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Meloni, Salvini, Tajani: quando il governo diventa faida condominiale

Hanno finalmente trovato gli scafisti, quelli della Lega. Secondo i giovani che hanno partecipato alla sguarnita cerimonia annuale di Pontida lo scafista sarebbe niente di meno che Antonio Tajani, leader di Forza Italia, ministro di governo nonché alleato degli stessi leghisti. 

Che Matteo Salvini sia corso a porre le proprie scuse è un particolare di poco conto. Il capo dei leghisti fa esattamente quello che fanno i suoi alleati: pugno duro tra i suoi fedelissimi e bella faccia con i compagni di governo. 

Ma l’utilizzo della parola “scafista” rivolta a Tajani ci dice molto di più. Nell’agone politico odierno funziona l’iperbole a ogni costo, si deve massimizzare tutto per riempire la pancia dei propri elettori. Se Tajani diventa uno scafista è inevitabile che l’azione politica contro gli scafisti di cui si è vantata Giorgia Meloni sia una boutade, una sciocchezzuola da dare in pasto ai maiali.

Dice molto anche Giorgia Meloni che nelle chat di partito si dica stupita che con Salvini ai Trasporti non siamo finiti a percorrere l’Italia sui dorsi dei muli. L’armata Brancaleone che guida il Paese è zeppa di odiatori seriali che si accoltellano alle spalle appena si presenta l’occasione. 

Alla luce del veleno che emerge in queste ultime ore si può facilmente comprendere come gran parte delle iniziative legislative non siano nient’altro che sgambetti, piccole zuffe da cortile condominiale, magre vendette di bambini mal cresciuti. 

Nemici sempre, nemici ovunque. È la stessa aria che tira sul resto del Paese, dove perfino la sofferenza delle guerre è un campo di scontro tra presunti influencer. Nella nostra lingua c’è una parole che descrive bene la situazione, si dice degrado morale. 

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La piaga del gioco d’azzardo online e il silenzio complice della politica – Lettera43

Nei Comuni sotto i 10 mila abitanti si concentra il 22 per cento della raccolta complessiva, per un totale di 17,8 miliardi di euro nel 2023. Dietro ci sono criminalità organizzata, sommerso e riciclaggio. Ma il governo è succube delle lobby: addirittura torna la pubblicità delle scommesse sulle maglie delle squadre di calcio. Così la dipendenza rischia di affossare i più fragili.

La piaga del gioco d’azzardo online e il silenzio complice della politica

L’azzardo online sta penetrando capillarmente nel tessuto economico e sociale dei piccoli centri italiani con cifre che fanno impallidire qualsiasi altra attività produttiva. È quanto emerge dal recente rapporto “Non così piccoli: la diffusione dell’azzardo online nei piccoli Comuni italiani”, realizzato da Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon, un approfondimento della seconda edizione del Libro nero dell’azzardo online pubblicato a maggio, che mette in luce una realtà preoccupante e sottovalutata.

LEGGI ANCHE: L’escamotage delle pubblicità di scommesse e le contraddizioni di chi fa la predica

Raccolta annuale media pro capite di 1.639,21 euro

Nei 3.232 Comuni italiani con popolazione tra 2 mila e 9.999 abitanti, un quarto della popolazione nazionale, si concentra il 22 per cento della raccolta complessiva del gioco online, per un totale di 17,8 miliardi di euro nel 2023. Una cifra astronomica che supera di gran lunga qualsiasi altro settore economico in queste realtà. La raccolta annuale media pro capite, calcolata per la popolazione in età 18-74 anni, ammonta a 1.639,21 euro, con punte di 2.340,51 euro nei Comuni dell’Italia meridionale e insulare.

La piaga del gioco d'azzardo online e il silenzio complice della politica
Nei piccoli Comuni italiani dilaga la piaga del gioco d’azzardo online (Getty).

Il caso limite di Anguillara Veneta, in provincia di Padova

Ma ciò che veramente sconvolge sono i casi limite. Ad Anguillara Veneta, 4.161 abitanti in provincia di Padova, si è passati da 1,2 milioni di euro giocati online nel 2021 a quasi 40 milioni nel 2023. Un aumento del 3.173 per cento in due anni. Ogni residente tra i 18 e i 74 anni ha “investito” nell’azzardo online in media 13.073 euro in un anno, quasi 1.100 euro al mese. Un dato che fa rabbrividire, soprattutto se confrontato con il reddito medio della zona. Non è un caso isolato. A Calliano (Trento) si registrano 12.749 euro pro capite, a Moniga del Garda (Brescia) 11.402 euro. In 14 Comuni si superano i 7 mila euro annui di giocate online per abitante. Cifre che fanno impallidire qualsiasi altra voce di spesa familiare.

Correlazione inquietante con la criminalità organizzata

Il fenomeno non risparmia nessuna area del Paese. Se al Sud si concentrano i numeri più alti, con punte in Campania (2.725 euro pro capite), Sicilia (2.525 euro) e Calabria (2.673 euro), anche regioni come Veneto e Lombardia presentano casi eclatanti. Un’epidemia che non conosce confini geografici. Particolarmente preoccupante è la situazione in alcune province. Nel Palermitano 10 Comuni superano il doppio della media nazionale di giocate online. A Messina e Lecce sono nove, a Cosenza otto. Questi dati suggeriscono una correlazione inquietante tra la diffusione dell’azzardo e la presenza della criminalità organizzata, come sottolineato dagli autori del rapporto.

La piaga del gioco d'azzardo online e il silenzio complice della politica
Il governo italiano invece di limitare il gioco d’azzardo online allenta i controlli (Getty).

L’anomalia di Capri: c’entra l’economia sommersa del turismo?

Non mancano le anomalie statistiche che fanno sorgere più di un sospetto. Come spiegare, per esempio, l’improvviso boom di giocate in piccoli centri turistici come Capri, dove si è passati da 7.913 euro pro capite nel 2022 a 9.503 nel 2023? O i dati sorprendenti di località sul Lago di Garda e sul Lago di Como? Gli autori del rapporto ipotizzano un possibile collegamento con l’economia sommersa del turismo e attività di riciclaggio.

Anziché arginare il fenomeno, la politica miope allenta i controlli

Il rapporto evidenzia anche come la normativa introdotta dal governo in materia di azzardo online sia già fallita nei suoi scopi dichiarati. Anzi, il clima sembra essere cambiato in peggio: dopo anni, torna la pubblicità dell’azzardo sulle maglie delle squadre di calcio, esponendo i giovani a un bombardamento mediatico continuo. Dietro questi numeri si celano storie di dipendenza, famiglie rovinate, aziende in crisi. L’azzardo sta prosciugando le economie locali, drenando risorse che potrebbero essere investite in attività produttive. Con la complicità di una politica miope che, anziché arginare il fenomeno, sembra intenzionata ad allentare i già blandi controlli esistenti.

La piaga del gioco d'azzardo online e il silenzio complice della politica
Un sito di scommesse come sponsor sulla maglia dell’Inter, qui indossata dal capitano Lautaro Martinez (Getty).

Chi calcola i costi sanitari e sociali e gli effetti sulle famiglie distrutte?

Particolarmente grave è l’attacco al ruolo di Regioni e Comuni nel regolamentare il gioco d’azzardo. In nome della libertà d’impresa, si lavora alla riduzione dei distanziometri, delle limitazioni d’orario, all’aumento dell’offerta e dei luoghi dove esercitarla. Una resa incondizionata dello Stato di fronte al potere delle lobby del gioco. Il rapporto lancia un disperato grido d’allarme: serve un’inversione di rotta immediata prima che interi territori vengano fagocitati dal vortice dell’azzardo. Sarebbe necessario un bilancio sociale che metta a confronto le entrate erariali con i costi sanitari e sociali, gli effetti sui bilanci familiari, la disgregazione del tessuto comunitario. Ma chi avrà il coraggio di sfidare la potente lobby del gioco? Chi si farà carico di proteggere le fasce più deboli della popolazione da questa piaga sociale ed economica? Il tempo scade e il silenzio complice della politica rischia di trasformare l’Italia in un immenso casinò a cielo aperto dove a perdere ovviamente saranno sempre e solo i più fragili.

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L’illusione della parità di genere: l’Inps smonta la propaganda pro-famiglia delle destre

Il XXIII Rapporto Annuale dell’Inps del 2024 delinea un quadro che smentisce le narrazioni ottimistiche della maggioranza governativa. Nonostante gli sforzi legislativi sbandierati con orgoglio dalla presidente del Consiglio il Paese continua a rappresentare un contesto ostile per le madri, costrette a barcamenarsi tra lavoro e famiglia in un sistema che non riconosce né valorizza il loro ruolo. I dati del rapporto evidenziano che non si tratta soltanto di una questione economica ma di un problema radicato nelle strutture profonde del mercato del lavoro, dove la disparità di genere è una costante difficilmente scalfibile.

Il mito infranto: occupazione femminile e maternità

A maggio 2024, il tasso di occupazione femminile era del 53,5%, ancora ben lontano dal 70,9% maschile. Queste cifre si traducono in una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e in una presenza concentrata in settori a bassa retribuzione, spesso legati a contratti temporanei o a tempo parziale. Le donne sono costrette a ridurre l’orario lavorativo o a scegliere lavori meno qualificati per conciliare le esigenze familiari, sacrificando così prospettive di carriera e stabilità economica.

L’analisi del rapporto evidenzia un dato allarmante: la nascita di un figlio rappresenta un evento cruciale per le carriere delle donne. Nei primi tre anni di vita del bambino, il 30% delle madri abbandona il lavoro o riduce drasticamente l’impegno professionale. Il congedo parentale, che nelle intenzioni dovrebbe favorire una ripartizione più equa delle responsabilità familiari, viene utilizzato quasi esclusivamente dalle donne, che nel 2023 hanno usufruito del 90% delle giornate complessive di congedo. Nonostante l’introduzione di un congedo obbligatorio di paternità retribuito al 100% per una durata di 10 giorni, l’adesione da parte dei padri resta bassa, con un take-up pari al 64,5%.

Questi numeri indicano un’asimmetria di fondo nelle politiche di conciliazione tra vita familiare e lavoro: le madri sono ancora le prime a fare un passo indietro sul piano professionale per far fronte alle esigenze familiari. Questa situazione è aggravata da un sistema di welfare frammentato e inefficace, che lascia scoperti molti dei bisogni fondamentali delle famiglie italiane. Anche il Bonus Asilo Nido, che nel 2023 ha raggiunto circa 480mila bambini, è percepito come insufficiente: copre solo in parte i costi di gestione della cura infantile, spingendo molte donne a preferire soluzioni casalinghe e riducendo ulteriormente le opportunità di impiego.

Un ulteriore elemento di criticità emerge dalla perdita salariale subita dalle madri nel periodo successivo alla nascita di un figlio. Il congedo di maternità, retribuito all’80%, copre solo parzialmente le esigenze economiche delle famiglie. Secondo le stime riportate nel Rapporto, se non fosse per il congedo, la perdita salariale nel primo anno di vita del bambino sarebbe vicina all’80% del reddito annuale della madre. L’incremento del valore del congedo parentale per una delle tre mensilità (elevato al 80% della retribuzione) ha portato a un lieve aumento delle richieste, ma la misura resta ancora lontana dal garantire un’adeguata tutela economica e sociale.

La retorica di un Paese che “accompagna le madri” si scontra con una realtà in cui le donne, una volta diventate madri, faticano a rientrare nel mercato del lavoro, vedendo compromessi non solo il proprio sviluppo professionale ma anche il contributo previdenziale per il futuro. Tutto questo genera un circolo vizioso che vede la povertà e la precarietà economica femminile aumentare, con ricadute pesanti anche sulle generazioni future.

Politiche insufficienti: il fallimento del welfare familiare

Nel quadro delle misure previste dal governo per sostenere la natalità e l’occupazione femminile, l’Assegno Unico e Universale (Auu) rappresenta uno dei principali strumenti di sostegno economico. Tuttavia, la misura, pur avendo raggiunto una copertura del 93% delle famiglie con figli nel 2023, non è sufficiente a risolvere il problema della denatalità e della difficoltà di conciliazione tra lavoro e vita privata. Le risorse stanziate per l’assegno – pari a 18 miliardi di euro nel 2023 – mostrano l’intenzione del governo di investire sulle famiglie, ma non affrontano la radice del problema: la mancanza di politiche strutturali che permettano alle madri di non dover scegliere tra lavoro e famiglia.

Anche sul fronte delle politiche aziendali, la situazione appare poco incoraggiante. Gli strumenti di flessibilità, come lo smart working, sono applicati in modo limitato e spesso non strutturato. Il risultato è che le madri continuano a essere costrette a sacrificare la propria carriera, vedendo così consolidarsi il divario salariale di genere. I dati INPS indicano che la differenza retributiva tra uomini e donne, già significativa prima della maternità, si amplia in modo drammatico dopo la nascita di un figlio. Il divario salariale, che nel 2023 si attesta a una media del 30%, è ancora più accentuato nelle regioni del Nord, dove le donne guadagnano circa il 35% in meno rispetto ai colleghi maschi.

Con buona pace della propaganda la realtà dimostra che l’Italia non è un Paese per madri. 

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Garante dei detenuti, scontro sull’ex funzionario del Dap scelto da Nordio. Il Pd all’attacco: “Nomina fuorilegge”

Il ministro Nordio ha trovato il suo uomo per vigilare sui diritti dei detenuti: Riccardo Turrini Vita, fresco di nomina come Garante nazionale. Un curriculum impeccabile, non c’è che dire. Vent’anni di onorato servizio nei meandri del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, culminati con la vicedirezione del Dipartimento per la giustizia minorile. Chi meglio di lui può conoscere le dinamiche carcerarie?

Certo, qualche malizioso potrebbe far notare che la legge prevede esplicitamente che il Garante non sia un dipendente pubblico. Ma si sa, le leggi in Italia si prestano alle più svariate interpretazioni. E quella data da Nordio è chiara: l’esperienza vale più della forma.

Nuovo garante dei detenuti, la legge è un’opinione: quando l’esperienza batte i requisiti

Il Partito Democratico parla di “palese incompatibilità” e di “nomina fuorilegge”. Magistratura Democratica solleva timidamente una “delicata questione di rispetto della legge”. Come se in Italia il rispetto della legge fosse mai stato un criterio per le nomine di alto livello.

L’Unione Camere Penali, con un tocco di ironia involontaria, ricorda che l’ufficio del Garante è ospitato proprio all’interno del Dap. Un dettaglio che rende la nomina ancora più appropriata: almeno il designato non dovrà chiedere indicazioni per trovare l’ufficio.

Nel frattempo, le carceri italiane continuano a essere un modello di efficienza. Il sovraffollamento in alcune strutture supera solo del 260% la capienza prevista. I suicidi tra i detenuti sono una costante rassicurante. E gli istituti minorili, grazie al “decreto Caivano”, hanno visto un aumento di presenze del 49%. Numeri che fanno dormire sonni tranquilli.

In questo contesto idilliaco, l’indipendenza e la terzietà del Garante sono ovviamente superflue. Perché mai dovremmo volere un occhio esterno e critico quando possiamo avere qualcuno che conosce il sistema dall’interno? Nordio deve aver pensato che distinguere tra il suo ruolo passato e quello futuro non è un problema e che cambiare prospettiva dopo decenni è un gioco da ragazzi.

Da guardiano alla ‘difesa’ dei detenuti

Il viceministro Sisto assicura che Turrini Vita ha “tutti i requisiti, le competenze e le capacità” per il ruolo. Non c’è motivo di diffidare del suo giudizio. Ma resta il fatto che la nomina voluta dal ministro riporta in auge una vecchia tradizione italiana: affidare il controllo a chi dovrebbe essere controllato. Una tradizione che in passato e in più di un’occasione non ha certo brillato per risultati.

Di certo, il nuovo Garante si troverà ad affrontare sfide non indifferenti. Dovrà vigilare su un sistema carcerario in cui il sovraffollamento è la norma, i suicidi sono quasi all’ordine del giorno e le condizioni di vita dei detenuti sono spesso al limite dell’umano.

Resta solo da capire se questa nomina porterà a quel cambiamento radicale di cui il sistema carcerario italiano ha disperatamente bisogno. E se chi di quel sistema ha fatto parte per molti anni si dimostrerà la persona giusta per farlo. Staremo a vedere.

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Spot al libro di Bocchino alla Galleria d’arte moderna

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Gnam), tempio della cultura italiana, è stata trasformata in un megafono per la propaganda di destra. Il pretesto? La presentazione del libro di Italo Bocchino, Perché l’Italia è di destra. Un titolo che suona come una sentenza, non come l’inizio di un dibattito.

Ma il vero inciampo si è palesato dietro le quinte. Alcuni dipendenti della Galleria hanno avuto l’ardire di esprimere dissenso, chiedendo l’annullamento dell’evento. La risposta Una repressione degna dei peggiori regimi. La direttrice, novella inquisitrice, ha prontamente segnalato i nomi dei “ribelli” al Ministero della Cultura. Un atto di pura intimidazione, un messaggio chiaro: chi dissente sarà punito.

La Gnam, un tempo santuario dell’arte, è diventata palcoscenico per celebrazioni di partito. Da Tolkien a Vito Cozzoli, passando per Bocchino. La Cgil grida allo scandalo. Ma il vero scandalo è che nel 2024 ci troviamo ancora a combattere battaglie che credevamo vinte decenni fa. La libertà d’espressione, fondamento di ogni democrazia, viene ridotta a un privilegio concesso solo a chi si allinea al pensiero dominante.

L’episodio non è un semplice campanello d’allarme: è la prova tangibile di un pericoloso scivolamento verso l’autoritarismo. La cultura da strumento di emancipazione rischia di diventare un’arma di propaganda nelle mani del potere. E noi, cittadini e lavoratori, siamo chiamati a resistere. Perché se l’Italia è davvero di destra, come proclama Bocchino, allora abbiamo il dovere morale di ricordarle cosa significhi veramente libertà e democrazia. 

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Il chiodo fisso di Salvini

Sono passate poche ore da quando il ministro ai Trasporti Matteo Salvini ha parlato di un operaio “di una ditta privata” che ha sbagliato a piantare un chiodo e quindi sarebbe il vero colpevole del tilt del traffico ferroviario di tre giorni fa. Attilio Franzini, uno degli operai che in subappalto martella i chiodi, ieri è morto investito dall’Intercity Roma-Trieste lungo la linea Bologna-Venezia, a ridosso della stazione di San Giorgio di Piano, nel Bolognese, intorno alle 4.30 di mattina.

Il ministro Salvini di fronte alle telecamere aveva annunciato tronfio di volere sapere in fretta “nomi e cognomi” dei colpevoli dei ritardi. Qualsiasi persona di buon senso ha provato un forte senso di disagio ascoltando un vice presidente del Consiglio che scaricava la colpa sull’ultimo degli operai del complesso e costoso sistema di trasporto nazionale di cui è a capo. 

Qualsiasi esperto di comunicazione politica avrebbe potuto consigliare al leader della Lega di smetterla una volta per tutte di fare il forte con i deboli per sottrarsi alle proprie responsabilità politiche. Anche perché in questa Italia i lavoratori deboli, gli ultimi della catena, sui binari troppo spesso muoiono. 

Non è un caso che Antonio Laganà, fratello di una delle vittime della strage di Brandizzo, avvenuta sui binari poco più di un anno fa, ieri sia sbottato confessando di avere sperato “che almeno Brandizzo fosse un punto di non ritorno” e che “le regole potessero cambiare”. E chi si occupa delle regole? Salvini, al di là dei chiodi. 

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Von der Leyen promette, la Corte dei Conti smentisce: il sostegno all’Ucraina è un miraggio

La Corte dei Conti europea ha recentemente pubblicato una relazione che mette in discussione l’efficacia e la fattibilità del programma industriale di difesa dell’Unione europea previsto dal bilancio europeo per il periodo 2025-2027. Il programma era stato presentato con enfasi dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen come garanzia di sostegno all’Ucraina. La promessa sembra vacillare sotto l’esame minuzioso della Corte.

Le falle del programma: budget inadeguato e governance confusa

La relazione sottolinea diverse criticità sostanziali. In primo luogo il budget stanziato di 1,5 miliardi di euro appare inadeguato rispetto agli ambiziosi obiettivi dichiarati. La Corte sottolinea esplicitamente il rischio: “le limitate risorse dell’Ue potrebbero essere disperse su un’ampia gamma di progetti che potrebbero non avere un impatto misurabile a livello dell’Ue”.

Un altro punto critico riguarda lo Strumento di Sostegno all’Ucraina. La Corte rileva una preoccupante mancanza di disposizioni specifiche per la sua attuazione. Il report afferma che “la proposta non stabilisce disposizioni specifiche relative all’attuazione dello Strumento di Sostegno all’Ucraina e applica disposizioni simili a quelle per gli Stati membri”. Questo approccio viene giudicato inadeguato, considerando “i diversi obiettivi, la fonte di finanziamento di bilancio, la base giuridica e l’elevato rischio di corruzione in Ucraina”. 

La tempistica stessa del programma solleva dubbi significativi. Con soli due anni di attuazione previsti (2026-2027), la Corte avverte che “per raccogliere tutti i benefici del sostegno di bilancio dell’Ue, la Commissione dovrebbe considerare di integrare l’EDIS con una strategia di finanziamento a lungo termine per l’EDTIB nell’ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale”. Questa osservazione mette in luce la mancanza di una visione a lungo termine nel programma.

La Corte dei Conti esprime inoltre preoccupazioni riguardo alla governance del programma. Il report sottolinea la complessità del quadro istituzionale esistente e avverte che “la Commissione e i colegislatori dovrebbero considerare il rischio di sovrapposizioni e sfide nella conduzione di valutazioni e audit derivanti da un quadro così complesso”.

Anche sul monitoraggio delle prestazioni la Corte rileva lacune significative. Il report afferma che “non abbiamo identificato indicatori di performance per riflettere specificamente gli obiettivi di promuovere l’interoperabilità e standardizzare i sistemi di difesa in tutta l’Ue”.

Tensioni diplomatiche: l’Ungheria ostacola gli aiuti all’Ucraina

Intanto il prossimo mercoledì 9 ottobre, gli ambasciatori dei ventisette Stati membri dovrebbero approvare la proposta della Commissione di fornire un prestito da 35 miliardi di euro all’Ucraina. Questo prestito dovrebbe essere rimborsato utilizzando i proventi degli attivi russi congelati, nell’ambito del più ampio prestito da 50 miliardi di dollari promesso a giugno dai leader del G7.

Ma non sarà facile. L’Ungheria ha confermato la sua intenzione di porre il veto a un testo legislativo considerato fondamentale per la partecipazione degli Stati Uniti al prestito del G7. Si tratta del prolungamento da 6 a 36 mesi della durata delle sanzioni dell’Ue che mantengono gli attivi russi immobilizzati.

Un diplomatico ha riferito al Mattinale europeo che “l’Ungheria ha detto di voler aspettare novembre e le elezioni americane. Non si muoverà”. Nonostante ciò, sembra che l’Ue sia determinata a procedere. Lo stesso diplomatico ha aggiunto: “Se non riusciremo a prolungare la durata delle sanzioni, non ci sarà la piena partecipazione degli Usa. Ma l’Ue farà da sola. L’Ucraina avrà i 35 miliardi di euro”.

Von der Leyen in favore di telecamera continua a rassicurare all’Ucraina “il massimo sostegno”. Nei fatti invece la presidente della Commissione dimostra – per l’ennesima volta – di non avere una politica estera davvero comune. 

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Governo contro se stesso: tassato il simbolo anti-ecologista

Tre miliardi e cento milioni da recuperare allineando le accise del diesel a quelle della benzina. Alla fine Giorgia Meloni ha dovuto cedere alle pressioni del suo ministro Giancarlo Giorgetti di fronte a una realtà che non si può piegare con l’abituale propaganda: servono soldi.

Così la presidente del Consiglio che inscenava in favore di telecamera azioni da Robin Hood all’amatriciana al distributore di benzina dicendosi «convinta che prima o poi riusciremo a fare un taglio strutturale delle accise» è costretta ad alzarle. Parimenti il ministro Salvini si rimangia «il taglio alle accise» che ripetutamente prometteva come nuovo contratto con gli italiani. 

Tre miliardi e cento milioni di euro che verrano scuciti dalle tasche degli automobilisti italiani con una nuova tassa infilata tra le pieghe. Eppure gli automobilisti con motore diesel sono i tipi perfetti per sostenere questo governo: sono quelli che esultano ogni volta che un’esponente della maggioranza si sollazza negando il cambiamento climatico, sono coloro che restano appesi alle braghe del ministro Urso quando fa la voce grossa a Bruxelles per rivendicare il diritto di inquinare con un bel motore scoreggiante, 

Quindi non solo il governo smentisce se stesso affidandosi a un fastidioso balzello com’è sempre accaduto fin qui, colpisce anche un motore che aveva elevato a simbolo dell’opposizione alla transizione ecologica, quasi un vessillo. 

Con questi non ci si può sentire al sicuro nemmeno abbracciandone le più strampalate teorie. 

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Inno alla giustizia fai da te nella Roma del Giubileo

Benvenuti nel Far West della Capitale, dove la legge del più forte si fa strada tra le pieghe di un tessuto sociale sempre più lacerato. L’ultimo episodio di questa saga western all’amatriciana ci porta in via Silicella, periferia sud-est di Roma, dove il presidente del Municipio VI, Nicola Franco di Fratelli d’Italia, ha deciso di indossare i panni dello sceriffo e chiamare a raccolta i suoi cittadini. L’obiettivo? Un centinaio di disperati, tra cui venti minori, che hanno osato cercare riparo in un albergo abbandonato. Il loro crimine? Essere poveri e senza casa in una città che si prepara al Giubileo come fosse un concorso di bellezza, dove la miseria va nascosta sotto il tappeto e i problemi sociali risolti a colpi di ruspa.

Franco non si è limitato a invocare lo sgombero: ha aizzato la folla, invitando i cittadini a “scendere in strada per cacciare gli occupanti”. Un invito alla giustizia fai da te che fa rabbrividire, ma che ben si sposa con il clima da stato di polizia che si respira in questi giorni, con il Ddl Sicurezza che promette di trasformare l’Italia in un grande laboratorio sulla legge e l’ordine. Ma la domanda sorge spontanea: è questa la soluzione? È questa la sicurezza, travestita da vendetta In questo scenario da basso impero, c’è chi sogna una città ripulita per il Giubileo, come se la povertà fosse polvere da nascondere sotto il tappeto. E allora, caro Franco, invece di giocare allo sceriffo, perché non provi a fare il presidente di Municipio che si occupa dei problemi anziché crearne di nuovi? Basterebbe una telefonata ai suoi colleghi di partito, no?

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Altro che Europa green, un altro anno per deforestare

No, non sarà un’Europa verde. L’Unione europea fa marcia indietro sulla lotta alla deforestazione globale. Il 2 ottobre 2024, la Commissione europea ha annunciato il rinvio di un anno dell’entrata in vigore del Regolamento Ue sulla deforestazione (Eudr), una normativa che avrebbe segnato una svolta epocale nella tutela delle foreste mondiali.

Il provvedimento, inizialmente previsto per il 30 dicembre 2025, mirava a vietare l’importazione nell’Ue di prodotti legati alla deforestazione, come caffè, cacao, soia, olio di palma, legno e carta. L’obiettivo era chiaro: arrestare il contributo europeo alla perdita di aree boschive nel mondo, un fenomeno che dal 1990 al 2020 ha causato la scomparsa di 420 milioni di ettari di foreste, secondo i dati della Fao.

La decisione di posticipare l’applicazione della legge al 30 dicembre 2026 per le grandi aziende e al 30 giugno 2027 per le piccole e micro imprese arriva dopo mesi di pressioni da parte di diversi Stati membri, industrie e partner commerciali internazionali. In prima linea tra i critici c’è la Germania, con il cancelliere Olaf Scholz che già a settembre aveva chiesto personalmente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen di sospendere il regolamento “fino a quando le questioni aperte sollevate non saranno chiarite”.

Le motivazioni addotte per giustificare il rinvio sono diverse: la complessità delle nuove regole, la necessità di più tempo per predisporre i sistemi di tracciabilità e due diligence, l’attesa di documenti tecnici da parte della Commissione per guidare l’attuazione. Ma dietro queste giustificazioni si cela una realtà più scomoda: l’Eudr avrebbe impattato su oltre 110 miliardi di dollari di commercio annuale, influenzando le economie di interi continenti.

La pressione dell’industria vince sulla protezione ambientale

Non sorprende quindi che anche dai Paesi extra-Ue siano arrivate critiche feroci. Il Brasile, nazione simbolo della deforestazione, ha bollato il provvedimento come “uno strumento unilaterale e punitivo che ignora le leggi nazionali sulla lotta alla deforestazione” e che contraddirebbe “il principio di sovranità”.

In questo coro di proteste si è inserita anche l’Italia, con una voce autorevole del settore del caffè. Andrea Illy, presidente di Illycaffè, pur definendo il progetto “nobile”, ne ha criticato l’esecuzione “troppo frettolosa”. Secondo l’imprenditore, la messa in opera della norma sarebbe “estremamente onerosa, soprattutto per i Paesi esportatori, che devono fornire le coordinate geografiche e necessitano di tecnologie e costi operativi fuori dalla loro portata economica”.

Ovviamente questo passo indietro solleva interrogativi sulla reale determinazione dell’Ue nel perseguire gli obiettivi del Green Deal. La decisione arriva infatti pochi giorni dopo un altro cedimento alle pressioni dell’industria: l’accordo tra gli Stati membri per declassare la protezione dei lupi in Europa.

Il Green Deal in bilico: l’UE vacilla sui suoi impegni

Il presidente del Partito Popolare Europeo (Ppe), Manfred Weber, ha immediatamente rivendicato il merito di questo dietrofront, dichiarando: “Sono lieto che Ursula von der Leyen abbia seguito la mia iniziativa”. Una affermazione che getta più di un’ombra sulle reali motivazioni dietro questa decisione, suggerendo che considerazioni politiche e pressioni industriali possano aver avuto un peso maggiore rispetto alle preoccupazioni ambientali.

Le reazioni degli ambientalisti non si sono fatte attendere. L’eurodeputata tedesca Delara Burkhardt ha accusato von der Leyen di “minare il Green Deal” prima ancora di iniziare il suo secondo mandato. Virginijus Sinkevičius, ex Commissario per l’Ambiente diventato eurodeputato dei Verdi, ha definito il ritardo “un passo indietro nella lotta al cambiamento climatico” che “danneggia la nostra credibilità sugli impegni climatici”.

Il rinvio dell’Eudr rappresenta un chiaro segnale di come l’Unione europea, di fronte alle sfide economiche e alle pressioni internazionali, sia disposta a mettere in secondo piano le proprie ambizioni ambientali. Il secondo mandato di von der Leyen è sempre meno verde. 

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