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Trump fa felici tutte le autocrazie e mette in apprensione l’Europa

È successo: Donald Trump ha vinto di nuovo. La sua riconquista della Casa Bianca è stata accolta con una sfilza di congratulazioni, ma il fervore maggiore viene dai leader che governano con pugno di ferro. Come a trovare in lui uno specchio delle loro ambizioni, capi di Stato di paesi autoritari hanno salutato Trump come un alleato, un modello di forza politica e autonomia da celebrare. E mentre in Europa le congratulazioni si mantengono sul filo della diplomazia, in Italia si accendono le prime controversie.

Orban e la “vittoria necessaria” di Trump

Il primo ministro ungherese Viktor Orban, senza mezzi termini, ha esaltato la vittoria di Trump come “necessaria per il mondo”, un segno che la storia politica si può riscrivere sfidando ogni previsione. Con la sua nota retorica populista, Orban saluta un presidente che interpreta la politica come una sfida ai limiti imposti dai diritti umani e dalle istituzioni internazionali. Per Orban, Trump rappresenta una conferma: la sovranità si difende ad ogni costo, non importa quale sia il prezzo per la democrazia.

Bolsonaro: “Il ritorno del guerriero”

In Brasile, Jair Bolsonaro lo definisce un “guerriero” capace di tornare alla guida del paese dopo “persecuzioni” e “processi ingiusti”. Con una narrativa che riflette la sua stessa vicenda, Bolsonaro vede in Trump un amico e un esempio di come il consenso possa sfidare la giustizia e le opposizioni. È quasi una chiamata alle armi per i movimenti conservatori, che sperano di risalire con lui in tutto l’Occidente.

Erdogan e l’amico Trump

Non meno caloroso, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha salutato Trump come un “amico”, augurandosi che la sua vittoria sia “benefica” per il popolo turco e per tutto il mondo. Erdogan, che spesso si è opposto alla pressione occidentale in favore dei diritti umani, guarda a Trump come a un leader disposto a tollerare l’autocrazia, pur di mantenere rapporti strategici. In fondo, il presidente turco vede nella Casa Bianca di Trump la speranza di una politica americana meno critica e più accomodante verso il suo stile di governo.

Le reazioni in Europa alla vittoria di Trump

In Europa, le congratulazioni sono più contenute. Emmanuel Macron, il presidente francese, ha inviato un messaggio formale, dicendosi “pronto a lavorare insieme”, ma senza lo slancio di altri. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha espresso la speranza di continuare a lavorare per un’“agenda transatlantica forte”. In realtà, i leader europei osservano con prudenza, consapevoli che Trump rappresenta un’incognita nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa.

Le congratulazioni italiane e il dibattito nel governo 

Anche in Italia, la vittoria di Trump ha sollevato discussioni all’interno della maggioranza. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha augurato a Trump “buon lavoro”, sottolineando la volontà di rafforzare i legami con gli USA. Tuttavia, Matteo Salvini, leader della Lega e vicepresidente del Consiglio, ha trovato occasione per rilanciare il suo tema preferito: l’immigrazione. Secondo Salvini, la vittoria di Trump è “una lezione” che mostra come si possa gestire l’immigrazione senza l’intralcio dei giudici, una frecciata alla magistratura italiana.

Nel fronte opposto, Mariolina Castellone del Movimento 5 Stelle ha messo in evidenza le contraddizioni interne alla maggioranza, osservando come Trump incarni posizioni vicine a quelle della coalizione al governo. Il presidente del M5S Conte parla di “una vittoria netta, estesa anche al voto popolare” e tra le sfide del neo presidente cita anche “fermare le guerre in corso”. E non sono mancate le critiche dal centro-sinistra: Ivan Scalfarotto di Italia Viva ha parlato di un rifiuto del modello di “democrazia liberale” da parte dell’elettorato americano, mentre Carlo Calenda, leader di Azione, ha descritto l’elezione di Trump come un segnale che “l’Occidente vive la sua ora più buia”. Per Lia Quartapelle, Pd, saranno “quattro anni molto duri”. 

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Siamo il Paese dei veleni, Sei milioni di italiani vivono in aree inquinate

In Italia, sei milioni di persone abitano in zone classificate come gravemente inquinate, secondo un recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Le aree, distribuite su tutto il territorio nazionale, comprendono 42 Siti di Interesse Nazionale (Sin), che coprono circa 170mila ettari di terra e 78mila ettari di mare, e 36.814 Siti di Interesse Regionale (Sir), per un totale di oltre 43mila ettari da risanare. Sono frutto di attività industriali ormai chiuse o in declino, presentano concentrazioni elevate di sostanze tossiche e cancerogene, con un’incidenza significativa di tumori, malattie respiratorie e altre patologie tra i residenti.

Sei milioni di italiani tra veleni e malattie

Per Legambiente la questione delle bonifiche è un’emergenza nazionale: nonostante i fondi stanziati, le opere di risanamento restano ferme in molti dei principali Sin, tra cui Porto Marghera, Taranto, Priolo, Augusta e Napoli Orientale. Le conseguenze si manifestano nella salute pubblica e nell’ambiente ma anche a livello sociale ed economico. In queste aree industriali si registra un incremento dei tassi di malattie gravi e di mortalità, soprattutto per tumori e problemi respiratori, legati alla presenza di contaminanti come metalli pesanti, diossine e altre sostanze tossiche. L’inquinamento, unito alla mancanza di risanamento, limita inoltre il potenziale sviluppo economico e crea spazi desertificati.

Un’analisi del costo delle mancate bonifiche suggerisce che un investimento nel risanamento delle aree SIN potrebbe generare importanti benefici economici. Secondo una stima di Confindustria, un impegno di dieci miliardi di euro nelle bonifiche genererebbe 200mila nuovi posti di lavoro, con un ritorno economico per lo Stato di circa 4,7 miliardi in entrate fiscali e contributi sociali. Il calcolo include le possibilità di impiego nell’ambito dei green jobs e della rigenerazione ecologica, settori in crescita, che nel 2023 hanno toccato i 3,1 milioni di lavoratori, pari al 13,4% degli occupati italiani, secondo il rapporto GreenItaly realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere.

La bonifica mancata: tra fondi e responsabilità

A livello normativo, in Italia esiste il principio “Chi inquina paga”, che obbligherebbe le aziende responsabili dell’inquinamento a finanziare le attività di bonifica. Tuttavia la sua applicazione è spesso difficile e le responsabilità, in molti casi, sono vaghe o difficili da attribuire. Le organizzazioni ambientaliste denunciano la carenza di attuazione di questo principio e chiedono che venga applicato con maggiore rigore. In una recente campagna, Acli, Agesci, Arci, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera hanno lanciato l’iniziativa “Ecogiustizia subito”, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e di stimolare l’azione politica a favore di una giustizia ambientale concreta. La campagna, che partirà il 27 novembre 2024 e toccherà alcune delle aree più colpite, mira a portare visibilità alla problematica e a chiedere impegni certi per il risanamento di queste aree.

Sul fronte delle risorse, il mancato risanamento delle aree SIN si accompagna anche a un problema di investimento per la transizione ecologica. In molte delle aree inquinate, la riconversione economica è rimasta sulla carta mentre in altre i fondi sono stati ridotti, bloccando il potenziale di sviluppo. La carenza di fondi e di iniziative coordinate tra Stato e Regioni è un fattore chiave che – secondo Legambiente – contribuisce al ritardo. Per risolvere questa situazione, gli enti locali e le associazioni ambientaliste chiedono che il governo istituisca una task force dedicata, con la finalità di accelerare il processo di bonifica e di garantire che i fondi vengano utilizzati in modo efficiente.

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“Dal governo risorse inadeguate”, allarme dell’Alleanza contro le povertà

In un Paese in cui ogni giorno la povertà morde più forte, la legge di Bilancio non contiene le risposte concrete e strutturali che la drammatica situazione imporrebbe. È questo il giudizio dell’Alleanza contro le povertà in Italia, sigla che unisce un ampio numero di soggetti sociali tra cui Acli, Arci, Caritas, Cgil e Cisl, espresso in audizione alle Commissioni riunite Bilancio dei due rami del Parlamento. 

La povertà assoluta in Italia è una realtà che ormai coinvolge stabilmente oltre 5,7 milioni di persone, il 9,7% della popolazione, come attestano i più recenti dati dell’Istat. Numeri che non conoscono sosta e che, piuttosto, disegnano un panorama di crisi sistemica, diffusa e consolidata, in cui l’8,4% delle famiglie italiane vive al di sotto di una soglia di dignità minima. A fronte di questo quadro, ci si aspettava dal governo un piano all’altezza. Ma l’Alleanza contro la povertà denuncia apertamente le gravi lacune del disegno di legge di bilancio, che – come dichiarato dal portavoce Antonio Russo – “non prevede risorse adeguate e rifiuta il principio dell’universalismo selettivo, puntando su misure che escludono ampie fasce della popolazione”.

Un Paese sempre più povero: numeri che chiedono risposte

L’assegno d’inclusione (ADI), il perno delle nuove misure, è, per l’Alleanza, una risposta insufficiente. Vincolato a categorie specifiche, infatti, è destinato esclusivamente a famiglie con minori, disabili o anziani. Così si trasforma in una misura limitata, che ignora una parte consistente dei nuovi poveri e tradisce l’impianto del Reddito di cittadinanza, che rappresentava uno strumento universalistico di protezione per chiunque si trovasse in difficoltà. A peggiorare il quadro, sottolinea l’Alleanza, è la drastica riduzione del Fondo di finanziamento dell’ADI, che ha subito prima un taglio di 200 milioni, poi ulteriori 100 milioni, segnando un divario doloroso rispetto ai bisogni reali.

“Risorse risparmiate, piuttosto che reinvestite per contrastare la povertà stessa,” denuncia Russo. L’ADI copre oggi solo poco più della metà delle famiglie che beneficiavano del Reddito di cittadinanza nel primo trimestre 2023: se prima erano 1,3 milioni, oggi sono appena 695.000 i nuclei sostenuti, un calo del 52,5% che ha ristretto drammaticamente la platea. Davanti a questi dati, l’Alleanza richiama il governo a un impegno chiaro e a investimenti concreti: circa un miliardo di euro per modifiche essenziali che renderebbero davvero incisiva la lotta alla povertà. Tra le proposte, la piena indicizzazione dell’ADI per proteggerlo dall’inflazione e una revisione della scala di equivalenza, a sostegno delle famiglie numerose, soprattutto con figli. Fondamentale è anche l’allargamento della soglia di accesso per chi vive in affitto e il diritto per i lavoratori poveri di cumulare parzialmente reddito da lavoro e sussidio, elementi che garantirebbero maggiore equità.

ADI e misure inefficaci: l’appello dell’Alleanza contro le povertà

L’alleanza denuncia come il governo preferisca puntare su provvedimenti marginali e temporanei, come la carta “Dedicata a te”, rivolta alle sole famiglie con ISEE inferiore a 15.000 euro, e destinata a non lasciare alcuna traccia durevole nella struttura di welfare del Paese. E c’è poi il bonus alla nascita, che con la promessa di un importo indipendente dalla condizione economica, appare come un incentivo a tempo, limitato ai nuclei con neonati e privo di qualsiasi impianto di stabilità. Si sceglie la carità occasionale al posto di politiche organiche: scelte che, secondo l’Alleanza, mancano di coraggio e determinazione.

“Non è con bonus saltuari che si spezza il circolo della povertà”, spiega Russo. “Invece di rafforzare l’Assegno unico e universale per chi ha figli, si preferisce introdurre nuovi incentivi, peraltro concentrati su pochi eletti. Così, mentre il divario tra ricchi e poveri si amplia, si perpetua un modello di sostegno esclusivo, che si accontenta di misure di facciata, senza costruire un sistema di sicurezza sociale davvero inclusivo”. Il rischio, avverte l’Alleanza, è che il provvedimento porti a un “minore investimento di oltre un miliardo nel 2024, che potrebbe arrivare a 3-4 miliardi nei prossimi anni.”

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Buongiorno, notte

Buongiorno, notte. Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Ha appena dichiarato che aiuterà “il Paese a guarire”, ringraziando il miliardario fondatore di Tesla, Elon Musk, definendolo «una stella, un genio».
Trump ha vinto, puntando sui suoi bersagli di sempre: omosessuali, migranti, poveri (anche quelli che ha illuso con guerre tra disperati), donne e giornalisti. Ma, soprattutto, la vittoria di Trump racconta il divario tra il Paese e chi prova a descriverlo.
Trump ha trionfato grazie a coloro che per mesi hanno tentato di convincerci della lucidità e salute di Joe Biden, per poi sostituirlo di corsa, avallando narrazioni che chiamavano “complottiste.”
Trump ha vinto per chi costruisce campagne elettorali sul “meno peggio” e scivola nel peggio. Ha vinto perché per molti l’erosione dei diritti è un boccone ghiotto, una deriva reazionaria che tenta gran parte dell’elettorato conservatore.
Mentre Trump trionfava, in Arizona i “sì” vincevano al referendum per estendere il diritto all’aborto.
Trump ha vinto anche per colpa di una stampa Usa – come quella italiana – affondata nella perdita costante di credibilità. La sua vittoria rappresenta il trionfo del consumismo informativo, una gigantesca eco di complotti amplificati.
Questa vittoria trasforma gli Usa nella prima grande teocrazia occidentale, mentre per anni si sono occupati di quelle degli altri. Buongiorno, notte. La strada davanti è lunga, ed è buia.

Buon mercoledì.

 

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Trump vs Harris: una sfida culturale globale che l’America esporta al mondo

Le ultime ore della campagna elettorale americana si sono trasformate in una contesa dal palcoscenico globale. Trump e Harris non si limitano a contendersi il cuore degli elettori americani: le loro campagne parlano ormai al mondo intero, con alleanze e antagonismi che disegnano un quadro geopolitico complesso. E mentre Trump arringa le folle tra promesse di restaurazione e scenari di terrore, Harris cerca di raccogliere un consenso basato su valori di uguaglianza e inclusività. Non è solo una battaglia per il voto ma una sfida aperta tra due anime dell’Occidente.

Trump e il richiamo alla forza: un’America divisa tra paura e restaurazione

Donald Trump, nel suo ultimo tour elettorale, accentua un’immagine fosca dell’America odierna: la vede come una nazione occupata dalla “decadenza” e dalla “debolezza” imposte dai democratici. Propone rimedi duri e netti, promette di “liberare” il Paese, di punire con la morte i migranti colpevoli di crimini e di ridare agli americani una prosperità che sembra, secondo la sua visione, appannata. Al suo fianco, si schiera anche Joe Rogan, influente podcaster e voce di un’America che si riconosce nei toni populisti e crudi del tycoon. Rogan non ha esitato, alla vigilia del voto, a dare il suo endorsement a Trump, lodandone le politiche di “pace attraverso la forza” e la “determinazione” economica. Nonostante i numerosi scandali.

Harris e la visione dell’inclusività: un messaggio di speranza tra le tensioni globali

Dall’altra parte, Kamala Harris trascorre il giorno prima del voto tra Reading e Pittsburgh, in Pennsylvania, accompagnata da figure iconiche come Alexandria Ocasio-Cortez e Andra Day. In un’atmosfera vibrante, i suoi sostenitori le riservano cori, abbracci e lacrime di emozione: è la visione di un’America inclusiva, che sostiene i diritti civili e promette di lottare contro ogni forma di discriminazione. L’obiettivo della Harris è chiaro: dimostrare che l’alternativa non è solo possibile, ma necessaria per ridare una stabilità all’America che non faccia leva sulla paura o sull’odio.

Intanto, fuori dai confini nazionali, il mondo osserva e spera, o teme, a seconda dei propri interessi. Vladimir Putin, che nel 2016 aveva visto nell’elezione di Trump un’opportunità per indebolire la presenza americana in Europa, questa volta non si fa illusioni. Alla Duma non ci sono più i brindisi e nessuno a Mosca crede alle promesse di Trump, che afferma di poter fermare la guerra in Ucraina in un solo giorno. Da quando Trump è stato alla Casa Bianca, la Russia ha visto solo nuove sanzioni e una NATO rafforzata sul suo confine. Per alcuni, il sogno è che Trump possa portare a una sorta di “guerra civile americana”, uno scontro interno che indebolisca gli Stati Uniti dall’interno.

Un mondo in attesa: Trump vs Harris come sfida geopolitica globale

Israele invece non ha mai nascosto le sue preferenze. Benjamin Netanyahu, fedele alleato di Trump, sogna una vittoria del suo amico americano e, in questo, non è solo: secondo l’Israel Democracy Institute, quasi tre israeliani su quattro sperano che sia lui a vincere. La vicinanza tra Netanyahu e Trump è ormai consolidata, e Israele teme che con Harris alla Casa Bianca l’impegno statunitense in Medio Oriente possa essere più tiepido. La Cina, invece, rimane cauta e in bilico: Pechino sa che qualsiasi esito non sarà comunque favorevole. Tra le minacce di nuovi dazi e la possibilità di un’America più isolazionista, Xi Jinping non può ancora stabilire quale dei due scenari sia più conveniente per i suoi piani di espansione.

E in Europa, la posta in gioco è altissima. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e molti leader del continente appoggiano apertamente Harris. La linea comune è chiara: Trump rappresenta un rischio per la stabilità della NATO e per l’economia europea, già provata dalla crisi energetica e dall’inflazione. Il protezionismo economico che il repubblicano ha già minacciato rischierebbe di dimezzare la crescita del Vecchio Continente. Ma l’Europa, stavolta, è meno compatta: il premier ungherese Viktor Orbán, alla guida dell’UE fino alla fine dell’anno, e Giorgia Meloni fanno il tifo per Trump. 

Le ultime ore della campagna elettorale americana si chiudono così. Da un lato, l’uomo che parla alla pancia di un’America divisa, promettendo la vendetta contro un sistema che egli definisce corrotto; dall’altro, una donna che cerca di convincere che l’unione, anche se faticosa, è ancora possibile. Un’elezione che, questa volta più che mai, non riguarda solo gli Stati Uniti ma i destini intrecciati di un pianeta intero.

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Commissari Ue sotto la lente dell’Europarlamento, ma le audizioni lampo nascondono un accordo già chiuso

È iniziato ieri a Bruxelles il percorso delle audizioni parlamentari per la nuova Commissione europea e il copione per ora non sembra riservare colpi di scena. Malta, Slovacchia, Grecia e Lussemburgo: i primi candidati auditi ieri — Glenn Micallef, Maroš Šefčovič, Apostolos Tzitzikostas e Christophe Hansen — sembrano già pronti a varcare la soglia dell’approvazione, grazie al sostegno dei grandi gruppi Ppe, S&D e Ecr. Una promozione quasi garantita, che sottolinea come il Parlamento appaia riluttante a bocciare le scelte di Ursula von der Leyen. Una conferma di come il dibattito sull’Europa possa restare prevedibilmente piatto, mentre dietro le quinte i compromessi hanno già sigillato i destini.

Audizioni senza sorprese: un copione già scritto

Le prime audizioni sono state segnate più da qualche “momento fuori copione” che da una reale tensione. C’è Hansen che, forse per un lapsus freudiano, dice “contadino” invece di “padre”. Micallef risponde in maltese su una questione di multilinguismo, un piccolo dettaglio che rende evidente l’importanza delle diversità culturali nell’Unione. E Tzitzikostas si trova a dover gestire un’interruzione da parte di un deputato greco che distribuisce volantini sull’incidente ferroviario di Tempi, una tragedia che ha segnato profondamente la Grecia lo scorso anno.

Oggi la scena cambia: sei nuovi candidati varcheranno la soglia del Parlamento per difendere il proprio ruolo. Tra questi, uno dei più attesi è l’austriaco Magnus Brunner, pronto ad affrontare l’incandescente questione della migrazione, un argomento che ha già messo in tensione l’alleanza fragile tra popolari e socialisti. In agenda ci sono anche le audizioni di Michael McGrath, Ekaterina Zaharieva, Dubravka Šuica, Dan Jørgensen e Jessica Roswall. Ogni commissario si sottopone alla verifica consapevole che il sostegno dei partiti maggioritari è fondamentale per navigare in un mare agitato di dichiarazioni e posizioni inconciliabili.

Tensioni sotto traccia: tra Fitto e i diritti delle eurodeputate

Se i primi nomi hanno superato l’esame senza scosse, l’attenzione ora si sposta sui socialisti, in cerca di una posizione che li renda meno osservatori e più protagonisti della scena. I socialisti francesi, capitanati da Raphaël Glucksmann, minacciano di bocciare l’intera Commissione se von der Leyen non revoca il titolo di vicepresidente esecutivo all’italiano Raffaele Fitto. Una manovra che, secondo Glucksmann, dovrebbe chiarire che non c’è spazio per i populismi di destra nell’UE. Ma la retorica incendiaria sembra trovare meno eco tra gli altri pesi massimi del gruppo. “È importante che ci sbrighiamo a far partire questa nuova Commissione”, sottolinea la socialista tedesca Katarina Barley, quasi a voler abbassare i toni di un potenziale scontro che rischia di sfaldare il fronte progressista.

Un altro dettaglio che accende il dibattito è che Fitto nel 2019 si era opposto alla Commissione von der Leyen. Come ricostruito da Euronews all’epoca dei fatti “l’intera pattuglia di FdI a Strasburgo, incluso Fitto, votò poi contro la fiducia alla Commissione von der Leyen I nel suo complesso a novembre (dunque Gentiloni compreso), dopo aver già votato “no” nel luglio precedente all’insediamento della popolare tedesca come presidente dell’esecutivo comunitario”. Oggi, ironia della sorte, Fitto cerca di rientrare dalla porta principale come vicepresidente, segno che in politica, a volte, i cerchi si chiudono in modi imprevedibili. A complicare il tutto, ci sono le richieste delle eurodeputate che chiedono il diritto di partecipare alle sedute anche durante il congedo di maternità. Cristina Guarda, dei Verdi italiani, vorrebbe interrogare proprio Fitto, ma la sua richiesta è stata respinta dai leader di gruppo. Un tema che Roberta Metsola, presidente del Parlamento, ha promesso di affrontare, ma che incontra gli ostacoli di una burocrazia che avanza con una lentezza esasperante.

Per questo gli sguardi sono puntati su martedì prossimo, quando gli executive vice president dovranno affrontare l’aula. La previsione tra gli analisti è che passeranno senza sorprese ma rimane aperta la possibilità di un vero colpo di scena, almeno da parte dei socialisti che, tra l’atteggiamento battagliero della delegazione francese e la cautela tedesca, potrebbero essere tentati di trasformare una ratifica di routine in un campo di battaglia per affermare la propria identità.

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Da Washington a Bruxelles: le elezioni Usa e l’inquietudine europea

Le elezioni presidenziali statunitensi sono alle porte, e il clima è pensoso per l’Europa che osserva da lontano. I prossimi giorni definiranno non solo il futuro degli Stati Uniti ma anche la direzione verso cui si muoveranno le relazioni transatlantiche. L’Europa assiste, attenta e perplessa, mentre da una parte Kamala Harris e dall’altra Donald Trump si sfidano in un duello che sembra il culmine di due visioni del mondo inconciliabili. Eppure, ciò che emerge sotto il trambusto mediatico e la battaglia elettorale è un’inquietudine più profonda, quella di un’Europa sempre più consapevole di dover fare i conti con sé stessa, indipendentemente dall’esito.

Il rischio di una crisi costituzionale americana e l’Europa in allerta

Nelle ultime frenetiche ore di campagna elettorale Trump ha già suggerito che potrebbe non accettare una sconfitta e i segnali si fanno preoccupanti: il suo entourage si prepara a contestare i risultati, invocando il supporto dei legislatori repubblicani e dei rappresentanti nei singoli Stati. Si prefigura un copione già visto nel 2020, ma con una carica d’astio potenziata. La possibilità di una crisi costituzionale è concreta e per l’Europa sarebbe l’ennesima dimostrazione di un’America politicamente instabile, con un leader che, come sottolineato da Thierry Breton, potrebbe trascinare l’Occidente verso uno “choc mortale”.

Ma non è soltanto Trump a suscitare apprensione. Anche Kamala Harris non rappresenta una via d’uscita netta per l’Europa, poiché la sua posizione, pur distante dai toni di Trump, mantiene fermo il principio dell’“America First”, un imperativo che, sia per i democratici che per i repubblicani, resta indiscutibile. L’esperienza recente ci ha insegnato che Biden non ha esitato a prendere decisioni controverse come il ritiro dall’Afghanistan e l’introduzione dell’Inflation Reduction Act, lasciando l’Europa a confrontarsi con i suoi limiti strategici e le sue fragilità industriali.

La sfida dell’autonomia europea tra incognite e necessità

Mentre i sondaggi oscillano in stati chiave come Iowa e Pennsylvania, dando una sottile maggioranza a Harris in Iowa e Trump in lieve vantaggio in Pennsylvania, l’Europa inizia a riflettere seriamente sulla necessità di affermarsi come forza autonoma. L’avvertimento di Donald Tusk è chiaro: “L’era dell’outsourcing geopolitico è finita.” Tusk ha sottolineato come il destino dell’Europa dipenda soprattutto dalle sue scelte, e non solo dai risultati di un’elezione americana. 

Il messaggio sembra trovare eco nelle parole di Emmanuel Macron, che da tempo insiste sulla necessità di un’Europa più indipendente, in grado di rispondere alle crisi internazionali senza dipendere dalla protezione statunitense. Ma la strada è tutt’altro che facile. Orbán, da Budapest, ospita il prossimo vertice europeo proprio nelle ore decisive per gli Stati Uniti, e non nasconde il proprio sostegno per Trump, mentre Germania e Francia faticano a trovare un punto d’accordo su quale direzione prendere.

La questione ucraina sarà uno dei primi test per questa presunta autonomia europea: una vittoria di Trump potrebbe mettere a rischio i fondi americani per l’Ucraina, obbligando l’Europa a confrontarsi con la propria capacità di sostenere Kiev da sola. L’ombra di una guerra commerciale con gli Stati Uniti è concreta, e le barriere potrebbero alzarsi ancora di più nel caso di un secondo mandato di Trump. Il timore di molti diplomatici è che Trump utilizzi la dipendenza dell’Europa dalla sicurezza americana come leva per estorcere concessioni commerciali, obbligando l’Ue a un allineamento sempre più scomodo con le sue politiche verso la Cina.

Qualunque sia il risultato delle elezioni, all’Europa si presenta una scelta inevitabile. Kamala Harris e Donald Trump incarnano due facce diverse ma con una medesima base protezionista che l’Europa non può più permettersi di ignorare.

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La memoria corta ne ferisce più della pistola

Il problema è che la memoria va allenata, tenuta lunga e invece gli italiani sono troppo occupati nella guerra tra bande, sono irretiti nella stanchezza del troppo lavoro troppo poco pagato oppure banalmente se ne disinteressano.

Per ricordare lo scorso capodanno basterebbe poca memoria. Il deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo si presenta molto allegro al cenone di Rosazza, paese biellese guidato dalla sindaca Francesca Delmastro, sorella del sottosegretario alla Giustizia Andrea, presente ai festeggiamenti. 

Pozzolo ha un piccolo revolver, sta nel palmo di una mano, e mentre lo gingilla parte un colpo che si conficca nella gamba di Luca Campana, genero del capo scorte di Delmastro. Intorno ci sono famiglie e bambini. I fatti successivi sono perfino peggio: testimonianze rabberciate, il parlamentare pistolero che si contraddice. Risultato politico: Pozzolo “sospeso” dal partito in una delle rare conferenze stampa della sua capa Giorgia Meloni.

Peccato che la “sospensione” di un parlamentare sia un fondotinta retorico che non esiste nei regolamenti. Un parlamentare o lo cacci dal gruppo o te lo tieni. Tertium non datur. 

Undici mesi dopo Pozzolo finisce per caso in commissione Difesa per sostituire il vice ministro Edmondo Cirielli. Sta lì in rappresentanza del partito, Fratelli d’Italia, che lo avrebbe allontanato. Dal partito dicono che «si tratta di appoggio tecnico, dovrà tornare alla commissione Esteri e Affari comunitari», confermando che Pozzolo prende e esegue gli ordini. Il pistolero sospeso in commissione Difesa. Sembra un film ma è solo l’effetto della memoria stanca.

Buon martedì. 

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Schlein spezza l’incantesimo ed è scontro con De Luca

Fine della telenovela di Vincenzo De Luca all’assalto per la terza volta della presidenza della Regione Campania. Il Partito democratico non lo sosterrà. “Il Pd – ha detto la segretaria Elly Schlein ospite di Fabio Fazio – ha una posizione chiarissima: siamo contrari al terzo mandato. Per noi vale la legge nazionale che prevede il limite a due mandati. Possono votare tutte le leggi regionali che vogliono ma il Pd non sosterrà presidenti uscenti per un terzo mandato”. 

Lui, De Luca, non ci sta. Del resto non starci è la caratteristica principale della sua carriera politica, apparire contro tutti – preferibilmente i “suoi” – è la cifra stilistica della sua durezza. Diciassette anni sindaco di Salerno, presidente della Regione dal 2015, deputato dal 2001 al 2008, sottosegretario ai Trasporti nel 2013: per De Luca la Campania è un feudo che non dovrebbe essere contendibile per nessuno del suo partito. Roba sua, insomma. 

La segretaria Elly Schlein trattata con paternalismo è solo l’ultima vittima dell’egomania deluchiana. Il 13 maggio del 2010 durante un dibattito con un compagno di partito si disse pronto a far “vivere in maniera autonoma l’esperienza politica di Campania Libera” e a lasciare il Partito Democratico. Al tempo risero in molti per l’irruente simpatia di De Luca. Quattordici anni dopo il ritornello della Campania Libera da lasciare vivere “in maniera autonoma” è sempre in voga ma non fa più ridere nessuno. 

“Il gruppo dirigente del partito è talmente logoro che, se anche dicesse qualcosa di chiaro, nessuno lo ascolterebbe”, disse del Pd De Luca 14 anni fa. Oggi la retorica è la stessa ma è stato svelato l’obiettivo: fingere di voler cambiare per poter restare. 

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Poca trasparenza sui fondi del Pnrr: Openpolis chiede chiarezza, ma il governo resta sfuggente

Ci si risiamo. Il  Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), strumento cruciale per sostenere la ripresa dell’Italia, rischia di trovarsi in una situazione opaca e fuori controllo. Lo sostiene per l’ennesima volta l’ultimo rapporto di Openpolis. A giugno di quest’anno, su una spesa totale prevista di 191,5 miliardi di euro, risultavano impiegati solo 49,8 miliardi, pari al 26% del totale. Un dato che già da sé mette in luce la gravità della situazione. Eppure il Pnrr richiederebbe una rigorosa e puntuale trasparenza: senza una chiara comunicazione delle spese, infatti, risulta impossibile capire quali progetti abbiano raggiunto gli obiettivi previsti e quali siano in ritardo.

A questo proposito, Openpolis ha chiesto tramite il Freedom of Information Act (Foia) il dettaglio delle spese del Pnrr, una richiesta che il governo ha finora rifiutato di soddisfare. Il ministero ha risposto solo parzialmente, sostenendo che i dati definitivi sarebbero stati disponibili solo “in esito al completamento del processo di verifica”. Una dichiarazione vaga, che di fatto impedisce la verifica puntuale dei singoli progetti in corso. Peccato che la risposta sia contro la normativa italiana che richiede che i dati siano resi pubblici ogni 90 giorni.

Opacità e ritardi: il governo nasconde i dati del Pnrr

Un altro punto di attenzione sollevato da Openpolis riguarda il sistema Regis, la piattaforma ufficiale per monitorare l’avanzamento del Pnrr. Qui la scadenza per la pubblicazione dei dati sulle spese è stata ampiamente superata: anziché essere aggiornati ogni 90 giorni, a oggi – dopo 187 giorni dall’entrata in vigore della norma che ne regolamenta il monitoraggio – i dati non sono ancora disponibili. Questa mancanza di informazioni è ancor più grave se si considera che, senza la possibilità di un monitoraggio puntuale, non è possibile sapere quali regioni o settori siano più in ritardo rispetto agli obiettivi previsti.

L’ultimo aggiornamento aggregato risale all’inizio del 2023, e già in quella sede erano emersi ritardi preoccupanti. Su un totale di 202 progetti, solo il 33% risultava in linea con la tabella di marcia. Il restante 67% era invece caratterizzato da rallentamenti significativi, soprattutto in settori come la digitalizzazione della pubblica amministrazione e le infrastrutture per la mobilità sostenibile. Progetti chiave, come la realizzazione di nuove reti per i trasporti pubblici e la digitalizzazione degli enti locali, registravano avanzamenti ben al di sotto delle attese.

Le conseguenze dei ritardi

La distribuzione dei fondi tra nord e sud Italia rappresenta un ulteriore aspetto problematico. I dati aggregati non consentono infatti di capire se le risorse siano effettivamente state allocate nelle aree più in difficoltà, come previsto inizialmente. Questo rende difficile verificare se il Pnrr stia realmente contribuendo a ridurre il divario economico tra le regioni italiane, un obiettivo fondamentale stabilito fin dalle prime fasi del piano. Senza dati dettagliati, risulta impossibile valutare se le regioni del sud stiano beneficiando in misura adeguata degli investimenti previsti, o se al contrario siano state penalizzate dai ritardi.

Secondo Openpolis, il ritardo nella pubblicazione dei dati può essere letto come un segnale di disorganizzazione all’interno dell’amministrazione pubblica ma può anche sollevare dubbi sulla reale capacità di governo nel gestire una somma così ingente di fondi europei. La mancata trasparenza compromette non solo la fiducia dei cittadini ma anche quella delle istituzioni europee, che richiedono un resoconto chiaro e preciso per verificare l’efficacia delle risorse stanziate.

La verifica dei progetti – conclude Openpolis – è l’unico modo per evitare che i ritardi si trasformino in fallimenti ma senza una corretta pubblicazione dei dati non è possibile stabilire quali interventi abbiano successo e quali siano invece destinati a rimanere incompiuti.

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