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Finanziano i combustibili fossili, la beffa dei sussidi ambientali

In un’epoca in cui il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità sono al centro dell’attenzione globale emerge un dato sconcertante: il mondo spende almeno 2.600 miliardi di dollari all’anno in sussidi che danneggiano l’ambiente. Questa cifra allarmante, rivelata in un’analisi esclusiva pubblicata dal Guardian, rappresenta un aumento di 800 miliardi di dollari rispetto all’ultima valutazione del 2022.

Il paradosso dei sussidi: finanziare la nostra estinzione

L’organizzazione Earth Track, autrice dello studio, ha evidenziato come i governi continuino a fornire miliardi di dollari in agevolazioni fiscali, sussidi e altre forme di spesa che vanno direttamente contro gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015 e dell’accordo di Kunming-Montreal del 2022 sulla biodiversità. I finanziamenti supportano attività come la deforestazione, l’inquinamento idrico e il consumo di combustibili fossili. Il sostegno statale per grandi pescherecci che favoriscono la pesca eccessiva e le politiche governative che sovvenzionano benzina, fertilizzanti sintetici e monocolture sono solo alcuni esempi di come i soldi pubblici stiano contribuendo al degrado ambientale su scala globale.

Christiana Figueres, ex capo dell’ONU per il cambiamento climatico durante i negoziati di Parigi, ha commentato la situazione con toni preoccupati: “Due anni dopo la firma del piano storico sulla biodiversità, continuiamo a finanziare la nostra stessa estinzione, mettendo le persone e la nostra resilienza a enorme rischio”. Figueres sottolinea l’urgenza di una coerenza politica in materia ambientale da parte dei governi, evidenziando come questa spesa rappresenti una minaccia esistenziale per il nostro pianeta.

Gli autori del rapporto, Doug Koplow e Ronald Steenblik, esperti di sussidi, ritengono che la cifra di 2.600 miliardi di dollari sia probabilmente una sottostima a causa della scarsa qualità dei dati disponibili. L’importo, reale equivalente a circa il 2,5% del PIL globale, potrebbe essere in realtà ancora più elevato, rendendo la situazione ancora più critica di quanto già non appaia.

Koplow spiega il concetto di sussidi dannosi per l’ambiente: “Sono sussidi che i governi concedono in molte forme diverse – non solo in contanti – che hanno come risultato l’accelerazione dell’estrazione di risorse naturali, danni agli habitat naturali e inquinamento”. Questa definizione ampia include una vasta gamma di politiche e pratiche che, spesso inconsapevolmente, contribuiscono al deterioramento dell’ambiente.

Il rapporto evidenzia come l’aumento dei sussidi sia stato guidato dalle conseguenze della guerra in Ucraina, che ha causato un forte incremento dei sussidi ai combustibili fossili. Nonostante ciò, gli autori sostengono che una parte significativa di questi 2.600 miliardi di dollari potrebbe essere riorientata verso politiche a beneficio delle persone e della natura.

La sfida della riforma: ostacoli e opportunità

Alla COP15 del dicembre 2022, quasi tutti i governi del mondo si sono impegnati a riconvertire almeno 500 milioni di dollari all’anno di questi sussidi entro il 2030. Tuttavia le scelte che vanno in questa direzione sembrano essere lente e inadeguate, con molti paesi che faticano a identificare e riformare i propri sistemi di sussidi.

Steenblik sottolinea un altro aspetto critico della questione: “Il problema di molti di questi sussidi è che sono molto mal mirati. Abbiamo visto luoghi come la Nigeria dove hanno cercato di riformare i sussidi, e c’è stata una forte reazione perché il pubblico lo vede come l’unico beneficio che stanno ottenendo dal governo. Stavano spendendo più in sussidi per il carburante che per l’istruzione o la sanità”.

Eva Zabey, CEO di Business for Nature, enfatizza l’importanza di affrontare questo problema in modo sistemico: “Si tratta di una trasformazione dei sistemi basata sulla valorizzazione della natura nel processo decisionale. Abbiamo questo circolo vizioso: più le persone dipendono da questi sussidi, più i sussidi rimarranno e non faremo la transizione”. Zabey sottolinea la necessità di un approccio olistico che consideri gli impatti a lungo termine di queste politiche.

Il rapporto arriva in un momento cruciale, con i governi che si incontreranno nuovamente alla COP16 in Colombia il prossimo mese, per la prima riunione dopo l’impegno preso. Gli autori del rapporto esortano i leader mondiali a mantenere la promessa e a iniziare seriamente a riallocare questi fondi verso soluzioni sostenibili.

Mentre il mondo cerca disperatamente di affrontare la crisi climatica e la perdita di biodiversità, questi 2.600 miliardi di dollari rappresentano non solo una sfida, ma anche un’opportunità. Riorientare questi fondi verso tecnologie pulite, conservazione degli ecosistemi e pratiche agricole sostenibili potrebbe essere la chiave per invertire la rotta e costruire un futuro più resiliente e in armonia con la natura. Spesso si sentono i leader politici discutere delle “troppe spese per la riconversione ecologica”. Intanto c’è un dato di quanto costa rimandarla. 

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Regina Coeli, settima sezione: benvenuti all’inferno

Nel carcere di Regina Coeli si è suicidato il terzo detenuto dall’inizio dell’anno. Anzi, a voler essere precisi, si è suicidato il terzo detenuto del 2024 della settima sezione del carcere romano. 

Come racconta l’associazione Antigone la settima sezione è allo stesso tempo una sezione di ingresso, di transito, disciplinare, di isolamento sanitario. Le persone qui recluse restano in cella per 23 ore al giorno in una condizione che di dignitoso non ha nulla.

Le celle sono piccolissime e ospitano 2 o 3 persone su un unico letto a castello. Il wc e il lavandino si trovano in una piccola stanza adiacente senza intimità. Le finestre sono più piccole che nelle altre sezioni e dotate di celosie che non consentono all’aria di circolare e riducono l’ingresso della luce naturale. Solo poche celle sono dotate di doccia. 

Il Garante dei Diritti dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasia (leggi intervista a pagina 4) racconta che solo ieri, e solo sul lato destro della sezione, è partito il riscaldamento, dopo settimane di freddo che non può essere temperato neanche dall’acqua calda, che nelle stanze non c’è.

“Ci sono le coperte, certo, – racconta il garante – ma non sempre le consegne sono tempestive e più di un detenuto mi ha riferito di aver passato almeno una notte all’addiaccio, senza coperta, spesso senza lenzuola e senza cuscino. In settima sezione finanche il tavolo e le sedie sono un miraggio: i detenuti siedono e mangiano per terra o sul letto. Quelli più fortunati, che hanno avuto delle celle con armadietti in dotazione, li rimuovono e li mettono a terra, per sedersi, mangiare o giocare a carte con i coinquilini”.

Terzo suicidio in pochi mesi. Vai a sapere il perché. 

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Commissione Ue, parte la giostra delle audizioni: ecco chi sono i 5 commissari che già rischiano la poltrona

Presentata la nuova Commissione da Ursula von der Leyen, ora diventa giudice il Parlamento. Come da tradizione ormai consolidata dal 2004 almeno un candidato commissario rischia di non superare lo scrutinio degli eurodeputati, trasformando le imminenti audizioni in un momento chiave. 

Commissione Ue, i cinque nomi in bilico

Dalle parti di Bruxelles cinque nomi emergono come potenziali vittime sacrificali sull’altare dell’ambizione politica europea. In cima alla lista c’è Olivér Várhelyi, il controverso candidato ungherese designato come commissario per la Salute e il benessere degli animali. La sua vicinanza al premier Viktor Orbán e il suo turbolento mandato come commissario per il Vicinato e l’allargamento lo rendono un bersaglio fin troppo facile. Várhelyi, noto per aver definito “idioti” gli europarlamentari, sembra aver dimenticato la prima regola della sopravvivenza politica: non insultare chi ha il potere di licenziarti.

Non meno problematica appare la posizione di Marta Kos, la candidata slovena al portafoglio dell’Allargamento. Il suo curriculum, che include dimissioni da ambasciatrice in Germania e Svizzera in seguito ad accuse di cattiva gestione, sembra scritto apposta per solleticare l’appetito dei parlamentari più critici. Come se non bastasse i suoi legami con una delle più grandi società di lobbying del mondo aggiungono un tocco di sapore a un piatto già ricco di controversie.

Il Belgio offre al banchetto Hadja Lahbib, designata come commissaria per gli Aiuti umanitari, la gestione delle crisi e l’uguaglianza. Il suo passato da giornalista torna a perseguitarla per un viaggio in Crimea finanziato dalla Russia, mentre la sua gestione dei visti per funzionari iraniani durante il mandato di ministro degli Esteri belga promette di fornire ampio materiale per un interrogatorio serrato.

Dalla Bulgaria arriva Ekaterina Zaharieva, ex ministro degli Esteri ora candidata al portafoglio per le Startup, la ricerca e l’innovazione. Il suo nome è legato a uno scandalo sulla vendita di cittadinanze bulgare che, sebbene non abbia avuto seguito giudiziario, rimane una macchia indelebile sul suo curriculum politico. I suoi avversari sembrano più che pronti a riaprire questo capitolo poco edificante della sua carriera.

Chiude la lista dei potenziali bersagli, Glenn Micallef, il giovane maltese di 35 anni catapultato in un ruolo solitamente riservato a politici di lungo corso. La sua candidatura come commissario per l’Equità intergenerazionale, la gioventù, la cultura e lo sport ha sollevato più di un sopracciglio, persino tra le file del suo stesso partito. L’inesperienza, in questo caso, potrebbe rivelarsi un peccato imperdonabile agli occhi di un Parlamento in cerca di figure di peso.

Il Parlamento affila le armi: una tradizione dal 2004

Mentre i gruppi politici del Parlamento europeo promettono un processo rapido, la storia recente suggerisce che la tentazione di far rotolare qualche testa potrebbe rivelarsi irresistibile. Dal 2004, sette aspiranti commissari sono entrati nelle aule parlamentari con grandi ambizioni ne sono usciti come semplici cittadini. Il record negativo appartiene alla Commissione von der Leyen del 2019, quando ben tre candidati furono respinti in quella che si rivelò una vera e propria carneficina politica.

Socialisti, verdi e liberali in realtà annunciano battaglia anche contro l’italiano Raffaele Fitto, nominato vice presidente esecutivo e commissario alla coesione europea. “La presidente von der Leyen era pienamente consapevole della nostra posizione contraria”, spiega la presidente dei socialisti Iratxe García Pérez. “In ogni caso ora comincia il processo delle audizioni – aggiunge -, durante il quale dovremo valutare la capacità, le conoscenze e l’impegno europeo di ciascuno dei commissari. Alla fine prenderemo una posizione definitiva”. Ma mettere in discussione Fitto vorrebbe dire mettere in discussione von der Leyen e il gruppo S&D non lo farà. 

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Von der Leyen 2.0: stesso copione, nuovi figuranti

Il ministro Raffaele Fitto è ora vicepresidente esecutivo nella pasticciata commissione che Ursula von der Leyen ha servito ieri agli elettori europei. La presidente del consiglio Giorgia Meloni rivendica il ruolo fondamentale dell’Italia nel prossimo quinquennio, i vincitori delle elezioni europee scoprono che si può governare anche perdendo, i funzionari di Bruxelles sottolineano come la sinistra che rincorre la destra sia un virus approdato anche in sede europea.

Raffaele Fitto è commissario alla coesione europea e uno dei sei vice presidenti esecutivi. Nominare alla coesione uno che da ministro ha spinto fino all’altro ieri sull’autonomia differenziata nel suo Paese è un capolavoro di incoerenza politica ma di politica nella nuova Commissione Von der Leyen ce n’è poca, pochissima. 

Mesi di campagna elettorale, di promesse e di programmi si sono sciolti di fronte alle parole di Mario Draghi, l’uomo della provvidenza che ha la grande qualità di fare sentire molto intelligenti i suoi sostenitori. Mesi di campagna elettorale e di esultanza per avere “arginato la destra” e poi i Conservatori delll’Ecr si ritrovano a governare con i socialisti che avrebbero dovuto essere i nuovi partigiani. 

Von der Leyen ricomincia da dove aveva terminato. Destra e sinistra per la guida di Bruxelles pari sono. L’importante è trovare la sponda giusta ogni volta su un tema, con buona pace di chi ciancia di identità europea e di sfide cruciali. Per fare il contrario di ciò che si è detto ci sarà ogni volta un Draghi, un conservatore “o un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”, come cantava Guccini. 

Buon mercoledì. 

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Un milione di morti nella guerra, cala l’inverno demografico

Scrive il Wall Street Journal che il numero di ucraini e russi uccisi e feriti avrebbe raggiunto la quota di un milione. 

Ovviamente di dati ufficiali non ce ne sono. Una stima ucraina riservata di inizio anno ipotizzava il numero di soldati ucraini morti a 80.000 e i feriti a 400.000. Le stime dell’intelligence occidentale sulle vittime russe variano, con alcune che ipotizzano il numero di morti a quasi 200.000 e i feriti a circa 400.000.

L’impatto nei due paesi che già erano alle prese con il declino della popolazione viene definito “devastante”. “La demografia è una priorità per Putin, e lui vuole usare l’Ucraina e la sua gente per consolidare il nucleo slavo della Russia”, ha detto al quotidiano Usa Ivan Krastev , politologo di origine bulgara e autore di un libro in uscita sulla demografia europea. “Ma per l’Ucraina, il dilemma è esistenziale: quante persone puoi perdere in una guerra prima di perdere il tuo futuro?”

Il censimento più recente in Ucraina, nel 2001, ha registrato 48 milioni di abitanti. All’inizio del 2022, prima dell’invasione russa, erano scesi a 40 milioni, comprese regioni come la Crimea che la Russia aveva annesso con il referendum del 2014. Con oltre sei milioni di persone in fuga dall’Ucraina dall’inizio della guerra nel febbraio 2022, secondo le Nazioni Unite, e la Russia che si è impossessata di ulteriori territori, la popolazione totale nel territorio controllato da Kiev è ora scesa tra 25 e 27 milioni. 

Oltre alle morti militari, anche il tasso di natalità dell’Ucraina è crollato al livello più basso mai registrato: nella prima metà di quest’anno, sono morte tre volte più persone di quante ne siano nate, secondo i dati governativi.

Eccola, la guerra. 

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L’Europa annega ma in Italia si continua a scherzare sul freddo

Mentre in Italia qualcuno nella classe dirigente scambia il clima con il meteo e ironizza sul freddo, nell’Europa centrale si vivono giorni di angoscia e distruzione. La tempesta Boris ha scatenato una furia d’acqua che ha travolto intere regioni, lasciando dietro di sé un bilancio sempre più pesante di vittime, sfollati e danni. 

Al momento, le cifre parlano di almeno 15 morti: sei in Romania, cinque in Polonia, tre in Austria e uno nella Repubblica Ceca. Nella Repubblica Ceca, quattro persone risultano disperse, tre delle quali travolte da un fiume mentre erano in auto nella città di Lipová-lázne. È una corsa contro il tempo, con i soccorritori che lottano instancabilmente contro le acque tumultuose.

Il bilancio della devastazione: morti, dispersi e città sommerse

In Austria, la situazione è apocalittica. La Bassa Austria, che circonda Vienna, è stata dichiarata zona disastrata. Un vigile del fuoco ha perso la vita cercando di salvare delle persone, mentre due cittadini sono annegati nelle loro stesse case. Come se non bastasse, alcune aree del Tirolo si sono ritrovate sotto un metro di neve in uno scenario surreale per metà settembre, tanto più che solo una settimana fa nella zona si godeva di temperature a dir poco estive.

La Polonia non è da meno. Il primo ministro Donald Tusk, visitando le zone colpite, ha descritto una situazione “molto drammatica”. A Kłodzko, il fiume locale ha raggiunto livelli mai visti prima, superando persino il terribile record del 1997. Circa 1.600 persone sono state evacuate, e l’esercito è stato chiamato a supporto dei vigili del fuoco, in una lotta impari contro la forza della natura.

In Romania, il dramma si consuma nel sud-est del paese. Nella sola regione di Galati, 5.000 case sono state danneggiate. Il sindaco di Slobozia Conachi, Emil Dragomir, non usa mezzi termini: “Questa è una catastrofe di proporzioni epiche”. Le sue parole risuonano come un monito, mentre 700 case del suo villaggio giacciono sommerse. In questo scenario drammatico, anche le grandi capitali tremano. A Budapest, il Danubio minaccia di superare gli 8,5 metri, avvicinandosi pericolosamente al record storico del 2013. Bratislava ha dichiarato lo stato di emergenza, preparandosi al peggio.

La risposta all’emergenza: governi in azione e solidarietà popolare

Di fronte a questa catastrofe, i governi si mobilitano. La Polonia ha stanziato 1 miliardo di zloty (circa 260 milioni di euro) per i soccorsi. L’Austria ha messo a disposizione un fondo di 300 milioni di euro, pronto ad essere aumentato se necessario. Le previsioni non lasciano spazio all’ottimismo. Le piogge continueranno almeno fino a lunedì in Repubblica Ceca e Polonia, mentre Ungheria, Slovacchia e Austria si preparano a giorni ancora difficili.

Mentre i fiumi continuano a gonfiarsi e le città a sommergersi, una domanda serpeggia tra le popolazioni colpite: è questa la nuova normalità? Le autorità e i cittadini si trovano di fronte a una sfida senza precedenti, costretti a ripensare le proprie strategie di difesa e di adattamento di fronte a eventi climatici sempre più estremi e imprevedibili.

L’Europa centrale è in ginocchio, ma non si arrende. Tra le acque che salgono e le case che crollano, emergono storie di solidarietà e resilienza. Vigili del fuoco, volontari, militari e semplici cittadini lavorano fianco a fianco, in una corsa contro il tempo per salvare vite e limitare i danni.

Insomma la tempesta Boris si allontana lentamente, lasciando dietro di sé non solo distruzione ma anche la consapevolezza che il futuro potrebbe riservare sfide ancora più grandi. L’Europa centrale, e con essa l’intero continente, si trova di fronte a un bivio: imparare da questa catastrofe per costruire un futuro più resiliente o rischiare di soccombere alla prossima tempesta che, inevitabilmente, si abbatterà sulle sue terre. Con buona pace dei nostri ironici negazionisti. 

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Il triangolo d’oro Putin-Erdogan-Occidente: affari opachi dietro le quinte della guerra in Ucraina

Mentre l’Ucraina combatte per la propria sopravvivenza, l’Occidente si invischia in un paradosso: nonostante le sanzioni imposte alla Russia, miliardi di dollari continuano a fluire nelle casse di Mosca attraverso un escamotage nel sistema sanzionatorio. 

Un recente rapporto, che verrà presentato congiuntamente dal Center for Research on Energy and Clean Air e dal Center for the Study of Democracy, racconta la contraddizione. Secondo l’analisi, anticipata in esclusiva da Politico, nella prima metà del 2024 gli alleati occidentali avrebbero acquistato carburanti derivati dal petrolio russo per un valore di circa 2 miliardi di dollari. Gli acquisti, tecnicamente legali, sfruttano un “buco” nelle sanzioni che permette di importare prodotti petroliferi di origine russa purché siano stati precedentemente lavorati in un paese terzo.

Il triangolo del petrolio: Russia, Turchia e Occidente

Il principale protagonista di questo triangolo commerciale è la Turchia. Ankara, approfittando degli sconti offerti da Mosca (dai 5 ai 20 dollari al barile), ha incrementato gli acquisti di greggio russo del 34% nel 2023 e addirittura del 70% quest’anno. Tre raffinerie turche si sono specializzate nella lavorazione di questo petrolio a buon mercato, rivendendolo poi sotto forma di benzina, diesel e altri derivati ai paesi occidentali.

“Quando l’Ue importa benzina dalla Turchia, costa il 10% in meno rispetto a quella proveniente dall’Arabia Saudita”, ha detto a Politico Vaibhav Raghunandan, analista del Center for Research on Energy and Clean Air. “Ma questi risparmi non si traducono in benefici per i consumatori: sono le aziende e i commercianti a trarne profitto. Qualcuno sta facendo fortuna con questo commercio, ma non sono certo i cittadini comuni”.

Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace: la Russia vende petrolio a prezzi scontati alla Turchia, che lo raffina e lo rivende all’Occidente come prodotto “turco”, aggirando così le sanzioni. Un esempio emblematico è la raffineria Star Aegean, di proprietà azera, che dipende per il 98% dal greggio russo, con il 73% delle forniture provenienti dal colosso energetico Lukoil, sanzionato dagli Stati Uniti. Nonostante ciò, quasi nove barili su dieci prodotti da questa raffineria finiscono nei paesi alleati che sostengono l’Ucraina.

Le conseguenze: finanziamento involontario della guerra russa di Putin

Le implicazioni di questo commercio vanno ben oltre il mero aspetto economico. Secondo il rapporto, i ricavi fiscali che Mosca ricava dalla vendita di questi carburanti ai paesi occidentali consentirebbero alla Russia di reclutare altri 6.200 soldati al mese da inviare in Ucraina. Un dato che fa riflettere sulla reale efficacia delle sanzioni e sulla coerenza dell’approccio occidentale al conflitto.

Già lo scorso anno, Oleg Ustenko, allora consigliere economico del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, aveva lanciato un appello al G7 affinché imponesse “un divieto per tutti i prodotti raffinati destinati ai paesi del G7” per frenare il flusso di denaro che il Cremlino riesce a ottenere attraverso intermediari come Turchia, India e Cina.

“Quello che sta accadendo è una violazione diretta dello spirito della legge sulle sanzioni”, ha spiegato Martin Vladimirov, esperto di energia del Center for the Study of Democracy. “La nostra raccomandazione è che l’Ue e i paesi del G7 dovrebbero vietare l’importazione di prodotti petroliferi raffinati dal petrolio russo, è semplice come questo.”

Il dibattito su come chiudere questo “buco” nelle sanzioni è più che mai attuale. Alcuni analisti suggeriscono di implementare un sistema di tracciabilità più stringente per i prodotti petroliferi, altri propongono sanzioni secondarie per i paesi che fungono da intermediari. Ciò che è certo è che, finché persisterà questa ambiguità, l’efficacia delle sanzioni contro la Russia rimane una chimera

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Commissione Ue, von der Leyen svela la sua squadra. Tra equilibri difficili e tante incognite

In un’atmosfera carica di aspettative, Ursula von der Leyen ha finalmente alzato il sipario sulla sua nuova squadra di commissari europei. L’annuncio, giunto questa mattina a Strasburgo, segna un momento cruciale per il futuro dell’Unione Europea, delineando le figure che guideranno le politiche comunitarie nei prossimi cinque anni.

“Oggi presento una squadra di donne e uomini competenti e motivati, pronti a lavorare insieme per un’Unione più forte, più sicura e più competitiva,” ha dichiarato von der Leyen, aprendo la conferenza stampa. Le sue parole hanno dato il via a una presentazione che ha rivelato una Commissione rinnovata, con un equilibrio delicato tra continuità e cambiamento.

La squadra per sfide cruciali

Al centro dell’attenzione, sei vicepresidenze esecutive che incarnano le priorità dell’Unione. L’italiano Raffaele Fitto, dei Conservatori europei, guiderà Coesione e Riforme, una scelta che ha sollevato più di un sopracciglio negli ambienti progressisti. La spagnola Teresa Ribera si occuperà di Transizione ecologica e Concorrenza, sottolineando l’impegno dell’Ue verso una decarbonizzazione competitiva. Il francese Stéphane Séjourné, subentrato in extremis al dimissionario Thierry Breton, gestirà Prosperità e Strategia industriale.

Completano il quadro delle vicepresidenze la finlandese Henna Virkkunen per Sicurezza e Sovranità tecnologica, l’estone Kaja Kallas come Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, e la romena Roxana Mînzatu per Persone, Competenze e Preparazione.

La composizione riflette anche le sfide geopolitiche attuali. Il nuovo portafoglio della Difesa, affidato al lituano Andrius Kubilius, segnala la volontà dell’Ue di rafforzare la propria autonomia strategica. Maroš Šefčovič della Slovacchia si occuperà del delicato dossier del Commercio, mentre il polacco Piotr Serafin gestirà il Bilancio.

L’austriaco Magnus Brunner avrà la responsabilità degli Affari Interni e Migrazioni, un tema sempre caldo nell’agenda europea. Wopke Hoekstra dei Paesi Bassi manterrà il portafoglio dell’Azione per il Clima, sottolineando la continuità dell’impegno europeo in questo ambito. L’ungherese Oliver Varhelyi passerà dall’Allargamento alla Salute e al Benessere degli Animali, mentre il lettone Valdis Dombrovskis si occuperà di Economia e Semplificazione.

Il danese Dan Jorgensen avrà la cruciale delega all’Energia, il greco Apostolos Tzitzikostas ai Trasporti, mentre l’agricoltura sarà affidata al lussemburghese Christophe Hansen. Infine, l’irlandese Michael McGrath si occuperà di Giustizia e Stato di Diritto.

Un percorso accidentato verso l’approvazione

Von der Leyen ha delineato tre filoni principali che guideranno l’azione della Commissione: prosperità, sicurezza e democrazia, con le transizioni gemelle – decarbonizzazione e digitalizzazione – come sfide trasversali. “Dobbiamo garantire una transizione equa per tutti,” ha sottolineato la presidente, “e per farlo serve una coraggiosa strategia industriale che abbracci l’innovazione senza lasciare indietro nessuno.”

Il percorso che ha portato a questa composizione non è stato privo di ostacoli. Le intense trattative hanno visto momenti di tensione tra le diverse famiglie politiche europee, con l’irritazione dei liberali, l’ultimatum dei socialisti e le perplessità dei verdi. Le dimissioni di Breton hanno aggiunto un elemento di dramma dell’ultima ora. Nonostante le difficoltà, von der Leyen ha cercato di trasmettere un messaggio di unità. “I commissari non rappresentano i loro paesi, ma l’Europa e la nostra causa comune,” ha ribadito, sottolineando l’importanza di un approccio coeso alle sfide future.

Ora si apre la fase delle audizioni parlamentari, un passaggio non scontato che potrebbe riservare sorprese. Solo al termine di questo processo, con il voto finale dell’Europarlamento, sapremo se la nuova Commissione avrà la forza necessaria per guidare l’Unione Europea attraverso le turbolenze che si profilano all’orizzonte, dalle crisi climatiche alle tensioni geopolitiche, fino al rilancio della competitività globale.

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Un referendum che conta e il tempo che stringe

C’è un referendum importante e c’è il tempo che stringe. Lo scorso 4 settembre Riccardo Magi di +Europa ha depositato alla Corte di Cassazione un nuovo referendum abrogativo che propone di modificare la legge che regola la concessione della cittadinanza italiana ai cittadini stranieri.

Mentre nel Parlamento si scioglievano i propositi estivi di Antonio Tajani e di Forza Italia il referendum propone di intervenire su due lettere del primo comma dell’articolo 9 della legge sulla cittadinanza, quello che stabilisce le modalità di concessione della cittadinanza italiana agli stranieri.

Si vuole portare per tutti gli stranieri maggiorenni a cinque anni il periodo di residenza legale nel nostro Paese necessario a chiedere la cittadinanza italiana. Come spiega Paolo Bonetti, professore di Diritto Costituzionale e pubblico dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, «la legge del 1992 ha deciso, invece, uno spezzettamento di questi termini, riducendoli a quattro anni per i cittadini dell’Unione europea e portandoli da cinque a dieci anni per i cittadini degli Stati extra-Ue». 

Portare a cinque anni il tempo per richiedere la cittadinanza – sempre rispettando gli altri requisiti come conoscere la lingua, pagare le tasse e avere stabilità economica – allineerebbe l’Italia alle altre legislazioni dei paesi europei, come ad esempio la Germania che è intervenuta sullo stesso punto a fine giugno. 

Il quesito referendario deve essere depositato come le 500 mila firme richieste entro fine settembre. Si firma qui https://pnri.firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/1100000

Buon martedì. 

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Quel Patto con la Tunisia e il cimitero di sabbia

Il deserto come discarica umana. Questo il piano del presidente tunisino Kaïs Saïed, l’”alleato affidabile” di Giorgia Meloni nella gestione dei flussi migratori. Ma affidabile per cosa Per abbandonare esseri umani nel deserto senza acqua né cibo?

I fatti parlano chiaro: 29 migranti della Sierra Leone, parte di un gruppo di 42, risultano dispersi dopo essere stati abbandonati dalle autorità tunisine al confine con l’Algeria. Tra loro, bambini e donne incinte. Anderson, 24 anni, racconta di 12 giorni nel deserto prima del salvataggio. Il suo crimine? Viaggiare da Sfax a Tunisi per rinnovare lo status di richiedente asilo.

Questa non è un’eccezione, ma una pratica sistematica. Human Rights Watch denuncia: da un anno i migranti vengono spinti verso i confini desertici, violando palesemente il diritto internazionale. L’Oim stima 15mila migranti solo nel campo di Sfax, molti dei quali rischiano lo stesso destino.

Intanto, sei corpi di migranti, incluso un bambino, sono stati recuperati al largo di Monastir. Numeri che si aggiungono a una tragedia in corso, mentre l’Italia stringe accordi con Saïed.

Intanto il presidente tunisino si prepara a elezioni farsa, negando l’accreditamento agli osservatori internazionali. Un’ulteriore prova della deriva autoritaria che l’Italia e l’Europa fingono di non vedere.

La Tunisia è diventata una trappola mortale per i migranti. Gruppi come Rifugiati in Libia lanciano l’allarme: “La situazione sta andando di male in peggio”. Le morti aumentano, i diritti vengono calpestati, e il clima repressivo rende persino illegale aiutare i richiedenti asilo.

Eppure il governo italiano continua a stringere la mano a Saïed, chiudendo entrambi gli occhi. In nome di cosa Di una “stabilità” che sa di sabbia e sangue.

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