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Conto da 327,7 milioni di euro per chiudere le frontiere: il costo economico e morale per l’Unione europea

Dal 2016 al 2027, Bruxelles ha destinato almeno 327,7 milioni di euro per potenziare i regimi di controllo alle frontiere di Libia e Tunisia, secondo quanto riportato nel documento di SOS Humanity. Un investimento che non solo consolida pratiche che sfidano il diritto internazionale, ma accende una luce inquietante su un sistema che sacrifica i diritti umani sull’altare della deterrenza migratoria.

Il caso Libia: un inferno finanziato dall’Europa

Nonostante la Libia non sia considerata un luogo sicuro ai sensi del diritto marittimo internazionale, l’Unione europea continua a collaborare con le autorità locali, incluse le cosiddette guardie costiere libiche, accusate di gravi violazioni dei diritti umani. Dal 2016 a novembre 2024, queste forze hanno intercettato e riportato illegalmente in Libia oltre 144.800 persone. Queste “riammissioni” forzate avvengono spesso sotto la minaccia di armi da fuoco e rappresentano un tradimento del principio di non-refoulement, uno dei pilastri del diritto internazionale.

Il sostegno europeo si è manifestato attraverso forniture di mezzi e addestramento per le guardie costiere libiche, oltre alla creazione di una zona Sar (Search and Rescue) libica che ha formalizzato il trasferimento di responsabilità nel coordinamento dei salvataggi. Tuttavia, rapporti dell’Onu e di varie organizzazioni denunciano come queste operazioni siano frequentemente orchestrate da milizie coinvolte nel traffico di esseri umani.

Tunisia: un nuovo modello di esternalizzazione

Anche la Tunisia, destinataria di 105 milioni di euro nell’ambito di un memorandum d’intesa firmato nel 2023, è protagonista di una crisi umanitaria aggravata dal coinvolgimento europeo. Nonostante il paese abbia ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, non esiste un sistema di asilo funzionante e i migranti affrontano discriminazioni, violenze e deportazioni collettive. Gli accordi con l’Ue hanno contribuito a consolidare una zona Sar tunisina nel 2024, replicando il fallimento già visto in Libia.

Secondo Sos Humanity, l’Unione ha inoltre chiuso gli occhi sulle segnalazioni di collusione tra forze di sicurezza tunisine e trafficanti di esseri umani. Episodi documentati includono l’uso di gas lacrimogeni, violenze fisiche e manovre pericolose in mare, che hanno messo a rischio la vita di persone già vulnerabili.

L’esperimento albanese: una svolta pericolosa

Il recente accordo tra Italia e Albania segna un ulteriore passo nella strategia di esternalizzazione. Dal 2024, le persone salvate in mare e considerate “non bisognose di protezione” vengono trasferite nel porto albanese di Shengjin, dove le loro richieste di asilo sono esaminate sotto la legislazione italiana. Questo sistema, che costa 653 milioni di euro in cinque anni, solleva gravi preoccupazioni legali: le corti italiane hanno già giudicato il trattamento dei primi 19 rifugiati come contrario al diritto internazionale, ordinandone il trasferimento in Italia.

Un costo morale insostenibile

Dietro la logica dell’esternalizzazione si cela un progetto che mina i fondamenti del sistema internazionale di protezione dei rifugiati. Il prezzo di 327,7 milioni di euro non si misura solo in termini economici: è un costo morale che l’Europa paga sostenendo pratiche che violano la dignità umana. La narrazione di un continente impegnato nella difesa dei diritti umani si frantuma di fronte alle testimonianze di violenze, torture e morte nelle zone finanziate dall’Ue.

Sos Humanity invita a una riflessione urgente: è possibile conciliare sicurezza e umanità senza tradire i valori fondanti dell’Europa La risposta, per ora, resta tragicamente sospesa tra i numeri di bilancio e le storie di chi quei numeri li vive sulla propria pelle.

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Legge sull’aborto, la relazione è in ritardo ma non è una svista

Il governo Meloni continua ad avere una relazione complicata con l’aborto. Il ritardo accumulato sulla relazione annuale relativa all’applicazione della legge 194 del 1978 appare emblematico. La legge stabilisce che ogni anno, entro febbraio, il Ministero della Salute presenti al Parlamento un quadro aggiornato sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia. Quest’anno, la relazione è arrivata con nove mesi di ritardo e priva di dati essenziali. Non un semplice errore tecnico, ma una scelta che alimenta dubbi sulla volontà politica di affrontare seriamente il tema.

Una legge sotto attacco per via burocratica

La relazione è l’unico strumento istituzionale che permette di monitorare l’applicazione della legge. Omettere tabelle fondamentali come quelle sugli obiettori di coscienza e sui centri in cui si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) equivale a occultare la realtà. Eppure, sappiamo che in alcune regioni il personale sanitario obiettore supera l’80%. Lazio, Campania e Molise sono l’emblema di questa realtà: in quest’ultima regione, un solo medico garantisce il diritto all’aborto pubblico. Le donne che vivono in queste aree sono costrette a migrare verso altre regioni o a rivolgersi al mercato privato, un lusso non accessibile a tutte.

Cifre incomplete e territori invisibili

Nel 2021, secondo i dati ufficiali, si sono registrate circa 66 mila Ivg, un calo costante dal 1983, ma le percentuali di obiettori rendono questi numeri fuorvianti. La realtà è che l’accesso al diritto dipende sempre più dal codice postale. Nella relazione mancano aggiornamenti chiave, come quelli sull’accessibilità ai farmaci abortivi. La RU486, che dovrebbe facilitare l’accesso all’Ivg, è disponibile in regime ambulatoriale solo in alcune regioni, un diritto trasformato in lotteria territoriale.

Un ritardo che non è mai neutrale

Giustificare questo ritardo con presunte difficoltà tecniche significa ignorare il messaggio politico che si cela dietro questa disattenzione. La legge 194 è stata concepita per garantire la salute e la libertà di scelta delle donne, ma non è mai stata al riparo dagli attacchi di chi vorrebbe relegarla a un guscio vuoto. I nove mesi di ritardo non sono un dettaglio: rinviare la pubblicazione significa rimandare la discussione, annullando ogni possibilità di confronto politico e pubblico.

Le parole del silenzio

Nel testo della relazione, il governo non menziona mai la necessità di ridurre l’obiezione di coscienza né propone soluzioni per colmare i divari regionali. Un vuoto che sa di strategia. Chi dovrebbe occuparsi della tutela dei diritti sembra invece concentrato sull’indebolirli, celandosi dietro tecnicismi che fanno apparire tutto come una casualità.

Una risposta necessaria

Il quadro è chiaro: il governo Meloni sta normalizzando l’erosione dei diritti fondamentali. Ma le responsabilità non sono solo del governo centrale. Le regioni giocano un ruolo cruciale nella raccolta dei dati e nell’implementazione della 194. L’assenza di trasparenza è condivisa, ma non è giustificabile.

La relazione sull’applicazione della legge 194 è un documento tecnico solo in apparenza: è un termometro della democrazia. Ritardi e omissioni non sono mai neutri. Sono scelte politiche mascherate da inefficienze. In Italia, nel 2024, il diritto delle donne all’aborto non è garantito allo stesso modo ovunque, e chi governa sembra preferire che non si parli di questo. Forse perché il silenzio, spesso, è l’arma più efficace per cancellare un diritto.

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Respingimenti e frontiere chiuse, l’Unione europea in tilt dopo la caduta di Assad

La caduta del regime di Bashar al-Assad, un evento che avrebbe dovuto generare speranza per il popolo siriano, sta invece svelando l’ennesimo fallimento dell’Europa nel difendere i principi che proclama a ogni tavolo internazionale. Non appena la notizia è arrivata, il riflesso istintivo di molti Stati membri non è stato quello di prepararsi a sostenere una transizione complessa o garantire protezione a chi fugge da anni di conflitto, ma di chiudere porte e sospendere vite.

Austria, Germania, Belgio e Grecia hanno rapidamente congelato le richieste d’asilo dei siriani, citando la necessità di rivalutare la situazione sul campo. L’Italia, che mai si lascia sfuggire l’occasione di allinearsi al blocco più conservatore, ha dichiarato di non accettare più nuove domande d’asilo dai cittadini siriani. La Siria, per l’Unione, diventa ora un paradosso: troppo instabile per garantire rimpatri sicuri, ma improvvisamente non abbastanza per offrire rifugio a chi continua a rischiare la vita.

La “Siria sicura”: un’invenzione politica

La narrazione della “Siria sicura” è un costrutto artificiale, una comoda giustificazione per rispondere alla pressione dei partiti di destra che soffiano sul fuoco dell’ostilità verso le persone migranti. Ma la realtà sul terreno racconta una storia ben diversa: città rase al suolo, infrastrutture inesistenti, una società frammentata da oltre un decennio di guerra civile. È un teatro di macerie in cui i rimpatri non solo sarebbero inumani, ma violerebbero apertamente il principio di non-refoulement, che vieta di restituire qualcuno a un luogo dove potrebbe subire persecuzioni, torture o morte.

Eppure, questa contraddizione non sembra frenare l’entusiasmo con cui alcuni Stati membri procedono verso politiche che, al di là del linguaggio diplomatico, consistono nell’espulsione delle responsabilità. L’Austria, che ha esplicitamente annunciato il proprio intento di deportare i siriani, si fa portavoce di un approccio che sempre più Stati sono pronti ad abbracciare, sacrificando il rispetto dei diritti umani sull’altare della politica interna.

L’Unione che si sgretola

Di fronte a questa crisi, l’Unione europea si dimostra ancora una volta incapace di agire come un corpo unico, preferendo la frammentazione alla solidarietà. La Commissione europea ha invitato gli Stati membri alla cautela, ma il richiamo non ha avuto alcun peso. Le risposte sono discordanti: mentre la Spagna adotta un approccio cauto e caso per caso, altri Paesi, come quelli del blocco centrale, si muovono con fretta e durezza.

Il risultato è una catena di decisioni che non solo tradiscono i diritti dei rifugiati, ma espongono l’intero progetto europeo a un grave rischio di credibilità. L’Unione si presenta come paladina dei diritti umani nei consessi internazionali, ma poi tradisce quei principi non appena le circostanze interne lo richiedono. È una retorica che si svuota di significato ogni volta che l’Europa gira le spalle a chi ne ha più bisogno.

La lunga ombra del passato

La scelta dell’Europa di sospendere le domande d’asilo per i siriani non è un caso isolato. È parte di un trend che già si era manifestato nell’accordo con la Turchia del 2016, quando l’Ue delegò ad Ankara la gestione dei rifugiati in cambio di fondi e silenzio. È il modello di una politica estera che si affida alla delega e alla negazione, piuttosto che alla responsabilità diretta. Ma se allora era la Turchia a fare il lavoro sporco, oggi l’Europa sembra pronta a farlo da sé.

Un futuro in frantumi

In questa vicenda, l’Unione europea si gioca molto di più della sua politica migratoria. Si gioca la sua identità. Continuare a sacrificare vite umane per inseguire l’effimero consenso elettorale significa accettare una trasformazione in cui i diritti umani diventano flessibili, negoziabili, sacrificabili. È un percorso che non porta solo all’abbandono di chi fugge dalla Siria, ma a una lenta e inesorabile erosione di ciò che l’Europa dovrebbe essere.

La “Siria sicura” è una bugia, e l’Unione lo sa. Il problema non è la mancanza di informazioni o di strumenti per affrontare la crisi. Il problema è la volontà politica. Ma ogni porta chiusa oggi costruisce un muro che sarà impossibile abbattere domani. E il prezzo, come sempre, sarà pagato da chi non ha voce.

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Tunisia, il rapporto Onu smaschera la farsa del “luogo sicuro”

Il rapporto delle Nazioni Unite smonta le rassicurazioni dell’Unione europea e del governo italiano sulla sicurezza della Tunisia come Paese sicuro per le persone migranti. Non si tratta di opinioni, ma di fatti documentati: espulsioni forzate verso zone di conflitto, condizioni disumane nei campi di detenzione e violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Tra gennaio e luglio 2024, si contano almeno 265 morti durante le operazioni di intercettazione in mare, senza contare le migliaia di vite sospese tra maltrattamenti e sparizioni forzate.

“Garantire il diritto alla vita significa proteggere i diritti fondamentali, oltre il mero pericolo fisico”, sottolinea il rapporto, evidenziando come la nozione di “luogo sicuro” richieda condizioni ben lontane dalla realtà tunisina. Eppure, Bruxelles insiste con il memorandum, finanziando un sistema che amplifica sofferenze e abusi, in barba ai principi di non-refoulement sanciti dal diritto internazionale.

Giorgia Meloni, che presenta la Tunisia come baluardo della stabilità nel Mediterraneo, deve confrontarsi con queste verità. Difendere un accordo del genere non è solo una scelta politica, è un fallimento morale. Ai posteri, la domanda: quante vite ancora dovranno essere spezzate prima che qualcuno ammetta l’errore? Quanto ancora dovremmo sentire negare la realtà prima che diventi storia e ci venga sbattuta in faccia L’empietà di questo tempo ha colpevoli di cui conosciamo i nomi e i cognomi. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il presidente tunisino Kais Saied, Tunisi, 17 aprile 2024

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Analfabetismo funzionale, l’Italia dietro alla lavagna

C’è un’Italia che non sa leggere né fare i conti. È un’Italia che si arrampica tra percentuali desolanti e classifiche Ocse che inchiodano un quarto della popolazione al livello minimo di comprensione del testo e calcolo matematico. Il rapporto Piaac non è solo l’ennesimo studio su un Paese che fatica a stare al passo: è il ritratto di un declino che si perpetua. Perché non è che siamo fermi ma stiamo scivolando più in basso mentre il mondo accelera. Un Paese dove il 35% degli adulti fatica con testi semplici non è solo un Paese ignorante è un Paese fragile. E se il 46% non sa risolvere problemi con più variabili non è solo un problema di competitività economica.

È il segno di una società che non riesce a immaginare soluzioni complesse ad affrontare il cambiamento o a costruire un futuro. Non basta evocare la qualità dell’istruzione o la formazione continua che pure restano nodi centrali. Il rapporto parla di una questione sociale: un divario che si allarga tra chi ha gli strumenti per comprendere e chi è condannato a rimanere ai margini. Ci sono responsabilità politiche certo ma anche un tema culturale. L’istruzione non è mai stata una priorità per il nostro Paese. Investire in conoscenza richiede visione ma qui è la miopia a dominare. E così restiamo a guardare. Non una crisi improvvisa ma una lenta agonia. E non c’è indicatore economico che tenga: un Paese che non legge è un Paese che non pensa. E un Paese che non pensa è già perduto. Alla fine sorge un dubbio: ma non è che la politica ignora l’allarme perché anche lei non ha gli strumenti per leggere la profonda gravità di un un Paese che non sa leggere?

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Stop asilo, via alla paura: l’immobilismo italiano è la nuova politica estera

Dopo la caduta di una dittatura, come quella della famiglia Assad in Siria, si affastellano naturalmente preoccupazioni diverse nei palazzi dei governi. Cinicamente ogni Paese cerca di cogliere l’eventuale guadagno personale dal cambio di regime.

La prima preoccupazione del governo italiano, insieme a Germania e Austria e agli altri che verranno, è stata quella di “sospendere i procedimenti circa le richieste di asilo dalla Siria”. Lo si legge in una nota di Palazzo Chigi che contemporaneamente rivendica di avere tenuto aperta la propria ambasciata a Damasco. Quindi: l’Italia – unico Paese del G7 – due settimane fa aveva deciso di riaprire la propria ambasciata in Siria con la speranza di farla diventare tappo di profughi con l’aiuto di Assad. Ieri l’Italia ha deciso di trasformare la Siria in un tappo per la caduta di Assad.

Il riflesso patellare dei membri del governo è di teorizzare (e terrorizzare) un «collasso migratorio» come ha fatto ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani oppure di cogliere le «opportunità» di cui ha parlato Ursula von der Leyen. Una vera e propria preoccupazione razziale se è vero che lo stesso Tajani parla di «attenzione alla sicurezza dei cittadini italiani, alla tutela dei cristiani e di tutte le minoranze». La motivazione ufficiale dello stop alle richieste d’asilo è ancora più risibile: «vista la complessità della situazione aspettiamo di poter capire», dice l’Italia con gli altri Paesi. Poiché non capiscono votano l’immobilismo.

La natura del provvedimento la definisce la reazione di Salvini. «Sospendiamo anche Schengen!», urla festante. Sono fatti così.

Buon martedì.

 

In foto: Rifugiati siriani in Libano

foto di Voice of America News: Margaret Besheer reports from the northern Lebanese city of Tripoli; “Syrian Refugees Seek Out Smugglers”. – https://www.youtube.com/watch?v=oWvHr-0BXhc&feature=plcp, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21078167

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Il requiem della legalità, nella giornata anticorruzione

Ieri, 9 dicembre, si celebrava la Giornata internazionale contro la corruzione. Pochi festeggiamenti e pochi articoli. C’è da capirlo, per l’associazione Libera “da Torino ad Avellino, da Bari a Pozzuoli, da Palermo e Catania, da Milano a Roma, il 2024 è un continuo bollettino di “mazzette” con il coinvolgimento di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti e mafiosi coinvolti in una vasta gamma di reati di corruzione“.
“Ci sono “mazzette” per finte vaccinazioni covid o per ottenere falsi titoli di studio, in altri casi le “mazzette” hanno facilitato l’aggiudicazione di appalti per la gestione dei rifiuti piuttosto che per la realizzazione di opere pubbliche o la concessione di licenze edilizie. E poi ci sono le inchieste per scambio politico elettorale e quelle relative alle grandi opere“, sottolinea una nota dell’associazione di don Ciotti.
Complessivamente 588 sono state le persone indagate per reati che spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso, dall’abuso di ufficio (fin quando era in vigore) al traffico di influenze illecite.
A questo aggiungeteci la liberalizzazione delle procedure d’appalto, l’abrogazione dell’abuso d’ufficio e la progressiva delegittimazione della magistratura, tutta farina del sacco di questo governo.
Di questo passo l’anno prossimo la giornata internazionale qui in Italia potrà essere tranquillamente cancellata. Non esisteranno più colpevoli in mancanza di reati. E finalmente potremmo dormire sonni tranquilli.

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Non solo Stellantis, l’Italia rischia di perdere l’intera industria dell’auto

L’Italia non si prepara al futuro, lo subisce. Lo studio di Francesco Zirpoli, pubblicato su Lavoce.info, non lascia spazio a interpretazioni: il passaggio dai motori endotermici a quelli elettrici non è solo una questione ambientale. È un test sulla capacità del nostro sistema industriale di adattarsi. E finora, stiamo fallendo.

Industria dell’auto, una filiera al collasso

In Italia, il settore automotive coinvolge 2.400 aziende e dà lavoro a oltre 250 mila persone. Di queste imprese, 93 dipendono esclusivamente dalla produzione di componenti per motori endotermici: se non riconvertite, spariranno entro il 2035, portandosi via 14 mila posti di lavoro. Altre 199 aziende, legate sia all’endotermico sia all’elettrico, navigano a vista. Parliamo di quasi 30 mila lavoratori. Il resto della filiera – 2.108 aziende con oltre 215 mila occupati – appare meno esposta, ma nessuno si illuda: una filiera si regge sull’interconnessione. Se cade un anello, la catena si spezza.

Il ritardo italiano

Non è la tecnologia a mancare, ma una strategia. La crisi non nasce dall’incompetenza delle imprese, ma dalla mancanza di commesse e investimenti. Mentre Francia e Germania spingono sulla transizione, l’Italia resta bloccata in una narrazione politica che difende l’indifendibile. Un gioco di prestigio, con cui si tenta di far passare il motore endotermico come una bandiera della nostra identità industriale, ignorando che il mercato globale sta già decidendo per noi.

Le imprese italiane si trovano con un piede nel passato e nessuna rete di sicurezza nel futuro. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a gennaio, è un documento senza sostanza, e il Pnrr sembra incapace di affrontare la crisi strutturale del settore. Manca un piano per sostenere le riconversioni tecnologiche, mancano incentivi per chi inizia la transizione e, soprattutto, manca la volontà politica di abbracciare il cambiamento.

Un’opportunità scambiata per minaccia

La narrazione politica dominante vede la transizione ecologica come un’imposizione dall’alto, una minaccia per l’economia. È un errore madornale. Il cambiamento è già qui, e l’Italia rischia di restare ai margini. La Cina domina la produzione globale di batterie, la Germania accelera sulla riconversione della sua industria, mentre noi continuiamo a discutere come se il futuro potesse aspettarci. Non può. E non lo farà.

Zirpoli lo evidenzia con precisione: i costi dell’inazione sono superiori a quelli della transizione. Non stiamo solo rischiando di perdere posti di lavoro e competitività; stiamo rinunciando al ruolo che potremmo avere nel nuovo scenario industriale globale.

Le scelte che non si fanno

C’è una via per uscire da questa impasse, ma non passa per la difesa dell’endotermico. Passa per investimenti mirati nella riconversione delle imprese, nella formazione dei lavoratori e nello sviluppo delle infrastrutture per la mobilità elettrica. Serve tassare gli extra-profitti delle compagnie fossili e ridistribuire risorse verso settori che possono garantire un futuro sostenibile. Ma questo richiede coraggio, visione e – soprattutto – una rottura con le logiche di conservazione che caratterizzano la politica italiana.

Sull’industria dell’auto un futuro che non aspetta

Il 2035 sembra lontano, ma è dietro l’angolo. Ogni giorno perso nella difesa del passato ci avvicina al baratro. Se il governo italiano non cambierà direzione, il rischio è di trovarci con una filiera distrutta, un’economia marginalizzata e un territorio che subirà le conseguenze peggiori della crisi climatica.

Zirpoli non offre illusioni: la transizione ecologica è un passaggio obbligato, non una scelta. La domanda è semplice: vogliamo guidarla o farci travolgere? L’Italia, patria della grande industria automobilistica, potrebbe essere leader. Ma oggi sembra destinata a diventare un’appendice irrilevante di chi questa sfida la sta già affrontando.

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Esplosione in una raffineria Eni a Calenzano in Toscana: un morto e sette feriti di cui due gravi

Questa mattina, intorno alle 10:20, un’esplosione ha scosso una raffineria Eni a Calenzano, vicino Firenze. Il boato, udito a chilometri di distanza, ha provocato un incendio e una colonna di fumo visibile in tutta la Piana Fiorentina. Le autorità confermano la presenza di almeno un morto e sette feriti gravi, tra cui due ustionati gravi.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e numerose ambulanze. L’Azienda Ospedaliera di Careggi ha attivato il piano per il massiccio afflusso di feriti, sospendendo le attività ordinarie per dedicarsi all’emergenza.

L’incidente ha avuto pesanti ripercussioni sulla mobilità. L’autostrada A1 è stata chiusa in entrambe le direzioni nel tratto interessato, mentre la circolazione ferroviaria tra Prato Centrale e Firenze Castello ha subito ritardi e cancellazioni.

Le autorità locali, tra cui il Comune di Calenzano, hanno chiesto ai cittadini di non avvicinarsi alla zona dell’incidente e di chiudere porte e finestre per precauzione. Il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ha allertato tutti gli ospedali della regione, definendo l’accaduto un grave evento da monitorare con la massima attenzione.

Le cause dell’esplosione sono ancora in fase di accertamento. La zona colpita, secondo fonti Eni, riguarderebbe un’area di pensiline e non i serbatoi principali, scongiurando al momento un ulteriore rischio di estensione dell’incendio.

La paura tra i residenti è palpabile, come testimoniato dal Collettivo di fabbrica ex Gkn, che ha descritto lo sgomento per l’accaduto. La Protezione Civile è impegnata sul posto per coordinare le operazioni di soccorso e messa in sicurezza.

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Un calendario da guerra: il carcere ridotto a un teatro di controllo

Armati fino ai denti, tre agenti che immobilizzano una persona distesa sul pavimento, un gruppo in assetto antisommossa. Non è un reportage da una zona di guerra ma il calendario 2025 della Polizia Penitenziaria. Un prodotto che sembra più un manifesto di forza muscolare che un racconto della realtà penitenziaria.

Presentato nell’aula magna della Corte di Cassazione, il calendario ha come tema la «formazione». Eppure, ciò che emerge dalle immagini è solo il lato repressivo: passamontagna, scudi, pose da assedio. Non c’è traccia delle celle, dei corridoi, degli spazi comuni. Spariscono anche gli agenti che ogni giorno gestiscono tensioni crescenti, tra sovraffollamento e un numero drammatico di suicidi, sia tra i detenuti che tra i poliziotti.

Le dichiarazioni del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove e del capo del Dipartimento Giovanni Russo parlano di eccellenza investigativa e rieducazione. Ma nelle foto non c’è nulla di tutto questo. Resta una narrazione monolitica: controllo e emergenza.

In un momento in cui il sistema carcerario soffoca sotto eventi critici e suicidi, un calendario dovrebbe raccontare la complessità di un lavoro duro e cruciale. Invece, alimenta una visione riduttiva e intimidatoria, perdendo l’occasione di restituire dignità agli agenti e al sistema democratico che rappresentano. Delmastro aveva detto di «provare gioia nel non fare respirare i detenuti». Qualcuno deve avere pensato che fosse una buona idea farne un calendario. 

Buon lunedì. 

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