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Valencia come simbolo: il pianeta non vuole lacrime ma soluzioni

“A Valencia assalto al re Felipe, la regina in lacrime, distrutta l’auto di Sanchez”. Alcuni giornali italiani la chiamano la rivolta del fango perché spostare l’inquadratura permette di calmierare l’allarme.

Invece quella di Valencia è una rivolta di persone – che siano bagnate e asciutte non importa – che presentano il conto al potere, regale e istituzionale, della sua inazione. Le immagini spagnole rendono plastico e immediato lo strabismo del dibattito pubblico. 

Quell’enorme parcheggio sotterraneo accanto al mastodontico ipermercato oggi è una tomba descritta dai soccorritori come un orrore. È anche il monumento dell’avventatezza umana che miope confida nell’immutabilità del pianeta di fronte ai mutamenti del clima. 

Quando la politica smetterà di colpevolizzare gli attivisti poiché sarà costretta a fare i conti con problemi ben più gravi si ritroverà di fronte la rabbia. Non sarà la rabbia di qualche automobilista nervoso e non sarà la rabbia dei difensori dell’igiene dei monumenti. Sarà rabbia a valanga, al limite della violenza, rabbia disperata come quella che si è accesa in Spagna. 

Le popolazioni colpite dalle alluvioni e le popolazioni consce dei cataclismi futuri non hanno bisogno di conforto. Non se ne fanno niente. Chiedono un allineamento alla preoccupazione e all’azione.

C’è un pezzo di mondo che vive un dramma che qualcuno nega. Lo iato storico sta tutto lì, tra chi gioca al tubo di scappamento più grosso e chi rimane senza casa. 

Buon lunedì. 

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Piracy Shield: quando la Serie A gioca a fare il Grande Fratello (e vince a tavolino)”

La farsa del Piracy Shield è l’ennesima dimostrazione di come il matrimonio tra calcio e politica in Italia continui a generare mostri. Questa volta il parto ha prodotto una piattaforma che, con la scusa di combattere la pirateria, si arroga il diritto di oscurare siti web senza alcun vaglio giudiziario. Un piccolo dettaglio costituzionale che evidentemente è sfuggito ai nostri legislatori, troppo occupati a compiacere i desiderata della Serie A.

La genesi di questo pasticcio all’italiana ha del surreale: una piattaforma commissionata dalla Lega Calcio ancora prima che esistesse la legge per utilizzarla, sviluppata dallo studio legale dell’ex avvocato di Berlusconi, “regalata” all’AgCom che però deve pagarne la manutenzione con soldi pubblici. Il tutto benedetto in Parlamento da Claudio Lotito, contemporaneamente senatore di Forza Italia e patron della Lazio. Un capolavoro di conflitto d’interessi che neanche ai tempi d’oro di Berlusconi.

Il risultato? Google Drive bloccato mentre si giocava Juventus-Lazio, con buona pace di chi doveva accedere ai propri documenti. Ma tranquilli, il governo ha già trovato la soluzione: una nuova legge che allarga le maglie dei blocchi invece di restringerle. D’altronde, quando hai due senatori come Lotito e Galliani a fare da pontieri tra il pallone e Palazzo Chigi, tutto diventa possibile, persino calpestare i diritti digitali dei cittadini in nome della lotta al “pezzotto”.

È la solita storia italiana: problemi complessi affrontati con soluzioni semplicistiche e dannose, partorite in stanze dove gli interessi privati si mescolano indisturbati con quelli pubblici.

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Imprecisa o inattendibile, Meloni inciampa sei volte su dieci

Imprecisa o inattendibile una volta su due, anzi, ancora di più. Pagella Politica ha ripercorso i due anni di governo e sentenzia che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilasciato dichiarazioni “poco o per nulla attendibili” in più della metà dei casi analizzati dal sito di fact-checking. Su un campione di oltre 100 affermazioni pubbliche, il 61% è stato etichettato come fuorviante o non pienamente rispondente alla realtà. Il dato non scritto che impressiona è che le dichiarazioni della premier sono state comunque con leggerezza amplificate dai media e la sua proverbiale ritrosia al confronto con i giornalisti ha impedito una reale verifica delle sue parole. 

Promesse sul lavoro: dati o illusione?

Un esempio frequente di incongruenze riguarda le dichiarazioni sul lavoro. Meloni ha dichiarato più volte che l’Italia sta vivendo un boom occupazionale grazie alle sue politiche, definendo l’attuale livello di occupazione un “record storico”. Tuttavia, l’Istat indica che, pur in presenza di un aumento occupazionale, questo non è un record assoluto, né è attribuibile in modo esclusivo al suo governo. L’analisi di Pagella Politica smentisce dunque un quadro di crescita eccezionale, evidenziando che l’incremento è limitato e riflette tendenze economiche già in corso.

L’immigrazione è il tema su cui Meloni ha commesso più errori, con un 58% di informazioni non attendibili. Ad esempio, ha ripetutamente affermato che l’Italia sta affrontando un afflusso “senza precedenti” di migranti, suggerendo che le misure attuali non bastino per contenere l’emergenza. Tuttavia, Pagella Politica dimostra che, pur esistendo picchi locali, i numeri non mostrano un fenomeno anomalo rispetto ai flussi degli anni precedenti. Numerosi errori anche sulle interpretazioni delle leggi internazionali, smentite dai giudici. 

Meloni tra energia e realtà distorte

La gestione della crisi energetica rappresenta un altro ambito controverso. Meloni ha più volte dichiarato che grazie alla sua azione politica i costi per i cittadini sarebbero diminuiti in modo significativo. Nonostante i tentativi del governo di contenere le bollette, il risparmio per le famiglie italiane è stato inferiore rispetto alle previsioni. I dati sui costi energetici, incrociati con le politiche attuate, mostrano infatti solo un leggero calo dei prezzi, non sufficiente a giustificare le dichiarazioni più ottimistiche rilasciate dalla premier. Molto più del governo in questo ambito ha fatto l’uscita dalla crisi energetica vissuta all’inizio dell’invasione russa in Ucraina. 

Pagella Politica ha diviso le 402 dichiarazioni verificate della presidente del Consiglio sulla base di tre giudizi: le dichiarazioni “attendibili”, quelle “imprecise” e quelle “poco o per nulla attendibili”. Le dichiarazioni “attendibili” sono quelle corrette o con lievi omissioni; le dichiarazioni “imprecise” sono quelle in cui Meloni ha commesso alcuni errori o ha omesso alcuni dettagli importanti; le dichiarazioni “poco o per nulla attendibili” sono quelle quasi o del tutto scorrette.

Fact-checking alla mano, le dichiarazioni “attendibili” sono state 157 (il 39 per cento sul totale), le dichiarazioni “imprecise” 102 (il 25,4 per cento), le dichiarazioni “poco o per nulla attendibili” 143 (il 35,6 per cento). Insomma, oltre metà delle dichiarazioni di Meloni tra quelle verificate nei suoi primi due anni di governo è risultata imprecisa o poco o per nulla attendibile.

Il dato del 61% di dichiarazioni inattendibili o imprecise fornisce un bilancio significativo dei primi due anni di governo Meloni. La rilevazione di Pagella Politica indica che l’imprecisione non è un fenomeno isolato o circoscritto ma una tendenza ricorrente, con impatti tangibili sulla percezione del pubblico. Forse anche una vera e propria strategia di governo. Per questo servirebbero più confronti con i giornalisti. 

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Il divario tra chi lavora e chi eredita, la solita ingiustizia fiscale italiana – Lettera43

Nel nostro Paese l’imposta sulle successioni è ridicola rispetto al resto d’Europa. E a essere tartassati sono sempre quelli della cosiddetta classe media, tra i 40 e i 70 mila euro di reddito. Una stortura a cui la recente legge di bilancio del governo Meloni non ha portato rimedio. Così il futuro è legato più alla fortuna di nascita che alla fatica dell’impresa.

Il divario tra chi lavora e chi eredita, la solita ingiustizia fiscale italiana

C’è un’aria antica in Italia, quel profumo d’epoche passate in cui nascere al posto giusto significava tutto, e costruire qualcosa dal nulla era un’aspirazione eroica e ardua. Oggi, tra tasse e agevolazioni, sembra che il nostro Paese voglia dirci che non conviene più fare figli, ma conviene senz’altro essere figli di qualcuno di facoltoso. Lo studio di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo su lavoce.info non lascia spazio a romanticismi: chi lavora e produce regge la colonna fiscale come un Atlante moderno, mentre chi eredita gode della luce indiretta di chi ha accumulato. È una stortura a cui la recente legge di bilancio non ha portato rimedio, limitandosi a scalfire appena le abitudini di sempre.

Si potrebbe ottenere un gettito di oltre 3,5 miliardi di euro

Si parla di numeri, certo, e in Italia i numeri raccontano una storia d’altri tempi: se solo l’imposta sulle successioni fosse riallineata a quella di altri Paesi europei, spostando il peso da chi lavora a chi eredita, si potrebbe ottenere un gettito di oltre 3,5 miliardi di euro. Una somma non trascurabile, capace di alleggerire il carico fiscale sui redditi medi e su quelli medio-alti, senza gravare sui patrimoni consolidati. Ma l’Italia, nella sua prudenza conservativa, preferisce rimanere ancorata alla tradizione: franchigie generose, aliquote esigue e un destino quasi roseo per chi eredita, lasciando il peso fiscale a chi non ha la fortuna di ricevere.

Il divario tra chi lavora e chi eredita, la solita ingiustizia fiscale italiana
In Italia a essere tartassati sono i redditi della cosiddetta classe media (Imagoeconomica).

In Francia le successioni sono tassate 15 volte di più

Leonardi e Rizzo ci svelano le cifre dietro questa discrepanza: in Francia le successioni sono tassate 15 volte più che in Italia; nel Regno Unito e in Spagna la differenza è di oltre sette volte. Qui il nostro sistema si arrocca su un’idea di continuità patrimoniale quasi feudale, come a voler proteggere un passaggio di consegne intoccabile. Chi lavora paga, eccome, ma chi eredita è chiamato a una simbolica compartecipazione. Tanto basta, con una franchigia di 1 milione di euro per i parenti in linea retta e aliquote irrisorie, per mandare un segnale inequivocabile: accumulare e trasmettere è un privilegio da proteggere, da non intaccare. E se questo significa sacrificare chi vive solo del proprio stipendio, allora pazienza.

Il divario tra chi lavora e chi eredita, la solita ingiustizia fiscale italiana
L’equilibrio fiscale impossibile in Italia tra chi lavora e chi eredita (Imagoeconomica).

Serve un’aliquota progressiva o abbassare le franchigie

Il quadro delineato dagli autori racconta una pressione fiscale che si abbatte pesantemente sulla cosiddetta classe media, in particolare tra i 40 e i 70 mila euro di reddito, mentre i grandi patrimoni rimangono spettatori privilegiati, composti e immobili. La proposta di Leonardi e Rizzo non è una rivoluzione, ma un’idea di equità sostenibile: mantenere le franchigie attuali e applicare una tassazione progressiva sopra una soglia di ragionevole benessere permetterebbe di arrivare a quei 3,5 miliardi. Più radicalmente, abbassare le franchigie a 350 mila euro per i parenti diretti e 60 mila per i collaterali porterebbe addirittura a un gettito di 10 miliardi. Eppure, per un’Italia timida con le eredità e dura con il lavoro, anche queste proposte sembrano lontane come una chimera.

Il divario tra chi lavora e chi eredita, la solita ingiustizia fiscale italiana
Spostando il peso fiscale da chi lavora a chi eredita si potrebbe ottenere un gettito di oltre 3,5 miliardi di euro (Imagoeconomica).

Il sogno di un Paese che si fa custode del merito e non del privilegio

Non è solo questione di economia, è una questione culturale. In un Paese dove chi eredita riceve quasi senza pagare e chi lavora paga quasi senza ricevere, il futuro sembra legato più alla fortuna di nascita che alla fatica dell’impresa. L’idea di tassare le successioni non è una punizione, ma un atto di bilanciamento; non è un’impopolare doppia imposizione, ma una misura che potrebbe consentire di costruire, finalmente, una parità fiscale per chi vive di stipendio e non di rendita. Forse in un’Italia moderna questo dovrebbe essere un diritto, e non una chimera da rincorrere. Sarebbe il sogno di un Paese che si fa custode del merito e non del privilegio. Ma oggi, ancora una volta, la bilancia è truccata: chi lavora si affanna, e chi eredita passeggia sulle orme di una fortuna pregressa, quasi a confermare che in Italia non conta cosa fai, ma dove nasci.

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Fondi Ue per la campagna elettorale, trema il Ppe

Pubblicamente si minimizza, ma tra i corridoi del Parlamento europeo la tensione è palpabile. L’European Public Prosecutor’s Office (Eppo) ha aperto un’indagine che potrebbe far tremare il più grande gruppo parlamentare europeo: il Partito Popolare Europeo (Ppe).

Al centro dell’inchiesta c’è la campagna elettorale del 2019 di Manfred Weber, figura di spicco della politica brussellese e leader del Ppe. Come in un romanzo di Graham Greene, dove nulla è come appare, gli investigatori stanno seguendo le tracce di un intricato sistema di pagamenti che coinvolge tre alti funzionari della campagna di Weber.

La polizia belga, che lavora a stretto contatto con l’Eppo, sta indagando su un possibile doppio gioco finanziario: i tre indagati potrebbero aver ricevuto contemporaneamente compensi sia dal partito Ppe – l’organizzazione ombrello che riunisce i partiti conservatori nazionali – sia dal gruppo parlamentare Ppe. Un dettaglio non da poco, considerando che i fondi del gruppo parlamentare provengono dalle tasche dei contribuenti europei e non possono essere utilizzati per le campagne politiche.

Il doppio gioco dei fondi europei?

Il documento della polizia belga, visionato da alcuni giornalisti di Politico, parla di accuse pesanti come macigni: “falsificazione di documento pubblico”, “falsificazione di documenti pubblici da parte di un funzionario nell’esercizio delle sue funzioni”, “abuso di fiducia”, “frode” e “corruzione pubblica”. Parole che rimbombano come tuoni nei corridoi apparentemente tranquilli del Parlamento europeo.

Weber, che già incassa un doppio stipendio – 8.000 euro netti al mese come europarlamentare più 14.120 euro come presidente del Ppe – non figura tra gli indagati. Ma l’ombra di questa indagine si allunga sulla sua leadership in un momento particolarmente delicato, mentre si prepara a riformare il partito nei prossimi mesi.

La pratica di trasferire personale dalle istituzioni alle campagne elettorali è diventata quasi una consuetudine a Bruxelles. Lo stesso staff di Ursula von der Leyen ha seguito questo copione per la sua campagna 2024. Ma questa volta qualcosa potrebbe essere andato storto, e gli investigatori vogliono vederci chiaro.

Ppe, un’ombra sulla leadership di Weber

Il Ppe si difende con la fermezza di chi si sente sotto assedio: “Non siamo stati contattati dall’Eppo, né dalle autorità belghe, né da altre forze dell’ordine”, dichiarano in un comunicato. Sostengono di imporre “standard rigorosi nell’implementazione del proprio budget” e di sottoporsi volontariamente a controlli per garantire la conformità.

Ma c’è qualcosa di più profondo in questa vicenda, qualcosa che va oltre i tecnicismi delle indagini finanziarie. È il racconto di un’Europa che si trova ancora una volta a fare i conti con la trasparenza dei suoi meccanismi di potere, con quella sottile linea che separa la politica dall’amministrazione, il lecito dall’illecito.

L’indagine arriva in un momento cruciale per il Ppe, mentre il partito si prepara alle prossime elezioni europee e Weber affronta contestazioni interne sulla sua gestione. In un gioco di specchi l’indagine alimenta le contraddizioni di un’istituzione che si vuole trasparente ma che spesso si trova invischiata in zone d’ombra.

Nessuno è stato formalmente accusato, ricordano gli investigatori. Ma nell’aria di Bruxelles si respira già il profumo acre dello scandalo, mentre gli uffici dell’Eppo continuano il loro lavoro meticoloso, cercando di districare i fili di questa complessa matassa finanziaria che potrebbe rivelare molto più di quanto appaia in superficie.

Se l’indagine dovesse formalizzarsi in un’accusa, a farne le spese, si può stare certi, sarà ancora la credibilità dell’istituzione europea. Con grande giubilo dei sovranisti di ogni latitudine.

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Che casino i conti di Giorgia!

Non c’è bisogno che Giorgia Meloni arronzi con una calcolatrice nel salotto di Bruno Vespa. I calcoli, quelli giusti, glieli ha forniti l’Istat, che segnala l’inflazione in crescita nel mese di ottobre, riportando gli italiani alla dura realtà.

Dopo l’illusorio calo di settembre, dovuto ai prezzi in discesa durante le vacanze, gli italiani hanno dovuto fare i conti con il carrello della spesa e con i prodotti alimentari, passati rispettivamente da +1% a +2,2% e da +1,2% a +2,6%. Poiché nessuna catena di supermercati accetta per ora la propaganda di governo come buono sconto, ci toccherà mettere mano al portafoglio, con buona pace della calcolatrice “strabica” della premier.

Non hanno abboccato alla calcolatrice di Meloni neanche i 52 mila uomini e le 11 mila donne che a settembre hanno perso il lavoro, riportando il numero degli occupati sotto la soglia dei 24 milioni, cifra che aveva fatto esultare il governo con iperboli degne di Giuseppe Garibaldi.

Giocare con i numeri di fronte a qualche giornalista compiacente è uno spettacolo che può far sorridere solo il pubblico in studio e il conduttore. Qui fuori, ci sono quattro milioni e mezzo di italiani che hanno dovuto rinunciare a visite o accertamenti per problemi economici, liste d’attesa o difficoltà di accesso.

Qui fuori ci sono 5,7 milioni di italiani, di cui 1,3 milioni di minori, che concorrono al triste record della povertà in Italia. Loro non hanno riso per la scenetta della calcolatrice.

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Giorgia Meloni, tra influencer e fantasma: un anno senza conferenze

Buon compleanno al silenzio di Giorgia Meloni. Era il 3 novembre 2023 quando la presidente del Consiglio si presentò di fronte ai giornalisti per illustrare la riforma costituzionale relativa al ruolo del presidente del Consiglio. Non era sola; al suo fianco c’erano i suoi vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani.

Altri tempi. I tre non avevano ancora iniziato a sabotarsi l’un l’altro, la maggioranza di governo aveva ancora una parvenza di intesa, e Meloni si era affidata ai suoi uffici dopo aver confidato a due comici russi sotto mentite spoglie che c’era “stanchezza sull’Ucraina.”

Poi la presidente del Consiglio è scomparsa dalla scena pubblica. O meglio, la si vede e la si sente moltissimo, amplificata dai telegiornali di una Rai al suo servizio e dalle reti Mediaset, che le offrono carezze a profusione. L’abbiamo dovuta osservare nei suoi video promozionali confezionati per i social, impegnata in monologhi da influencer di governo.

Poi sono arrivati i benedetti “punti stampa,” salvifici per chi può fingere di andare sempre di corsa e per chi diluisce temi spinosi nel tempo di una battuta di spirito. Secondo i calcoli di Pagella Politica, dal 4 novembre 2023 al 31 ottobre 2024, 23 esponenti del governo (18 ministri, tre viceministri e due sottosegretari) hanno partecipato a conferenze stampa per presentare e commentare provvedimenti presi dal Consiglio dei ministri, alcuni dei quali rilevanti.

Meloni, invece, non si è più vista, nemmeno in occasione della conferenza stampa per la Legge di Bilancio, che è l’ossatura politica di un governo. Un anno di faccette, battutine, vittimismo: tutto riversato su microfoni compiacenti e accomodanti. Doveva essere la terza Repubblica, e invece è uno spettacolo di mimo.

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“L’emergenza climatica è una crisi sociale”, l’allarme di The Lancet

Record di decessi per calore nel 2023. Il rapporto 2024 di Lancet Countdown sulla salute e il cambiamento climatico lo scrive nero su bianco: il riscaldamento senza precedenti sta già incidendo drammaticamente sulla salute pubblica. Gli impatti, disseminati in ogni angolo d’Europa, rivelano un quadro di vulnerabilità crescente e disuguaglianze amplificate che mettono a nudo una crisi tanto sanitaria quanto etica.

Negli ultimi anni, si legge nel rapporto, le ondate di calore estreme hanno visto un aumento allarmante, con un 97% in più di esposizioni agli eventi caldi, mentre il tasso di mortalità legato al caldo si è drammaticamente impennato. Tra il 2003 e il 2022, i decessi per calore sono aumentati di 17,2 per 100.000 abitanti, con un impatto più pesante sulle donne rispetto agli uomini. Il dato non è un mero numero ma il riflesso di una realtà brutale: chi ha meno risorse e chi vive in condizioni sociali svantaggiate paga il prezzo più alto, contribuendo meno di altri alla causa del cambiamento climatico.

Caldo letale: un fardello che pesa sulle fasce più vulnerabili

In Italia, le temperature estreme stanno riducendo la produttività nei settori a elevata esposizione come agricoltura e costruzioni. Nelle regioni montane del Nord, come il Sud Tirolo, alcune ore lavorative sono state recuperate grazie a condizioni più miti ma nel resto del Paese il calo della produttività persiste, influenzando condizioni economiche e sanitarie. L’Italia affronta anche l’espansione di malattie infettive come il virus del Nilo Occidentale e la leishmaniosi, patologie che si spostano verso nord e verso le aree montane, storicamente meno colpite.

L’impatto del cambiamento climatico non si ferma al caldo. L’Europa ha assistito a un’espansione nella diffusione di malattie infettive trasmesse da vettori climaticamente sensibili, come leishmaniosi e virus del Nilo Occidentale. Quest’ultimo ha visto un aumento del rischio del 256% rispetto ai decenni precedenti. Le temperature più alte favoriscono la proliferazione di agenti patogeni e vettori che trovano condizioni ottimali in nuove aree, amplificando il rischio per la popolazione.

A questo si aggiunge la crescente minaccia della siccità e dell’insicurezza alimentare. Le estati italiane registrano condizioni di siccità estrema sempre più frequenti, con ripercussioni gravi su sicurezza e disponibilità alimentare, e il settore agricolo è sotto pressione. In alcune regioni italiane, come il Sud, il rischio di incendi boschivi rimane elevato, minacciando sia la salute pubblica che il benessere ambientale.

Epidemie, siccità e produttività in crisi: un’Europa in ginocchio

In tutta Europa, la vulnerabilità complessiva è aumentata di oltre il 9% dal 1990 al 2022, con il rischio di stress da calore per le attività fisiche che si espande a tutte le ore del giorno, riducendo le opportunità di attività fisica e aumentando i rischi per le malattie non trasmissibili.

L’inefficienza nel prevenire e mitigare gli effetti devastanti del riscaldamento climatico è esacerbata dalla lenta risposta politica. La vulnerabilità complessiva è aumentata di oltre il 9% dal 1990 al 2022, con il rischio di stress da calore per le attività fisiche che si espande a tutte le ore del giorno, riducendo le opportunità di attività fisica e, di conseguenza, aumentando i rischi per le malattie non trasmissibili.

L’Unione Europea, secondo The Lancet, continua a incentivare l’uso di combustibili fossili, con 29 dei 53 Paesi che forniscono ancora sussidi netti a questo settore. L’obiettivo di neutralità climatica appare in ritardo, proiettato al 2100 anziché il necessario 2040 per mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5°C. La mancanza di azioni incisive rischia di aggravare ulteriormente gli impatti del cambiamento climatico già in corso e perde l’opportunità di generare significativi co-benefici sanitari immediati, come la riduzione della mortalità prematura grazie a una migliore qualità dell’aria e a diete più sostenibili.

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Quindi, chi sono i trafficanti?

No, non ha parlato con i giornalisti. Giorgia Meloni ieri si è accodata nel salotto di Bruno Vespa, che ha la qualità che piace più al potere: l’accondiscendenza. Ospite di Porta a Porta, ha potuto quindi esibirsi nella sua formula di conferenza stampa preferita, il monologo rabbioso accompagnato dai “sì, sì” ciondolanti del conduttore.

Tra una piccata rivendicazione e l’altra, la presidente del Consiglio ha raccontato di aver ricevuto minacce di morte dai «trafficanti» per la sua strampalata idea di piantare un centro di permanenza per il rimpatrio in Albania, dove stamattina agenti delle forze dell’ordine italiane stanno giocando a carte dopo una lauta colazione.

Una minaccia di morte a una capa di governo dovrebbe essere una notizia che monopolizza i sommari di tutti i media. Non accadrà, ed è un peccato, perché consentirebbe una volta per tutte di comprendere chi siano per la premier i cosiddetti «trafficanti» contro cui rumorosamente si arrabatta dall’inizio della legislatura.

Siamo convinti, insieme a molte organizzazioni internazionali, che la linea di comando dei «trafficanti» sia composta dagli stessi travestiti da politici che Meloni pomposamente incontra, dai ministri libici fino al premier tunisino. Avere le generalità del minacciante e il suo ruolo ci permetterebbe di sapere se stiamo parlando delle stesse persone, delle stesse responsabilità.

Non possiamo non notare, comunque, come Meloni sia solitamente prodiga di pubblico vittimismo anche solo per una scritta su un muro, e come invece, in questo caso, abbia adottato un insolito riserbo. Quindi, chi sono i trafficanti?

Buon giovedì.

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L’ultima fuga di Elkann, stavolta dal Parlamento

Forte, John Elkann. Da generazioni, la sua famiglia si propone come esempio di capitani d’industria e simbolo dell’italianità esportata nel mondo. Qualche tempo fa, avevano persino pensato di mettere una bandierina italiana ben visibile sulla fiancata di una delle loro vetture. Peccato che di italiano non ci fosse niente, e sono stati costretti a rimuoverle una a una. Forte, John Elkann. Ha ereditato il talento di famiglia: quando le cose vanno bene, è merito suo, colui che dà lustro all’Italia e ci onora con la sua italianità. Ma, di fronte ai risultati fallimentari, la colpa è dell’Italia brutta, dell’Italia sporca, della politica tutta cattiva.

Così, quando il Parlamento l’ha convocato nei giorni scorsi per un’audizione, lui, con la sua proverbiale eleganza, ha rifiutato con la stessa leggerezza con cui si potrebbe saltare un appuntamento per il tè delle cinque. In veste di presidente di Stellantis, ha comunicato al presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, Alberto Luigi Gusmeroli, di non avere nient’altro da aggiungere rispetto a quanto già espresso dal suo amministratore delegato, Carlos Tavares. Elkann ha comunque fatto sapere di essere disposto a continuare il dialogo con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy “nell’ambito del tavolo di confronto istituito presso il dicastero, in attesa della convocazione ufficiale presso la Presidenza del Consiglio”. Evidentemente, lì il caffè deve essere molto migliore e le poltrone molto più comode. Elkann passa con incredibile velocità dall’essere il testimonial italiano nel mondo a un cittadino qualunque senza nulla da dire. Gli va però riconosciuto un enorme merito: negli ultimi due anni, è stato l’unico a mettere d’accordo maggioranza, opposizione e il cosiddetto terzo polo per il suo comportamento inaccettabile.

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