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Vietato parlare di guerra, war washing su Israele

“Invasione limitata in Libano”, ha scritto il Corriere della sera spiegandoci che “il governo di Israele ha votato sì alle incursioni”. Gli oltre 11 mila bambini uccisi a Gaza e le oltre 6 mila donne vittime delle bombe e dei proiettili israeliani avrebbero da ridire sull’uso della parola incursione, probabilmente, se potessero ancora parlare.

Anche Repubblica ha titolato con “incursioni in Libano” con un sottotitolo notevole: “Washington: le operazioni saranno limitate. Biden chiede una tregua”. Il lettore potrà comprendere che gli Usa hanno chiesto una tregua con la mano destra e hanno assicurato che la guerra sarà “limitata” con la sinistra. Quindi Biden dovrebbe chiedere una tregua a se stesso, sostanzialmente.

Il Maessaggero titola “Israele entra in Libano”, immaginando un distinto signore che ha suonato al campanello del Libano chiedendo di poter salire un secondo per lasciare sul tavolo un paio di cose. Erano bombe. Nell’occhiello si legge che i militari italiani sono “in allarme”: si vede che non leggono i giornali italiani.

Il Giornale, quotidiano che in questi anni ci ha abituato a prime pagine fragorose e spesso iperboliche, ieri deve avere ingerito una dose di bromuro: “Blitz degli israeliani in Libano”. Sembra la cronaca di un abigeato.

Un bel pezzo della stampa italiana è campionessa di war washing, professionista dell’imbellettamento della guerra come legittima difesa o esportazione di democrazia o difesa dei valori occidentali o democratica incursione o chirurgica operazione o azione contro il terrorismo o riequilibrio internazionale o invasione obbligata o difesa dei confini. L’importante è non chiamarla guerra e riuscire ad avere lo stomaco per non vedere le vittime.

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La Politica agricola (verde) europea è una barzelletta: la Corte dei conti Ue smonta le ambizioni climatiche

La nuova Politica Agricola Comune dell’Unione europea (Pac), quella che doveva essere “più verde”, è in realtà poco più di un’operazione di facciata. A dirlo non sono gli ambientalisti o i soliti guastafeste ma la Corte dei conti europea in una relazione che fa a pezzi i piani nazionali della Pac 2023-2027.

Il rapporto è impietoso: nonostante le roboanti dichiarazioni di intenti, i piani degli Stati membri “non sono all’altezza delle ambizioni dell’Ue in materia di clima e ambiente”. In altre parole, la montagna ha partorito il topolino.

La Corte non usa mezzi termini nel bocciare l’approccio degli Stati: “Nel complesso, i piani approvati sono più ecologici, ma non in modo significativo”. Una frase che suona come una sentenza di condanna per chi aveva promesso una svolta verde nella politica agricola europea.

Scappatoie e bluff: la Pac verde si sgretola

Ma vediamo nel dettaglio cosa non ha funzionato. Innanzitutto, gli Stati hanno fatto ampio uso delle scappatoie concesse dal regolamento. La Corte rileva che “tutti gli Stati membri si sono avvalsi delle disposizioni del regolamento sui piani strategici della Pac per ridurre l’applicabilità di alcuni obblighi o per ritardarne l’applicazione”. Un esempio? Ben 16 paesi hanno rinviato al 2024 o 2025 l’obbligo di proteggere le torbiere e le zone umide, fondamentali per l’assorbimento di CO2.

Non solo. I famosi “regimi ecologici”, il fiore all’occhiello della nuova PAC, si sono rivelati in molti casi un bluff. In Irlanda e Francia, nota la Corte, “i regimi ecologici costituivano per lo più un proseguimento di pratiche agricole verdi esistenti”. Tradotto: soldi pubblici per continuare a fare quello che si faceva già.

Ma il problema più grave è un altro: l’assenza di obiettivi chiari e misurabili. La Corte è lapidaria: “La Commissione non ha potuto misurare la portata del contributo dei piani al conseguimento degli obiettivi del Green Deal”. In pratica, non sappiamo se e quanto questi piani contribuiranno davvero agli obiettivi climatici dell’Ue.

E non finisce qui. La relazione sottolinea che “il conseguimento dei valori-obiettivo del Green Deal dipende in larga misura da azioni esterne alla Pac”. Come dire: la politica agricola, da sola, non basta nemmeno lontanamente a centrare gli obiettivi ambientali. Persino l’unico target quantificabile, quello sull’agricoltura biologica, sembra irraggiungibile. La Corte osserva che “l’obiettivo del Green Deal di destinare il 25% dei terreni all’agricoltura biologica entro il 2030 sembra piuttosto difficile da conseguire”.

Politica agricola Ue, un monitoraggio inefficace e requisiti annacquati

Il colpo di grazia arriva quando si parla di monitoraggio e valutazione. Il nuovo sistema, secondo la Corte, “è privo di elementi chiave per valutare la performance verde della PAC”. Gli indicatori sono vaghi e spesso misurano solo le “realizzazioni” (quanti ettari, quanti animali) e non i risultati effettivi in termini ambientali.

Come se non bastasse, in risposta alle proteste degli agricoltori, l’Ue ha ulteriormente annacquato i già blandi requisiti ambientali. La Corte nota che “se da un lato tali modifiche rendono più facile per gli agricoltori soddisfare i requisiti di condizionalità, dall’altro generano minori benefici ambientali e climatici”.

Insomma, un fallimento su tutta la linea. La tanto sbandierata Pac verde si rivela poco più di un’operazione di greenwashing, con obiettivi vaghi, controlli insufficienti e troppe scappatoie per gli Stati membri. La Corte chiude con alcune raccomandazioni, tra cui “promuovere gli scambi di buone pratiche verdi nei piani” e “rafforzare il futuro quadro di monitoraggio della Pac per il clima e l’ambiente”. Ma suona quasi come un’utopia, visto il quadro desolante emerso dall’analisi.

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Già traballa il commissario greco, altra rogna per la squadra di Ursula

Un’e-mail inviata ai vertici delle istituzioni europee potrebbe complicare l’audizione del candidato commissario greco per il portafoglio dei trasporti, Apostolos Tzitzikostas. Lo rivela Euractiv, che ha avuto accesso al contenuto della missiva.

L’e-mail, indirizzata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e al commissario per la giustizia dell’Ue Didier Reynders, è stata inviata da Maria Karystianou, rappresentante dei genitori delle vittime dell’incidente ferroviario di Tempi.

I fatti: nel 2023, 57 persone, principalmente giovani, persero la vita in quello che è considerato l’incidente ferroviario più mortale in Europa, avvenuto a Tempi, nella Grecia centrale. Da allora, il caso è sotto i riflettori nazionali e l’indagine giudiziaria per determinare le responsabilità procede lentamente.

L’ombra di Tempi si allunga su Bruxelles

Karystianou, una pediatra che ha già parlato due volte in Parlamento, chiede ai leader dell’Ue di riconsiderare la candidatura proposta dal primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. La sua preoccupazione si basa sul fatto che il governo greco, secondo lei, ha fallito nel settore della sicurezza dei trasporti nel proprio paese.

L’e-mail fa riferimento a problemi di lunga data nel settore ferroviario greco, citando violazioni della sicurezza e sottoinvestimenti che hanno contribuito a ripetuti incidenti. Karystianou menziona il “contratto 717”, un progetto finanziato dall’Ue firmato nel 2014 per l’aggiornamento del sistema di segnalazione e del telecomando sui treni greci. Gli esperti hanno suggerito che l’incidente di Tempi avrebbe potuto essere evitato se i sistemi fossero stati operativi.

La questione ha attirato l’attenzione anche di Laura Kövesi, procuratore capo dell’Ue, che aveva già avviato un’indagine sul “contratto 717” prima dell’incidente. Kövesi ha pubblicamente dichiarato che le autorità greche hanno ostacolato la sua indagine e ha inviato una lettera alla Commissione europea riguardo a una disposizione nella costituzione greca che fornisce ai politici l’immunità dalle accuse.

Karystianou sottolinea nella sua e-mail che, dopo l’incidente, il primo ministro Mitsotakis ha dichiarato che “tutto” dimostrava che l’incidente era stato causato da un “errore umano”, ancora prima che qualsiasi indagine fosse iniziata. Afferma inoltre che le autorità hanno cercato di far sparire le prove dal luogo dell’incidente, inclusi resti umani e prove chimiche.

Doppia rappresentanza greca: un conflitto d’interessi?

La lettera solleva anche preoccupazioni sulla doppia rappresentanza greca nel settore dei trasporti dell’Ue. Oltre alla candidatura di Tzitzikostas come commissario, il partito al governo Nuova Democrazia (EPP) ha eletto l’eurodeputata Eliza Vozemberg come presidente della commissione trasporti del Parlamento europeo (TRAN). La stessa commissione che dovrebbe esaminare il candidato commissario greco.

Euractiv riporta che la commissione Juris del Parlamento europeo – che esamina i potenziali conflitti di interesse dei candidati commissari – non può emettere un parere sulla doppia rappresentanza perché si concentra sull’aspetto finanziario dei potenziali conflitti.

Tzitzikostas, attualmente governatore della regione greca della Macedonia centrale, non ha avuto un coinvolgimento diretto nell’incidente di Tempi, ma la sua candidatura è ora sotto esame a causa delle preoccupazioni sollevate sulla gestione della sicurezza dei trasporti in Grecia.

L’audizione di Tzitzikostas al Parlamento europeo, prevista nelle prossime settimane, potrebbe quindi affrontare queste questioni. La risposta delle istituzioni europee a questa e-mail e alle preoccupazioni sollevate potrebbe influenzare non solo la nomina di Tzitzikostas, ma anche la percezione pubblica del processo di selezione dei commissari europei.

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Il divano della vergogna: spettatori inerti di fronte all’apocalisse

Quando ci chiederanno di questo tempo – perché ce lo chiederanno, eccome – in cui il nichilismo bellico ha inondato il sentimento pubblico non avremo grandi risposte.

Ci accuseranno – perché ci accuseranno, eccome – di avere assistito a una guerra mondiale alle porte dei nostri appartamenti e noi seduti sul divano ad osservare un criminale di guerra che si mangia i Paesi vicini appoggiato dalla prima potenza al mondo guidata da un presidente – Joe Biden – ritenuto inadatto alla ricandidatura.

Ci chiederanno come abbiamo potuto ritenere che la legittima difesa possa declinarsi nell’annientamento di un intero popolo, a Gaza. Ci chiederanno come politica e stampa possano avere definito “chirurgico” una caccia ai terroristi che ha spianato scuole, ospedali e sostentamenti vitali.

Ci chiederanno come abbiamo fatto a rimanere inerti di fronte all’invasione di un Paese, il Libano, mentre le macerie di Gaza sono ancora calde di corpi. Ci chiederanno se davvero abbiamo ritenuto credibile che si possa invadere “ma poco” un Paese foderandolo di bombe.

Quando il tempo ristabilirà le responsabilità del criminale di guerra Benjamin Netanyahu, verrà giudicato dalla storia (e non dal flebile soffio dei tribunali e degli organi internazionali), verranno a galla i suoi complici internazionali che per calcolo politico o per vigliaccheria gli hanno coperto le spalle. 

Quando si poserà la furia bellicista – ci vorranno anni – ci si renderà conto che la frase «eh, ma il 7 ottobre» o la favola della «liberazione degli ostaggi» (ultimo dei pensieri del premier israeliano) suoneranno come una tragica barzelletta.

Buon martedì. 

Nella foto: bombardamenti israeliani nel sud del Libano, 20 settembre 2024 (wikipedia)

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Fondi dell’Unione europea usati per il partito, Le Pen a processo

La giustizia francese si prepara a mettere sotto i riflettori la leader dell’estrema destra Marine Le Pen, in un processo che promette di essere spettacolare nel senso più greve dl termine. La protagonista, accompagnata da un cast di tutto rispetto composto da figure di spicco del Rassemblement National, si troverà a recitare la parte dell’imputata in un’aula di tribunale parigino, accusata di aver orchestrato un elaborato schema di frode ai danni del Parlamento Europeo.

Il copione? Un classico: soldi pubblici usati per finanziare carriere private. L’accusa sostiene che Le Pen e i suoi compari abbiano trasformato il Parlamento Europeo in un bancomat personale, assumendo assistenti parlamentari che, guarda caso, lavoravano esclusivamente per il partito. Una sorta di “Prendi i soldi e scappa” in salsa europea, con la differenza che qui nessuno è scappato, almeno per ora.

Il prezzo della gloria: i rischi di una condanna

Le cifre in ballo farebbero impallidire persino i contabili più creativi: si parla di circa 3 milioni di euro sottratti dalle casse dell’Ue. Una somma che, ironia della sorte, potrebbe costare a Le Pen molto più di quanto valga. Se condannata, rischia fino a 10 anni di reclusione, una multa da 1 milione di euro e, ciliegina sulla torta, l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Un tris che metterebbe ko le sue ambizioni presidenziali per il 2027, anno in cui sperava di coronare il suo sogno di diventare la prima donna presidente della Repubblica francese.

Ma Le Pen, da canto suo, non si lascia intimidire. Ha già annunciato che sarà presente in aula “il più possibile”, quasi fosse un’opportunità di campagna elettorale fuori stagione. D’altronde, chi meglio di un’ex avvocatessa potrebbe difendersi in un processo? Sarà come tornare alle origini, ha dichiarato un suo fedelissimo, dimenticando forse che questa volta il banco degli imputati non è esattamente la posizione migliore per arringare.

Il processo, che si protrarrà fino al 27 novembre, promette colpi di scena degni delle migliori serie TV. Tra i co-imputati figura anche il padre di Marine, Jean-Marie Le Pen, patriarca novantaseienne del partito, che però non si presenterà in aula per motivi di salute. Una assenza che priva il pubblico di quello che sarebbe stato un confronto generazionale degno di un dramma shakespeariano.

Dalla persecuzione al martirio: la strategia difensiva del Rassemblement National

Ma il vero spettacolo potrebbe essere fuori dall’aula. Il Rassemblement National, fedele alla sua retorica anti-establishment, ha già etichettato l’intera vicenda come una “persecuzione” politica, un complotto ordito dal sistema per fermare l’ascesa inarrestabile di Le Pen. Una narrazione che, paradossalmente, potrebbe rafforzare il sostegno dei suoi elettori, sempre pronti a vedere complotti dietro ogni angolo.

E qui sta il genio perverso della situazione: in un’epoca in cui la vittimizzazione paga più dei dividendi in borsa, essere sotto processo potrebbe rivelarsi un’accelerazione elettorale inaspettato. Le Pen potrebbe uscire dal tribunale più forte di prima, indipendentemente dal verdetto. Se assolta, griderà al trionfo della giustizia. Se condannata, al martirio politico.

Intanto, all’orizzonte si profila già l’ombra di Jordan Bardella, il giovane delfino di Le Pen, pronto a raccogliere lo scettro del partito in caso di condanna della sua mentore. A soli 29 anni, Bardella rappresenta il futuro dell’estrema destra francese, un futuro che potrebbe arrivare prima del previsto se Le Pen dovesse inciampare nelle aule di giustizia.

In tutto questo, l’ironia della sorte vuole che proprio l’Unione Europea, tanto vituperata da Le Pen, possa essere l’artefice della sua caduta. Gli stessi fondi europei che il suo partito ha sempre criticato potrebbero rivelarsi il tallone d’Achille della sua carriera politica.

La narrazione del martirio giudiziario, che qui da noi interpreta Salvini, è solo all’inizio. 

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La siccità spiegata da Lollo, ma lo smentiscono tutti

L’attuale ministro nonché ex cognato (di Fratelli) d’Italia Francesco Lollobrigida sabato a Siracusa ci ha spiegato che “la siccità non è una emergenza, è un fenomeno ciclico. Il problema – ha detto il ministro – è che le infrastrutture che sono state dimenticate e non realizzate negli anni hanno impedito di tenerci l’acqua piovuta in questi anni. Insomma, – ha aggiunto – è mancata una strategia seria, non solo in Sicilia ma in tutta Italia. Dobbiamo recuperare le acque reflue”. In un documento della Commissione europea si legge che a “causa dei cambiamenti climatici, molte regioni europee devono già far fronte a siccità più frequenti, gravi e prolungate” e che “con un aumento della temperatura media globale di 3ºC, gli episodi di siccità potrebbero diventare due volte più frequenti e le perdite annuali assolute dovute alla siccità in Europa aumentare a 40 miliardi di euro l’anno, con gli impatti più gravi nelle regioni del Mediterraneo e dell’Atlantico”.

Il rapporto Onu in occasione della Cop 28 del dicembre dell’anno scorso spiega che “la siccità aggravata dal riscaldamento globale è un’emergenza senza precedenti su scala planetaria, che porta a penuria di cibo e carestia” aggiungendo che “mentre altri impatti climatici come le ondate di caldo, gli incendi e le inondazioni spesso occupano i titoli dei giornali, la siccità è per lo più un disastro silenzioso”. Persino Enel scrive a proposito di siccità che “purtroppo, questa non è una condizione eccezionale, quanto il segno di una tendenza del cambiamento climatico globale in atto, con conseguenze anche sul fronte energetico”. Forse la vera emergenza è avere un ministro così.

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Milano, la Champions League della malavita: ultras arrestati tra estorsioni e spaccio

La malavita organizzata e il tifo calcistico: un binomio che si ripete ciclicamente nella cronaca italiana. L’operazione condotta questa mattina dalla Procura di Milano ne è l’ennesima conferma, svelando ancora una volta gli intrecci tra criminalità e curve degli stadi.

Diciotto arresti hanno decapitato i vertici delle tifoserie organizzate di Inter e Milan. L’indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Milano e dalla Guardia di Finanza, ha fatto emergere un sistema consolidato di estorsioni, violenze e affari illeciti gravitanti attorno al mondo del calcio. Dalla vendita dei biglietti al controllo dei parcheggi, passando per il merchandising e la gestione dei punti ristoro allo stadio: nulla sfuggiva al controllo delle organizzazioni criminali infiltrate nelle curve.

Le mani della ‘ndrangheta sulle curve: il sistema criminale svelato

Nel caso degli ultras interisti, l’accusa è di associazione a delinquere con l’aggravante di aver favorito la cosca di ‘ndrangheta dei Bellocco. Tra gli arrestati figurano Andrea Beretta, Marco Ferdico, Renato Bosetti, Matteo “Chuck” Norrito e Mauro Nepi. Le indagini hanno rivelato come il gruppo avesse il controllo totale sulle attività economiche legate alla curva, ottenuto attraverso minacce ed estorsioni.

Particolarmente rilevante il ruolo di Antonio Bellocco, rampollo dell’omonima cosca calabrese, ucciso un mese fa in un regolamento di conti interno alla curva interista. Secondo gli investigatori, Bellocco aveva acquisito un potere crescente all’interno della tifoseria, fino allo scontro mortale con Andrea Beretta fuori da una palestra a Cernusco sul Naviglio.

Le intercettazioni hanno rivelato l’esistenza di un “patto di non belligeranza” tra le due tifoserie, finalizzato alla spartizione degli affari illeciti. In una conversazione, Luca Lucci, capo ultras del Milan, discute con Fedez (a quanto risulta non indagato, ndr) della possibilità di distribuire la bevanda energetica del rapper allo stadio: “Dovrei parlare con il responsabile che c’ha tutti i bar dentro allo stadio, che lo conosco bene!! Eh… è una persona perbenissimo… guarda, con i bar mi posso muovere eeh… già in settimana mi muovo!”.

Violenza e affari: il lato oscuro del tifo organizzato

L’indagine ha anche fatto luce su episodi di violenza, come il pestaggio del personal trainer Cristian Iovino, avvenuto nell’aprile 2024. Secondo le ricostruzioni, l’aggressione sarebbe stata compiuta da un gruppo di ultras milanisti, tra cui Christian Rosiello e Islam Hagag, bodyguard di Fedez. Un testimone ha riferito di aver sentito la frase: “Chiedi scusa…devi chiedere scusa, noi torniamo e ti ficchiamo una pallottola in testa…”.

Per quanto riguarda la curva del Milan, l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata a estorsioni, aggressioni e resistenza. Tra gli arrestati figurano Luca Lucci, suo fratello Francesco, Christian Rosiello, Alessandro “Shrek” Sticco, Fabiano Capuzzo e Islam “Alex Cologno” Hagag. Il gruppo è accusato di aver gestito con metodi violenti il controllo della curva e delle attività economiche ad essa collegate.

Luca Lucci, già noto alle cronache per precedenti arresti legati al traffico di droga, emerge come figura centrale dell’organizzazione. Le intercettazioni lo ritraggono mentre discute di affari illeciti usando il nickname “Belva Italia” su chat criptate. In una conversazione, Lucci parla della possibilità di rilevare la discoteca Old Fashion con Fedez: “Come introduco la tua figura”, chiede il rapper, al che Lucci risponde: “Non la introduci”.

Dalla curva alla città: l’infiltrazione criminale oltre lo stadio

L’indagine ha anche rivelato l’esistenza di una rete di attività commerciali, come barberie e negozi di tatuaggi, utilizzate come copertura e per il riciclaggio di denaro. La “Kobayashi srl”, società di Lucci per l’organizzazione di eventi, viene indicata come uno dei veicoli per gli affari illeciti del gruppo.

Gli investigatori hanno documentato diversi episodi di violenza, come l’aggressione a un tifoso a Motta Visconti nell’aprile 2024, con tanto di filmato del pestaggio. Un altro incidente violento è avvenuto dopo una partita Milan-Cagliari, quando un giovane romeno è stato ferito a coltellate.

L’ordinanza del gip Domenico Santoro descrive San Siro come una “terra sottratta al controllo di legalità”, dove il sodalizio criminale “muove gli uomini per gli scontri violenti, determina la rarefazione delle forme di contrasto, creando le condizioni per il successivo controllo di ogni iniziativa economica che allo stadio sia connessa”.

Le indagini hanno anche fatto emergere i legami tra le curve e figure di spicco della criminalità organizzata. Oltre al già citato Antonio Bellocco, viene menzionato Pino Caminiti, calabrese di Taurianova, descritto come vicino allo ‘ndranghetista Giuseppe “Dutturicchiu” Calabrò e ai Fidanzati, famiglia di Cosa Nostra.

L’inchiesta ha rivelato come il controllo delle curve fosse anche un affare economico di notevole portata. Gli introiti derivanti dalla vendita di biglietti, dal merchandising e dal controllo dei parcheggi ammontavano a cifre considerevoli. In un’intercettazione, si fa riferimento a un accordo tra le due curve per la spartizione al 50% degli introiti legati alle partite di Champions League, indipendentemente da quale squadra si qualificasse per la finale.

Torna al centro del dibattito anche la legittimazione del tifo criminale di personaggi pubblici. Il caso più eclatante è quello di Matteo Salvini, immortalato nel 2018 in una stretta di mano con Luca Lucci durante una festa per i 50 anni della Curva Sud. Nonostante le successive smentite di legami personali, l’episodio ha sollevato interrogativi sul rapporto tra politica e ambienti ultras.

L’operazione ha rivelato una complessa rete di relazioni che si estendeva ben oltre il mondo del calcio. Le intercettazioni hanno documentato contatti con figure del mondo dello spettacolo, della politica e dell’imprenditoria, mostrando come l’influenza dei gruppi ultras si estendesse in diversi ambiti della società.

Un aspetto particolarmente inquietante emerso dall’inchiesta è il livello di omertà che circondava le attività delle curve. Il gip Santoro ha sottolineato come questa omertà fosse “paragonabile a quella che le organizzazioni di tipo mafioso sono in grado di ingenerare nel territorio dalle stesse controllato”.

L’indagine ha anche fatto luce sulle dinamiche interne alle curve, caratterizzate da lotte di potere e repentini cambi al vertice. Nel caso della curva interista, ad esempio, è emerso come dopo l’omicidio di Vittorio Boiocchi nel 2022 si sia scatenata una “guerra” per la successione, che ha portato all’espulsione del gruppo degli “Irriducibili” guidati da Domenico Bosa.

Le attività illecite non si limitavano al contesto dello stadio. L’inchiesta ha rivelato come i gruppi ultras fossero coinvolti in traffici di droga su larga scala. In particolare, Luca Lucci è accusato di aver gestito importazioni di hashish e marijuana dal Marocco, con carichi bisettimanali di cinquanta chili, e di aver tentato di importare una partita di dieci chili di cocaina dal Brasile.

L’ordinanza descrive in dettaglio il modus operandi dei gruppi criminali, che utilizzavano software di crittografia come Encrochat per comunicare e pianificare le attività illecite. Questo livello di sofisticazione tecnologica ha reso particolarmente complesse le indagini, richiedendo l’impiego di tecniche investigative avanzate.

L’operazione di oggi rappresenta un duro colpo alle organizzazioni criminali che controllavano le curve di San Siro, ma gli investigatori sono consapevoli che il fenomeno è profondamente radicato e richiederà un impegno continuo per essere definitivamente sradicato.

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Camerati d’Europa uniti a Verona: il raduno che l’Italia finge di non vedere

Come racconta per La Stampa Andrea Palladino nel Paese in cui non dovrebbe esistere nessun pericolo fascismo si sono radunati nei giorni scorsi i neonazisti provenienti da tutto il mondo per commemorare il fondatore della rete neonazista Blood and Honour (B&H).

A Sona, in provincia di Verona, in un’area agricola si son esibiti i Gesta Bellica, famosi per una canzone dedicata al boia nazista delle Fosse Ardeatine Eric Priebke. Il ritornello della canzone fa così: “Lui non risponde alle vostre menzogne / Lui non si spiega non lo farà mai / La sua fedeltà è più forte del Fuoco / Liberate il capitano!”.

“Mille camerati, venuti da tutta Europa / Sono qui con me, sacrificando la propria vita” è invece il ritornello di un’altra canzone che fa riferimento alla Waffen-SS, la legione straniera del corpo di élite di Adolf Hitler, con lui nel bunker di Berlino. 

La scelta di Verona non è casuale. Nella città veneta proliferano i gruppi musicali di estrazione nazista sotto l’ala protettrice del Veneto Fronte Skinheads, che qui in Italia viene allegramente tollerato come un pittoresco gruppo di nostalgici. 

Collegati ala rete internazionale ci sono circoli tranquillamente aperti come quello del movimento “Dodici raggi” di Arzate, dove sul bancone del bar appare una svastica in ferro. L’antisemitismo come bandiera, il nazismo come ispirazione e ovviamente il ritorno del fascismo come aspirazione. 

Di quell’incontro non ne ha scritto quasi nessuno. Non ne ha dibattuto politicamente nessuno. Palladino scrive che un’auto delle forze dell’ordine vigilava all’esterno del concerto. 

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Il popolo parla ma nessuno lassù lo ascolta

Perché la disuguaglianza sia un tema poco appetibile per giornali e discussione politica è facilmente comprensibile: un Paese diseguale è il fallimento generale della sua classe dirigente – non solo politica – nei confronti della Costituzione. 

Sarà per questo che è passata molto sotto traccia l’indagine dell’Istituto Demopolis per Oxfam che racconta come l’85% degli italiani ritenga iniquo il nostro sistema fiscale e come il 71% ritenga che le disuguaglianze in Italia sono aumentate negli ultimi 5 anni. Disuguaglianze di natura per lo più economica ma anche di accesso ai servizi, soprattutto quelli sanitari, specifica il rapporto. 

Del resto la maggioranza assoluta ricorda anche quanto pesino i divari nelle opportunità di accesso al mondo del lavoro (55%) e nelle disponibilità patrimoniali (51%). 

Dalla rilevazione emerge inoltre con chiarezza la consapevolezza dei cittadini sugli impatti negativi delle disuguaglianze in termini di affievolimento della vita democratica (71%), ostacolo alla crescita economica (79%), sfaldamento della coesione sociale (86%) e fioche prospettive di futuro per le nuove generazioni (86%).   
Le percentuali evidenziate dal sondaggio sono ben diverse dalle proporzioni abituali su temi divisivi per sentimento politico. Quell’80% degli italiani significa che l’iniquità percepita non sia roba di destra o di sinistra. Che 7 cittadini su 10 siano d’accordo con una tassa patrimoniale significa che “l’esproprio proletario” lo vedono solo certi miopi dirigenti di partito. Facile tirare le somme. 

Buon lunedì. 

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L’emergenza dimenticata dei Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose – Lettera43

Nel 2023 nove enti sono stati commissariati per questo motivo. E in tutto erano 33 le realtà sotto una gestione amministrativa non scelta dai cittadini. Situazioni in cui la democrazia è sospesa. Ma che non fanno più notizia né suscitano indignazione. E l’indifferenza è il favore più grande che si possa fare alla criminalità organizzata.

L’emergenza dimenticata dei Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose

In un’Italia che si dibatte tra mille emergenze ce n’è una che passa sistematicamente sotto silenzio: lo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose. Un fenomeno che rappresenta un allarme democratico che corrode le fondamenta stesse dello Stato di diritto. Nel 2023 nove Comuni italiani sono stati commissariati per infiltrazioni mafiose. Un numero che, preso isolatamente, potrebbe sembrare rassicurante, essendo il più basso dal 2016. Ma fermarsi a questa cifra sarebbe un errore. La realtà, infatti, è ben più complessa e preoccupante.

La durata media di questi commissariamenti è di 26 mesi

Nel corso dello stesso anno, come sottolinea un recente report di Openpolis, erano 33 i Comuni sotto gestione commissariale. Questo significa che in 33 realtà locali italiane la democrazia era di fatto sospesa. Luoghi in cui non erano i cittadini a scegliere i loro rappresentanti, ma commissari nominati dallo Stato a gestire l’amministrazione. La durata media di questi commissariamenti è di 26 mesi, oltre i 18 mesi previsti dalla legge, con una possibile proroga fino a 24. In pratica per più di due anni i cittadini di questi Comuni hanno vissuto (o ancora vivono) in una sorta di limbo democratico, privati del diritto fondamentale di scegliere da chi essere governati.

Non solo al Sud: le mafie hanno da tempo varcato il Rubicone

La distribuzione geografica di questo fenomeno racconta una storia che molti preferirebbero non sentire. La Calabria guida la triste classifica con 10 Comuni commissariati, seguita da Campania, Puglia e Sicilia con sette ciascuna. Un quadro che sembrerebbe confermare il vecchio stereotipo di un Sud in balìa della criminalità organizzata. Si tratta però di un’altra lettura superficiale. Negli anni passati, infatti, casi di commissariamento sono stati registrati anche in regioni insospettabili del Nord, come Valle d’Aosta, Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. Un dato che dimostra come le mafie abbiano da tempo varcato il Rubicone, infiltrandosi capillarmente in tutto il tessuto nazionale.

Solo piccole realtà? No, c’è Foggia che ha oltre 150 mila abitanti

Sarebbe un altro sbaglio pensare che il problema riguardi solo piccoli centri sperduti. Certo, la maggior parte dei Comuni coinvolti ha meno di 50 mila abitanti, ma non mancano casi di città più grandi. Foggia, capoluogo di provincia con oltre 150 mila cittadini, è stata governata da un commissario per 27 mesi. Un caso che dimostra come le mafie non si facciano problemi a puntare anche a prede più grosse e visibili. L’andamento storico del fenomeno racconta di un problema tutt’altro che risolto. Nel 1991, quando la legge introdusse la possibilità di sciogliere i Comuni per infiltrazioni mafiose, si registrarono 21 casi. Il picco si raggiunse nel 1993 con 34 Comuni sciolti. Negli anni successivi, il numero è oscillato notevolmente: si è passati dai tre episodi del 1995 ai 24 del 2012, con nuovi picchi di 23 nel 2018 e 21 nel 2017 e nel 2019. Questa ciclicità suggerisce che le organizzazioni criminali si adattano, trovando sempre nuove strategie per infiltrarsi nelle amministrazioni locali.

L'emergenza dimenticata dei Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose
La città di Foggia (Getty).

Il vero pericolo è quello dell’indifferenza generale

Lo scioglimento di un Comune non è un atto indolore. Comporta la sospensione degli organi elettivi e la nomina di una commissione straordinaria che gestisce l’ente per un periodo che, come abbiamo visto, supera spesso i due anni. Il commissariamento spesso porta a un rallentamento dell’attività amministrativa, con conseguenze negative sui servizi ai cittadini. Inoltre, può generare un senso di sfiducia nelle istituzioni, alimentando quel distacco tra elettori e politica che è già una delle piaghe del nostro sistema. Il vero pericolo, tuttavia, non è solo l’infiltrazione mafiosa in sé, ma l’indifferenza generale con cui viene accolta questa notizia. Il fatto che 33 Comuni commissariati per mafia non facciano più scalpore è un segnale preoccupante. Indica che la società italiana ha iniziato a considerare normale ciò che normale non è. Questa assuefazione è il miglior alleato delle mafie. Perché un fenomeno che non fa più notizia è un fenomeno che non suscita più indignazione. E senza indignazione non c’è lotta.

Appalti, concessioni, rapporti oliati: perché i Comuni fanno gola

Ma perché le mafie puntano così tanto sui Comuni? Le ragioni sono molteplici. Controllare un’amministrazione locale significa avere accesso ad appalti, concessioni, licenze. Significa poter orientare le scelte urbanistiche, influenzare l’assegnazione di alloggi popolari, gestire i servizi di raccolta rifiuti. In altre parole, vuol dire avere il controllo del territorio e delle sue risorse. In questo modo le mafie costruiscono quel sistema di relazioni e connivenze che è il vero carburante del loro potere. Un sindaco o un assessore colluso può aprire porte, facilitare contatti, garantire protezioni ben oltre i confini del suo Comune.

Misura pensata per essere straordinaria ma che ormai è la normalità

La legge che permette lo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose è stata introdotta, come detto, nel 1991, all’indomani di una stagione di sangue che aveva visto le mafie sfidare apertamente lo Stato. Era pensata come una misura straordinaria, un bisturi per recidere i legami tra criminalità organizzata e politica locale. Dopo 30 anni, quella misura straordinaria è diventata ordinaria amministrazione. Un dato che, da solo, dovrebbe far riflettere sull’efficacia di questo strumento. Se dopo tre decenni siamo ancora qui a contare i Comuni sciolti, forse è il caso di chiedersi se non sia necessario un approccio diverso. E forse un Paese che accetta passivamente che 33 dei suoi Comuni siano gestiti da commissari per infiltrazioni mafiose non è un Paese in salute. Normalizzare è il più grande favore che si possa fare alle mafie.

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