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La sfida per il lavoro e l’unità

Nonostante il pessimismo e la distrazione l’Italia sta vivendo un momento di straordinaria mobilitazione popolare. Al centro ci sono quattro quesiti referendari che mirano a ridisegnare il panorama dei diritti del lavoro nel nostro Paese. La Cgil, promotrice dell’iniziativa, ha lanciato una sfida ambiziosa: raccogliere le firme necessarie per indire un referendum che cancelli gli attacchi ai diritti dei lavoratori degli ultimi anni, dal Jobs Act di Renzi in poi. E la risposta dei cittadini è stata travolgente.

Nonostante il pessimismo e la distrazione l’Italia sta vivendo un momento di straordinaria mobilitazione popolare

“Abbiamo già superato ampiamente le 850mila firme per ognuno dei quattro quesiti, quindi stiamo parlando di milioni di firme”, annuncia con orgoglio il segretario della Cgil, Maurizio Landini. Un risultato che va ben oltre le aspettative e che dimostra quanto il tema del lavoro sia sentito dagli italiani. Il primo quesito mira a ripristinare la tutela del reintegro per i licenziamenti illegittimi, di fatto abrogando le norme del Jobs Act che hanno reso più facile licenziare. Il secondo punta a garantire un lavoro dignitoso, intervenendo sulla disciplina dei contratti a termine. Il terzo si concentra sulla stabilità del lavoro, cercando di limitare e mettere un freno al dilagare del precariato.Infine, il quarto quesito affronta il tema cruciale della sicurezza sul lavoro, estendendo la responsabilità delle imprese appaltatrici in caso di infortuni.

Sono temi che toccano da vicino la vita di milioni di italiani. Lo sa bene Alessandro Barbero, storico e scrittore, che ha deciso di sostenere apertamente l’iniziativa: “Firmo per tutte le persone che non hanno potuto lottare, che hanno avuto indennizzi da fame e a cui continuano a proporre contratti a tempo determinato invece di un’assunzione stabile”. Parole che risuonano nel cuore di chi vive sulla propria pelle la precarietà e l’insicurezza del lavoro contemporaneo. La mobilitazione non si ferma ai confini nazionali. La Cgil ha organizzato una raccolta firme straordinaria che coinvolge diverse città europee, da Bruxelles a Barcellona, da Francoforte a Basilea. Un’iniziativa che dimostra come il tema del lavoro sia centrale non solo per l’Italia, ma per l’intera Europa.

“Non ci siamo dimenticati dei 6 milioni di connazionali nel mondo, come spesso accade”, sottolinea Filippo Ciavaglia dell’area Internazionale della Cgil. Il successo della raccolta firme è ancora più significativo se si considera il contesto in cui avviene. In un’epoca di disaffezione verso la politica e di scarsa partecipazione, vedere centinaia di migliaia di cittadini mobilitarsi per una causa comune è un segnale forte. È la dimostrazione che la società civile non ha abdicato al suo ruolo politico, anzi lo sta rivendicando con forza. “Credo che sia un risultato molto importante, che indica la volontà dei cittadini e dei lavoratori di cancellare delle norme che hanno precarizzato il lavoro, lo hanno reso meno sicuro, hanno indebolito la vita delle persone, hanno abbassato i salari”, commenta Landini. “E credo che sia una domanda di libertà nel lavoro”.

La libertà nel lavoro, appunto. Un concetto che può sembrare paradossale, ma che in realtà è al cuore della questione. Perché, come sottolinea il leader dell Cgil, “una persona per essere libera non dev’essere precaria, deve avere uno stipendio dignitoso e non deve morire sul lavoro che fa, deve poter usare la propria intelligenza e potersi realizzare nel lavoro che fa”. Il referendum si configura così non solo come uno strumento di opposizione a determinate politiche ma come un’affermazione positiva di diritti.

È un modo per dire che un altro mondo del lavoro è possibile, un mondo in cui la dignità e la sicurezza dei lavoratori non sono optional, ma presupposti irrinunciabili. Indipendentemente dall’esito finale, questa mobilitazione ha segnato un punto di svolta. Ha dimostrato che i temi del lavoro sono ancora centrali nell’agenda del Paese, riportando l’economia reale come priorità. Al di là della propaganda il Paese è sfiancato da lavori precari e salari da fame. E non è finita qui. Perché mentre la macchina referendaria sul lavoro è in pieno movimento, all’orizzonte si profila già una nuova sfida.

Cgil e Uil hanno infatti annunciato l’intenzione di promuovere un referendum contro la legge sull’Autonomia differenziata. “Perché quella legge aumenta i divari e le diseguaglianze, non solo a danno del Mezzogiorno ma negando la crescita dell’intero Paese”, spiega Landini. È un’ulteriore conferma di come la società civile stia assumendo un ruolo sempre più attivo e propositivo nel panorama politico italiano. I referendum tornano a essere un simbolo di partecipazione democratica, un modo per riaffermare il primato della volontà popolare su temi cruciali per il futuro del Paese. È una lezione di democrazia che non può essere ignorata dai partiti. Mentre si ingrossano le file degli astenuti le iniziative politiche dal basso sono in ottima salute. A questo punto la domanda è lecita: non sarà che la crisi sia dei partiti e non della politica Solo che per rispondere i leader dovrebbero avere coraggio, tanto coraggio.

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Un altro, un’altra ammazzata

A Roma in via degli Orseolo al numero civico 36 c’è un nugolo di palazzi bassi color mattone e alcuni che tendono al rosa. Poi c’è un’area recintata vuota, inaspettata nel caos della capitale. Infine c’è Villa Sandra. Ci si entra da via Portuense ma chi ci lavora esce da dietro. Ieri, non erano ancora le due del pomeriggio, in via degli Orseolo al numero 36 c’era anche il corpo di Manuela Pietrangeli, 50 anni festeggiati con un contratto di lavoro che prometteva serenità in mezzo alla tempesta. Pietrangeli aveva un buco in mezzo al petto, come iniziano certi romanzi e certe serie a puntate. 

A sparare è stato Gianluca Molinaro che da tre anni era separato dalla donna. Avevano anche un figlio, ha nove anni. Molinaro era a bordo della sua auto, ha abbassato il finestrino. Uno sparo l’ha colpita al braccio, lei era con una collega, provando a scappare ha chiesto aiuto. Un fucile a canne mozze è l’arma del delitto. Un fucile a canne mozze che la colpisce al petto uscendo dal finestrino di un’auto. 

Sembra una scena di mafia scritta da Sciascia e invece è un altro femminicidio. I giornali scrivono che lei era buona. La notizia che lei è morta, uccisa da un uomo che aveva lasciato. È una notizia anche che l’assassino abbia delle denunce che del femminicidio sono veri e propri reati spia. Due mesi di carcere per violenze contro la sua ex compagna, denunce per atti persecutori. È la sua ex compagna (con cui ha un’altra figlia) che l’ha convinto a costituirsi. Racconta che quando lui l’ha chiamata confessando il femminicidio era ubriaco e voleva uccidersi. Non si è ucciso, no, e ha chiamato un’altra sua vittima – per fortuna viva – per mondarsi. Ora è in arresto. Un altro, un’altra ammazzata. 

Buon venerdì. 

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Ha detto tutto lui

«Non si può ricorrere a semplificazioni di sistema o a restrizioni di diritti “in nome del dovere di governare”. Una democrazia “della maggioranza” sarebbe una insanabile contraddizione». Non ci gira tropo intorno il presidente della Repubblica parlando a Trieste e puntualizzando cosa sia la democrazia (parlamentare) e la Costituzione. 

«La democrazia come forma di governo – ha detto Mattarella – non basta a garantire in misura completa la tutela dei diritti e delle libertà: può essere distorta e violentata nella pretesa di beni superiori o utilità comuni. Il Novecento ce lo ricorda e ammonisce». Per questo il capo dello Stato invita a non confondere la «volontà generale» con quella di una maggioranza che si considera «come rappresentativa della volontà di tutto il popolo».

Mattarella pronuncia «un fermo no all’assolutismo di Stato, a un’autorità senza limite, potenzialmente prevaricatrice». «La coscienza dei limiti è un fattore imprescindibile di leale e irrinunziabile vitalità democratica». Per questo sono necessari «limiti alle decisioni della maggioranza che non possano violare i diritti delle minoranze».

Le parole che arrivano dal Quirinale si sovrappongono alle critiche verso la riforma del premierato fortemente voluta da Giorgia Meloni e dalla sua maggioranza. Mattarella parla anche della necessità di evitare che il «principio “un uomo-un voto” venga distorto attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori». Queste invece sono all’indirizzo della ministra per le riforme Casellati che negli ultimi giorni spinge per una legge elettorale ancora più maggioritaria. 

Mi pare che ci sia tutto. Buon giovedì. 

Nella foto: il presidente Mattarella a Trieste, frame video, 3 luglio 2024

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Non sarà un tappo di plastica a far morire i leghisti di sete

Da ieri i tappi di plastica non rimovibili delle bottiglie, protagonisti della catastrofica campagna elettorale per le europee di Matteo Salvini, sono diventati obbligatori per legge. Il leader della Lega e i suoi compagni di partito hanno usato il tappo che rimane attaccato alla bottiglia come simbolo delle “leggi senza senso” dell’Unione europea.

Da ieri i tappi di plastica non rimovibili, protagonisti della catastrofica campagna elettorale di Salvini, sono diventati obbligatori per legge

Erano evidentemente convinti che una gran parte degli elettori fosse drammaticamente angustiata dalla fatica cerebrale di trovare la collocazione esatta per poter bere senza comprimersi le narici. Ogni partito politico del resto ha legittimamente la sua agenda di priorità. Funziona così. Per Salvini e la sua compagnia politica quel tappo di plastica dovrebbe essere la metafora della burocrazia dell’Unione europea che rende difficile la vita ai cittadini.

“Più Italia, meno Europa!”, urlavano i manifesti elettorali leghisti, dove il “più Italia” era rappresentato da un tappo staccabile. Nella sua ultima indagine Legambiente ha censito 705 rifiuti ogni 100 metri sulle spiagge italiane. I rifiuti dispersi in mare o lungo le coste, restano una delle grandi minacce ambientali da affrontare a livello globale. Quei rifiuti sono causa di inquinamento che arreca gravi danni agli ecosistemi oceanici, impattando sia sulla fauna selvatica che sugli esseri umani. Il 40,2% di questi è rappresentato da 5 tipologie di oggetti tra cui – indovina un po’? – proprio i tappi di plastica. Secondo il report “Plastic & Climate” la produzione, l’incenerimento e lo smaltimento della plastica aggiungono all’atmosfera più di 850 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Non saranno i tappi a fare morire i leghisti di sete.

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Regno Unito verso la svolta: il tramonto dei conservatori

Manca solo un giorno al voto che potrebbe segnare la fine di un’era per il Regno Unito. Domani 4 luglio gli elettori britannici si recheranno alle urne per eleggere i 650 membri della Camera dei Comuni, in quello che si preannuncia come un terremoto politico destinato a riscrivere gli equilibri di potere oltremanica.

Dopo 14 anni di dominio incontrastato, il Partito Conservatore rischia una disfatta di proporzioni storiche. I sondaggi sono impietosi: danno i Tories in svantaggio di oltre 20 punti percentuali rispetto ai Laburisti. Un divario abissale che potrebbe tradursi in una débâcle senza precedenti per i conservatori, con la prospettiva concreta di essere ridotti a un manipolo di 80-90 deputati. Uno scenario da incubo per il giovane premier Rishi Sunak, che si è ritrovato a dover gestire una campagna elettorale in salita fin dall’inizio.

La caduta dei conservatori: un decennio di turbolenze

Dal canto suo, il leader laburista Keir Starmer assapora già il gusto dolce della vittoria. Con la cautela di chi sa che in politica nulla è scontato fino all’ultimo, il 62enne ex procuratore della corona sta già lavorando alla formazione della sua squadra di governo. I bookmaker lo danno per favorito assoluto: il Labour potrebbe conquistare una maggioranza schiacciante di 440-450 seggi, un risultato che supererebbe persino il trionfo di Tony Blair nel 1997.

Nell’ultimo giorno di campagna, Sunak tenta disperatamente di esorcizzare la sconfitta. “Intendo impegnarmi fino all’ultimo momento”, ripete come un mantra il premier uscente, lanciando appelli agli indecisi a “non consegnarsi” ai laburisti. Ma il suo sembra ormai un canto del cigno, la resistenza estrema di chi sa di essere con le spalle al muro. Il sistema elettorale maggioritario britannico rischia di amplificare ulteriormente la portata del tracollo conservatore.

Starmer, dal canto suo, si limita a evitare passi falsi dell’ultimo minuto. La sua strategia è quella della cautela e della rassicurazione. Punta tutto sulla sua immagine di “uomo normale”, lontano dagli eccessi ideologici del suo predecessore Jeremy Corbyn. Un profilo moderato e centrista che sembra aver fatto breccia nell’elettorato, stanco di anni di instabilità e caos politico.

Il Labour si prepara a raccogliere i frutti di una campagna incentrata sui temi sociali ed economici: più fondi per la sanità e l’istruzione pubblica, misure per il costo della vita, spinta sulle energie rinnovabili. Temi che hanno fatto presa su un elettorato provato da anni di austerity e dalle conseguenze della Brexit.

Il ritorno dei laburisti: una nuova era per il Regno Unito

I conservatori pagano lo scotto di un decennio turbolento, segnato dalle lacerazioni sulla Brexit e da una successione vertiginosa di premier: da David Cameron a Theresa May, passando per il controverso Boris Johnson fino all’effimera parentesi di Liz Truss. Sunak, arrivato a Downing Street nell’ottobre 2022, non è riuscito a invertire la rotta del declino Tory.

L’incognita di queste elezioni è rappresentata da Reform UK, il partito populista guidato dall’eterno Nigel Farage. I sondaggi gli attribuiscono un potenziale 10% dei consensi, che potrebbe erodere voti preziosi ai conservatori nei collegi in bilico. Un’ulteriore spina nel fianco per Sunak.

Tutto lascia presagire che domani sera il Regno Unito si sveglierà con un nuovo inquilino a Downing Street. Keir Starmer si prepara a varcare la soglia della residenza del premier, ponendo fine a 14 anni di egemonia conservatrice. Un passaggio di consegne che potrebbe avvenire già venerdì, una volta certificato l’esito del voto.

Il nuovo governo laburista promette di imprimere una svolta nella politica britannica. Starmer punta a ricucire i rapporti con l’Unione Europea, pur senza rimettere in discussione la Brexit. Sul fronte interno, la priorità sarà il rilancio del servizio sanitario nazionale, fiore all’occhiello del welfare britannico messo a dura prova da anni di tagli.

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Ghetti abusivi di braccianti, la morte di Satnam Singh smuove il governo

Il datore di lavoro di Satnam Singh, il bracciante indiano ferito da un macchinario e scaricato in mezzo a una strada, è stato arrestato. è indagato per omicidio con dolo eventuale, la consulenza medico-legale ha accertato che il bracciante avrebbe potuto essere salvato. Il padre dell’indagato era a sua volta sotto inchiesta dal 2019 per reati di caporalato e sfruttamento della manodopera. I ghetti dell’Agro Pontino, di Rosarno, di Borgo Mezzanone continuano indisturbati a macinare schiavi a disposizione dei caporali. Da quelle parti morti come quella di Satnam sono inevitabili rischi del mestiere sommerso.

La missione 5 del Pnrr: promesse di inclusione e coesione

La Missione 5 del Pnrr, quella che prevede gli interventi di inclusione e coesione, stanziò 200 milioni di euro per il superamento degli insediamenti abusivi dei braccianti agricoli. Il 29 marzo del 2022 l’allora ministro del Lavoro Andrea Orlando firmò il decreto 55 che distribuiva quei soldi alle amministrazioni locali per superare i ghetti.

Come ricorda il periodico della Cgil, Collettiva, a quel decreto si arrivò dopo una serie di incontri tra l’Anci, l’Associazione dei comuni italiani e il ministero del Lavoro ai tavoli per la lotta la caporalato. Vennero censiti 150 ghetti con almeno 10mila persone.

Il decreto 55 del 29 marzo 2022 assegnava le risorse ai 37 comuni in 11 Regioni destinatari della misura, che aveva come obiettivo proprio il contrasto al caporalato attraverso la realizzazione di condizioni abitativi dignitose. Tra quei comuni c’era anche Latina, lì dove Satnam Singh è morto dissanguato. Solo che quei soldi non sono mai arrivati nonostante il comune abbia approvato ormai da un anno e mezzo il Piano di azione locale, passaggio necessario per passare all’incasso.

Entro giugno dell’anno scorso avrebbero dovuto essere distribuite le risorse ma non si è visto un centesimo. I sindaci in ben due occasioni hanno manifestato la loro delusione durante gli incontri del’Anci senza ottenere nessuna risposta dal governo. A marzo scorso con il decreto Pnrr quater il governo Meloni ha commissariato una serie di interventi tra cui il superamento dei ghetti.

Come al solito è stato nominato un commissario, perché l’autonomia è differenziata ma l’accentramento è un vizio antico. Siamo al 4 giugno. Passa un mese e non se ne sa nulla finché ieri è trapelata la notizia che oggi è stata convocata una cabina di regia negli uffici del ministro Raffaele Fitto con la ministra del Lavoro Maria Elvira Calderone e quello dell’Interno Matteo Piantedosi, insieme al commissario straordinario Maurizio Falco.

Fondi Pnrr: promesse mancate e inazione governativa

Le opere a cui sono destinate quei 200 milioni devono essere completate entro il 2025. Mancano pochi mesi. Per la segretaria confederale della Cgil, Maria Grazia Gabrielli “La Cgil e la Flai da quando il Pnrr ha previsto queste risorse per superare baraccopoli e insediamenti abusivi, hanno posto attenzione e hanno lanciato l’allarme sul loro effettivo utilizzo, per evitare che quelle risorse vengano utilizzate per altro come spesso accade”. “Gli interventi previsti dalla Missione 5 – spiega la dirigente sindacale – vanno semmai ampliati, certo non svuotati di efficacia. Il superamento di questi veri e propri ghetti è un elemento concreto, adesso va posta la massima attenzione perché queste risorse siano destinate e spese entro i tempi stabiliti e vincolanti”.

Oggi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni esulta per l’attuazione del Pnrr e annuncia la cabina di regia per “gli insediamenti abusivi in agricoltura”. Intanto Singh è morto. 

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Quindi ora si dimette La Russa

«Non c’è spazio, in Fratelli d’Italia, per posizioni razziste o antisemite, come non c’è spazio per i nostalgici dei totalitarismi del ‘900, o per qualsiasi manifestazione di stupido folklore». Scrive così Giorgia Meloni in una lettera ai dirigenti del suo partito, Fratelli d’Italia, in merito all’inchiesta di Fanpage da cui è emersa la fascisteria come brand all’interno di Gioventù nazionale, la formazione giovanile che amata parte ha avuto nell’ascesa della presidente del Consiglio. 

È l’ennesimo cambio di strategia di fronte a un imbarazzo evidente, malvestito, malcelato, simulato. Proprio Meloni aveva gridato al «pericolo democratico» invocando l’intervento del Presidente della Repubblica. Qualcuno le ha fatto notare l’enormità e l’inutilità di quella prima reazione.

A nulla sono serviti i legulei sguinzagliati dalla stampa amica per dimostrarci che il giornalismo sotto copertura sarebbe illegale. «Non c’è alcuno spazio tra le nostre fila per chi recita un copione macchiettistico utile solo al racconto che i nostri avversari vogliono fare di noi», scrive Meloni, rivendicando di avere fatto «i conti con il ventennio». 

Sforzandosi di prendere per autentiche le parole della premier ci si potrebbe immaginare quindi che da questa mattina vengano espulsi da Fratelli d’Italia tutti coloro che utilizzano o hanno utilizzato l’ombra di Mussolini per piacere agli elettori. «Non siamo un partito che guarda al passato», scrive Meloni e quindi ci si aspetta che scompaia la fiamma all’interno del simbolo elettorale. Ci sarebbe da espellere la neo eurodeputata Elena Donazzan che ha cantato in radio Faccetta nera. Ah, ci sarebbe da fare dimettere anche il presidente del Senato, volendo. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: Giorgia Meloni, frame da un video di fanpage

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Autonomia, prima lite a destra: altolà di Musumeci a Zaia

Probabilmente hanno fatto la legge sull’Autonomia differenziata sperando rimanesse uno slogan. Si potrebbe spiegare così la piccata reazione del ministro della Protezione civile Nello Musumeci alla lettera vergata lunedì dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia. Nella sua missiva indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni il governatore leghista chiede la riapertura del tavolo di confronto per l’attuazione dell’autonomia differenziata, secondo quanto previsto dalla Costituzione, per trattare su nove materie in cui non è prevista la definizione dei Lep. “Premetto che da siciliano sono autonomista fino al midollo – ha risposto a stretto giro il ministro Musumeci su SkyTg24 – anche se in Sicilia l’autonomia non l’abbiamo usata come opportunità ma soltanto come un privilegio”. Ma riguardo alla richiesta di Zaia, Musumeci parla di “un problema di opportunità e la politica deve obbedire anche alla regola non scritta della opportunità”.

Autonomia, la provocazione politica

Per Musumeci “in questo momento nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia permangono delle perplessità, anche all’interno della coalizione di governo. Chiederei a Zaia – dice il ministro – di accelerare, invece, insieme con noi governo il processo che deve portare alla individuazione dei Lep, che costituiscono una garanzia per quelle regioni che essendo svantaggiate guardano con diffidenza alla concreta applicazione della riforma”. Una zuffa politica che svela ciò che in molti prevedevano: l’autonomia differenziata soffia su chi la intende come metafora dolce dell’antica secessione (la Lega in testa) e chi l’ha mal sopportata come scambio politico all’interno della maggioranza per saldare la tenuta del governo.

Il problema sottovalutato da Musumeci e il suo partito (Fratelli d’Italia) insieme a un’ampia fronda all’interno di Forza Italia è che le leggi infine si usano, ognuno a modo suo. Prevedere lo scopo dei leghisti non era così difficile. “Se noi riuscissimo ad accelerare – dice ancora Musumeci – come prevede la legge per individuazione dei Lep con criteri stabiliti, possiamo anche consentire per le deleghe non legate ai livello essenziale di prestazione di poterle affidare alle regioni. Non è detto che tutte le regioni debbano usare l’autonomia differenziata. – aggiunge il ministro – La richiesta di Zaia è legittima, se non è una provocazione politica e cominciamo a lavorare sulla individuazione dei lep che costituiscono il presupposto per potere dire ‘la riforma c’è e può partire”.

La frattura interna

Lo scorso 21 giugno Massimo Villone, professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università Federico II di Napoli aveva spiegato in un’intervista a La Notizia che nella riforma del governo “l’ampiezza delle materie è il primo vulnus. Poi se guardiamo a queste materie si vede una frammentazione del Paese che impedisce le politiche pubbliche necessarie strategiche. Se noi frammentiamo il Paese, per esempio per le grandi reti di trasporto e di comunicazione, stiamo impedendo di avere un sistema efficiente”. Poco più di una settimana fa il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto (che è anche vice segretario nazionale di Forza Italia) aveva espresso critiche alla legge così com’è. Nella maggioranza si era faticato parecchio per simulare una ricomposizione. “Il Sud deve smettere di continuare a piangere”, aveva detto in quell’occasione il ministro Musumeci intento a ricucire. Zaia e il presidente lombardo Attilio Fontana avevano già cominciato a brindare. Ora ci si accorge che la maggioranza che ha votato la legge non sta in piedi nell’attuarla.

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La povertà educativa non va in vacanza neppure d’estate. Il Sud più discriminato

Quando l’anno scolastico termina e le scuole chiudono i battenti, per molti bambini e adolescenti in Italia si apre una stagione fatta di opportunità. Opportunità che, tuttavia, non sono equamente distribuite lungo la penisola, creando un divario che accentua la già preoccupante povertà educativa. La funzione dei centri estivi e delle attività pre e post scuola, infatti, non si limita a supportare le esigenze lavorative delle famiglie, ma diventa un baluardo contro la perdita di apprendimento estivo, il cosiddetto “summer learning loss”.

Secondo i dati Openpolis, nel 2019 erano solo 9,8 ogni 100 residenti tra i 3 e i 14 anni a beneficiare di centri estivi e attività analoghe in Italia. Questa cifra nasconde una disparità allarmante: mentre in Emilia Romagna l’offerta raggiungeva il 17,6%, nelle regioni del Sud continentale scendeva drasticamente al 2,2%. La povertà educativa, che già affligge molte aree del Paese durante l’anno scolastico, trova un terreno ancora più fertile nei mesi estivi, quando le scuole chiudono e le alternative per i più giovani si riducono drasticamente.

Opportunità estive: un’analisi delle disuguaglianze regionali

Emilia Romagna e Lombardia emergono come isole felici in questo panorama desolante, con una copertura rispettivamente del 17,6% e del 15,9% tra i residenti in età scolare. Al contrario, regioni come Calabria (2,3%), Puglia (1,6%) e Campania (1,1%) testimoniano l’assenza quasi totale di tali servizi, lasciando i bambini senza strutture dove poter continuare a crescere e apprendere anche fuori dalle mura scolastiche.

Milano spicca tra le città con la migliore offerta: nel 2019, ben 34,9 ogni 100 minori potevano accedere a centri estivi. Seguono Verona, Parma, Bologna e Fermo con cifre che oscillano intorno ai 20 utenti ogni 100 minori. Tuttavia, l’Italia meridionale e alcune zone centrali offrono un quadro sconfortante: città come Taranto, Crotone, Bari, e Napoli registrano meno di 0,65 utenti ogni 100 minori. Questi numeri evidenziano un’assenza di investimenti in strutture essenziali per garantire un’educazione continua e inclusiva.

L’importanza dei centri estivi per combattere la povertà educativa

I centri estivi non rappresentano solo un’opportunità di svago, ma costituiscono un fondamentale strumento educativo e sociale. Attraverso attività ludiche, sportive, laboratori espressivi e manuali, gite e momenti di gioco strutturato e non, questi centri contrastano la perdita di apprendimenti estivi e promuovono la socializzazione e il diritto al gioco sancito dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia.

La carenza di tali servizi nei comuni del Sud e in quelli di medie dimensioni non è solo una questione di numeri, ma di diritti negati. In Emilia Romagna, ogni 100 minori ci sono 17,6 utenti di centri estivi, mentre in regioni come la Campania il dato si ferma a 1,1. Questo divario sottolinea come l’accesso alle opportunità educative sia fortemente legato al luogo di residenza, alimentando un circolo vizioso di povertà educativa che si perpetua da una generazione all’altra.

L’Italia dovrebbe puntare a un’armonizzazione delle politiche educative che garantisca pari opportunità a tutti i bambini, indipendentemente dal loro luogo di nascita. Sta scritto nella Costituzione. L’articolo 31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia recita che “gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica”. 

Ma tranquilli, ci sarà sempre qualche anima pia pronta a gridare “colpa loro!” quando questi ragazzi, cresciuti nell’abbandono istituzionale, finiranno per cercare altrove quel senso di appartenenza che lo Stato gli ha negato. A quel punto un altro “decreto Caivano” non si potrà negare. 

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Debutto da presidente Ue, Orbán fa subito l’Orbán

Primi giorni di presidenza ungherese del Consiglio dell’Ue e Viktor Orbán fa l’Orbán, come si poteva facilmente immaginare. Alla cerimonia del passaggio di consegne tra Belgio e Ungheria il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha lanciato il monito: “Competitività, difesa e allargamento: conosciamo tutti le sfide che dobbiamo affrontare. Farlo insieme e uniti è l’unico modo per superarle”. Orbán ha risposto con un pezzo pubblicato dal Financial times: “La perdita di competitività dell’Ue – ha scritto il premier ungherese – ha rappresentato una tendenza crescente negli ultimi decenni. Questo declino può essere attribuito principalmente alle decisioni sbagliate di Bruxelles che vanno contro la realtà dell’economia mondiale”.

Non male come inizio. Nel frattempo il suo consigliere Balazs Orban pubblicava un post su X richiamando un articolo di un sito cinese accusato di disinformazione per sostenere Marine Le Pen e la tesi secondo cui “spontaneamente e simultaneamente gli elettori dell’Occidente si stanno sollevando per ripudiare i loro leader”. Ieri Orbàn si è presentato a sorpresa – ma nemmeno troppo – in Ucraina.

Il governo ungherese sta bloccando 6,6 miliardi di euro che dovrebbero servire per rimborsare 1,6 miliardi di euro ai Paesi che li hanno già trasferiti all’Ucraina e usare altri 5 miliardi nel 2024 per comprare equipaggiamento militare per Kiev, La posizione del premier ungherese è sempre la stessa: sentita vicinanza alle posizioni di Putin. Forse per questo la tradizionale visita della Commissione europea all’inizio di presidenza di turno del Consiglio europeo è già slittata. E la Lega di Salvini è già pronta a salire sul carro.

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