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Partita l’era Trump 2.0, con una Fake News

La prima fake news dell’era Trump 2.0 non ha atteso nemmeno l’insediamento del nuovo presidente. A poche ore dalla chiusura delle urne, il Washington Post ha lanciato una bomba mediatica destinata a rivelarsi un petardo bagnato: una presunta telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin, con tanto di dettagli su contenuti e intermediari eccellenti. La notizia aveva tutti gli ingredienti perfetti: il protagonismo di Trump che bypassa i canali diplomatici ufficiali, la presenza di Elon Musk come mediatore informale, e persino un presunto piano di pace per l’Ucraina. Troppo bello per essere vero. E infatti non lo era, come ha prontamente chiarito il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, definendo la notizia “una pura invenzione”.

La vicenda è emblematica del nuovo corso della comunicazione politica nell’era della post-verità. Il Washington Post, testata di proprietà di Jeff Bezos, ha pubblicato la notizia senza verifiche incrociate, mentre gli altri media occidentali l’hanno ripresa acriticamente, seguendo quella che ormai è diventata una prassi consolidata: se lo dice il Post, deve essere vero. Quello che emerge è un cortocircuito mediatico in cui la necessità di anticipare le mosse del nuovo corso trumpiano si scontra con la realtà dei fatti diplomatici. In questo vuoto informativo, proliferano “si dice” e indiscrezioni che più che raccontare la realtà, sembrano volerla plasmare secondo aspettative e timori precostituiti. Ma la prima fake news dell’era Trump 2.0 potrebbe essere solo l’antipasto di una lunga stagione in cui distinguere il vero dal verosimile diventerà sempre più complesso. Una cosa è certa: il giornalismo dovrà fare i conti con la propria credibilità, ancora una volta.

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Fitto pronto all’esame del Parlamento Ue: nel curriculum un Pnrr tra tagli e ritardi

Oggi è il giorno dell’esame di Raffele Fitto davanti al Parlamento europeo. Gli eurodeputati dovranno decidere se dare il loro via libera a farlo entrare nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Affidare il ruolo di vice presidente a un ex ministro di un governo considerato a guida “sovranista” è un’idea che non piace a Socialisti, Verdi e Left. Il parlamentare europeo Gaetano Pedullà fa notare come “mancano meno di 24 ore all’audizione di Raffaele Fitto e il gruppo dei Socialisti non ha ancora sciolto la riserva su come voterà” e definisce “imperdonabile” l’errore di un eventuale appoggio di S&D. Ma le critiche a Fitto sono anche sulla sua gestione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).

Uno dei principali problemi emersi è la riduzione e la rimodulazione dei progetti. Openpolis evidenzia che, su 235 progetti iniziali, oltre il 30% ha subito modifiche significative, con almeno 70 progetti ridimensionati o cancellati. Questo ha sollevato interrogativi sulla trasparenza delle decisioni e sulla capacità di mantenere gli impegni presi. Alcuni interventi strategici sono stati rivisti al ribasso, limitando l’impatto previsto sulle infrastrutture, sull’innovazione tecnologica e sulla transizione ecologica.

La gestione del Pnrr sotto la lente: progetti ridotti e ritardi preoccupanti

Un altro punto critico è stata la gestione delle scadenze. Secondo i dati di Openpolis, il 45% dei progetti previsti per il 2023 non ha rispettato le tempistiche stabilite, con ritardi di mesi o anni. Questo ha influito negativamente sulla qualità degli interventi. Il rapporto indica che la spesa complessiva legata ai progetti ha raggiunto solo il 60% di quanto preventivato entro il secondo trimestre del 2024. Nel dettaglio, dei 191 miliardi di euro previsti complessivamente per il Pnrr, solo 114 miliardi sono stati effettivamente spesi o impegnati fino ad ora, lasciando un gap di circa 77 miliardi.

Le infrastrutture scolastiche e gli investimenti nelle energie rinnovabili sono esempi emblematici delle difficoltà incontrate. Openpolis riporta che i progetti legati all’edilizia scolastica hanno subito rallentamenti significativi, con solo il 50% delle opere completate rispetto al target fissato per il 2023. Questo si traduce in un ritardo che ha avuto impatti diretti sulla sicurezza di oltre 200mila studenti. Le energie rinnovabili hanno visto una riduzione del 25% degli investimenti previsti, passando da 8 miliardi di euro a poco più di 6 miliardi, con una diminuzione della capacità produttiva stimata di oltre 1 GW.

Il settore dei trasporti non è esente da criticità. Solo il 40% dei progetti per la modernizzazione delle ferrovie e delle infrastrutture stradali è stato avviato, contro il 70% pianificato. Questo si riflette non solo su chi lavora nel settore, ma anche sulla mobilità di milioni di cittadini. L’analisi di Openpolis sottolinea come la lentezza burocratica e la mancanza di coordinamento tra ministeri abbiano ulteriormente ostacolato l’avanzamento delle opere.

L’audizione di domani rappresenta un momento importante per chiarire le responsabilità e le scelte fatte durante la gestione del Pnrr. A Fitto saranno chiesti chiarimenti perché la questione non è solo tecnica, ma politica: la capacità di portare a termine il Pnrr non è solo una questione di numeri, ma di credibilità nazionale e di fiducia nelle istituzioni. La spesa incompleta e le revisioni hanno suscitato preoccupazioni anche tra i partner europei. La Commissione europea ha espresso più volte preoccupazione per i ritardi e per la gestione frammentata del piano.

Sfide infrastrutturali e ritardi nelle assunzioni: l’impatto sui settori chiave

Il tema delle assunzioni necessarie per portare avanti i progetti ad esempio è un altro punto dolente. Mentre il piano prevedeva l’assunzione di almeno 30mila nuovi lavoratori pubblici per accelerare l’attuazione, meno della metà di queste posizioni sono state coperte.

Può diventare vice presidente di una Commissione europea qualcuno che da ministro è stato bacchettato più volte dalla stessa Commissione per la gestione dei fondi europei? Può diventare vice presidente della Commissione europea qualcuno che fa riferimento a un gruppo che non l’ha sostenuta con i suoi voti? Ora a Fitto le risposte. 

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Cop29 al via tra le polemiche: l’Azerbaigian sotto accusa per accordi segreti sui fossili

La Cop29, la 29ª Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), si apre con uno scandalo che conferma i timori di chi nutre seri dubbi sulla sua credibilità. L’Azerbaigian, paese ospitante, viene trascinato al centro delle polemiche non per l’impegno a favore dell’ambiente ma per il sospetto che la sua leadership stia sfruttando l’evento per promuovere i propri interessi nell’industria dei combustibili fossili. Un’accusa pesante, suffragata da un’indagine sotto copertura dell’Ong Global Witness.

Soltanov e il video sotto copertura: le rivelazioni che scuotono la Cop29

Un video ottenuto sotto copertura mostra Elnur Soltanov, viceministro dell’Energia dell’Azerbaigian, apparentemente in una trattativa con un uomo che si presenta come un investitore interessato al settore dei combustibili fossili. In uno dei passaggi chiave, Soltanov afferma: “Siamo pronti a discutere collaborazioni che possano portare vantaggi sia all’Azerbaigian che ai nostri partner industriali. Gli investimenti nel settore dei combustibili fossili sono una parte cruciale della nostra strategia”.

Il dialogo, intriso di ammiccamenti e sottintesi, svela un quadro ben diverso da quello che ci si aspetterebbe dal leader di una conferenza globale volta a rafforzare l’impegno per l’abbandono dei combustibili fossili. Il report dell’Ong non lascia spazio a dubbi: la Cop29 rischia di diventare la copertura per una gigantesca operazione di marketing a favore del petrolio e del gas azero, anziché un pilastro nella lotta per la decarbonizzazione.

“Questa non è una Cop, è un evento di lobbying mascherato”, ha dichiarato un portavoce di Global Witness. “Le parole e le azioni di Soltanov dimostrano come l’Azerbaigian stia sfruttando la sua posizione per promuovere un’agenda fossile, in aperto contrasto con gli obiettivi globali di riduzione delle emissioni.”

Lo scoop – pubblicato dalla Bbc – fa il paio con i comportamenti degli Emirati Arabi Uniti che l’anno scorso allo stesso modo sfruttarono il loro ruolo di ospite per chiudere accordi su petrolio e gas. Tra i documenti visionati dalla Bbc compare anche uno scambio di mail tra gli organizzatore azeri della Cop 29 e i falsi investitori in cui viene promessa l’introduzione a un evento sugli “investimenti sostenibili sul petrolio e sul gas”, in cambio di una sponsorizzazione. 

La Gran Bretagna e l’Azerbaigian: un intreccio di interessi

Ma l’Azerbaigian non agisce nel vuoto. Nella complessa partita energetica, i paesi produttori trovano spesso alleati strategici tra i giganti del settore. BP, una delle più grandi multinazionali britanniche, ha una storia lunga e strettamente intrecciata con l’Azerbaigian. Non è un caso che la compagnia sia tra i maggiori investitori nel giacimento di Shah Deniz, uno dei più grandi progetti di gas naturale al mondo. 

In questo contesto si inserisce la visione ambiziosa di Keir Starmer. Il leader del Partito Laburista sogna di portare la Gran Bretagna al centro delle iniziative climatiche globali, immaginando un ruolo di primo piano per il paese nella Cop29. Tuttavia lo scenario britannico stride per la profonda contraddizione: come può un governo proporsi come alfiere della sostenibilità climatica mentre una delle sue più potenti aziende continua a trivellare in territori come quello azero, dove gli interessi economici si sposano con l’opportunismo politico?

Il paradosso si fa evidente. “Siamo di fronte a un doppio standard,” ha osservato un analista ambientale parlando con Politico. “Da un lato, la promessa di un futuro verde, dall’altro, la realpolitik che stringe mani sporche di petrolio.” Le belle parole di Starmer rischiano di rimanere vuote se, accanto ai proclami, non si affronta il nodo gordiano del legame tra politica e industria fossile. La Gran Bretagna vuole ergersi a esempio di leadership ambientale ma i fatti raccontano una realtà che profuma di ipocrisia: da un lato, la promessa di un futuro verde, dall’altro, le mani sporche di petrolio. 

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La verità è un atto di ribellione: la risposta della giudice Albano

In tempi oscuri colpisce chi usa parole limpide, senza timori reverenziali e senza mediazioni scolorite. 

Oggi sei giudici della sezione immigrazione del tribunale di Roma decideranno sulla validità del trattenimento di sette persone migranti che si trovano nel centro Gjader in Albania. Sembra che il bottino politico del governo ancora una volta si scontrerà con la legge e la Costituzione. Il decreto legge dello scorso 21 ottobre con cui il governo ha provato a superare la legge europea aggiornando la lista dei Paesi sicuri non funzionerà. 

Questa volta non farà parte della commissione la giudice Silvia Albano che già una volta non ha convalidato il trattenimento dei migranti in Albania. Albano è anche presidente di Magistratura democratica, la corrente progressista dell’Associazione nazionale magistrati, e ieri è stata attaccata ancora una volta dal vice presidente del Consiglio Matteo Salvini.

In un colloquio con la giornalista Gabriella Cerami di Repubblica, la giudice dice: «Io ho sempre fatto la giudice civile – racconta – non era nei miei pensieri essere protetta, di solito succede ai penalisti. Ma non è questo il tema, il problema è ciò che si è scatenato in seguito alla sentenza». Ora è protetta dalle forze dell’ordine. Chi sono i responsabili? La risposta è cristallina: «questa è una campagna fomentata da alcuni giornali e trasmissioni ma anche da politici, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in giù». 

Detta semplice, lineare, senza paura. Come si deve fare. 

Buon lunedì.

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Marce nere, censure e il silenzio delle istituzioni

Nelle ultime ore in Italia è accaduto che 300 fascisti abbiano marciato a Bologna, dove il governo ha concesso la città ai Patrioti e Casapound, due gruppi che andrebbero cancellati da qualunque parte si guardi la Costituzione. 

Poi è accaduto che la presidente del Consiglio e il suo vice, Meloni e Salvini, abbiano avuto il coraggio di attaccare “certa sinistra”. La leader di fratelli d’Italia ha definito “sinistra da salotto” coloro che ancora hanno lo stomaco e le energie di ribellarsi a questo fascismo strisciante che spesso trova il patrocinio dei partiti di maggioranza. Ha sputato in faccia agli stessi ideali che le permettono di sedere a Palazzo Chigi in una democrazia liberale piuttosto che essere costretta a ripetere le parole di Ines Donati “volli essere troppo virile e dimenticai che poi ero una debole donna”. 

Il ministro Salvini ha sfidato il senso del ridicolo sprecando fiato per chiedere la chiusura dei centri sociali, con un curioso strabismo per gli estremisti neri. Erano gli stessi centri sociali che il giovane Matteo frequentava nella sua prima giovinezza, quando non aveva bisogno di accarezzare i più bassi istinti nella speranza di galleggiare. 

Poi è accaduto che l’account ufficiale del partito di una presidente del Consiglio abbia scritto un post su X in cui ha attaccato Roberto Saviano definendolo “sciacallo”, “senza dignità”, “uno dei peggiori scrittori che l’Italia abbia mai conosciuto”. Sono gli stessi che hanno punito un professore dimostrando di non conoscere la differenza tra contestazione e censura. 

È ora di smettere di sottovalutare questi segnali. La democrazia non si difende da sola: tocca a ciascuno di noi fare la propria parte.

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Il ciclone Trump e l’assenza di soldi: che brutta aria sulla Cop29 di Baku – Lettera43

Donald non ci sarà alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Azerbaigian, un Paese che vive di gas e petrolio. Ma il negazionismo del tycoon sul riscaldamento globale e l’amore che ha per le trivelle sono un pessimo segnale per il Pianeta. Mancano i fondi per finanziare la transizione verde e la lobby dei combustibili fossili è ancora troppo forte.

Il ciclone Trump e l’assenza di soldi: che brutta aria sulla Cop29 di Baku

A Baku, capitale dell’Azerbaigian dove dall’11 al 22 novembre 2024 è in programma la 29esima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’aria è pesante. Non è colpa solo della recente vittoria di Donald Trump alle Presidenziali Usa, che riporta al potere il negazionismo climatico: il Paese sul Mar Caspio è puntellato dalle raffinerie e dai pozzi di petrolio. È stato costruito su questo business dalla metà del XIX secolo e i combustibili fossili sono il 90 per cento delle sue esportazioni. Ironia della sorte: il simbolo nazionale è una fiamma di gas.

Il ciclone Trump e l'assenza di soldi: che brutta aria sulla Cop29 di Baku
Tutto pronto per la Cop29 a Baku, in Azerbaigian (Getty).

Trivelle, incendi, eolico: le inquietanti sparate di Trump

Trump ovviamente non ci sarà. Se volessimo stilare un compendio del vento che spira dal nuovo governo americano potremmo riprendere il motto di Donald, «drill, baby, drill», cioè «trivella, baby, trivella», accompagnato dal sardonico sorriso con cui nel 2019 si era spinto a dire che le turbine eoliche causano il cancro. Trump non ci sarà perché pensa che «il concetto di riscaldamento globale è stato creato dalla Cina e per la Cina, al fine di rendere non competitive le manifatture statunitensi» (tweet del 2012) e perché durante una visita in California nel settembre 2020, in risposta a un funzionario che parlava degli incendi e del cambiamento climatico, disse: «Inizierà a fare più fresco. Aspetta e vedrai».

Il ciclone Trump e l'assenza di soldi: che brutta aria sulla Cop29 di Baku
Attivisti climatici con i ritratti di Greta Thunberg e Donald Trump (Getty).

Pressante attività di lobbying e campagne di disinformazione

In verità non è che il suo predecessore Joe Biden abbia brillato sull’argomento. Molti faranno notare che nessun Paese ha mai prodotto tanto petrolio e gas come gli Stati Uniti ora, con il 20 per cento in più di licenze emesse durante l’amministrazione Biden rispetto al primo mandato di Trump. A Baku l’aria sarà pesante perché la quasi annuale riunione di una quindicina di giorni iniziata nel 1992 sembra avere ottenuto ben poco rispetto alle attese. La Cop29 arriva dopo il 2023 che è stato l’anno più caldo mai registrato e in coda al 2024 che segnerà sicuramente un nuovo record. È vero che 15 anni fa il mondo si avviava a 6° di riscaldamento globale al di sopra dei livelli pre-industriali e ora ci stiamo attestando intorno ai 3°, ma l’obiettivo di 1,5° richiederebbe di raggiungere zero emissioni nette nei prossimi due decenni. Troppo ambizioso per i signori dei combustibili fossili che hanno alzato il fronte con una pressante attività di lobbying e con una virale campagna di disinformazione.

Il ciclone Trump e l'assenza di soldi: che brutta aria sulla Cop29 di Baku
Macchine per le strade di Baku (Getty).

Il problema della finanza climatica, cioè la mancanza di denaro

Ma la questione centrale, a Baku, non è solo la parata di leader che si alternano al podio per declamare impegni solenni. Non è neppure solo il ritorno di Trump. Il problema più grande, quello che aleggia pesante nelle sale della conferenza e si insinua tra le delegazioni, è il denaro. Di finanza climatica si parla da decenni, ma troppo spesso senza uscire dai limiti della retorica. La Cop29 ha l’odore acre del petrolio e il suono delle monete che tintinnano in mani esitanti, mentre i fondi che dovevano arrivare ai Paesi in via di sviluppo restano promesse di carta.

Il ciclone Trump e l'assenza di soldi: che brutta aria sulla Cop29 di Baku
Foto di gruppo dei delegati alla pre-Cop29 (Getty).

Il ministro dell’ecologia azero faceva (fa?) affari col petrolio

I numeri parlano chiaro: la strada verso il contenimento del riscaldamento globale entro gli 1,5° gradi richiede investimenti massicci e immediati. Eppure gli impegni economici spesso svaniscono come fumo tra i corridoi delle conferenze. La presidenza della Cop29 affidata a Mukhtar Babayev, ministro dell’ecologia dell’Azerbaigian ed ex vicepresidente della compagnia petrolifera statale Socar, non aiuta a dissipare i dubbi. L’Azerbaigian è un Paese in cui l’economia, la politica e la vita stessa sono indissolubilmente legate al petrolio. Parlare di una transizione verde in un contesto del genere non è solo una sfida: è una provocazione. E la provocazione più grande è quella economica: chi finanzierà la transizione? Chi garantirà che gli sforzi non siano vani e che i Paesi più vulnerabili non vengano lasciati indietro? Chi dirà all’Azerbaigian che il suo attuale paradigma economico e sociale non dovrà esistere più?

Il ciclone Trump e l'assenza di soldi: che brutta aria sulla Cop29 di Baku
Il presidente della Cop29 e ministro dell’Ecologia azero Mukhtar Babayev (Getty).

Fondo verde per il clima lontano dall’essere operativo

Il Fondo verde per il clima, istituito per sostenere gli Stati in via di sviluppo, è lontano dall’essere pienamente operativo. Le promesse di contributi si sono spesso infrante contro l’inerzia politica e la mancanza di volontà concreta. L’Europa, spinta dai suoi interessi e dalle sue crisi, cerca di mantenere una posizione credibile, ma anche i suoi fondi sono limitati e soggetti a tensioni interne. L’Africa, l’Asia meridionale e le isole del Pacifico, già sotto la morsa delle calamità naturali, chiedono risposte concrete. Il clima di Baku, caldo e saturo di aspettative, è anche il termometro di una sfida globale: il denaro si muove, ma troppo spesso nella direzione sbagliata. La lobby dei combustibili fossili, forte di una presenza che permea sia i governi sia le economie, ha affinato le sue tecniche di influenza. Gli investimenti nelle energie rinnovabili avanzano, però non abbastanza rapidamente da colmare il divario.

La Cop29 e i piani a lungo termine sempre più vuoti

La scelta per la Cop29 è semplice: continuare con le promesse e i piani a lungo termine, che suonano sempre più vuoti, o affrontare la realtà con decisioni che risuonino oltre le sale della conferenza. I Paesi più ricchi saranno disposti a mettere finalmente sul tavolo le risorse necessarie per una transizione equa? O le discussioni si limiteranno ancora una volta a dichiarazioni di principio, mentre le temperature salgono e il tempo scorre? Servono soldi. Quelli veri, quelli necessari, quelli che fanno la differenza tra discorsi accorati e azioni reali. E se nessuno lo farà, l’unico vero vincitore sarà ancora una volta il silenzio assordante del denaro che resta immobile. E della temperatura che sale.

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Un Paese sempre più vecchio: la Legge 104 ormai è solo un cerotto

Prendersi cura dei propri famigliari non basta più. L’analisi dell’andamento dell’utilizzo dei permessi retribuiti previsti dalla legge 104 (che dovrebbe garantire  assistenza, integrazione sociale e diritti dei disabili e di coloro che devono occuparsi di loro) nel settore privato extra-agricolo dal 2005 al 2022 fatta da Maria De Paola e Luca Sommario dimostra come lo strumento non sia già ingrato di rispondere efficacemente. La quota di lavoratori che ne usufruiscono è cresciuta vertiginosamente, passando dallo 0,26% al 2,3%: una variazione che riflette l’aumento della popolazione anziana e la crescente necessità di assistenza.

Un bisogno crescente: il peso della cura sulle donne italiane

Non si tratta di crude cifre sulla carta ma di un segnale concreto che evidenzia un cambiamento nei bisogni sociali. Le persone che si prendono cura dei propri familiari con disabilità grave stanno diventando sempre più numerose e sono principalmente donne. Anche se formalmente la legge 104 è accessibile a tutti, nella realtà sono le donne a portare avanti la maggior parte del lavoro di cura, rappresentando un 60% dei beneficiari dei permessi, con una predominanza maggiore nelle regioni del Sud. In una società che ancora non ha realizzato un’effettiva parità di genere, il carico familiare della cura ricade su di loro in modo sproporzionato, alimentando un ciclo che aumenta la pressione sulle donne lavoratrici, riducendo per loro opportunità di carriera e aumentando il rischio di uscire dal mercato del lavoro.

L’evoluzione delle esigenze assistenziali – si legge nello studio dei due economisti pubblicato sull’ultimo numero della rivista dell’associazione Etica e Economia – è dettata non solo dall’invecchiamento ma anche da condizioni demografiche e sociali. Basti pensare che, secondo i dati Istat del 2021, quasi un terzo (28,4%) degli italiani sopra i 65 anni soffre di gravi limitazioni motorie, sensoriali o cognitive. Tale percentuale sale al 40% tra gli over 80, un dato che evidenzia quanto sia difficile per queste persone mantenere un’autonomia. Non si tratta più, quindi, solo di un sostegno per chi è affetto da disabilità congenite o di lungo corso ma di una risposta a una condizione cronica di fragilità che arriva spesso con l’età avanzata. E se pensiamo al progressivo allungamento della vita media si prevede che il fenomeno sarà in continuo aumento nei prossimi decenni.

È interessante osservare che la distribuzione territoriale dell’uso dei permessi 104 non riflette il tradizionale divario Nord-Sud in modo lineare. Alcune aree del Centro e del Nord, come le province di Perugia (dove l’incidenza dei permessi è al 4,44%) e Roma (3,73%), vedono una quota molto elevata di lavoratori che usufruiscono dei permessi, mentre altre aree, come Bolzano e Agrigento, si collocano al di sotto dell’1%. Questa variabilità territoriale riflette non solo differenze culturali, ma anche la diversa composizione del tessuto occupazionale e sociale. Nelle aree in cui è più alta la presenza di lavori stabili e a tempo pieno è più probabile che le persone abbiano la possibilità di prendere giorni di permesso senza subire gravi contraccolpi economici, mentre nelle aree con maggiore incidenza di lavoro informale, il quadro è più complicato.

La legge 104 alla prova dei tempi: un sistema in crisi

La legge 104, introdotta ormai oltre trent’anni fa, ha indubbiamente rappresentato un pilastro per il sostegno delle famiglie italiane che si trovano a gestire situazioni di disabilità. Tuttavia il contesto in cui venne pensata era molto diverso. La demografia, l’economia e le strutture familiari erano tutte profondamente diverse rispetto a oggi. Basti pensare che, all’epoca, il supporto famigliare era ancora spesso fornito da famiglie numerose in cui più membri contribuivano all’assistenza. Oggi, invece, sono sempre più comuni nuclei familiari ristretti o addirittura famiglie monocomponenti, spesso impossibilitate a contare su un aiuto esterno. La trasformazione sociale risulta evidente osservando l’aumento del numero di persone che ricorrono a servizi assistenziali, nonostante la difficoltà di accesso e i costi elevati.

Proprio qui sta il punto critico: la legge 104, che pur rimane uno strumento essenziale, non è più sufficiente. Il peso della cura grava interamente sui familiari che non dispongono di alternative valide o accessibili. Il problema non può essere risolto semplicemente incrementando il numero di permessi ma richiede una riforma strutturale che integri nuovi strumenti e servizi. In paesi come la Germania e la Svezia, ad esempio, sono stati introdotti programmi di supporto specifici per l’assistenza agli anziani, che prevedono agevolazioni fiscali, incentivi economici e una maggiore accessibilità ai servizi di assistenza domiciliare. Anche in Italia, secondo lo studio, bisognerebbe pensare a una combinazione di misure simili che possano alleggerire il carico sui familiari e offrire un sostegno reale alle persone non autosufficienti. Prima che il già fragile sistema del welfare collassi del tutto. 

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La graticola ungherese: Várhelyi, fedelissimo di Orbán, finisce nel limbo della Commissione Ue

C’è qualcosa di tremendamente ironico nel vedere Olivér Várhelyi, fedelissimo di Viktor Orbán, arrancare sui diritti delle donne per conquistare la poltrona di Commissario europeo. L’uomo che dovrebbe occuparsi della salute dei cittadini Ue si è presentato all’audizione del Parlamento europeo con un bigino di luoghi comuni che farebbe sorridere se non fosse drammaticamente serio: “Sono un alleato delle donne perché ho una moglie e tre figlie”, ha detto con la stessa convinzione di chi dice di non essere razzista perché ha un amico di colore.

Il Parlamento Ue alza il muro su Várhelyi

Ma il Parlamento europeo questa volta non ci sta. Per la prima volta in questa tornata di audizioni dei commissari designati, gli europarlamentari hanno alzato il cartellino giallo (tendente al rosso). Várhelyi è l’unico dei 16 commissari fin qui esaminati a non aver ottenuto il via libera immediato. Una bocciatura che sa di diffidenza politica ma anche di sostanza.

Il commissario ungherese, già responsabile dell’Allargamento nella Commissione von der Leyen, si è trovato sotto il fuoco incrociato di domande su diritti riproduttivi, vaccini e benessere animale. E le sue risposte hanno convinto solo l’estrema destra e i conservatori dell’Ecr, insufficienti per raggiungere quella maggioranza dei due terzi necessaria per l’approvazione.

“Le risposte date da Várhelyi non hanno soddisfatto le aspettative di Renew Europe”, hanno fatto sapere i liberali europei, mentre i Verdi, per bocca di Sara Matthieu, hanno espresso “profonda preoccupazione nel sentire un potenziale commissario alla salute dire che l’aborto non è una questione medica”. 

Il commissario designato ora ha 24 ore per rispondere a una nuova serie di domande scritte. Una specie di compito a casa che sa tanto di ultima chiamata. Gli eurodeputati vogliono sapere come intenda promuovere concretamente i diritti delle donne nel suo ruolo, quali passi farà per garantire l’accesso alla salute sessuale e riproduttiva, come affronterà l’esitazione vaccinale e la disinformazione – anche nel suo paese d’origine.

L’ombra lunga di Orbán

Non è solo questione di competenza tecnica. L’ombra di Viktor Orbán aleggia pesante su questa nomina. Várhelyi porta con sé il peso politico di rappresentare un governo che ha fatto della guerra ai diritti una bandiera ideologica. E non ha aiutato il suo curriculum da “bad boy” delle istituzioni europee: solo l’anno scorso aveva definito “idioti” gli europarlamentari, un’uscita per cui non si è ancora scusato spontaneamente.

La presidente von der Leyen, che pure si è spesa in un incontro dell’ultima ora con i capigruppo di Ppe, S&D e Renew, ora si trova di fronte a un dilemma: insistere su una nomina che rischia di trasformarsi in un boomerang politico o cercare un’alternativa meno divisiva C’è chi, come Renew Europe, aveva ventilato l’ipotesi di un ridimensionamento delle competenze di Várhelyi, privandolo dei dossier più sensibili come vaccini e diritti riproduttivi. Ma sarebbe come ammettere l’inadeguatezza del candidato mantenendolo comunque in sella.

Lunedì prossimo gli europarlamentari si riuniranno per valutare le risposte scritte del commissario designato. Se non dovessero raggiungere la maggioranza dei due terzi, la palla passerebbe alle commissioni al completo, dove basterebbe una maggioranza semplice. Ma sarebbe comunque una vittoria di Pirro, un commissario zoppo prima ancora di iniziare il suo mandato.

In questa vicenda c’è tutto il paradosso dell’Europa di oggi: un commissario espressione di un governo illiberale chiamato a gestire temi sensibili come la salute e i diritti, in un equilibrismo politico che rischia di trasformarsi in farsa. O forse è proprio questo il punto: mettere alla prova la capacità dell’Unione di difendere i suoi valori fondamentali, anche quando significa dire dei no scomodi. Várhelyi ha 24 ore per convincere gli scettici. Ma forse questa volta non basterà avere una moglie e tre figlie per dimostrare di essere dalla parte giusta della storia.

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Il fracasso delle parole

Lo spessore del governo Meloni sta nella solitudine pomposa con cui la nave Libra è arrivata ieri mattina in Albania. Lo stuolo di militari, i giornalisti, i costi e la burocrazia di una nave militare hanno scaricato sulla costa otto persone ridotte a scalpi (una peraltro già riportata in Italia) da dare in pasto agli istinti dei loro elettori.

Nei prossimi giorni i sette rimasti diventeranno pietre dello scandalo per armare l’attacco alla magistratura, ancora una volta. Saremo sommersi da una ridda di voci che ci dicono di giudici politicizzati, di attivismo politico delle toghe e la polvere sotterrerà ancora il punto principale: questo governo non sa governare stando dentro le leggi. Lo spessore del governo Meloni sta nell’autoritarismo usato per mancanza di autorevolezza contro un insegnante, Christian Raimo. La piccola vendetta di cortile si è trasformata in un caso politico – l’ennesimo – che certifica l’attitudine a comandare per manifesta incapacità di governare le idee degli altri.

Lo spessore del governo Meloni sta nel fracasso della retorica su Musk, su Trump, su Orbàn, mentre Nomisma certifica che tre famiglie su dieci hanno il reddito eroso dall’inflazione e non riescono a pagare più l’affitto, figuriamoci a sognare di poter avere una casa. Lo spessore del governo Meloni sta nel motto “prima gli italiani” che ora è spalmato in Albania, in Ungheria, a Kiev, a Washington, ovunque non debba fare i conti con i problemi degli italiani.

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La scelta di Vivian, figlia di Musk: addio al padre e alla Patria

Vivian Jenna Wilson, figlia transgender di Elon Musk, ha deciso di lasciare gli Stati Uniti. La scelta non è solo una questione personale, ma un atto emblematico che riflette la disillusione di chi vede il Paese scivolare verso un’era di regressione sociale. Dopo la vittoria di Donald Trump, il ritorno di un leader che incarna il populismo, il patriarcato e l’esclusione, la dichiarazione di Vivian su Threads — “Non vedo il mio futuro negli Stati Uniti” — suona come una condanna senza appello.

Vivian non è una figura qualsiasi: è la figlia dell’uomo che gioca a fare il Prometeo moderno con i razzi e le auto elettriche, ma che ha sostenuto pubblicamente un presidente che non solo mina i diritti civili, ma anche la sicurezza e la dignità delle persone transgender. La relazione tra padre e figlia è già stata un campo di battaglia: Vivian aveva già accusato Musk di essere un genitore freddo, facile all’ira e narcisista. Un uomo che, tra un tweet e l’altro, ha abbracciato un machismo tecnologico che non conosce empatia.

Non c’è solo l’ombra di Trump in questa fuga, ma quella di un intero sistema che permette ai potenti di giocare con le vite altrui. Musk, con la sua influenza e il suo endorsement, ha contribuito a legittimare un discorso tossico, ricalcando il copione dell’irresponsabilità mascherata da visione. Vivian, in fuga da una patria e da un padre, è il simbolo di una generazione che cerca altrove una promessa di dignità.

E mentre le torri d’avanguardia di Musk svettano nel cielo, al suolo rimane l’amaro: una libertà decantata solo per chi rientra nei suoi canoni.

 

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