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Aeroporto Berlusconi, decollano solo le polemiche

Ricapitoliamo. Come gesto di sfregio agli avversari politici qualcuno dalle parti del governo decide di intitolare l’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi, rendendo la tratta Milano-Palermo un salto quantico da chi ha pagato la mafia (Berlusconi) e chi l’ha combattuta (Falcone e Borsellino).
Si scopre poco dopo che la santificazione aeroportuale di Silvio è stata voluta da Matteo Salvini. Il ministro nonché vice premier ha un solo chiodo fisso in testa, quello di disarticolare gli alleati di maggioranza per recuperare il terreno perduto e per non arrivare frantumato al congresso del suo partito per fine anno. In sostanza Salvini ha usato Berlusconi come randello contro Forza Italia.

A questo punto interviene nel dibattito Pier Silvio Berlusconi, di professione amministratore delegato di Mediaset ma soprattutto figlio del fondatore e leader massimo del partito azzurro. Sull’aeroporto già intitolato al padre (uno degli atti amministrativi più veloci nella storia del colloso sistema burocratico italiano) Pier Silvio lascia intendere che la famiglia Berlusconi è piuttosto stizzita per la strumentalizzazione di Salvini. Poi con il leader leghista se la prende perché vorrebbe alzare il tetto pubblicitario della Rai danneggiando quindi Mediaset. Poi sculaccia Giorgia Meloni sui diritti civili millantando il padre come loro paladino e infine se la prende con Antonio Tajani che non sarebbe in grado di “cogliere un’opportunità pazzesca” di marketing politico radunando i moderati.
Ah, dice anche di non essere interessato a scendere in politica nonostante continui a parlare di politica. E infine se la prende con il sindaco di Milano Sala perché “polemizza sulle polemiche”. E lo fa in un’intervista in cui polemizza con tutti.

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Vittimismo a colpi di fiducia

Giorgia Meloni ce l’ha fatta, il suo governo è primo per rapporto tra questioni di fiducia e leggi approvate. È la stessa Meloni che nel 2006 definiva il voto di fiducia “un errore drammatico” e nel 2015 “una scelta oligarchica”. La stessa persona che all’opposizione lo definiva “una vera e propria vergogna” nel 2017 e che solo tre anni fa parlava di “una mortificazione del Parlamento, una deriva democratica“. Come si cambia, per non morire (politicamente). Nelle ultime settimane lo sprint sui voti di fiducia ha interessato lo sport, la scuola, le politiche di coesione e l’agricoltura.

Negli ultimi due casi il governo si è esibito addirittura in una doppietta: voto di fiducia alla Camera e voto di fiducia al Senato. Un doppio passo che ha falciato qualsiasi discussione, qualsiasi timido tentativo di emendamento. Il Parlamento ridotto a passacarte dei desiderata del governo. Come sottolinea Openpolis in termini assoluti, tra i governi delle ultime legislature, infatti solo quello guidato da Matteo Renzi ha fatto un ricorso maggiore allo strumento. Il ricorso alla fiducia evita parecchi problemi. Da un lato evita che deputati e senatori possano modificare in maniera sostanziale un provvedimento ritenuto particolarmente importante dall’esecutivo. Torna utile anche per velocizzare i tempi dell’iter di approvazione. Porre la questione di fiducia in entrambe le Camere è la massima limitazione del Parlamento.

L’attuale esecutivo, scrive Openpolis, si avvia a diventare quello che ha fatto il ricorso più massiccio alla fiducia sotto diversi punti di vista. Il governo Meloni dall’inizio della legislatura ha utilizzato 58 voti di fiducia. Solo la compagine guidata da Matteo Renzi riporta un dato più alto (68). Bisogna però considerare che questo esecutivo è rimasto in carica per quasi tre anni mentre l’attuale si trova a palazzo Chigi da meno di due. Al terzo posto poi troviamo il governo Draghi che ha fatto ricorso alla fiducia in 55 occasioni durante i 20 mesi in cui è rimasto in carica. Il governo Meloni sale invece al primo posto se si considera il rapporto percentuale tra voti di fiducia e disegni di legge approvati.

Durante il mandato dell’attuale esecutivo infatti sono entrate in vigore 129 norme, per un rapporto fiducie/leggi pari al 45% circa. Al secondo posto troviamo in questo caso il governo Monti (42,5%) seguito dagli esecutivi Conte II (39,4%) e Draghi (37,4%).

Sulla fiducia

Tra i provvedimenti più recenti approvati attraverso una doppia fiducia troviamo i Ddl di conversione di 4 decreti legge particolarmente rilevanti. Si tratta del Dl Pnrr quater, del decreto superbonus e dei Dl coesione e agricoltura. Altri provvedimenti particolarmente rilevanti approvati attraverso un doppio ricorso alla fiducia sono la legge di bilancio per il 2023, il decreto aiuti quater, il decreto Caivano, il decreto sud, il Dl immigrazione e sicurezza e il decreto milleproroghe 2024. Per ben 21 disegni di legge il governo ha messo alla fiducia sia alla Camera che al Senato.

Solo il governo Renzi fa registrare un dato lievemente superiore (22) ma questo esecutivo è rimasto in carica molto più dell’attuale. Anche in questo caso quindi è molto probabile che il governo Meloni diventerà presto l’esecutivo con il maggior numero di provvedimenti approvati con doppia fiducia tra quelli degli ultimi anni. L’autoritarsimo dolce ha molte facce. Passa attraverso la compressione del diritto all’informazione, occupando gli spazi del servizio pubblico e intimidendo gli altri con querele spesso temerarie. Passa attraverso la mostrificazione dell’opposizione per poi passare al vittimismo. Infine ha bisogno dello svuotamento del Parlamento per legittimare il comando al posto del governo.

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Decreto Cutro a rischio bocciatura dall’Ue, il governo fa retromarcia sul ricorso

La notizia è stata data martedì in tarda serata dal giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura: il Viminale abbandona il ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione sui provvedimenti di mancata convalida del Decreto Cutro da parte del Tribunale di Catania.

Il 30 settembre dell’anno scorso, la giudice Iolanda Apostolico aveva ordinato il rilascio di quattro migranti detenuti nel CPR di Pozzallo, affermando che le regole stabilite dal governo nel cosiddetto Decreto Cutro erano illegittime e in aperto contrasto con la normativa europea. Undici giorni dopo, Apostolico decise il rilascio di altri quattro migranti tunisini. L’8 ottobre, il giudice Rosario Cupri non convalidò il trattenimento di sei migranti nel centro di Pozzallo.

La giudice Apostolico e il decreto Cutro: le prime contestazioni

La questione giudiziaria entrò prepotentemente nel dibattito politico. In quei giorni, il ministro Matteo Salvini pubblicò un video in cui Apostolico partecipava a una manifestazione per i diritti dei migranti. Per il leader della Lega, quella era la prova della cattiva fede della giudice. L’Anm parlò di “dossieraggio” e “intrusione nella vita privata”. Il processo si concluse con un’archiviazione, poiché il fatto non costituiva reato, non trattandosi di immagini prelevate da archivi delle forze dell’ordine.

L’Ispettorato del Ministero della Giustizia esaminò i video su segnalazione del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri e decise di non aprire nessun procedimento disciplinare nei confronti della giudice, poiché non si riscontrava “alcuna espressione visiva o gestuale interpretabile come manifestazione di adesione o di dissenso alla contestazione in atto”.

Il governo evita la doppia pronuncia: la decisione di fermare il ricorso

Sul tavolo rimaneva il ricorso in Cassazione e la conseguente scelta delle Sezioni Unite Civili di rinvio pregiudiziale, poiché la cauzione di 5.000 euro prevista dal Decreto Cutro per evitare i Cpr “attiene a una questione sul sistema europeo comune di asilo, il quale costituisce uno degli elementi fondamentali dell’obiettivo dell’Unione europea”.

A questo punto, l’Avvocatura Generale dello Stato ha deciso di fermarsi. “Il governo tenta così di evitare una doppia pronuncia: quella della Cassazione, alla cui Corte il governo si è rivolto tramite impugnativa avversa al Tribunale di Catania, e quella della Corte di Giustizia, alla cui giurisdizione avevano fatto ricorso proprio le Sezioni Unite della Suprema Corte italiana”, spiega Scandura.

La Corte di Giustizia Ue, oltre alla proporzionalità della cauzione prevista dal Decreto Cutro, rischierebbe infatti di pronunciarsi anche su altri aspetti del decreto in contraddizione con il diritto europeo.

Ma gli avvocati dei migranti al centro della mancata convalida dei provvedimenti di trattenimento e di rimpatrio accelerato non ci stanno e starebbero preparando in queste ore un ‘ricorso incidentale’ alle Sezioni Unite, chiedendo che la Cassazione non abbandoni del tutto la discussione e si pronunci anche sulle altre questioni poste nei provvedimenti del Tribunale di Catania.

All’esame della Corte Ue potrebbe finire il criterio dei cosiddetti “paesi di origine sicuri” che il governo ha recentemente allargato a Bangladesh, Camerun, Colombia, Egitto, Perù e Sri Lanka. Un’eventuale pronuncia della Corte Ue e della Cassazione potrebbe avere anche effetti dirompenti sul protocollo firmato dal governo italiano con l’Albania.

Il Viminale, dopo aver rilasciato dichiarazioni incaute e tonanti contro i giudici di Catania, ora fa retromarcia. Il rischio è che “il caso Apostolico” sia il granello di sabbia che inceppa meccanismi molto più grandi che sono le architravi della propaganda di governo.

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Crisi dei minori migranti nel Regno Unito: un allarme per l’Italia e Meloni

Il Regno Unito si trova ad affrontare una crisi allarmante riguardante i minori richiedenti asilo. Un nuovo rapporto commissionato dall’University College London (UCL) e Ecpat UK pubblicato oggi dal Guardian rivela una situazione preoccupante: 118 minori non accompagnati risultano ancora dispersi, alcuni di soli 12 anni. Questo studio, il primo nel suo genere, giunge a una conclusione scioccante: i bambini collocati negli hotel gestiti dal Ministero dell’Interno britannico erano esposti a un “maggiore rischio di tratta”.

Questa rivelazione contraddice direttamente le precedenti affermazioni del Ministero dell’Interno, che aveva sostenuto l’assenza di sfruttamento dei giovani ospiti. Il rapporto si basa su interviste approfondite con professionisti coinvolti nella cura dei minori, offrendo una visione interna di un sistema che sembra aver fallito nel suo compito di proteggere i più vulnerabili.

Hotel del Ministero dell’Interno e rischio di tratta

Un ex dipendente di un hotel del Ministero dell’Interno ha fornito dettagli inquietanti, riferendo di tre incidenti di tratta nel suo hotel. I trafficanti, secondo quanto riportato, contattavano i giovani attraverso falsi account sui social media, sfruttando la loro vulnerabilità e disperazione. “Non è che siano ingenui”, ha spiegato l’ex dipendente, “ma quando si trovano in una situazione così terribile, pensano: ‘Ok, è un rischio, ma questo posto è altrettanto brutto’”.

Paradossalmente, i tentativi del Ministero dell’Interno di proteggere i minori sembrano aver peggiorato la situazione. Il personale degli hotel aveva ricevuto l’ordine di controllare i minori ogni ora durante la notte, soprattutto quelli considerati ad alto rischio di fuga, come gli albanesi. Questa pratica, secondo l’ex dipendente, si è rivelata controproducente. 

L’impatto delle politiche di accoglienza

Dal 2021 fino al gennaio 2024, sette hotel sono stati utilizzati dal Ministero dell’Interno per ospitare minori arrivati nel Regno Unito dopo aver attraversato la Manica su piccole imbarcazioni. Molti di questi giovani provenivano da paesi africani, in particolare Eritrea e Sudan. Le cifre sono allarmanti: in totale, 440 bambini sono scomparsi da queste strutture. A novembre dello scorso anno, 144 non erano ancora stati ritrovati. L’ultimo aggiornamento di marzo riporta che 118 minori sono ancora dispersi.

La dottoressa Sonja Ayeb-Karlsson dell’UCL, autrice principale dello studio, non usa mezzi termini nel definire la situazione “uno scandalo nazionale che non deve ripetersi”. La ricercatrice solleva anche interrogativi cruciali sugli sforzi fatti per ritrovare i minori dispersi, sottolineando che “non è ancora chiaro quali tentativi siano stati fatti per trovare coloro che risultano ancora dispersi e assicurarsi che siano al sicuro”.

Il rapporto solleva ulteriori preoccupazioni riguardo ai giovani richiedenti asilo erroneamente valutati come maggiorenni e collocati in hotel per adulti. Questa pratica espone i minori a rischi significativi di abusi sessuali e sfruttamento. Diversi esperti di protezione dei minori hanno evidenziato i rischi per la sicurezza derivanti dalla condivisione di stanze tra bambini e adulti traumatizzati.

Reazioni e richieste di riforma

Patricia Durr, CEO di Ecpat UK, ha lanciato un appello al nuovo governo, chiedendo l’abrogazione dell’”Illegal Migration Act”, definito “catastrofico”. Questa legge permette al Ministero dell’Interno di fornire direttamente alloggio ai minori non accompagnati, una pratica che, alla luce dei risultati dello studio, appare quanto meno discutibile.

Il Ministero dell’Interno, in risposta alle rivelazioni del rapporto, ha rilasciato una dichiarazione in cui riconosce la serietà delle accuse: “Le accuse in questo rapporto sono molto serie. I minori non accompagnati nel sistema di asilo possono essere estremamente vulnerabili e il loro benessere e la loro sicurezza dovrebbero essere una preoccupazione centrale. Esamineremo attentamente questi risultati”.

Mentre il dibattito politico sul tema dell’immigrazione continua ad animare il paese, questo rapporto mette in luce le conseguenze umane di politiche mal concepite o mal implementate. La scomparsa di oltre cento minori non può essere ignorata e richiede un’azione immediata e decisa da parte delle autorità competenti.

Il nuovo governo si trova ora di fronte a una sfida cruciale: rivedere e riformare il sistema di accoglienza e protezione dei minori richiedenti asilo per garantire che tragedie simili non si ripetano in futuro. La posta in gioco è alta: si tratta di proteggere le vite e i diritti di bambini e adolescenti che hanno già affrontato traumi e difficoltà inimmaginabili nel loro viaggio verso il Regno Unito. A ottobre dell’anno scorso l’ex premier britannico Rishi Sunak e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si dicevano “orgogliosi che l’Italia e il Regno Unito stiano lavorando fianco a fianco nella lotta al traffico degli esseri umani”. Chissà se Meloni è ancora convinta dei buoni risultati. 

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Fare finta di niente su Daniela Santanchè

Ieri l’ex compagno della ministra al Turismo Daniela Santanchè è stato condannato a due anni e mezzo oltre a una confisca di oltre 664 mila euro per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e dichiarazione infedele dei redditi. 

Secondo i giudici avrebbe venduto per finta a poco meno di 400mila euro lo yacht a Biofood Italia, società di Daniela Santanchè. Una singolare vendita in cui non risulta nessun passaggio di denaro. Una ventina di giorni dopo poi, Biofood vende la barca a 393mila euro a Flying Fish Yachting ltd, una società di diritto maltese che secondo il giudice sarebbe uno scudo per mettere al sicuro il bene. 

Per il giudice la ministra non avrebbe «avuto un ruolo attivo nell’acquisto e, quindi, nella successiva vendita dell’imbarcazione». Nel decreto di archiviazione il gip aveva però sottolineato come la ministra, visto il suo ruolo politico, non avrebbe dovuto accettare un ruolo «meramente formale» nella società, in considerazione di «tutti i rischi giuridici connessi». 

Siamo ovviamente solo al primo grado d giudizio di una vicenda che per al di là degli esiti giudiziari getta un’ombra sulla stessa ministra per cui la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio insieme ad altre 16 persone per falso in bilancio della sua ex società Visibilia. A maggio la Procura ha chiesto per Santanché un altro processo per truffa all’Inps: per i magistrati Santanchè avrebbe lucrato oltre 126 mila euro di risorse covid da maggio 2020 e febbraio 2022 per 13 dipendenti che sarebbero però rimasti sempre al lavoro. 

La strategia di non parlarne non potrà durare ancora a lungo. Meloni lo sa, la ministra lo sa. Poi un giorno aprirete i giornali e sembrerà essere accaduto tutto all’improvviso. 

Buon giovedì. 

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Antiabortista vice di Metsola, l’ultimo paradosso Ue

Oltre a Pina Picierno del Partito democratico l’Europarlamento ha una nuova vicepresidente in rappresentanza di Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio. Arriva da Viterbo dove il partito di Giorgia Meloni ha incassato uno sfavillante 40% e fino a poco tempo fa era assessora viterbese ai servizi sociali. Antonella Sberna fino al 2019 era una berlusconiana doc. Collaboratrice in Senato con Forza Italia, eletta al Consiglio comunale di Viterbo 5 anni fa ha traslocato nel partito di Meloni fiutando bene il clima. Merito – si legge su Repubblica – del marito Daniele Sabatini che oggi è capogruppo dei meloniani nel Consiglio regionale del Lazio. “Il trasformismo di Antonella Sberna è una delle pagine più brutte della politica viterbese”, disse ai tempi il commissario provinciale di Forza Italia Andrea Di Sorte.

Per Repubblica il vero sponsor di Sberna sarebbe Arianna Meloni, sorella d’Italia. Fin qui sembrano esserci tutti gli ingredienti per una gran carriera politica, la miscela perfetta per spiccare nel partito. In piena campagna elettorale per le elezioni europee Sberna ha firmato il manifesto dell’associazione Pro Vita contro il diritto all’interruzione di gravidanza: “Mi batterò per scongiurare il ricorso all’aborto che considero non un diritto ma una sconfitta”, ha promesso la neo eurodeputata. L’Unione europea ripete ovunque che sul diritto all’aborto gli Stati membri debbano fare ancora di più e meglio per le donne. Devono essersene dimenticati quando hanno votato i vicepresidenti a Strasburgo. O forse Sberna è già come la sua leader: oltranzista in patria, mite e ubbidiente in Europa.

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Ministero del Made in Algeria

Il ministro che ha voluto un ministero chiamato Made in Italy ovvero Francesco Lollobrigida, cognato d’Italia e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, aveva promesso di difendere “il sovranismo alimentare”, qualsiasi cosa significhi. Il ministro del Made in Italy ha firmato nei giorni scorsi un patto con l’Algeria all’interno del cosiddetto Piano Mattei – qualsiasi cosa significhi – in cui si prevede la concessione di 36mila ettari in Algeria alla società Bonifiche Ferraresi che li rigenererà per la coltivazione di cereali e legumi. Spesa stimata: 420 milioni per creare una filiera produttiva completa, dalla semina alla lavorazione dei prodotti agricoli, e rafforzare la sicurezza alimentare locale. Solo che secondo i dati del 2023, lo stipendio medio mensile in Algeria è di circa 300 euro, mentre in Italia è intorno ai 1.600 netti. Il prezzo dell’elettricità per uso industriale in Algeria è di circa 0,03 euro per kilowattora (kwh), contro gli 0,18 euro per kwh in Italia. Se a questo aggiungiamo i soldi che l’Italia cede come investimento lo squilibrio che preoccupa gli operatori del settore è presto fatto.

Gli agricoltori italiani infatti temono che se da un lato questa iniziativa potrebbe rappresentare un modello virtuoso, dall’altro rischia di creare una concorrenza sleale: il costo inferiore della produzione in Algeria potrebbe spingere i prezzi verso il basso, rendendo difficile per i produttori italiani mantenere i margini di profitto. Concorrenza sleale, dicono a bassa voce, per di più finanziata con soldi di Stato. Una settimana fa il ministro ha promesso di intervenire stabilendo un “costo medio di produzione”, cioè quanto un imprenditore agricolo spende per produrre un determinato bene: “Quando c’è un contratto di vendita – ha spiegato il ministro – in cui il prezzo scende sotto il costo medio di produzione c’è un controllo delle forze dell’ordine e degli ispettori”. Chissà se li spediranno anche ad Algeri.

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I morti per pena delle carceri italiane

Stefano Anastasia, tra i fondatori dell’associazione Antigone che si occupa dei diritti dei detenuti, scrive un commento per Il Manifesto in cui sottolinea il ritorno della teoria della rivolta coordinata nelle carceri italiane. 

I 58 detenuti suicidati nel 2024 – di cui due morti rifiutandosi di alimentarsi – oltre ai sei agenti di polizia penitenziaria suicidi dall’inizio dell’anno sono la fotografia di una pena di morte di fatto a cui da almeno 25 anni non si riesce a porre rimedio. «Morte per pena» la chiama Gennarino De Fazio segretario generale della Uilpa penitenziari. 

Per svicolare dal problema certa stampa si sta riempiendo, di nuovo, delle cronache di rivolte in alcune carceri come Sollicciano, Viterbo, Torino, Trieste. Protestare in un luogo che mette a rischio la sopravvivenza dovrebbe essere considerato naturale, perfino salubre. Non è certo l’ordine pubblico il tema preponderante: i detenuti italiani sottoscrivono con lo Stato un patto di responsabilità che lo Stato non rispetta, infliggendo pene che non sono previste. 

Anastasia sottolinea invece come il ddl del governo sulla sicurezza abbia voluto occuparsi delle rivolte, elevandole a reato a sé, perseguibile anche in caso di resistenza passiva di tre o più detenuti. Risultato? Saranno colpevoli “tre detenuti che rifiutano di rientrare in cella – spiega Anastasia – perché vogliono far vedere al responsabile della sezione una perdita d’acqua dal lavabo o l’intera sezione che vuole parlare con il direttore, il garante o il magistrato di sorveglianza”. 

Lo Stato violento che criminalizza le proteste non violente mentre in carcere si muore. Siamo messi così. 

Buon mercoledì. 

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“Si è abbassata la soglia di attenzione su fascismo e nazismo”. Parla Fiano: “In Palestina c’è lo scontro tra due diritti e non tra un diritto e un torto”

“Come la grandine” scrive l’ex parlamentare Emanuele Fiano, promotore nella scorsa legislatura di un disegno di legge per inasprire la legge Mancino contro il ritorno del nazifascismo e contro i suoi simboli e le sue rappresentazioni. Sul suo profilo Facebook Fiano elenca una spaventosa sequenza: a Mortirolo-Monno (BS) la ventinovesima cerimonia dell’associazione combattenti e reduci delle Waffen SS italiane, i camerati della Comunità dei Dodici Raggi che organizzano “una bella cenetta  con tanto di locandina pubblicitaria di cena di Hitler con dei bravi camerati delle SS” e Pavia, sabato 13 luglio alle 18.30, la conferenza a tema “Joseph Goebbels e la battaglia di Berlino” organizzata dall’associazione culturale “L’Incudine”, introdotta da Ettore Sanzanni, segretario provinciale di Lodi della Rete dei Patrioti, nata da una scissione di Forza Nuova. “Ha una svastica tatuata sul braccio. Pluri fotografata”, scrive l’ex deputato del Pd. 

Fiano, che sensazione la assale vedendo tutto questo?

La mia sensazione è che ormai la soglia di attenzione si è molto abbassata perché c’è un’operazione culturale che la destra di Meloni non nasconde. Una finta operazione gramsciana che grazie ai livelli di occupazione dell’emittente pubblica e anche dei quotidiani di una cultura di destra ha ormai un sacco di voci che parlano e che orientano. Quindi il livello di attenzione culturale ancora prima che politico si è abbassato in maniera abnorme. 

Una questione culturale prima che politica

Questo influenza sia l’atteggiamento culturale ma anche il riflesso che c’è nelle questioni penalistiche. Ormai è passato sotto silenzio che coloro che hanno compiuto una violenta azione squadrista contro la sede della Cgil hanno avuto pene molto risibili. Così come la comunità dei 12 raggi che è un movimento neonazista di cui c’erano intercettazioni orribili e pur essendo sotto processo nella zona di Varese si riunisce, promuove manifestazioni; così come si può fare un convegno su Goebbels come se fosse un eroe di guerra; così come movimenti neonazisti con personaggi con curriculum pazzesco agiscono indisturbati. Si è totalmente abbassato il livello di attenzione, di interesse e di percezione dei simboli e della cultura. 

Può essere che la soglia di attenzione si sia abbassata anche per colpa di qualcuno che sta all’opposizione? Si sente dire che “l’antifascismo è roba passata”, non solo da voci di destra…

Il mio partito (il Partito democratico) direi che ha mantenuto gli impegni. La legge che avevo scritto con Andrea De Mari, Walter Verini e Anpi per modificare la legge Mancino è stata ripresentata ed è in commissione. Bisogna insistere. Lo scenario politico tra l’altro è riempito anche da altre urgenze, come la riforma della Costituzione, che io considero un grave pericolo. Quindi i partiti di centrosinistra Avs, Pd e 5s, e i due partiti di centro sono impegnati molto in quella battaglia. Bisognerebbe cercare di non mollare. La stessa Anpi, i sindacati son concentrati sul prossimo referendum. Ma non bisogna mollare la presa perché si rischia sennò che questi temi facciano proseliti, visto che abbiamo un governo che non pone sicuramente l’attenzione che abbiamo noi. Senza dimenticarci che c’è un anello di congiunzione tra ciò che accade e l’inchiesta di Fanpage perché nei giovani istituzionalizzati della destra italiana, nel movimento giovanile del partito della presidente Meloni, sono soliti rifarsi a simboli di Hitler e Mussolini, addirittura all’umiliazione della senatrice Ester Mieli. Per me questa è la cosa più pericolosa. L’estremismo è ridotto nei numeri ma la cultura che veicolavano solo in circoli molto ristretti ora ha una sua traduzione perché è penetrata almeno nei giovani del partito di governo. Oddio, pensandoci bene c’è anche la seconda carica dello Stato con a casa il busto di Mussolini. Penso che la non conoscenza e la mistificazione di quel periodo produca un deficit anche nelle riforme che contengono dei rischi che non si possono comprendere se non si conosce bene quella storia. 

Come può essere che quelle fazioni, quelle destre con aliti di fascismo, siano diventate i guardiani dell’antisemitismo e siano addirittura ritenute credibili in quel ruolo?

Intanto bisogna vedere se è vero. Io penso che sia vero che la stragrande maggioranza degli elettori di centrodestra non sia antisemita. La destra italiana, in particolare Meloni, si è molto occidentalizzata. Meloni sta facendo questo sforzo da anni, si è accreditata con Usa e Gb, e infatti in Europa l’estrema destra si è staccata da lei. Nell’occidentalizzazione c’è sicuramente la percezione di sentirsi appartenere a un mondo che ha nelle proprie radici anche l’essenza ebraica, quelle che chiamavano radici giudaico cristiane dell’Europa. Meloni viene dopo un percorso importante iniziato da Fini di completa critica della parte antisemita del fascismo. Arriva dopo quel passaggio. 

Ed è un percorso credibile?

Mi pare che questo percorso culturale non abbia concluso il suo ciclo. Ancora oggi se tu parli a molti di loro la condanna delle leggi razziali è totale però questo non gli permette ancora di pronunciare la parola antifascista, di abiurare quel periodo. Io non sono tra coloro che slegano l’antisemitismo al fascismo, il fascismo abolì la libertà prima delle leggi razziali, la libertà di stampa, della magistratura. Sembrano paladini perché questa è diventata una parte della loro totale occidentalizzazione. Lo considero un passaggio necessario. Lo considerano tutti? Le immagini di Fanpage sembrerebbero dire di no. Secondo me non basta.  Poi questo è un periodo complicato perché le forme dell’antisemitismo sono molte. Non sono solo a destra, ci sono anche a sinistra. Io non ritengo che chi critica il governo di Israele sia antisemita. Io critico il governo di chi mi pare. Però ci sono formule contro il governo di Israele che arrivano a essere discriminazione. Loro hanno scelto di essere fortissimamente dalla parte di Israele. 

Ma a questo punto la destra concorre alla banalizzazione di chi vorrebbe indicare come antisemita chiunque chieda la protezione dei palestinesi. Non trova Non è una banalizzazione pericolosa

Non va fatta. La mia posizione, che è quella storica della sinistra israeliana, della mia associazione Sinistra per Israele, è che prima di parlare della contingenza degli ultimi mesi, della necessità di fermare questa guerra, bisogna dire che in quella storia c’è lo scontro tra due diritti e non un diritto e un torto. Se non si affronta così ma credendo che il diritto sia tutto da una parte allora si sta dalla parte di chi vuole procrastinare questo scenario di conflitto. Non sarò mai dalla parte di chi pensa che criticare le scelte del governo di Israele sia antisemitismo, altrettanto non si deve pensare che chi critica le scelte del movimento palestinese sia anti palestinese. D’altra parte ci aiutano in questo le grandissime manifestazioni che in Israele prima erano contro la trasformazione in senso autoritario dello Stato di Israele e oggi, guidate dai parenti degli ostaggi, sono fortemente contro le politiche di Nethanyau. L’equilibrio non vuol dire assecondare le azioni di una delle due parti. Vuol dire lavorare per interrompere questa guerra, fermare le morti, essere liberi di criticare le scelte dei governi.

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Complimenti Europa, la nuova Libia è la Tunisia. Il rapporto-denuncia di Alarm Phone

Come previsto la Tunisia ha imparato presto a fare la Libia. Il nuovo rapporto di Alarm Phone, realizzato in collaborazione con attori della società civile tunisina, ci porta dentro un oscuro panorama di abusi e pratiche illegali perpetrate dalla Guardia Nazionale tunisina contro i migranti in fuga.

La collaborazione invisibile

Nel contesto di criminalizzazione e repressione crescente, documentato da Alarm Phone, il rapporto rivela come le politiche di esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea abbiano trovato un alleato inaspettato nella Tunisia. Sostenuta economicamente e logisticamente dall’Europa, la Tunisia è diventata il confine marittimo d’Europa, un guardiano di ferro che agisce con brutalità su mandato altrui.

Dal 2021 al 2023, 14 interviste approfondite con sopravvissuti raccontano una realtà fatta di non-assistenza, manovre intenzionali per far capovolgere le barche, e attacchi fisici. Le testimonianze raccolte mostrano un quadro di violenza sistematica: “I bambini sono tutti morti. Gli agenti ci guardavano morire senza muovere un dito”, racconta Maria, una sopravvissuta che ha perso il figlio di un anno e tre mesi durante una di queste operazioni di respingimento.

Ali e Maria, il 10 luglio 2021, descrivono un attacco crudele in cui la Guardia Nazionale ha speronato la loro imbarcazione, causando il ribaltamento e la morte di 29 persone, inclusi tutti i bambini a bordo. “Abbiamo obbedito, ma la Guardia ha fatto una rapida inversione e ha colpito la nostra barca,” ricorda Ali. “Tutti sono caduti in acqua. Alcuni avevano giubbotti di salvataggio, ma molti non sapevano nuotare e sono annegati.”

Un mare di morte e silenzio

Le operazioni della Guardia Nazionale tunisina, sostenute e armate dall’Ue, non solo sono illegali ma letali. Le manovre pericolose, l’uso di armi e la rimozione dei motori dalle barche in difficoltà sono pratiche comuni. Ali, che ha visto la propria imbarcazione affondare dopo essere stata speronata, descrive un’esperienza di disperazione: “Siamo stati spinti a riva. I soccorsi non sono arrivati, abbiamo trovato i corpi dei nostri amici da soli”.

Il rapporto denuncia anche l’ipocrisia delle retoriche umanitarie dell’Unione Europea. Il pretesto di “salvare vite” è un velo sottile per nascondere obiettivi di sicurezza e controllo. La retorica del salvataggio si scontra con la realtà di pratiche mortali, come evidenziato dalla testimonianza di Fatoumata, che ha visto suo fratello e i suoi due nipoti annegare sotto lo sguardo indifferente della Guardia Nazionale.

Katie, il 18 maggio 2022, descrive come i guardacoste tunisini abbiano circondato la sua barca per tre ore, creando onde che minacciavano di rovesciarla. “Quando hanno visto che non riuscivano a farci affondare, hanno finalmente smesso e ci hanno indicato la direzione del porto di Zarzis,” ricorda. La situazione di Georges, il 29 agosto 2022, è ancora più cruenta: “Hanno minacciato di spararci e uno dei miei fratelli ivoriani ha ricevuto una coltellata alla testa.”

Una politica di complicità

L’Europa, nel suo tentativo di chiudere le rotte migratorie, ha alimentato una spirale di violenza e morte. Il memorandum d’intesa firmato tra l’Ue e la Tunisia nel 2023 è solo l’ultimo atto di una lunga storia di cooperazione nell’esternalizzazione dei confini. Come sottolinea Alarm Phone, “queste politiche non fermano i flussi migratori, ma li rendono più pericolosi.”

Il rapporto fa luce anche sull’aumento delle deportazioni verso il deserto, una pratica disumana che espone i migranti a condizioni estreme e spesso letali. Issouf e Oumar, il 21 marzo 2023, descrivono come le loro barche siano state deliberatamente rovesciate dalla Guardia Nazionale, causando almeno 6 morti. “Abbiamo urlato per chiedere aiuto, ma loro guardavano solo da lontano”, racconta Oumar.

Fatoumata, il 23 marzo 2023, racconta di come la Guardia Nazionale abbia colpito il capitano della sua barca con una barra di metallo, causando il capovolgimento e la morte di 15 persone, inclusi i suoi parenti stretti. “Hanno guardato noi annegare prima di tirarci su sulla loro barca”, ricorda, sottolineando l’indifferenza disumana dei soccorritori.

Un appello alla solidarietà

In questo mare di dolore, la solidarietà transnazionale emerge come un faro di speranza. Nonostante la repressione, gli attivisti di Alarm Phone e della società civile tunisina continuano a organizzarsi, a denunciare le politiche razziste e assassine e a difendere il diritto alla libertà di movimento per tutti.

Lami, il 1° aprile 2023, descrive come la Guardia Nazionale abbia rimosso il motore dalla sua barca, lasciandoli alla deriva per ore prima di essere salvati da pescatori locali. “Siamo stati in acqua per più di tre ore senza motore,” racconta, un’esperienza che evidenzia la noncuranza per la vita umana.

Mamadou, il 23 aprile 2023, testimonia come la Guardia Nazionale abbia ignorato le richieste di soccorso, portando alla morte di 25 persone. “Abbiamo chiamato la Guardia Costiera per chiedere aiuto, ma ci hanno detto che non stavano lavorando,” racconta, illustrando una situazione di abbandono e disumanizzazione.

Il Mediterraneo centrale, teatro di tante tragedie, è anche il luogo dove si gioca una battaglia di diritti e dignità umana. E mentre l’Europa continua a blindare i suoi confini, la lotta per la giustizia e la libertà di movimento non si ferma.

Le voci invisibili dei migranti che hanno il coraggio di testimoniare sono fondamentali per abbattere l’immagine di ‘vittime’ che spesso viene loro attribuita. Son racconti di tenacia e di coraggio di lottare per i propri diritti. Il mare di sofferenza e morte che attraversano è anche un mare di resistenza e speranza.

Alarm Phone, insieme alla società civile tunisina e transnazionale, assicura che continuerà a documentare le pratiche violente della Guardia Nazionale tunisina e di tutte le altre autorità coinvolte nelle intercettazioni e nei respingimenti nel Mediterraneo. “Denunciamo questo regime repressivo di controllo della mobilità e le politiche di outsourcing che lo permettono e lo incoraggiano”, scrive l’Ong. 

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