. Ora, a quasi ottant’anni di distanza, il Tribunale di Firenze riconosce ai suoi eredi un risarcimento di 720 mila euro. Ma non è solo una cifra: è un segnale, un tentativo tardivo di sottrarre il suo sacrificio all’oblio.

Comunale era un operaio, non un eroe per scelta. Scioperava per la fine della guerra, per un salario che fosse dignitoso, per un domani che non avesse il sapore acre della paura. L’8 marzo 1944, insieme a 117 civili, fu strappato alla sua vetreria di Empoli. Prima Villa Triste, poi un vagone bestiame e infine Mauthausen, dove il suo nome si dissolse nel fumo delle camere a gas, come quello tanti. Morì in aprile, ucciso da quelle Schutz-Staffel che abbiamo imparato a riconoscere nelle iniziali sinistre di una sigla.

Settantanove anni dopo, quel nome torna a vibrare. La sentenza che riconosce ai suoi discendenti il diritto al risarcimento non è solo una conquista legale. È il richiamo di una memoria che rifiuta di tacere, un monito contro l’indifferenza. Non è il denaro che conta, ma l’atto di dare voce a chi l’ha persa, di restituire un frammento di giustizia a chi fu inghiottito dalla barbarie.

Ogni passo avanti nel riconoscimento del passato è una battaglia contro un presente che troppo spesso dimentica. A me sembra che la sentenza di Firenze sia anche un invito a raccontare, a non smettere di cercare. Gaetano Comunale non è solo un maestro vetraio, un internato, una vittima. È il simbolo di quella resistenza silenziosa che, ancora oggi, ci insegna a distinguere il coraggio dalla rassegnazione.

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Stangata dal nuovo Codice della strada, Pagella Politica smentisce Salvini

Il nuovo Codice della strada, pronto a entrare in vigore, scatena polemiche e perplessità. Matteo Salvini, da ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, è stato rapido nel respingere le critiche, sostenendo che non vi sarebbero “mega aumenti” nelle sanzioni, fatta eccezione per alcune categorie particolarmente sensibili come i parcheggi riservati ai disabili. Eppure ancora una volta i numeri sembrano raccontare una realtà diversa.

Dati alla mano: un giro di vite che pesa

L’analisi dei dettagli normativi, pubblicata da Pagella Politica, rivela che l’entità degli aumenti è significativa e riguarda una gamma ben più ampia di infrazioni. Per esempio, l’uso del cellulare alla guida, una delle violazioni più comuni e pericolose, subirà un incremento del 52% nella sanzione minima, passando da 165 a 250 euro. In caso di recidiva, il costo sale fino a 350 euro, con la sospensione della patente fino a tre mesi. Numeri che contraddicono nettamente l’idea di un semplice “ritocco”.

Non si tratta di un caso isolato. Le sanzioni per il superamento dei limiti di velocità subiscono anch’esse ritocchi significativi: “Chi supera i limiti di velocità con un eccesso tra i 10 e i 40 chilometri orari è già punito con una multa da 173 euro – scrive Pagella Politica -. Ma con il nuovo Codice della strada, se questa violazione è commessa all’interno di un centro abitato, e per almeno due volte in un anno, la multa sale a 220 euro e si rischia di perdere la patente per almeno 15 giorni”.

E ancora: “Crescono anche le multe per chi parcheggia la moto o l’auto vicino a un incrocio, che salgono da 25 a 87 euro e da 42 a 165 euro”. Incrementi che fanno riflettere, soprattutto se confrontati con l’inflazione corrente, che pure viene spesso usata come giustificazione per le modifiche legislative.

Salvini ha cercato di presentare il nuovo Codice come una misura “educativa”, mirata a proteggere categorie deboli e migliorare la sicurezza stradale. Ha enfatizzato le sanzioni per chi parcheggia motocicli o auto in posti riservati ai disabili: la riforma “aumenta” le sanzioni previste “rispettivamente a 165 euro e a 330 euro”. Tuttavia, questa narrazione non basta a coprire l’estensione del giro di vite, che colpisce una vasta platea di automobilisti e include infrazioni di ogni genere.

Sanzioni e retorica: chi paga davvero?

Il rischio, evidente, è che il nuovo Codice della strada venga percepito non come uno strumento per promuovere comportamenti responsabili ma come un modo per fare cassa. Un’accusa che, nel contesto attuale, pesa come un macigno. L’Italia è il paese in cui il governo sostiene di voler sostenere famiglie e imprese, eppure le stesse vengono colpite da rincari su infrazioni che spesso derivano da distrazioni più che da comportamenti dolosi.

C’è poi un’altra questione, più sottile e politica. Salvini sembra scommettere che il profumo dell’“ordine e disciplina” possa compensare il malcontento per gli aumenti. Ma la sua strategia rischia di trasformarsi in un boomerang: in un paese dove i costi della vita sono già alti e la fiducia nelle istituzioni è fragile, l’impressione di una politica che punisce senza offrire alternative concrete di miglioramento è destinata a incrinare ulteriormente il rapporto tra cittadini e istituzioni.

Il nuovo Codice della strada è un banco di prova non solo per le promesse di Salvini ma per il governo tutto. Dietro le dichiarazioni rassicuranti, resta un elenco di multe più alte e sanzioni più severe. Il dubbio che siano state sottovalutate le ripercussioni sociali di questi aumenti persiste, così come la sensazione che il racconto del ministro leghista si pieghi alla convenienza politica.

La domanda che resta sul tavolo è una: questa stretta sulle multe migliorerà davvero la sicurezza stradale o finirà per alimentare il dissenso? Salvini dovrà fare i conti non solo con i dati, ma con gli automobilisti italiani, che non sembrano molto disposti ad accettare retoriche semplicistiche. I numeri, del resto, non mentono.  

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Sì dell’Ue all’allargamento dell’area Schengen

Due giorni. Tanto è bastato per far crollare la maschera del leader della Lega. Matteo Salvini, che ha urlato la necessità di chiudere Schengen, si ritrova spettatore di un’Unione europea che non solo non gli dà ascolto, ma rilancia in direzione opposta. Bulgaria e Romania, dal primo gennaio, entreranno nell’area di libera circolazione. E sì, con il voto favorevole dell’Italia.

Salvini contro Schengen: urla in patria, silenzio a Bruxelles

L’ultima performance del Salvini ministro — quel mix di retorica e allarmismo di comodo — ha trovato il solito pubblico in patria, ma un silenzio assordante a Bruxelles. “Schengen va ripensato”, era il grido di battaglia. Ma l’Europa ha fatto orecchie da mercante, scegliendo di allargare il perimetro della libera circolazione anziché chiuderlo. Il voto del Consiglio dell’Unione europea è arrivato quasi senza intoppi: i ministri dell’Interno dei 27 Stati membri hanno dato il via libera definitivo all’ingresso di Romania e Bulgaria con una larga maggioranza. Il sostegno è stato schiacciante, con solo poche voci discordanti. Una vittoria netta per chi crede ancora in un’Europa aperta e inclusiva.

L’Italia, governata da una coalizione di destra, ha votato a favore. Una mossa che suona come una sberla politica a Salvini, ministro dei Trasporti e leader della Lega, che negli ultimi giorni aveva alzato il tiro contro Schengen, alimentando le solite paure sull’immigrazione. Non è la prima volta che il suo partito cerca di cavalcare l’onda del populismo, ma è forse una delle più clamorose sconfitte diplomatiche subite. Mentre Salvini agitava lo spauracchio del “nemico alle porte”, Romania e Bulgaria lavoravano con discrezione e serietà per soddisfare i criteri richiesti: controlli alle frontiere, lotta alla corruzione, riforme giudiziarie. Il risultato? Bruxelles ha preferito i dossier alle urla.

La decisione di allargare Schengen non è arrivata a cuor leggero. Negli ultimi anni, l’area ha subito pressioni crescenti. La pandemia ha riportato i controlli alle frontiere interne; la guerra in Ucraina ha aumentato le tensioni migratorie. Tuttavia, i ministri dell’Interno hanno scelto di guardare avanti, respingendo la retorica delle chiusure. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito il voto “un momento storico per l’Europa”. Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, ha parlato di “una vittoria per tutti i cittadini europei”. Parole che suonano come una sconfitta politica per chi, come Salvini, continua a evocare muri.

L’Italia vota sì: una sberla politica al leader della Lega

Eppure, la provocazione più grande arriva proprio dall’interno del governo italiano. Giorgia Meloni, impegnata a mantenere un fragile equilibrio tra le diverse anime della coalizione, ha scelto di sostenere l’allargamento. Salvini, così, si è trovato isolato anche a casa sua. Le ragioni del sì italiano sono chiare: il governo sa che bloccare l’accesso di Romania e Bulgaria avrebbe danneggiato gli interessi economici dell’Italia, uno dei principali partner commerciali dei due Paesi. L’allargamento di Schengen favorirà la circolazione delle merci, facilitando gli scambi e rafforzando le relazioni diplomatiche. Insomma, il pragmatismo ha vinto sull’ideologia.

Ma Salvini non demorde. Dopo il voto, ha ribadito la necessità di rivedere le regole di Schengen, accusando l’Europa di “ingenuità” di fronte alle sfide della sicurezza. È lo stesso refrain che il leader della Lega utilizza da anni, con sempre meno efficacia. L’Europa, intanto, si muove: il voto su Romania e Bulgaria è solo l’ultimo esempio di un’Unione determinata a mantenere vivo il progetto di integrazione, nonostante le difficoltà. Salvini, al contrario, sembra bloccato in un loop di slogan e paure.

Oggi, l’Italia deve fare i conti con un ministro che ha perso l’ennesima battaglia, lasciando spazio alla domanda: quanto ancora si potrà ignorare la distanza tra i proclami della Lega e la realtà di un’Europa che non si ferma Se la risposta non arriva dal governo, potrebbe arrivare presto dagli elettori.

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Aggrappata al buio del mare, affondata dalla crudeltà

La masnada di razzisti accarezzati dalla compagine di governo che passeggiano timidamente nel mondo reale e gaglioffamente nel mondo virtuale ieri ha passato l’intera giornata a cercare le parole per disinnescare la compassione verso Yasmine, bambina di undici anni trovata aggrappata in mezzo al mare.

Non potendo usare il vocabolario già pronto se i naufraghi sono maschi maschi adulti – quello che punta dritto alla criminalizzazione futura come insegna il grand visir della Lega – sono rimasti spiazzati dalla bambina per di più femmina brancolante nel buio del mare.

Frugando tutto il giovedì nel cassonetto delle loro obiezioni si sono aggrappati quindi al fatto che secondo i medici Yasmine non avrebbe potuto resistere nel Mediterraneo così freddo e così ondoso per tutto quel tempo. Qualche medico – che ne sa più di noi – ha spiegato che Yasmine potrebbe avere avuto una dilatazione del tempo dovuta dallo shock di avere visto suo fratello insieme a una quarantina di persone colare a picco. 

È iniziata così una cagnesca discussione sul tempo di aggrappamento di Yasmine con lo schema tipico degli spaventosi analfabeti funzionali (e quindi anche sentimentali) già certificati dall’Ocse. «Se un particolare della narrazione è discutibile allora tutto è falso anzi è un complotto», è la sofisticata cretineria della ciurma.

D’accordo, è vero: qualcuno ha messo una bambina in mezzo al mare dopo averla istruita sulla sceneggiatura per svelare la politica assassina del governo in carica. Mi pare così evidente e logico. Ecco svelato il complotto. 

Buon venerdì. 

v. anche il buongiorno del 12 dicembre Il piano di destabilizzazione? Una bambina di 11 anni con due salvagenti

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Italiani in bolletta per il gas, la guerra presenta il conto

Il gas costa e la guerra pure Le bollette di questo inverno parlano chiaro. Una famiglia milanese che vive in un appartamento di 70 metri quadrati in classe energetica G spenderà circa 1.403 euro per riscaldamento, cucina e acqua calda fino a marzo. È un aumento del 20% rispetto allo scorso inverno e del 68% rispetto al periodo pre-crisi del 2019-2020. A Roma, lo stesso appartamento costa 430 euro in più rispetto all’anno scorso. Anche a Palermo, nonostante il clima mite, le spese salgono fino a 420 euro per abitazioni più grandi. La causa principale è il prezzo del gas, salito a 48 euro per megawattora, tre volte tanto rispetto al 2019. Un paradosso: gli stoccaggi sono pieni, i gasdotti lavorano al 42% della loro capacità, ma le famiglie continuano a pagare caro.

Sono i costi della crisi geopolitica e di anni di ritardi sulla transizione energetica. L’Italia paga il prezzo della sua dipendenza dal gas e di politiche inefficaci. La maggior parte delle abitazioni italiane è in classe energetica G o F, un’eredità che si traduce in bollette insostenibili. Matteo Leonardi di Ecco sottolinea: “Case poco efficienti e dipendenza dal gas costringono oggi le famiglie a pagare i costi del ritardo”. Il risultato è davanti agli occhi: famiglie sempre più esposte e politiche incapaci di invertire la rotta. La stangata non è un imprevisto, è una condanna scritta tra le righe delle scelte sbagliate. Intanto nella Legge di bilancio attualmente in discussione in Parlamento, viene smantellato il sistema di detrazioni fiscali per l’efficienza energetica negli edifici. E fare cessare le guerre non sembra una priorità.

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Il piano mondiale di destabilizzazione? Una bambina di 11 anni con due salvagenti

Yasmine, a 11 anni, se ne va di notte tra la Tunisia e Lampedusa, aggrappata a due salvagenti in mezzo al mare. Stava su un barchino di ferro con suo fratello, insieme a una quarantina di persone. Poi le onde e il vento si sono portati via il barchino, si sono inghiottiti suo fratello e hanno spazzato via tutti gli altri. Tranne lei.

Yasmine si è salvata perché una di quelle maledette Ong, la Trotamar III, ha sentito le urla nonostante i motori accesi della sua imbarcazione. Quegli operatori umanitari che qualcuno al governo definisce “trafficanti di uomini” hanno l’empia abitudine di tenere le orecchie dritte in un pezzo di mare in cui l’Italia e l’Europa ordinano il silenzio e la cecità.
Yasmine, con suo fratello maggiore – che ora non c’è più – ha percorso 6.700 chilometri. È scampata agli allibratori del Sahara Occidentale, non è stata accalappiata dai bruti del presidente tunisino Kaïs Saïed, che l’Ue e l’Italia pagano profumatamente per fermare le Yasmine che arrivano fin lì.

Yasmine è approdata in Italia, dove si dice che lei – come suo fratello, anche se scomparso – sia un pericolo per la sicurezza nazionale. Ora sta qui, dove c’è un ministro dell’Interno che il 28 febbraio dell’anno scorso ha detto che lui, al posto di Yasmine, non prenderebbe il mare neanche se disperato, perché «educato alla responsabilità verso quello che si può dare al proprio Paese».

Yasmine, dicono qui, sarebbe l’indizio di un piano mondiale di destabilizzazione, la miccia della sostituzione etnica, la testimonianza di «un attacco alla sovranità italiana».
Ditemi voi come fanno a non vergognarsi.

Buon giovedì.

Foto di CompassCollective ” we are activists who support the rescue of refugees in the Mediterranean. Our sailing boat is TROTAMAR III”

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La propaganda non ha limiti sulla carneficina a Gaza

In Italia, l’arte di modellare la propaganda sembra aver trovato il suo culmine con la vicenda delle dimissioni del presidente di Amnesty Israele. Per giorni i media nostrani ci hanno raccontato che Ronen Raz si sarebbe dimesso per dissenso nei confronti del rapporto sull’accusa di genocidio di Israele a Gaza. Un racconto perfettamente aderente al clima politico dominante, tanto da sembrare fatto su misura per confermare pregiudizi più che informare. Ma bastava leggere la lettera di Raz per scoprire tutt’altra verità. “Mi sono dimesso perché non potevo più presiedere un ramo che non trattava i palestinesi come partner uguali, e non potevo avallare una critica al rapporto di Amnesty International che finge di essere un’opinione di una minoranza di esperti, ma è invece poco più che l’espressione di una visione del mondo israelo-ebraica, escludendo le voci palestinesi.”

Non una condanna al rapporto, ma una denuncia precisa della mancanza di equità e rappresentazione nelle dinamiche interne dell’organizzazione. Eppure, la narrazione italiana ha scelto di omettere il cuore del messaggio, trasformando un atto di critica verso la governance di Amnesty in un apparente rifiuto ideologico del rapporto su Gaza. Perché? Forse perché una narrativa più complessa, che includa le contraddizioni e i limiti delle istituzioni umanitarie, è meno digeribile per un’opinione pubblica abituata a schierarsi su fronti netti. Le dimissioni di Raz non sono un endorsement acritico per una parte o per l’altra, ma un richiamo al valore del dissenso costruttivo. Un valore che, tra le righe di tante testate, sembra essere stato sacrificato sull’altare della propaganda.

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Il patto commerciale con il Sudamerica mette nei guai Ursula

L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur segna una svolta significativa nelle relazioni tra Europa e Sud America, ma non senza strascichi di polemica. Dopo 25 anni di negoziati, Bruxelles e i paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – hanno finalizzato un patto commerciale che promette di creare una delle più vaste aree di libero scambio al mondo. Tuttavia, i dettagli dell’intesa e le sue implicazioni suscitano preoccupazioni, soprattutto nel settore agricolo europeo, tanto che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è già al lavoro per smussare gli angoli più spinosi.

I vantaggi e le tensioni dell’accordo commerciale

L’eliminazione di oltre il 90% dei dazi doganali sulle merci scambiate tra le due aree è al centro dell’accordo. Questo favorirà l’accesso delle esportazioni europee – inclusi macchinari, automobili e prodotti chimici – ai mercati sudamericani e viceversa. Per il Mercosur, l’accordo rappresenta un’opportunità di espansione, soprattutto per le esportazioni agricole come carne bovina, zucchero e soia. Ma è proprio su questo punto che si concentra la tensione. Gli agricoltori europei temono una concorrenza sleale: i prodotti sudamericani, spesso coltivati con standard ambientali e di sicurezza alimentare meno stringenti, rischiano di mettere in crisi i produttori locali, già alle prese con margini di guadagno sempre più ridotti.

Per calmare gli animi, von der Leyen ha annunciato modifiche al regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati (Omc) e alla direttiva sulle pratiche commerciali sleali. Due strumenti chiave per rafforzare la posizione degli agricoltori europei di fronte a una competizione internazionale più agguerrita. Il nuovo regolamento Omc dovrebbe includere misure di salvaguardia più rigide, in grado di proteggere i settori agricoli più vulnerabili da un’eventuale invasione di prodotti a basso costo. Inoltre, la revisione della direttiva sulle pratiche sleali punta a garantire condizioni di parità tra agricoltori e grandi distributori, arginando gli abusi di posizione dominante che penalizzano i produttori più piccoli.

Le sfide politiche per von der Leyen

Von der Leyen non nasconde la sfida politica dell’operazione. Francia e Italia guidano il fronte degli scettici, preoccupate per gli effetti dell’accordo sul proprio settore agricolo. Macron, in particolare, ha ribadito che l’intesa sarà accettabile solo se il Mercosur garantirà il rispetto degli standard ambientali e sociali. Il tema della sostenibilità è infatti uno dei nodi più critici: l’Unione europea ha imposto vincoli stringenti per assicurare che il patto non alimenti la deforestazione in Amazzonia o violazioni dei diritti umani, ma resta da vedere quanto questi impegni saranno realmente rispettati.

Nonostante le controversie, l’accordo rappresenta una vittoria diplomatica per von der Leyen, che lo considera un pilastro della strategia commerciale dell’Unione. In un contesto geopolitico sempre più frammentato, rafforzare i legami con il Sud America è una mossa strategica per contrastare l’influenza cinese e statunitense nella regione. Tuttavia, il successo dell’intesa dipenderà dalla capacità della Commissione di equilibrare interessi divergenti: da un lato, promuovere l’apertura commerciale; dall’altro, proteggere i settori più esposti e garantire il rispetto degli standard europei.

Il processo di ratifica dell’accordo si annuncia lungo e complesso. Ogni Stato membro dovrà approvare l’intesa, e le divisioni interne rischiano di rallentarne l’attuazione. Nel frattempo, von der Leyen è chiamata a dimostrare che l’Europa è in grado di coniugare apertura e protezione, senza sacrificare i valori che ne definiscono l’identità.

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