Vai al contenuto

Patto Italia-Albania, la grande balla delle toghe politicizzate

L’idea che i giudici italiani stiano “bloccando” i rimpatri dei migranti in Albania è un esempio di fake news che distorce il dibattito pubblico, accusando la magistratura di ostruzionismo. Vitalba Azzollini, in un’analisi per Pagella Politica, ha smontato questo equivoco spiegando come non vi sia alcun blocco intenzionale. I giudici, semplicemente, applicano la legge, verificando che i rimpatri rispettino i principi giuridici nazionali e internazionali, a tutela dei diritti fondamentali.

Il ruolo dei giudici e il principio di non-refoulement

Il principio di “non-refoulement”, stabilito dalla Convenzione di Ginevra e ripreso nell’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, vieta agli Stati di espellere chiunque verso paesi dove rischi tortura o trattamenti degradanti. Questo vincolo è fondamentale nel diritto europeo e impedisce espulsioni sommarie, come ribadito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) nel caso *Hirsi Jamaa contro Italia*. In quell’occasione, la Corte aveva sancito che l’Italia non poteva rimpatriare migranti senza valutare le loro situazioni individuali.

Azzollini chiarisce che i giudici non agiscono “contro” il governo, ma nel pieno rispetto del proprio ruolo di garanti della legalità. In base agli articoli 2 e 13 della Costituzione, che tutelano i diritti inviolabili e la libertà personale, è loro obbligo accertare che il trasferimento di persone verso l’Albania non violi tali principi. Ogni rimpatrio, infatti, deve rispettare i diritti fondamentali: non è una scelta, ma una condizione giuridica imprescindibile.

Il diritto dell’Unione europea, attraverso la Direttiva 2008/115/CE, prevede garanzie specifiche per i rimpatri, come il diritto a un ricorso effettivo e il rispetto del principio di non-respingimento. La Corte di giustizia dell’Unione Europea (Cgue), nella sentenza *Jawo* del 2020, ha stabilito che uno Stato non può espellere una persona verso un paese terzo senza verificare le condizioni di sicurezza del luogo di destinazione. Questo vuol dire che, se il governo intende rimpatriare migranti in Albania, deve assicurarsi che quel paese garantisca trattamenti conformi agli standard internazionali.

La direttiva Ue sui rimpatri e la tutela dei diritti fondamentali

L’articolo 10 della Costituzione italiana chiarisce che il diritto d’asilo e la protezione dei diritti umani devono rispettare i trattati internazionali. Questo implica che ogni rimpatrio verso paesi terzi deve essere effettuato nel rispetto delle norme europee e italiane. Se i giudici riscontrano il rischio di violazione dei diritti umani, è loro dovere bloccare i rimpatri. Non è un’opposizione ideologica, ma una garanzia essenziale.

Azzollini sottolinea che la magistratura non si oppone ai rimpatri per convinzione politica, ma svolge il ruolo di “guardiano” della legalità, verificando che ogni azione sia conforme ai trattati internazionali e alle normative UE. L’articolo 111 della Costituzione, che tutela il diritto a un processo giusto, impone che tutte le decisioni siano sottoposte a verifica giuridica.

Sostenere che i giudici “bloccano” i rimpatri è, in realtà, un modo per distrarre l’opinione pubblica dalle vere difficoltà di una politica migratoria che dovrebbe essere rispettosa della dignità umana. Invece di cercare scorciatoie, il governo dovrebbe impegnarsi a rispettare i vincoli giuridici a cui ha aderito. I giudici non “bloccano” i rimpatri per scelta, ma rispettano la legge. Non c’è nulla di ostruzionistico in questo, ma solo la difesa del rispetto delle normative. Forse conviene staccare per un po’ dalla propaganda e rimettersi a studiare. Soprattutto da parte di chi scrive leggi che si rivelano illegali ancora prima di entrare in vigore. 

L’articolo Patto Italia-Albania, la grande balla delle toghe politicizzate sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il danno è fatto

La presidente del Consiglio è troppo presa dal compiacersi delle sue riforme, che si sbriciolano non appena lasciano il recinto della propaganda e incontrano la realtà dei numeri e delle leggi. La sua ossessione per una politica piegata alla retorica richiede uno sforzo logorante: bisogna inventare nemici quotidiani, fabbricare continuamente nuovi “poteri forti”, e arruolare giornalisti compiacenti che tengano in piedi la narrazione.  

Meloni non lo sa ancora, ma l’abbraccio a Elon Musk e al suo dante causa Donald Trump è un passo falso irreparabile sul piano internazionale. Finora la leader di Fratelli d’Italia aveva mantenuto un precario equilibrio, fingendo (male) di essere un’illuminata sovranista. Per mesi ha danzato intorno a Ursula von der Leyen, tentando di accreditarsi come un ponte tra i moderati e i sovranisti.  

E qualcuno, incredibilmente, ci ha creduto. La presidente della Commissione Europea si era illusa che Meloni potesse diventare un alleato strategico contro i venti dell’estrema destra. Alcuni editorialisti nostrani, con l’ingenuità di chi vuole a tutti i costi vedere un cambio di rotta, hanno celebrato una presunta metamorfosi: “Meloni è cambiata,” dicevano, “non è più quella dei comizi infuocati.”  

E invece eccola qui, Meloni. Quella che doveva “chiudere i confini italiani” ha spalancato il tappeto rosso al presidente e al miliardario che dagli Stati Uniti lavorano per disgregare l’Europa, fiaccare la democrazia e costruire una corte di estremisti irrazionali. Con questa mossa, Meloni ha perso l’aura costruita faticosamente. Ha scelto di stare con chi vuole indebolire l’Europa, e la maschera è caduta.

L’articolo Il danno è fatto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Salvini sale in cattedra ma si ferma solo ai titoli

Matteo Salvini ha girato i talk show brandendo come prova delle sue ragioni un articolo che lo smentisce. Il leader della Lega si è lanciato in un’appassionata difesa dei dazi promessi da Trump, e per dimostrare che non farebbero male all’export italiano ha pensato bene di citare un pezzo di Pagella Politica. Peccato che quell’articolo non confermi affatto la sua versione. È come se Salvini avesse letto solo il titolo “L’export italiano negli Usa è aumentato sotto la presidenza Trump” e si fosse fermato lì, convinto di aver trovato il Santo Graal delle sue argomentazioni. Ma l’articolo in questione non solo non sostiene che i dazi di Trump abbiano fatto bene all’economia italiana ma mette in guardia dal trarre conclusioni affrettate.

I dati mostrano che se l’export italiano è cresciuto sotto Trump, lo ha fatto a un ritmo più lento rispetto al periodo precedente. E soprattutto, come sottolinea Pagella Politica, una correlazione non significa causazione. È un po’ come citare un articolo medico che dice “fumare fa male” per dimostrare che il tabacco fa bene, limitandosi a leggere solo la parte in cui si dice che alcuni fumatori vivono a lungo. Una lettura che fa acqua da tutte le parti quando si va oltre il titolo.

E mentre Salvini continua la sua tournée televisiva, Pagella Politica si trova nella surreale situazione di dover spiegare al leader della Lega cosa c’è scritto nel loro stesso articolo. Nel frattempo, attendiamo la prossima puntata della saga “Salvini spiega l’economia”. Magari la prossima volta ci spiegherà come il cambiamento climatico non esiste citando un rapporto dell’Ipcc. D’altronde, quando si leggono solo i titoli, le possibilità sono infinite.

L’articolo Salvini sale in cattedra ma si ferma solo ai titoli sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Trump e Milei, l’abbraccio che scuote l’Europa e rafforza il populismo globale

C’è una scena, nella politica globale, che riassume il ritorno di Donald Trump: Mar-a-Lago, un gala sontuoso, e Javier Milei, presidente argentino, accolto come il primo leader straniero dal presidente eletto americano. “In Argentina hai fatto un lavoro incredibile”, ha detto Trump a Milei, riecheggiando quel mantra del “make great” applicato a ogni cosa. Non è solo un endorsement: è una visione del mondo che Trump e Milei condividono, un’idea di leadership che glorifica l’autoritarismo mediatico e la riduzione dei ponti internazionali a passerelle personali. Milei, con il suo cocktail di privatizzazioni radicali e tagli al welfare, sembra la proiezione latinoamericana di quello che Trump immagina per la politica globale. E l’abbraccio simbolico tra i due leader è un messaggio chiaro: l’America Latina si allinea al trumpismo, mentre l’Europa guarda con sospetto.

Trump-Milei, un asse populista che sfida le regole globali

Il presidente eletto degli Stati Uniti non ha perso tempo nel tracciare le linee del suo secondo mandato. Sul fronte commerciale, ha evocato l’introduzione di dazi fino al 25% contro chiunque ostacoli la sua visione di “America First”. Il summit APEC in corso a Lima ne è già stato un banco di prova. Mentre Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden, cercava di rassicurare gli alleati sulla continuità del dialogo transatlantico, l’ombra di Trump ha offuscato i negoziati. In Europa, il protezionismo americano viene percepito come una minaccia diretta alle economie chiave, con il rischio di colpire settori come l’automotive e la tecnologia verde. Non sorprende che il silenzio di Bruxelles stia diventando sempre più assordante, mentre si accumulano i segnali di tensione.

In Italia, invece, Matteo Salvini ha già trovato il modo di cavalcare l’onda trumpiana. “L’amministrazione Trump porterà buoni frutti anche da noi”, ha dichiarato trionfalmente, dipingendo il ritorno del tycoon come un’opportunità per rafforzare i legami con gli Stati Uniti. È una strategia politica chiara, che punta a capitalizzare su un’eventuale frattura tra Bruxelles e Washington. Ma il pragmatismo salviniano è lontano dall’essere condiviso su scala europea.

L’Europa tra silenzio e divisioni

Il ritorno di Trump non è solo una questione di dazi e negoziati commerciali. È anche una sfida ai valori democratici e alle istituzioni internazionali. L’inserimento di Elon Musk come capo di un nuovo Dipartimento per l’Efficienza Governativa ne è un esempio emblematico. Musk, noto per la sua visione visionaria quanto controversa, è stato incaricato di “snellire la burocrazia” e tagliare le spese inutili. “Lavorerà gratis”, ha ironizzato Trump, ma il vero prezzo potrebbe essere pagato dalla democrazia stessa. Con un governo che sembra sempre più un esperimento mediatico, il rischio è che gli interessi privati prendano il sopravvento sulle politiche pubbliche.

E poi c’è Milei, il volto nuovo del populismo sudamericano, che Trump ha abbracciato come un alleato perfetto. Privatizzazioni aggressive, welfare ridotto all’osso e una retorica che esalta il leader al di sopra delle istituzioni: è un programma che non solo trova eco nel trumpismo, ma lo amplifica. La collaborazione tra i due potrebbe ridisegnare le dinamiche geopolitiche dell’emisfero occidentale, lasciando l’Europa a guardare da spettatrice impotente. I segnali sono già chiari. Durante il gala a Mar-a-Lago, Milei ha definito i membri della squadra di Trump “veri giganti”, sottolineando una comunanza di visione che non promette nulla di buono per il resto del mondo.

Il monito arriva forte e chiaro. Il ritorno di Trump non è solo una questione americana. È un terremoto che scuote le fondamenta della politica globale, con un’Europa che rischia di essere schiacciata tra il protezionismo americano e l’ascesa di nuovi attori sulla scena internazionale.

L’articolo Trump e Milei, l’abbraccio che scuote l’Europa e rafforza il populismo globale sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Scuola in piazza, il grido degli studenti: “Diritto allo studio, non al sacrificio”

Oggi, 15 novembre, migliaia di ragazzi hanno sfilato nelle strade per protestare contro il governo Meloni e le politiche che, a loro dire, stanno svuotando la scuola pubblica di ogni sostanza. Diritto allo studio, fine della subordinazione al lavoro, investimenti reali nell’istruzione pubblica: questi i punti chiave di una mobilitazione che ha coinvolto liceali, universitari e associazioni studentesche. Il tutto sotto lo slogan “Vogliamo potere”, che sintetizza un’istanza di protagonismo giovanile contro un sistema che sembra ignorare le loro richieste.

Un grido contro la scuola-merce: il corteo degli studenti di Roma

Il corteo a Roma, partito da Piramide, ha sfilato fino al Ministero dell’Istruzione, tra striscioni provocatori e simboli emblematici. Su un carrello della spesa, gli studenti hanno sistemato un asino di cartone con un cartello indirizzato alla ministra Bernini, un gesto che non lascia spazio a interpretazioni: una scuola trattata come una merce al ribasso. “Non vogliamo più essere studenti di serie A e di serie B”, hanno gridato al megafono, mentre altri esponevano cartelli contro l’alternanza scuola-lavoro, definita “una trappola per giovani vite”.

Il clima si è acceso anche a Torino e Bologna, dove le proteste hanno assunto toni forti. A Torino, un fantoccio con il volto del ministro Valditara è stato bruciato, suscitando polemiche e accuse di violenza ideologica. A Bologna, manifestanti hanno imbrattato di vernice rossa manifesti con i volti della premier Meloni e dei ministri Bernini e Valditara, accusandoli di avere “le mani sporche di sangue” per le politiche che penalizzano l’istruzione e favoriscono, secondo loro, l’industria bellica.

Le ragioni della protesta non sono solo economiche. Gli studenti denunciano un sistema educativo che, invece di formare menti critiche, “prepara al sacrificio per un mercato del lavoro che sfrutta e reprime”. Richiedono una scuola pubblica gratuita e accessibile, una didattica slegata dagli interessi privati e un investimento concreto nel benessere psicologico. “Non vogliamo più essere ignorati nelle decisioni che riguardano le nostre vite e il nostro futuro”, ha dichiarato Tommaso Martelli, coordinatore dell’Unione degli Studenti.

La politica divisa tra accuse e solidarietà

Dalla Lega, Andrea Crippa ha bollato la manifestazione come “un ennesimo flop”, accusando i partecipanti di “violenza e intimidazione”. Secondo Crippa, la maggioranza dei giovani italiani “crede nel confronto rispettoso” e non si riconosce in queste proteste. Un’analisi che fa eco al vittimismo ormai strutturale della destra italiana: ogni critica diventa un attacco personale, ogni contestazione una strumentalizzazione. Di tutt’altro avviso Pd e Movimento 5 Stelle, che hanno espresso solidarietà agli studenti e criticato il governo per il disinvestimento nell’istruzione pubblica, accusandolo di alimentare diseguaglianze e divisioni sociali.

Momenti di tensione durante le manifestazioni degli studenti

Non sono mancati momenti di tensione, come il lancio di vernice rossa a Roma o gli slogan contro Israele a Bologna, che hanno attirato l’attenzione dei media. Ma ridurre una giornata di protesta a questi episodi sarebbe miope. Ciò che emerge è una generazione che rifiuta di essere relegata ai margini, che lotta per un’istruzione degna di questo nome e che rivendica il diritto di esprimersi, anche contro un governo che non li ascolta.

Dietro gli striscioni, le voci e le accuse, c’è un grido d’allarme: la scuola pubblica è sotto attacco. E se la politica non si assume la responsabilità di rispondere, le piazze continueranno a farsi sentire. Perché, come ha scritto qualcuno su un muro durante il corteo, “Il futuro non si taglia”. Ma il dibattito, c’è da scommetterci, ora si concentrerà sulle presunte “violenze” degli studenti. Anche loro ormai sono nel mazzo dei nemici.

L’articolo Scuola in piazza, il grido degli studenti: “Diritto allo studio, non al sacrificio” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ci vuole talento per continuare a scrivere leggi illegali

I predecessori, anche i più sfrontati come Andreotti o Berlusconi, almeno avevano il buon gusto di circondarsi di persone che le norme le conoscevano, le avevano studiate e possedevano abbastanza esperienza per riuscire a torcerle a proprio vantaggio.

Il governo Meloni ha scritto un costosissimo – per noi italiani, mica per loro – “decreto Albania” che anche uno studente al primo anno di giurisprudenza avrebbe riconosciuto come fallimentare. Bastava ripassare velocemente la gerarchia del diritto un secondo prima dell’interrogazione per sapere che il diritto europeo è superiore alle leggi del governo di turno e per ricordare che la Costituzione non si piega alle pulsioni autoritarie di nessun Consiglio dei ministri.

Ora anche la cosiddetta autonomia differenziata (che altro non è che una secessione morbida) riceve uno schiaffo dalla Corte costituzionale. La Consulta ravvisa sette profili di incostituzionalità su aspetti centrali della riforma, chiarendo che “il fine dell’autonomia non è certo di aderire alle pretese delle Regioni ma deve essere funzionale a migliorare l’efficienza degli apparati pubblici, ad assicurare una maggiore responsabilità politica e a meglio rispondere alle attese e ai bisogni dei cittadini”.

Nei corridoi della Lega ieri si bisbigliava che fosse andata «peggio del previsto». Prevedevano quindi di aver scritto una legge non del tutto legale, e nonostante questo, da mesi la peroravano come un’intuizione politica perfetta, mandando avanti il ministro Calderoli a fare il testimonial di una ciofeca.

Ora la maggioranza assicura che “interverrà in Parlamento”. Come non fidarsi?

Buon venerdì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Il turismo non è il Twiga. Che flop l’estate italiana!

Non bastavano le grane giudiziarie a rendere traballante la poltrona della ministra Daniela Santanchè. Ora ci si mettono anche i numeri – quelli veri – a certificare il fallimento della gestione a propulsione sovranista del turismo italiano. Mentre ad agosto la ministra si pavoneggiava annunciando trionfalmente che “sempre più turisti, soprattutto stranieri, scelgono di vivere l’estate sotto il sole italiano”, i dati Eurostat raccontavano una storia ben diversa. Come rivelato dall’analisi di Lorenzo Ruffino nella sua newsletter, l’Italia si è guadagnata il poco invidiabile primato di peggior performance turistica in Europa: 208 milioni di pernottamenti tra giugno e agosto 2024, con un calo dell’1,9% rispetto al 2023.

E mentre la media europea cresce dello 0,9%, noi perdiamo terreno insieme a Serbia e Francia in una classifica che vede brillare il Lussemburgo (+20,5%) e persino l’Albania (+16,1%). Ma il dato più allarmante è la fuga dei turisti italiani: -5,8% rispetto all’anno scorso. Per la prima volta dal 2011, gli stranieri (106 milioni) hanno superato i connazionali (102 milioni) nei pernottamenti estivi. Un segnale inequivocabile che la tanto sbandierata “estate italiana” sta diventando sempre più inaccessibile proprio per i connazionali. Mentre la ministra si destreggia tra aule di giustizia e dichiarazioni roboanti, il turismo italiano perde colpi. E non serve essere esperti di economia per capire che se persino l’Albania ci surclassa nella crescita turistica, forse è il caso di ripensare non solo le politiche di settore, ma anche a chi le gestisce. La verità è che non si può guidare il turismo italiano come si gestisce un Twiga qualsiasi. E i numeri, quelli veri, sono lì a dimostrarlo.

L’articolo Il turismo non è il Twiga. Che flop l’estate italiana! sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Libero spara su Sos Mediterranee e la ong risponde per le rime

Oggi è il turno della Ong SOS Mediterranee, costretta a smontare un castello di accuse incrociate che arrivano dal quotidiano Libero e che sono state rilanciate da Fratelli d’Italia. L’Ong ha pubblicato una dichiarazione ufficiale per rispondere all’articolo dal titolo “Migranti intercettati, Ong boicottano trasporto clandestini in Albania” e al tweet del partito della premier Meloni che, sull’onda dello scoop del quotidiano, rilancia le accuse.

Il fumo delle accuse: tra propaganda e realtà

Secondo Libero le navi delle Ong, come la Ocean Viking di SOS Mediterranee, verrebbero impiegate per “intercettare” i migranti con l’obiettivo – si legge nell’articolo – di ostacolare i trasferimenti verso l’Albania, in ottemperanza al recente accordo di cooperazione stipulato dal governo italiano. Non solo: le Ong, secondo questa narrazione, avrebbero instaurato una strategia di “coordinamento” volta a mantenere la rotta verso l’Italia come approdo preferenziale, incuranti delle direttive nazionali. Ma quanto di tutto questo trova conferma nei fatti?

SOS Mediterranee, con una risposta immediata, rispedisce al mittente le accuse. Secondo Valeria Taurino, direttrice di SOS Mediterranee Italia, “non c’è mai stata né una richiesta, né tanto meno un ordine, alla nostra Ocean Viking o ad altre imbarcazioni di trattenere migranti per impedire il loro trasferimento”. SOS Mediterranee anzi denuncia come la rappresentazione sia stata distorta, spinta all’estremo con parole che generano ostilità, stigma, confondendo la funzione di salvataggio con una manovra politica.

La risposta di SOS Mediterranee: soccorso, non sabotaggio

Ma c’è di più. Libero, citando fonti anonime del Viminale, parla di un documento riservato, eppure – fa notare Taurino – di tale documento non esiste traccia verificabile. Anche il Viminale tace, mentre la confusione mediatica viene lasciata incancrenirsi in un paese dove l’immigrazione è già terreno di contesa politica. E proprio su questo tasto batte Fratelli d’Italia, che attraverso i propri canali social rilancia: “Le Ong stanno boicottando l’accordo con l’Albania. Gli italiani devono sapere la verità.” Una verità che, però, non trova né conferme né riscontri: nessuna Ong, SOS Mediterranee in testa, è mai stata formalmente avvertita di un presunto boicottaggio delle operazioni di trasferimento. Gli unici ordini che la Ocean Viking segue – precisano – sono quelli previsti dalle leggi internazionali e dai regolamenti Sar (Search and Rescue), e il loro mandato è e resta il salvataggio in mare.

SOS Mediterranee svolge il proprio lavoro in uno dei tratti di mare più pericolosi al mondo, un cimitero liquido che ha visto già oltre 30mila vite spezzarsi negli ultimi anni. Le operazioni di salvataggio sono obblighi, non scelte, che rispondono al diritto marittimo internazionale e alle convenzioni Sar, firmate anche dall’Italia. Il comunicato dell’Ong non lascia spazio a interpretazioni: “Non esiste coordinamento strategico tra le Ong e nessuno si sta opponendo ai piani del governo per boicottare le espulsioni”. Una dichiarazione limpida, che però non sembra sufficiente a fermare la macchina della disinformazione, implacabile quando si tratta di avvelenare il dibattito.

È  la solita china pericolosa che il governo Meloni sta imboccando: l’uso dei media per trasformare le Ong in un nemico di comodo, da dare in pasto all’opinione pubblica in momenti di tensione politica. L’accordo con l’Albania, celebrato con enfasi dalla premier Giorgia Meloni, prevede il trasferimento di migranti in strutture oltremare, sollevando molte domande su gestione e diritti, ma queste domande restano sospese, mentre si punta il dito contro chi salva vite. Così focus non è più sulla realtà dei fatti, ma su un’illusoria “collusione” che trasforma la missione umanitaria in azione politica.

L’articolo Libero spara su Sos Mediterranee e la ong risponde per le rime sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ursula von der Leyen in bilico: la Commissione Ue in stallo tra nazionalismi e ricatti

Nel groviglio di ambizioni e vendette che oggi caratterizza la politica europea, il Partito popolare europeo (Ppe) sembra aver imboccato la strada che lo porta sempre più vicino alla destra sovranista, abbracciandone linguaggio e strategie. I recenti attacchi alla candidata socialista Teresa Ribera sono emblematici di una nuova fase: l’aggressività verbale, già conosciuta nei circoli dell’estrema destra, si manifesta anche tra i Popolari, soprattutto sotto la guida del capogruppo Manfred Weber.

A Bruxelles, Ribera, già vicepremier del governo Sanchez e candidata a vicepresidente della Commissione, è stata oggetto di critiche personali e virulente che lasciano poco spazio alla diplomazia. Il Ppe, e in particolare il Partido Popular spagnolo, sembrano decisi a indebolirla, alimentando una polarizzazione che rischia di bloccare l’Europa in un momento critico.

L’assalto a Ribera: tra ambizioni e vendette

L’aggressione del Ppe a Ribera infatti ha gettato nel caos la coalizione europeista che aveva sostenuto Ursula von der Leyen. Il patto tra popolari, socialisti e liberali sembra essersi infranto nel momento in cui il Ppe ha annunciato che non sosterrà Ribera. La rottura è una minaccia alla stessa maggioranza pro-europea, come ha evidenziato la presidente del gruppo socialista, Iratxe Garcia Perez, denunciando l’atteggiamento distruttivo del Partido Popular spagnolo. Al tempo stesso, il Ppe pretende che il Parlamento europeo approvi Raffaele Fitto come vicepresidente, un ruolo che il gruppo sovranista Ecr – di cui Fitto fa parte – intende usare come leva politica.

Non è un segreto che l’Europa stia cercando faticosamente un compromesso per la prossima Commissione, prevista in carica dal primo dicembre. Alla tensione tra Ppe e socialistici si aggiunge l’intervento diretto di leader come Giorgia Meloni, che utilizza la retorica del “voto contro l’Italia” per difendere la candidatura di Fitto, dimenticando il precedente del suo partito con Paolo Gentiloni. La presidente del Consiglio italiana, allineandosi al Ppe, dipinge ogni dissenso su Fitto come un attacco al Paese, sfruttando una narrazione nazionalista che punta il dito sui socialisti europei, accusati di discriminare l’Italia. Ma la realtà è ben diversa: i socialisti fanno formalmente parte della maggioranza pro-Europa, mentre il gruppo Ecr, cui appartiene Fitto, no.

Nel tentativo di trovare una via d’uscita, von der Leyen ha cercato di mediare tra le parti, incontrando Weber, Garcia Perez e la presidente dei liberali di Renew, Valérie Hayer. Tuttavia, anche questi tentativi di riconciliazione sono falliti, trasformando ogni incontro in una sequela di accuse e recriminazioni. I socialisti, esasperati, hanno deciso quindi di non appoggiare Fitto né il commissario ungherese Oliver Varhelyi, vicino al governo di Viktor Orban, che il Ppe invece difende. In risposta, Weber ha lanciato un ultimatum: il Ppe sosterrà Ribera solo se socialisti e liberali daranno via libera a Fitto e Varhelyi. Un aut aut aggravato dalle richieste che Ribera si presenti davanti al Congresso spagnolo per giustificare la sua gestione delle recenti inondazioni in Valencia e che si dimetta in caso di inchiesta.

Una Commissione ostaggio del sovranismo?

Dietro la facciata di questo braccio di ferro c’è una partita tutta politica più di potere che di ideali. Il Ppe sembra volersi assicurare un controllo sempre più forte sulle istituzioni europee, utilizzando la retorica populista e l’aggressività che da sempre caratterizzano i suoi alleati sovranisti. La pressione esercitata su Ribera e il sostegno granitico a Fitto dimostrano un cambio di passo. Lo stesso Fitto è diventato una pedina in questo gioco di potere, trasformato in simbolo di una battaglia tra opposti schieramenti. Lungi dall’essere una semplice contesa su incarichi istituzionali, la crisi getta un’ombra sulla capacità della futura Commissione di garantire un governo stabile all’Europa.

I liberali, intanto, osservano con preoccupazione l’escalation, mentre l’immobilismo del Ppe rischia di lasciare scoperta la Commissione di von der Leyen proprio quando l’Unione dovrebbe fare fronte comune su questioni cruciali come la transizione climatica, la sicurezza e la gestione delle crisi internazionali. La stessa Ursula von der Leyen è in bilico, la sua figura messa in discussione dalla radicalizzazione delle posizioni del suo partito, che mina la sua autorità come presidente di una coalizione sempre più frammentata. In quest’ottica, Fitto diventa la leva per condizionare non solo i socialisti ma anche von der Leyen, spingendola a sostenere una linea più conservatrice in cambio della stabilità istituzionale.

Il rischio quindi è che la Commissione nasca debole, ostaggio di un equilibrio instabile tra i compromessi necessari per accontentare ciascun gruppo. L’appoggio del Ppe a Varhelyi, commissario ungherese, è particolarmente delicato: il suo profilo è rifiutato da molti, sia per le sue posizioni filo-Orban, sia per la mancanza di fiducia che ispira nel Parlamento europeo.

Ora, la palla passa ai socialisti e ai liberali. Se non faranno un passo indietro, il voto del 27 novembre potrebbe diventare il terreno di scontro definitivo, con il rischio di una Commissione bloccata prima ancora di partire.

L’articolo Ursula von der Leyen in bilico: la Commissione Ue in stallo tra nazionalismi e ricatti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Migranti e tribunali, la nuova linea: cercasi giudici che dicano sì al governo

Tradendo un’evidente difficoltà nella comprensione delle leggi italiane e una manifesta debolezza politica nel governarle, il governo Meloni decide ora di tornare alle vecchie tradizioni berlusconiane e punta direttamente sui giudici. Se la sezione immigrazione del Tribunale di Roma prende decisioni che vanno di traverso alla maggioranza, si cambia semplicemente il giudice, poiché non possono “licenziarli” come farebbe l’eccentrico Elon Musk.

L’emendamento è firmato da Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, che lo ha presentato nel Decreto flussi in Commissione Affari Costituzionali, proponendo di modificare la normativa sulle convalide dei trattenimenti e di spostare la competenza dalle sezioni dei tribunali specializzate in materia migratoria alla Corte d’Appello.

La sezione immigrazione del Tribunale di Roma è stata istituita nel 2017 in seguito al decreto Minniti-Orlando, che prevedeva la creazione di sezioni specializzate per l’immigrazione, la protezione internazionale e la libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea. L’obiettivo principale di quella riforma era “migliorare l’efficienza e la specializzazione nella gestione dei procedimenti legati all’immigrazione, rispondendo all’aumento delle domande di asilo e alle sfide poste dai flussi migratori”.

L’emendamento proposto dalla deputata Kelany sembra suggerire che “l’emergenza migranti” sia quindi superata, spostando la gestione giuridica alla già sovraccarica Corte d’Appello. Oppure, più semplicemente, questo governo sarebbe disposto ad affidare le decisioni perfino ai salumieri, pur di trovare qualcuno che gli dia ragione.

Buon giovedì.

In foto la presidente Meloni e il presidente Rama il 5 giugno 2024 a  Gjader in Albania

L’articolo proviene da Left.it qui