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L’illusione Macron: il mito che ha sedotto i riformisti italiani

Chissà cosa ne dicono gli illuminati commentatori riformisti, quelli che da anni celebrano Emmanuel Macron come il faro del riformismo europeo, che a lui hanno dedicato partiti personali delle dimensioni di un cespuglio e che in lui vedevano la faccia presentabile del governare con la destra, con politiche di destra, fingendo di essere progressisti.

Chissà dove sono oggi anche coloro che hanno celebrato la nascita del governo Barnier come un “capolavoro politico”, sfregandosi le mani per un presidente che ha arginato la destra nelle elezioni appoggiandosi a sinistra, salvo poi mettere in piedi un governo con la destra escludendo la sinistra.
Sono gli stessi che stamattina firmano editoriali in cui ci spiegano quanto sia vergognoso che la sinistra abbia votato con la destra, quella stessa destra che fino a ieri applaudivano al governo. Il cortocircuito della politica francese è il paradigma della politica europea: potabilizzare i sovranisti non modifica la loro natura. Marine Le Pen rimarrà sempre Le Pen, perché ne va della sua sopravvivenza politica. A Bruxelles, Giorgia Meloni tornerà presto a essere la solita Meloni per mantenere il suo elettorato.

Si legge oggi sui giornali che quello di Macron fosse “l’unico governo possibile”. Due righe più sotto, ci si lamenta che quelli spediti a fare opposizione si siano permessi di fare opposizione. La politica è un esercizio che richiede serietà: la Francia (e non solo) si sta sgretolando sotto il peso del suo debito pubblico. Farsi vetrina con le Olimpiadi e con il recupero di Notre-Dame non sistema i conti pubblici. Scegliere come sistemare i conti è politica, e per questo conviene farlo con gente che, generalmente, sia d’accordo.

Buon giovedì.

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Rigurgiti neofascisti, non chiamatele ragazzate

L’arresto dei 12 membri della “Werwolf Division” aggiunge un’altra pagina al capitolo infinito di quel fascismo che ufficialmente non esiste, ma che continua a riaffacciarsi con la puntualità di un orologio rotto. Stavolta è toccato alla polizia scovare simboli, arsenali e piani eversivi: il repertorio consueto di chi, con il braccio teso, prova a trasformare nostalgie patologiche in minacce concrete. Non è una novità, ma ogni volta ci troviamo a ripetere le stesse domande e ad ascoltare le stesse scuse.

Il nome scelto dal gruppo, “Werwolf Division”, è un omaggio inquietante alla resistenza nazista che, negli anni ’40, sognava sabotaggi e guerriglia contro un mondo che credeva di aver voltato pagina. E invece eccoci qui: il fascismo non è mai andato via, ha solo imparato a nascondersi, a mascherarsi, a farsi più sfumato, ma non meno pericoloso. Si è infilato nelle pieghe del disagio sociale, nei vuoti di memoria collettiva, nei silenzi che concediamo per distrazione o per calcolo.

Non si tratta di un fenomeno isolato, ma di un sistema che prolifera nei canali digitali e nei discorsi pubblici, protetto dalla complicità di chi minimizza, di chi parla di “ragazzate” anche quando ci sono minacce armate. Il fascismo torna perché trova chi lo coltiva, chi lo giustifica, chi lo considera un fenomeno del passato e, quindi, non degno di attenzione. Ma il fascismo non è mai stato solo un reperto storico: è un pericolo che si adatta, si trasforma e si infiltra.

Ogni blitz, ogni arresto è solo una toppa su una falla più grande. Perché il problema non è solo la “Werwolf Division” o i 12 arrestati. Il problema è la retorica che li ha nutriti, il clima che li ha normalizzati, i discorsi d’odio che continuano a trovare ospitalità nei palazzi e nei social.

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Decreto flussi, via libera del Senato. Dalla lista dei Paesi sicuri alla competenza delle Corti d’appello, ecco cosa cambia

Con 99 voti favorevoli, 65 contrari e un astenuto, il Senato ha approvato oggi in via definitiva il decreto flussi, chiudendo l’iter di un provvedimento controverso che ridisegna il sistema di gestione dell’immigrazione. Ma cosa cambia con la conversione del testo rispetto alla stesura originaria del decreto?.

Paesi sicuri

Il concetto di “Paesi sicuri” diventa centrale per valutare le domande di protezione internazionale. In base alla nuova norma, un elenco di 19 Stati è stato fissato per legge: Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia.
La decisione nasce anche dalla necessità di affrontare le critiche sollevate dal Tribunale di Roma e dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, che avevano messo in dubbio la sicurezza di alcuni Paesi. Restano esclusi Camerun, Colombia e Nigeria, ritenuti non conformi agli standard richiesti. L’elenco verrà aggiornato annualmente attraverso una relazione inviata alle commissioni parlamentari.

Corti d’appello e trattenimenti

Una delle modifiche più discusse riguarda lo spostamento della competenza sui trattenimenti dalle sezioni specializzate dei Tribunali alle Corti d’Appello, in composizione monocratica. Questo cambiamento, battezzato “emendamento Musk” per la coincidenza con una polemica del proprietario di X contro i giudici italiani, mira a centralizzare e accelerare le procedure. Le nuove norme entreranno in vigore 30 giorni dopo la pubblicazione della legge, per consentire alle Corti d’Appello di organizzarsi.

Ricongiungimenti familiari

Si stringono i requisiti per il ricongiungimento familiare. I richiedenti dovranno dimostrare una permanenza legale di almeno due anni in Italia, raddoppiando il precedente limite di un anno. Inoltre, l’alloggio destinato al familiare dovrà rispettare specifiche norme igienico-sanitarie e di capienza. Questi criteri, secondo il governo, garantiranno una maggiore sostenibilità, ma rischiano di escludere molti nuclei familiari.

Ispezione dei dispositivi elettronici

La norma consente alle autorità di accedere immediatamente ai dispositivi elettronici degli stranieri rintracciati durante l’attraversamento irregolare delle frontiere o in operazioni di salvataggio. L’obiettivo dichiarato è facilitare l’identificazione, ma restano dubbi sulla tutela della privacy e sulle modalità di applicazione della misura.

Riduzione dei termini per l’impugnazione

Il decreto dimezza i termini per presentare ricorso contro i provvedimenti in materia di protezione internazionale, accelerando il processo decisionale. Questo cambio organizzativo rischia però di comprimere ulteriormente il diritto di difesa dei richiedenti asilo.

Contratti secretati e motovedette

Gli appalti pubblici relativi alla fornitura di mezzi e materiali destinati a Paesi terzi saranno secretati. La misura riguarda anche le motovedette cedute a Paesi come Libia e Tunisia. Secondo le Ong, come Emergency, questa mancanza di trasparenza potrebbe mascherare pratiche discutibili nelle operazioni di controllo delle frontiere.

Ingressi lavoratori stranieri

Il decreto prevede un incremento delle quote per i lavoratori stagionali, portandole a 110.000 unità per il 2025, di cui 47.000 riservate al settore agricolo. Sono inoltre previsti 10.000 nulla osta al lavoro fuori quota per colf e badanti. Novità anche nella gestione delle procedure: dal 2025 tutto il processo sarà digitalizzato, con l’obiettivo di ridurre tempi e inefficienze.

Protezione speciale e nuove ipotesi di respingimento

La revoca della protezione speciale passa alla Commissione nazionale per il diritto di asilo, che potrà agire in caso di rischio per la sicurezza dello Stato. Viene ampliata anche la possibilità di respingimento, includendo i migranti soccorsi in mare o rintracciati nelle aree di frontiera.

Misure di sicurezza e permesso temporaneo

Tra le novità più rilevanti, il decreto introduce un permesso temporaneo di 60 giorni per i lavoratori stagionali il cui contratto è scaduto, consentendo loro di cercare un nuovo impiego senza rischiare l’espulsione immediata. Viene inoltre istituito un permesso speciale di sei mesi per le vittime di sfruttamento lavorativo che collaborano con le autorità.

Con queste disposizioni, il governo Meloni punta a un controllo più stringente sui flussi migratori e a una gestione più efficiente delle richieste. Tuttavia, l’impatto concreto di queste misure, specie in termini di diritti umani e trasparenza, resta un tema divisivo che non mancherà di animare il dibattito pubblico.

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Altro che studenti fannulloni: sull’istruzione i numeri parlano chiaro

Eccoci qui, come ogni anno. Gli studenti protestano, nei licei cominciano le occupazioni e sui giornali i commentatori imbiancati rilanciano gli stereotipi. L’eterna lotta tra generazioni segue sempre lo stesso copione: “Manifestano per non studiare”, “fannulloni”, quei giovani che non rispettano le autorità. 

Un Paese che non investe nel futuro

Come ogni anno i dati parlano d’altro, dell’altro per cui protestano docenti e studenti ma che sempre sfugge ai commentatori. Il rapporto Openpolis di quest’anno dice che in Italia, la spesa pubblica per l’istruzione si attesta al 4% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Questa percentuale ci colloca tra i Paesi che investono meno nel settore educativo, un dato che, pur stabile nell’ultimo decennio, non mostra segni di miglioramento. Se comparato con la Danimarca, che destina il 6,4% del Pil all’istruzione, viene più facile capire le proporzioni. 

Questo sottodimensionamento della spesa non è privo di conseguenze. I dati Istat evidenziano come il livello di istruzione incida direttamente sulla condizione economica delle famiglie. Nel 2022, il tasso di povertà assoluta per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza media era del 12,3%, mentre scendeva al 4,6% per quelle con almeno un diploma di scuola superiore. È un’indicazione chiara: l’istruzione non è solo uno strumento di emancipazione individuale ma una leva economica e sociale che determina la qualità della vita di intere generazioni.

Il costo dell’abbandono degli studenti: divari e povertà educativa

Sul fronte delle competenze, i dati del programma Ocse-Pisa sono eloquenti. Gli studenti quindicenni italiani continuano a ottenere risultati inferiori rispetto alla media Ocse in lettura, matematica e scienze. Nel dettaglio, mentre Paesi come la Finlandia, che investe il 5,5% del Pil nell’istruzione, ottengono punteggi mediamente superiori del 20%, l’Italia si trova costretta a inseguire. Le regioni del Mezzogiorno sono particolarmente colpite: gli studenti del Sud e delle Isole registrano risultati che, in alcuni casi, equivalgono a un anno scolastico in meno rispetto ai coetanei del Nord.

Il divario educativo riflette e amplifica le disuguaglianze territoriali. Openpolis sottolinea come il contesto infrastrutturale sia un fattore determinante. Ad esempio, la percentuale di edifici scolastici che necessitano di manutenzione straordinaria è molto più alta nelle regioni del Sud, dove spesso mancano anche spazi adeguati per attività extrascolastiche. È una realtà che penalizza chi già parte da condizioni svantaggiate, consolidando un ciclo di esclusione.

L’abbandono scolastico rappresenta un ulteriore campanello d’allarme. Nel 2022, il 12,7% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha lasciato la scuola senza completare il ciclo secondario superiore, rispetto a una media europea del 9,6%. Questo dato, pur in calo rispetto al passato, rimane tra i più alti dell’Unione europea. È una perdita che si ripercuote non solo sulla vita dei singoli ma sull’intero sistema economico e sociale. Secondo il Centro Studi Confindustria ogni punto percentuale di abbandono scolastico si traduce in una riduzione dello 0,2% del Pil a lungo termine.

Non meno preoccupante è la spesa per studente, un indicatore che riflette la qualità e l’accessibilità dei servizi educativi. In Italia, la spesa annuale per alunno nella scuola primaria è di circa 6.000 euro, contro i 10.000 euro della Germania e i 14.000 della Danimarca. Questi numeri non sono semplici statistiche: rappresentano il divario nelle risorse che ogni bambino può sfruttare per costruire il proprio futuro.

Il confronto europeo mette in evidenza un punto chiave: i Paesi che investono maggiormente in istruzione registrano benefici a lungo termine in termini di crescita economica e coesione sociale. Openpolis ricorda che l’educazione è uno degli strumenti più efficaci per spezzare il ciclo della povertà intergenerazionale. Eppure, in Italia, le scelte di bilancio sembrano andare in direzione opposta.

Colmare i divari per ridurre le diseguaglianze

L’Italia, con le sue profonde disuguaglianze territoriali, non potrebbe permettersi di considerare l’istruzione come una priorità secondaria. Colmare i divari non è solo una questione di giustizia sociale ma un investimento per garantire un futuro più stabile e competitivo. È il solito monito di tutti gli anni: continuare a ignorare l’importanza dell’istruzione rischia di compromettere non solo le possibilità di crescita dei giovani ma la capacità stessa del Paese di affrontare le sfide globali.

Siamo al solito fine anno. La manovra finanziaria è alle porte, i collettivi studenteschi richiamano l’attenzione sul declino della scuola. Gli studiosi preparano i numeri, le analisi e i confronti che indicano l’Italia come un Paese scolasticamente in decadenza. Decadono i muri delle scuole e decade la loro incidenza come motore di uguaglianza sociale e di opportunità. I giornali e le trasmissioni televisive rilanciano la litania: colpa degli studenti che dovrebbero solo studiare, dicono. 

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Ha ragione Gino Cecchettin: gli sconfitti siamo noi

Ha ragione Gino Cecchettin. Dice di sentirsi sconfitto anche se gli sconfitti siamo noi. Non tutti, badate bene: gli sconfitti siamo noi maschi privilegiati. Privilegiati perché bianchi o comunque non troppo scuri; privilegiati perché credenti o comunque assimilabili alla religione giusta; privilegiati perché non troppo poveri, non troppo periferici, non troppo ignoranti, non troppo classificabili nelle categorie del Biagio; privilegiati perché figli di una famiglia definibile buona (ma che cosa rende buona una famiglia); privilegiati perché abbastanza furbi da non mostrare la natura che ci è stata instillata.

Ha ragione Gino Cecchettin perché l’ergastolo e qualsiasi altra sentenza sono elementi che afferiscono al dopo. Nel “dopo” è comodo e facile spremere un bicchiere di indignazione pubblica, inscenare solidarietà e fingere di non sapere che il percorso processuale non ha niente a che vedere con la vicenda umana e con le radici di quell’assassinio.

Il padre e i fratelli di Giulia Cecchettin hanno deciso di fissare l’asticella della giustizia all’estirpazione di una natura che è della società più che delle aule di giustizia. Per questo Gino Cecchettin è mortificato, percepito come un incontentabile progressista. Con sua figlia Elena è stato più facile: lei è femmina e il cassetto delle streghe sta lì aperto da secoli.

La sentenza riordina le carte, ma non tocca le corde dell’immarcescibile stato delle cose. La sentenza parla di Turetta. I Cecchettin, invece, si sono messi in testa di parlare di noi. Forse per questo alcuni tirano un sospiro di sollievo pensando che la storia sia chiusa.

Buon mercoledì.

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Barnier sull’orlo del baratro: Parigi brucia tra alleanze di convenienza e crisi istituzionali

A Parigi il termometro politico segna febbre. Il governo di Michel Barnier si trova sull’orlo di un precipizio istituzionale. Mercoledì, l’Assemblea Nazionale discuterà due mozioni di censura: una della sinistra unita sotto il Nuovo Fronte Popolare (NFP), l’altra del Raggruppamento Nazionale (RN). In uno scenario quasi surreale, l’estrema destra di Marine Le Pen ha annunciato il suo appoggio alla mozione della sinistra, una scelta che potrebbe sigillare la sorte del governo. Un’alleanza di opportunismo o di caos, come denunciato dai Repubblicani, che accusano Le Pen di giocare con il fuoco per alimentare le sue ambizioni elettorali.

Il peso del 49.3: Barnier sotto accusa

La miccia che rischia di far esplodere il governo è l’utilizzo, da parte di Barnier, dell’articolo 49.3 della Costituzione per far approvare il bilancio della Previdenza Sociale senza il voto parlamentare. Una mossa che, nella fragile cornice di un governo di minoranza, ha offerto alla sinistra e all’estrema destra un’occasione irripetibile per unire le forze. Il voto di censura, se approvato, segnerà la fine di Barnier come primo ministro, rendendolo il capo di governo con il mandato più breve nella storia della Quinta Repubblica.

Dal suo arrivo a Matignon, Barnier ha vissuto in una condizione di precario equilibrio. Il sostegno incerto del Parlamento e l’incapacità di gestire il dialogo con le opposizioni lo hanno reso un bersaglio facile. L’ex commissario europeo, celebre per la sua compostezza, ha mostrato di non aver compreso appieno i rischi di fare concessioni al RN, convinto che Marine Le Pen non avrebbe spinto fino a far cadere il governo. Una valutazione che, secondo fonti vicine al primo ministro, si è rivelata fatale.

Macron, la crisi e la ricerca di stabilità

Intanto, il presidente Emmanuel Macron osserva da Riad, dove si trova per una visita ufficiale. Se la mozione di censura passerà, Macron sarà costretto a nominare un nuovo primo ministro, un compito reso ancora più arduo dall’assenza di una chiara maggioranza in Parlamento. La possibilità di un governo tecnico, o di un esecutivo con una base parlamentare frammentata, potrebbe aggravare ulteriormente l’instabilità politica.

Secondo il leader socialista Olivier Faure, la situazione attuale riflette il fallimento strutturale del macronismo: “Macron ha ignorato la necessità di compromessi reali. Ora paga il prezzo della sua arroganza istituzionale.” La sinistra spinge per la nomina di un primo ministro vicino al loro fronte, ma la realtà parlamentare rende questa prospettiva altamente improbabile.

Marine Le Pen: stratega o sabotatrice di Barnier?

Nel frattempo, Marine Le Pen emerge come una figura ambigua. La sua decisione di sostenere la mozione di censura della sinistra ha suscitato accuse di irresponsabilità, ma anche plausi da chi vede in questa mossa un calcolo strategico per rafforzare la sua immagine come leader trasversale. “Non è una questione di destra o sinistra, ma di difendere i francesi,” ha dichiarato, giustificando il suo sostegno alla censura come una necessità per bloccare un bilancio definito “ingiusto e punitivo.”

Un Paese sull’orlo dell’incertezza

La Francia si prepara a una settimana decisiva. Il rischio non è solo quello di una crisi politica, ma anche di un impasse istituzionale che potrebbe paralizzare le decisioni cruciali per il Paese. Con le elezioni presidenziali ancora lontane, ma un Parlamento frammentato e polarizzato, l’unica certezza è l’incertezza.

Barnier, con il suo stile solenne e poco incline al compromesso, appare sempre più come il capro espiatorio di un sistema in bilico. Se mercoledì il suo governo verrà censurato, l’eredità del suo breve mandato sarà un monito per chiunque tenti di governare senza il sostegno reale di un Parlamento. Macron, intanto, dovrà trovare un equilibrio quasi impossibile: mantenere una parvenza di stabilità mentre il vento del caos soffia sempre più forte.

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I buchi neri dell’Autonomia: la lezione della Consulta

La Corte costituzionale ha depositato la sentenza sull’Autonomia differenziata, dopo che a novembre era stata annunciata la dichiarazione di parziale incostituzionalità della riforma voluta dalla Lega e scritta dal ministro Roberto Calderoli. 

Nella sentenza firmata dal giudice Giovanni Pitruzzella, si specificano esattamente su quali questioni il parlamento dovrà intervenire con una modifica costituzionalmente orientata. Tra i rilievi vi sono le materie intrasferibili che erano state fissate all’articolo 117 della Costituzione e che sono state violate dalla legge illegittima voluta dal governo. Sono le materie in cui, dice la Consulta, “predominano le regolamentazioni dell’Unione europea” come la politica commerciale comune, la tutela dell’ambiente, la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e del sistema elettrico e le grandi reti di trasporto e di navigazione, le norme generali sull’istruzione che hanno una «valenza necessariamente generale ed unitaria», le funzioni relative alla materia delle “professioni”, in particolare quelle ordinistiche, e i sistemi di comunicazione (elettronica o di internet) che hanno finalità di tutela dei consumatori e dunque afferiscono alla materia “tutela della concorrenza”. 

Come nel caso dei migranti in Albania un tribunale deve ricordare alla maggioranza di governo che esiste una gerarchia delle leggi che deve essere rispettata e che nulla ha a che vedere con il “mandato del popolo” o altre sciocchezze elementari simili.  Di solito il concetto di norme superiori e norme inferiori si studia in educazione civica nella scuola secondaria di primo grado, alle scuole medie. Ma evidentemente al governo urge un ripasso generale.

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Un milione di occupati fantasma, così i numeri alimentano la propaganda. Nel post di Meloni 24,092 diventa 24,92 per celebrare un altro successo

Giorgia Meloni si prende un’altra licenza poetica con i numeri. Questa volta il tema è l’occupazione ed è bastata una semplice grafica sui social per trasformare i dati ufficiali dell’Istat in un piccolo capolavoro di distorsione. Il post, datato 2 dicembre, attribuisce al governo il merito di un record occupazionale con “24,92 milioni di occupati”, “47 mila in più” rispetto al mese precedente. Peccato che i numeri veri parlino di 24,092 milioni, quasi un milione in meno rispetto alla narrazione trionfalistica. La differenza non è un dettaglio tecnico: è il cuore del problema.

Il numero gonfiato da Meloni e i fatti veri

Secondo l’analisi pubblicata da Pagella Politica, i dati Istat sull’occupazione di ottobre sono chiari e pubblici: si tratta di 24 milioni e 92 mila persone occupate non 24 milioni e 920 mila. Un errore macroscopico che rivela quanto la propaganda nel tentativo di esaltare i risultati del governo possa finire per deformare la realtà. L’Istat stesso, interpellato da Pagella Politica, ha confermato il dato corretto e smentito la cifra riportata dalla presidente del Consiglio. Tanto che, “due ore dopo la pubblicazione del post, la grafica è stata corretta sulle pagine Facebook e Instagram di Meloni“, mentre “su X il tweet con la grafica è stato eliminato“, rileva il sito di Fact Checking.

Non è la prima volta

L’abitudine a giocare con i numeri non è una novità per Meloni. Durante il suo mandato i dati sull’occupazione sono stati spesso usati per costruire narrazioni favorevoli. A settembre, ad esempio, un altro post celebrava un presunto record parlando di “un numero mai raggiunto prima nella storia della Repubblica”. In quel caso, come hanno evidenziato diversi analisti, l’incremento occupazionale era iniziato molto prima dell’insediamento del governo rendendo quanto meno discutibile l’attribuzione dei meriti. Ora però il discorso si complica: non si tratta più di interpretazioni ma di un errore numerico evidente.

I dati non mentono ma la propaganda sì

Come spiega l’analisi di Pagella Politica, l’incremento annuale di occupati è stato di circa 523 mila persone, ma questa crescita segue una tendenza iniziata già nel 2021 quando l’economia ha iniziato a riprendersi dopo il crollo della pandemia. Le politiche dell’attuale governo, in altre parole, non possono essere l’unica causa di questo miglioramento come invece si tende a suggerire nei messaggi propagandistici.

Non è solo un problema di numeri gonfiati. È un problema di fiducia. Quando una delle massime cariche dello Stato comunica dati sbagliati il rischio è quello di minare il rapporto tra istituzioni e cittadini. La fiducia si costruisce con la trasparenza non con le cifre accomodate per una grafica più accattivante.

Governo Meloni, una comunicazione sistematicamente imprecisa

Quello che emerge da episodi come questo non è un errore isolato ma una tendenza consolidata. Meloni e il suo governo sembrano essere sempre più inclini a un uso disinvolto dei numeri piegandoli alle necessità di una narrazione che punta al consenso. Non è un caso che proprio quest’anno Pagella Politica abbia dedicato numerose analisi alle dichiarazioni della presidente del Consiglio riscontrando un pattern di inesattezze, in particolare sui temi economici e sull’immigrazione.

La manipolazione numerica non è mai neutrale. Serve a costruire una realtà parallela in cui il governo appare impeccabile anche quando i dati raccontano una storia diversa. In un contesto come quello attuale, con un’opinione pubblica già polarizzata e una fiducia nelle istituzioni ai minimi storici, questa strategia rischia di essere profondamente dannosa.

Alla fine, l’errore di Meloni sui dati Istat è più che un errore. È un riflesso di come la comunicazione politica stia abbandonando la precisione e l’accuratezza a favore della spettacolarità. E quando i numeri diventano una questione di marketing allora i politici giocano ad altro. Rischiando di trasformarsi in televenditori. 

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Altro che Italia davanti a tutti, ecco la realtà parallela del Pnrr

Siamo alle solite. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) nasceva come una promessa: ridare slancio alle grandi opere italiane e colmare i divari territoriali. Una partita decisiva, finanziata con risorse europee irripetibili. Oggi, però, i numeri e i fatti raccolti da Openpolis raccontano una storia molto meno entusiasmante. Finanziamenti ridotti, progetti in stallo e una trasparenza che vacilla.

Da 126 miliardi a 82: il taglio ai finanziamenti del Pnrr

Partiamo dai numeri: il valore complessivo delle opere strategiche previste dal Pnrr è passato da 126 miliardi di euro a 82,8. Perché? Il governo ha deciso di ridimensionare il piano, tagliando fuori i progetti che non possono essere completati entro il 2026, scadenza imposta dall’Unione europea. Dei fondi rimasti, solo 27,1 miliardi provengono direttamente dal Pnrr, mentre altri 16,2 sono coperti dal Piano nazionale complementare (Pnc). E gli altri progetti? Definanziati, con la promessa – tutta da verificare – di recuperarli attraverso altre risorse.

La revisione ha sollevato più di un dubbio: quali sono le opere che realmente verranno portate a termine? A quali si rinuncia Finora, le risposte mancano.

Un altro dato chiave arriva dall’analisi dello stato di avanzamento dei progetti. Formalmente, l’81,3% del valore delle opere risulta “avviato”. Ma attenzione: avviare un progetto non significa avviare un cantiere. Molte delle opere incluse in questa percentuale sono ancora in fase di progettazione o gara d’appalto. Le ruspe, nella maggior parte dei casi, non si vedono ancora.

Il Sud, ancora una volta, paga il prezzo più alto. Doveva essere la grande occasione per colmare il divario infrastrutturale con il Nord, ma il Mezzogiorno è rimasto indietro. Le opere promesse tardano a partire e, senza un’accelerazione significativa, difficilmente saranno completate nei tempi richiesti dall’Europa.

Il nodo della trasparenza

Se a questo quadro si aggiunge la difficoltà di monitorare i progetti, il problema diventa ancora più grave. La piattaforma “Italia Domani” dovrebbe servire a garantire trasparenza e accesso alle informazioni. Ma i dati disponibili sono lacunosi. Al 31 dicembre 2021, erano consultabili informazioni dettagliate su 5.246 progetti, contro i 73.000 annunciati dal governo Draghi nella seconda relazione al Parlamento. Una discrepanza che solleva interrogativi sulla reale capacità di controllo e supervisione.

La scadenza del 2026 rappresenta un’altra spada di Damocle. I fondi europei devono essere utilizzati entro quella data, pena la loro perdita. Questo lascia pochissimo margine per errori o ritardi. Progetti già finanziati potrebbero non essere completati in tempo, e le opere escluse dal Pnrr rischiano di rimanere nei cassetti.

I numeri non mentono: tagliare quasi 50 miliardi di euro significa ridurre drasticamente le ambizioni. Lasciare i cantieri fermi, soprattutto al Sud, vuol dire tradire la promessa di un Paese più coeso. E ignorare il problema della trasparenza significa alimentare il sospetto che le risorse non vengano utilizzate al meglio.

Il Pnrr era un’occasione unica. Il tempo stringe, e la sensazione è che ci si stia muovendo troppo lentamente nonostante il taglio delle ambizioni. Il governo insiste con gli euforici annunci, evitando accuratamente le conferenze stampa. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni tre giorni fa ha parlato di “Italia davanti a tutti” nella realizzazione del Piano. È magia finanziaria: restringere gli obiettivi in corsa per dare l’illusione dell’avanzamento. 

E chissà che ne dicono a Bruxelles, che ne pensa von der Leyen di un ex ministro al nostro Pnrr opaco e zoppicante che ora è stato promosso vice presidente della Commissione europea: Raffaele Fitto. 

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Aumenti beffa ai pensionati, dieci grammi di pane al dì

Non le costosissime carceri deserte in Albania, né le scazzottate tra Lega e Forza Italia sul canone che non deve disturbare la famiglia Berlusconi, né la lista della spesa dei nuovi reati: se c’è un’immagine che fotografa il Paese impantanato, sono le pensioni minime, appiglio vitale di un’Italia sempre più vecchia e con sempre meno servizi sanitari pubblici. Qualche settimana fa, nella bozza della legge finanziaria, si parlava di un aumento di tre euro, portando le pensioni minime a 617,77 euro, una cifra per mettere insieme il pranzo con la cena, trascinandosi come peso in un Paese in cui figli e genitori diventano welfare gli uni per gli altri in mancanza di protezione e cura dello Stato. Poi qualcuno deve aver pensato che tre euro fossero troppi e quindi, da gennaio, l’aumento sarà di 1,80 euro al mese. Sono trecento grammi di pane in più da dividere in un mese, 10 grammi al giorno.

È il tozzo di pane non figurato. Forza Italia (ma non solo), da anni, a ogni tornata elettorale, promette pensioni minime da mille euro per tutti, secondo il verbo che fu di Silvio Berlusconi. Ai tempi d’oro, c’era anche la promessa di una dentiera gratis per tutti “i nostri nonni”, come li chiamava Silvio. Con l’aumento delle pensioni minime, i nonni dovranno vivere almeno altri 25 anni per comprarsene una. I giovani traditi dal mercato del lavoro con salari bloccati, gli anziani in fila per il loro tozzo di pane, il ceto medio stangato dall’aumento delle tasse. Non ci vuole troppa fantasia per comprendere a chi giova la legge di bilancio, basta escludere le categorie punite. Niente nonni, dunque, nella famiglia tradizionale che si vuole preservare. Né nipoti, né cittadini medi. E, se finirà il pane, qualcuno dirà di distribuire le brioche.

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