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Il caporalato è un crimine ma il silenzio è complice

Rajwinder Sidhu Singh, 38 anni, è morto nei campi del Tarantino. Un’altra vittima del sistema di sfruttamento che sostiene la nostra economia agricola. La storia si ripete: un malore, una versione dei fatti poco convincente, un’indagine per omicidio colposo e caporalato. I fatti parlano chiaro. Il datore di lavoro racconta di averlo trovato svenuto. I sanitari non ci credono. L’autopsia solleva dubbi. I soccorsi, probabilmente, non sono stati tempestivi.

Come nel caso di Satnam Singh a Latina, morto dissanguato dopo un’amputazione sul lavoro. Non è un caso isolato. È un sistema. Un meccanismo ben oliato che trasforma esseri umani in merce usa e getta. Il caporalato non è un’aberrazione, ma la norma. Un ingranaggio necessario per mantenere i prezzi bassi e i profitti alti. L’indignazione non basta più. Non cambia nulla. Mentre ci stracciamo le vesti, nei campi si continua a morire. Di fatica, di caldo, di sfruttamento. E di indifferenza.

La verità è scomoda: il nostro benessere si basa su questo sistema. Accettiamo tacitamente l’idea che alcune vite valgano meno di altre. Che sia accettabile sacrificare braccianti sull’altare del profitto. L’indagine in corso non è sufficiente. Serve un cambiamento radicale. Controlli serrati, pene severe, ma soprattutto una presa di coscienza collettiva. Dobbiamo riconoscere la nostra complicità in questo sistema e agire di conseguenza. La morte di Rajwinder Sidhu Singh non è una tragedia. È un crimine. Un crimine di cui siamo tutti responsabili. Finché non affronteremo questa realtà, continueremo a essere complici silenziosi di una strage senza fine.

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Gaza, The Lancet inchioda Netanyahu: accertate 37.396 vittime, ma il conto potrebbe salire a 186mila

La prestigiosa rivista medica The Lancet ha pubblicato un’analisi che getta nuova luce sulla drammatica situazione a Gaza. I dati sui morti palestinesi, a lungo contestati e bollati come propaganda di Hamas, trovano ora una conferma autorevole e imparziale.

Secondo The Lancet, non solo le cifre fornite dal Ministero della Salute di Gaza sono attendibili, ma potrebbero addirittura essere sottostimate. L’analisi rivela che ai 37.396 morti accertati fino a fine giugno 2024 andrebbero aggiunti almeno altri 10.000 corpi sepolti sotto le macerie. 

The Lancet: i numeri di Gaza sono reali (e peggiori del previsto)

Ma il quadro è ancora più cupo. Applicando un calcolo prudenziale basato sulle “morti indirette” causate dal collasso delle infrastrutture sanitarie, dalla mancanza di cibo, acqua e medicine, The Lancet stima che il bilancio totale delle vittime potrebbe raggiungere l’incredibile cifra di 186.000. Parliamo del 7,9% dell’intera popolazione della Striscia.

Questi numeri spaventosi smentiscono categoricamente chi, per mesi, ha cercato di minimizzare la portata della tragedia accusando Hamas di gonfiare le cifre. La verità è che la catastrofe umanitaria a Gaza ha dimensioni ancora più vaste di quanto si pensasse.

The Lancet sottolinea come la raccolta dei dati sia diventata sempre più difficile a causa della distruzione delle infrastrutture. Il Ministero della Salute di Gaza ha dovuto integrare i report ospedalieri con informazioni provenienti da fonti mediatiche affidabili e soccorritori. Questo ha portato a un 30% di vittime non identificate, un dato che alcuni hanno strumentalizzato per screditare le statistiche, ma che in realtà è indice di un tentativo di migliorare la qualità dei dati in condizioni estreme.

Oltre le bombe: l’apocalisse silenziosa delle morti indirette

L’analisi evidenzia anche come gli effetti indiretti del conflitto continueranno a mietere vittime per mesi o anni, anche in caso di cessate il fuoco immediato. Le malattie, la mancanza di cure, la denutrizione, le pessime condizioni igieniche faranno sentire i loro effetti a lungo termine sulla popolazione stremata di Gaza.

Di fronte a questa catastrofe, l’appello di The Lancet è chiaro: serve un cessate il fuoco immediato e urgente, accompagnato da misure che consentano la distribuzione di forniture mediche, cibo, acqua potabile e altre risorse essenziali. Solo così si potrà arginare una tragedia dalle proporzioni bibliche.

Ma non basta. The Lancet sottolinea l’importanza cruciale di documentare accuratamente l’entità e la natura delle sofferenze inflitte da questo conflitto. È un dovere morale verso le vittime, un requisito legale imposto dalla Corte Internazionale di Giustizia, e uno strumento indispensabile per pianificare la ricostruzione e gli aiuti umanitari nel dopoguerra.

Mentre i media sembrano aver relegato Gaza a un “conflitto a bassa intensità”, questi dati ci ricordano brutalmente che l’orrore continua, giorno dopo giorno. Netanyahu parla di continuare la distruzione anche dopo l’eventuale liberazione degli ostaggi. La comunità internazionale di fronte a queste cifre agghiaccianti e alle macerie sembra preoccupata più dagli equilibri politici che dagli aspetti umanitari. 

Forse abbiamo bisogno di questi numeri spaventosi per scuotere le nostre coscienze anestetizzate. La vera tragedia di Gaza non è solo nelle macerie dei palazzi, ma nel silenzio assordante che le circonda. Un silenzio che The Lancet ha avuto il coraggio di infrangere, ricordandoci che l’indifferenza è complice tanto quanto le armi. Perché quei 186.000 morti non sono solo un numero. Sono lo specchio in cui si riflette la nostra coscienza collettiva. E ciò che vediamo in quello specchio, oggi, è un’immagine che dovrebbe farci tremare.

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Altro che Autonomia, i Lep del Jobs Act sono un flop

Mentre l’Italia si prepara all’entrata in vigore della legge sull’autonomia differenziata un fantasma si aggira per i corridoi del potere: il fallimento dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) nel settore del lavoro. Un presagio inquietante per il futuro di questa riforma sbandierata ma controversa che proprio sui Lep rischia di incagliarsi.

La professoressa Lucia Valente, ordinaria di Diritto del lavoro alla Sapienza, in uno studio pubblicato su La Voce.info, ci offre uno spaccato impietoso di come i Lep, pensati come garanzia di equità e uniformità dei servizi su tutto il territorio nazionale, si siano trasformati in un monumento all’inefficienza e all’opacità.

Dal Jobs Act al Pnrr: la genesi incompiuta dei Lep

Il Jobs Act del 2014, con tutta la sua retorica sulla modernizzazione del mercato del lavoro, aveva già previsto l’introduzione dei Lep per i servizi all’impiego. L’idea era semplice: garantire standard minimi di servizio in tutti i centri per l’impiego d’Italia, da Bolzano a Lampedusa. Non un’utopia, ma una necessità in un paese dove le disparità territoriali nel mercato del lavoro sono abissali.

Ma come in ogni buona commedia all’italiana, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. I Lep per il lavoro sono stati definiti nel 2018, finanziati nel 2019 e ulteriormente rimpinguati con i fondi del Pnrr nel 2021. Eppure, a distanza di anni, nessuno sa dire con certezza se, come e quanto questi standard vengano effettivamente rispettati.

L’Anpal, l’agenzia che doveva vigilare sull’attuazione dei Lep, è stata soppressa. Il monitoraggio trimestrale del programma Gol (Garanzia Occupabilità Lavoratori) è sparito nel nulla da gennaio 2024. L’Inapp, l’istituto che dovrebbe valutare le politiche pubbliche, brancola nel buio. Il ministero del Lavoro offre dati aggregati talmente nebulosi da far sembrare un’equazione di fisica quantistica più comprensibile.

Questo scenario kafkiano solleva seri dubbi sulla capacità di implementare efficacemente l’autonomia differenziata. L’incapacità di garantire standard minimi nei servizi per l’impiego non fa ben sperare per settori ancora più complessi come l’istruzione, la sanità e l’ambiente.

Monitoraggio assente e regioni impreparate: il rischio concreto

Valente ci ricorda che il problema non è tanto l’autonomia in sé, quanto la gestione e il monitoraggio dei Lep. Le regioni, già oggi, dimostrano di non essere all’altezza del compito loro assegnato dalla legge. E senza dati chiari e trasparenti, il governo non può nemmeno esercitare il suo potere sostitutivo previsto dalla Costituzione.

Il programma Gol, finanziato dal Pnrr, prevedeva che entro il 2025 almeno l’80% dei centri per l’impiego in ogni regione rispettasse gli standard definiti come Lep. A 16 mesi dalla scadenza, si brancola ancora nel buio più totale. Il fallimento silenzioso dei Lep nel settore del lavoro è un campanello d’allarme non ignorabile. È la prova tangibile che senza un sistema di monitoraggio efficace, senza trasparenza e senza una reale volontà politica di implementare questi standard, l’autonomia differenziata rischia di trasformarsi in un’autonomia disfunzionale.

Il Jobs Act, con tutti i suoi limiti, aveva almeno intuito la necessità di uniformare i servizi per l’impiego su tutto il territorio nazionale. Ma come spesso accade in Italia, tra l’intuizione e la realizzazione si è aperto un baratro di inefficienza e opacità. L’autonomia differenziata, senza un sistema di Lep funzionante e monitorato, rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio, che invece di ridurre le disuguaglianze territoriali finirà per acuirle. Lo denunciano da mesi presidenti di Regione, anche dei partiti della maggioranza. I Lep del Jobs Act sono lì come indizio a suggerirci come potrebbe andare a finire.

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Pistoleri d’Italia

Nello Trocchia sul quotidiano Domani riporta stralci dell’interrogatorio di Emanuele Pozzolo, il deputato sospeso di Fratelli d’Italia che a Capodanno è stato protagonista di una vicenda su cui sta indagando la Procura. Quella notte uno sparo ha ferito Luca Campana, genero di Pablo Morello che è il caposcorta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Delmastro era presente alla serata. 

Sul colpo partito dalla sua arma la Procura di Biella ha chiesto il processo per “reati di omessa custodia di armi, accensioni ed esplosioni pericolose, porto illegale in luogo pubblico e/o aperto al pubblico della pistola revolver North american arms e di cinque cartucce”. Le perizie balistiche e lo stub confermerebbero che il deputato eletto nel partito di Giorgia Meloni avrebbe sparato, forse accidentalmente.

Pozzolo durante il suo interrogatorio invece avrebbe accusato il caposcorta del suo compagno di partito, raccontando la sua versione dei fatti. Alcuni passaggi sono particolarmente significativi. Dice Pozzolo di avere avuto bisogno di una pistola perché «appoggia un movimento di resistenza iraniana» e «soggetti di rilievo politico che hanno appoggiato tale movimento hanno subito degli attentati ed anche, recentemente, un politico spagnolo». 

Quando il caposcorta del sottosegretario Delmastro ha visto l’arma del deputato avrebbe detto «che è sta cosa da finocchio?». Pozzolo ha spiegato di avere portato l’arma alla festa partecipata anche da bambini perché, dice, «potevo portarla fuori. In virtù del porto da difesa personale. Inoltre non ritengo sia un’arma particolarmente insidiosa».

Buon mercoledì. 

Nella foto: Emanuele Pozzolo (da facebook)

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L’occupazione cresce e i salari restano al palo

I numeri indicano che cresce l’occupazione, è vero, ma l’Italia è il Paese avanzato con gli stipendi più bassi. Lo scrive il rapporto dell’Ocse sulle prospettive dell’occupazione. A maggio il tasso di disoccupazione in Italia è sceso al 6,8%, un punto percentuale in meno sul 2023 e tre punti percentuali sotto rispetto a prima della crisi Covid, “ma ancora al di sopra della media Ocse del 4,9%”.

Le previsioni sono nere. Nei prossimi due anni “la crescita dei salari reali dovrebbe rimanere contenuta”

Anche l’occupazione totale è aumentata nell’ultimo anno, con un incremento su base annua del 2%. Tuttavia, il tasso di occupazione italiano “rimane ben al di sotto della media Ocse: 62,1% contro 70,2% nel 1° trimestre di quest’anno”. L’Italia è il Paese che ha registrato il più forte calo dei salari reali tra le maggiori economie dell’Ocse. «Nel primo trimestre del 2024, i salari reali erano ancora inferiori del 6,9% rispetto a prima della pandemia», ricorda il rapporto. Preoccupante, poi, l’evoluzione in negativo del potere d’acquisto di chi ha un posto, coerente con l’aumento della povertà assoluta tra i lavoratori dipendenti registrato dall’Istat.

Le previsioni sono nere. Nei prossimi due anni “la crescita dei salari reali dovrebbe rimanere contenuta”: i salari nominali in Italia dovrebbero crescere del 2,7% nel 2024 e del 2,5% nel 2025, aumenti “significativamente inferiori a quelli della maggior parte degli altri Paesi Ocse”. Visto che l’inflazione è data all’1,1% nel 2024 e al 2% nel 2025, in tasca rimarrà qualcosa ma il recupero riguarderà solo una parte del potere d’acquisto perduto. Nel 2025 i lavoratori italiani saranno più poveri di quanto fossero prima della pandemia. Male anche gli strumenti che hanno sostituito il reddito di cittadinanza che per Ocse andrebbero estesi. Tutto bene, dicono.

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Cervelli in valigia, Italia in bancarotta: il grande esodo dei giovani che lascia un paese vecchio e povero

Il 35% dei giovani italiani è pronto a lasciare il paese per cercare salari più alti, migliori opportunità lavorative, esperienze di vita arricchenti e stabilità professionale. Questi dati emergono da un’indagine realizzata da Ipsos per la Fondazione Giuseppe Barletta, che ha coinvolto un campione di 1.200 under 30. Per avere un lavoro più gratificante, addirittura l’85% dei giovani considera la possibilità di trasferirsi lontano da casa. 

Fenomeno in Crescita

Il fenomeno della migrazione giovanile non è nuovo, ma è in crescita. Secondo il rapporto “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, il 44% di chi ha lasciato l’Italia nel 2022 era un giovane tra i 18 e i 34 anni, due punti percentuali in più rispetto agli anni precedenti. Dal 2006, la presenza degli italiani all’estero è aumentata del 91%, con le donne che hanno quasi raddoppiato la loro presenza (+99,3%), i minori aumentati del 78,3% e gli over 65 del 109,8%. 

Le Cause della Fuga

Il principale motivo che spinge i giovani italiani a emigrare è il basso livello dei salari. In Italia, i lavoratori guadagnano in media circa 3.700 euro all’anno in meno rispetto alla media europea e oltre 8.000 euro in meno rispetto ai colleghi tedeschi. La retribuzione media annua lorda per dipendente è di circa 27.000 euro, inferiore del 12% alla media UE e del 23% a quella tedesca . La stagnazione salariale è un problema persistente: l’Italia è l’unico paese europeo in cui i salari sono effettivamente diminuiti dal 1990 a oggi, con una decrescita del 2%.  

Il Costo Economico della Fuga dei Cervelli

La formazione di un diplomato costa allo Stato circa 77.000 euro, quella di un laureato 164.000 euro e quella di un dottore di ricerca 228.000 euro. I cervelli in fuga costano all’Italia circa 4,5 miliardi di euro all’anno. Secondo uno studio della Fondazione Nord Est e dell’associazione Tiuk, tra il 2011 e il 2021 sono almeno 1,3 milioni i giovani italiani tra i 18 e i 34 anni emigrati in paesi UE e nel Regno Unito.

Il Fallimento delle Politiche di Incentivo

Le politiche basate su bonus e incentivi una tantum hanno dimostrato di essere inefficaci nel risolvere il problema. Nonostante gli investimenti in formazione, il paese non riesce a trattenere i giovani talenti, causando un depauperamento del tessuto demografico, culturale e sociale. Gianluca Torelli della Cgil sottolinea come la combinazione tra inverno demografico e fuga dei giovani possa mettere una seria ipoteca sul futuro del paese.

Responsabilità e Soluzioni

Secondo Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, il governo ha enormi responsabilità in questo fenomeno. La necessità di una legge sul salario minimo e sulla rappresentanza sindacale è fondamentale per migliorare i salari e le condizioni di lavoro, rendendo il paese più attrattivo per i giovani. Anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha definito la fuga dei cervelli una “patologia” da cui guarire, invitando la classe politica a trovare soluzioni per garantire il ritorno dei giovani in Italia.

Impatto sui Territori

Il Mezzogiorno d’Italia è particolarmente colpito da questo fenomeno. Sommando il calo delle nascite e l’emigrazione, questa regione paga il saldo negativo più pesante. I giovani del Sud Italia affrontano spesso contratti precari e malpagati, con poche opportunità di crescita. Questo scenario è aggravato dalla fragilità del tessuto istituzionale e dall’incapacità della politica di attrarre i giovani nei processi decisionali.

I dati sono chiari: l’Italia sta perdendo una generazione di giovani talentuosi, attratti da migliori condizioni lavorative e salariali all’estero. Senza interventi concreti, il paese continuerà a vedere un’emigrazione crescente che ne impoverisce il tessuto sociale e produttivo. E non basterà la retorica della Patria senza figli, se i figli che ci sono sognano la valigia. 

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L’Ungheria al timone dell’Ue: sei mesi di ambiguità e potenziali conflitti

L’Ungheria di Viktor Orbán ha preso le redini del Consiglio Europeo per i prossimi sei mesi, in un momento delicato per il futuro del progetto comunitario. Il semestre ungherese si preannuncia più come un’occasione di scontro politico che di reale avanzamento legislativo, con Budapest pronta a spingere la propria agenda su temi sensibili come migrazione e difesa.

Sullo sfondo incombe anche il nuovo gruppo Patrioti per l’Europa di cui Orbàn è fondatore e ispiratore e questi primi giorni da scheggia impazzita. Dopo le visite “a sorpresa” a Kiev e Mosca, il premier ungherese e presidente di turno dell’istituzione Ue è stato a Pechino per la sua “missione di pace 3.0”, proprio nel giorno della formazione del gruppo parlamentare ‘Patrioti per l’Europa’. Nessun contatto o coordinamento con gli altri leader né con i vertici di Commissione e Consiglio Europeo.

Il governo Orbán, noto per le sue posizioni euroscettiche e le simpatie filorusse, si trova ora paradossalmente a dover gestire dossier cruciali per l’integrazione europea. Tra questi spiccano il rafforzamento dell’industria della difesa comune, l’utilizzo dei beni russi congelati a sostegno dell’Ucraina e l’inasprimento delle sanzioni contro Mosca. Temi su cui l’Ungheria ha finora mostrato forte riluttanza, se non aperta ostilità.

Difesa e Ucraina: i nodi più spinosi

Sul fronte della difesa, Budapest dovrà coordinare i negoziati sul Programma europeo per l’industria della difesa (EDIP), che prevede 1,5 miliardi di euro per potenziare l’apparato militare del blocco. Un’iniziativa che l’Ungheria ha finora ostacolato, bloccando i fondi Ue per rimborsare gli aiuti militari all’Ucraina. Sarà interessante vedere come Orbán gestirà questa ambivalenza, dovendo mediare tra la sua retorica sovranista e le responsabilità della presidenza.

Ancor più spinosa la questione dei beni russi congelati, con l’Ue che punta a utilizzarne i proventi per sostenere Kiev. Un piano che potrebbe essere sabotato dall’Ungheria, unico paese membro apertamente filorusso. Non a caso, come rivela Politico.eu, si valuta di affidare il dossier a un formato ristretto di ministri della zona euro per aggirare il potenziale veto ungherese.

Sul fronte delle sanzioni contro Mosca, poi, ci si aspetta ben poco da Budapest. “Si siederanno sulle loro mani e non faranno nulla per sei mesi”, ha dichiarato a Politico.eu un diplomatico europeo. Una previsione che la dice lunga sulle aspettative verso la presidenza ungherese.

L’agenda di Orbán: tra sovranismo e responsabilità europea

Ma l’agenda di Orbán non si limita a ostacolare le politiche anti-russe. Il premier magiaro punta a imporre la propria visione anche su temi come migrazione e politica agricola. Sull’immigrazione, in particolare, l’Ungheria spingerà per un approccio più restrittivo, in linea con le sue politiche nazionali ultraconservatrici.

Non mancano poi dossier potenzialmente divisivi come la riforma del mercato farmaceutico Ue, su cui l’Ungheria dovrà mediare tra le pressioni dell’industria e le esigenze di accesso ai farmaci dei Paesi più poveri. O ancora la direttiva sulle rivendicazioni verdi delle aziende, tema caro agli ambientalisti, ma osteggiato da molti governi.

Insomma, il semestre ungherese si preannuncia come una continua prova di equilibrismo tra gli interessi nazionali di Orbán e le responsabilità europee. Con il rischio concreto di paralisi su molti fronti cruciali, dalla difesa comune al sostegno all’Ucraina.

D’altronde, come ha candidamente ammesso il ministro ungherese per gli affari Ue János Bóka, “è diritto di ogni Stato membro assicurarsi che le decisioni prese su base consensuale siano conformi agli interessi nazionali”. Una dichiarazione che suona come un avvertimento: l’Ungheria non rinuncerà alle sue prerogative sovraniste, nemmeno da presidente di turno.

Resta da vedere se prevarrà il pragmatismo istituzionale o l’agenda nazionalista di Orbán. Di certo questi sei mesi metteranno a dura prova la tenuta dell’Unione, in un momento storico in cui l’Europa avrebbe bisogno di maggiore coesione. La presidenza ungherese rischia di trasformarsi in un’occasione mancata, se non in un vero e proprio azzardo per il futuro del progetto comunitario.

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La bassa intensità percepita su Gaza

Scrive The Lancet – che non dovrebbe essere rivista accusabile di antisemitismo – che non vi son dubbi sula credibilità dei dati dei morti e dei feriti palestinesi che no, non sarebbero «gonfiati da Hamas» come da mesi ripetono alcune riviste israeliane e alcuni incauti commentatori italiani. Anzi, secondo la prestigiosa rivista ci sarebbero almeno 10 mila morti in più che non rientrano nel computo generale. 

“Applicando una stima prudente di quattro morti indirette per ogni diretta ai 37.396 decessi – scrive The Lancet . segnalati fino a fine giugno, non è improbabile stimare che fino a 186.000 decessi potrebbero essere attribuiti all’attuale conflitto a Gaza”. Anche la guerra terminasse oggi nei prossimi mesi e anni continuerebbero a verificarsi molte morti indirette per malattie – soprattutto infettive -, per la distruzione delle infrastrutture sanitarie, la carenza di cibo, acqua potabile, medicine e l’impossibilità della popolazione di fuggire in luoghi sicuri. Gli 80 mila litri di gasolio al giorno che servono per tenere funzionanti gli ospedali e mezzi di soccorso devono essere garantiti, avverte l’Oms. 

Il giornale Haaretz ieri ha riportato che nelle condizioni poste dal premier Netanyahu per la fine del conflitto ci sarebbe l’autorizzazione a continuare la distruzione di Gaza anche dopo la liberazione degli ostaggi. Difficile trattare su basi del genere. Lo pensa anche il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid. 

Nel percepito dai media la guerra su Gaza sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità. E questa è sempre una pessima notizia per le vittime. 

Buon martedì. 

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Complottisti climatici alla carica sui Social

Ieri su quel fantastico e aberrante mondo che sa essere il social X, già Twitter, ho incrociato un profilo ovviamente anonimo che pubblicava un post per negare il cambiamento climatico. L’utente @love__unicorn si fa chiamare Italy, con annessa bandiera italiana. È un sovranista che usa gli inglesismi. Il nostro eroe, che qui prendiamo come archetipo di un genere, pubblica un video di articoli di giornale che dal 2010 indicano come l’allarme caldo segni ogni anno un nuovo record. “Cronologia percolante!”, scrive aggiungendoci l’emoticon sorridente. Per “Italy” il fatto che la stampa ogni anno dia notizia che fa più caldo dell’anno precedente dovrebbe essere la dimostrazione che il riscaldamento globale non esiste. Per lui la coerenza e la logica delle notizie dovrebbe essere la dimostrazione del complotto. Irresistibile.

Alcuni commenti lì sotto sono della stessa solfa: l’utente Stenoma scrive “ci prendono per il culo”, Franco is 4 free scrive “praticamente nel 2028 la terra prenderà fuoco!” e l’utente Mandrake che ha bandierine della Russia e del Brasile scrive “Visto questi dati, ci dovrebbero stare 150 gradi ad agosto quest’anno”, senza apostrofo. Chissà se ieri sera si sono ritrovati al bar sotto casa per festeggiare e darsi di gomito quando hanno letto che le temperature tra luglio 2023 e giugno 2024 sono state le più alte mai registrate con una media di 1,64 gradi rispetto ai tempi preindustriali, come certificato dal Copernicus Climate Change Service. Michele Arnese, che invece è un giornalista, scrive che “il mese scorso è stato il giugno più caldo mai registrato a livello globale”, ma dal suo “personale osservatorio, ossia la casa romana dove abito da 23 anni”, non si sente “di confermare Copernicus”. Prendiamo nota.

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Non solo la sconfitta di Le Pen, il conto più salato del voto francese rischia di pagarlo Meloni

C’è la sconfitta in Francia di Marine Le Pen che no, non porterà il suo Rassemblement national al governo. C’è il premer ungherese Viktor Orbàn che con il suo gruppo Patrioti per l’Europa, ufficializzato oggi, sfila al gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) di Giorgia Meloni gli spagnoli di Vox e va a braccetto con Matteo Salvini.

Infine c’è il presidente di turno del Consiglio dell’Ue – che incidentalmente è proprio Orbàn – che viene accusato di “slealtà” nonché di mostrare “disprezzo per i doveri della presidenza del Consiglio dell’Ue” dagli Usa e da diversi paesi europei.

Giorgia tra sovranismo e isolamento

Il quadro internazionale per Meloni, colei che a lungo è stata indecisa se lasciarsi abbracciare dal sovranismo spinto o istituzionalizzarsi nell’establishment Ue, è un sentiero stretto che sembra senza via d’uscita. Fallita la missione de “l’Italia che cambia l’Europa”, come recitavano i suoi manifesti elettorali, ora si ritrova a fare i conti con la sua sopravvivenza politica.

La presidente del Consiglio avrebbe voluto essere il ponte tra i i sovranisti e Ursula von der Leyen, proponendosi come irrinunciabile mediatrice per gli uni e per gli altri. La sconfitta di Le Pen in Francia però deresponsabilizza la destra francese che prevedibilmente per i prossimi cinque anni continuerà a fare ciò che l’ha portata a incassare comunque un notevole risultato: opporsi alle politiche Ue senza la benché minima volontà di cercare una qualsiasi mediazione.

Quanta sia la voglia di scontrarsi con Bruxelles lo si legge anche nelle parole di Salvini mentre annuncia festante l’adesione della Lega al nuovo gruppo dei Patrioti, proprio con Le Pen: “I popoli europei – dice il vice di Meloni – hanno dimostrato di volere un cambiamento radicale a Bruxelles contro lo strapotere di burocrati e banchieri, superando definitivamente il disastroso modello degli ultimi cinque anni fondato su scelte filo-islamiche, filo-cinesi ed eco-estremiste con sinistre e socialisti. Oggi nasce finalmente un grande gruppo dei per cambiare il futuro di questa Europa”.

Il dilemma di Giorgia dopo il disastro di Le Pen

È significativo anche che il candidato premier del Rassemblement national, Jordan Bardella, sia stato eletto capogruppo del nuovo gruppo dei partiti di destra proposto dal premier ungherese Orban. L’eurodeputato della Lega, Roberto Vannacci, è stato eletto vice presidente.

Sono 84 gli eurodeputati che fanno parte del gruppo, 12 le delegazioni. L’Ecr di Meloni perde anche gli spagnoli di Vox, per cui la leader di Fratelli d’Italia si era molto spesa nell’ultima campagna per le politiche in Spagna. “Condivideremo il gruppo” al Parlamento europeo con la Lega di Salvini, ma “il nostro alleato politico in Italia è Fratelli d’Italia, è sempre stato così e continuerà a essere così”, dice il presidente di Vox Santiago Abascal, rispondendo a una domanda di LaPresse.

E aggiunge: “A tutti piacerebbe poter continuare a lavorare insieme e sono convinto che nel futuro forse potremmo farlo all’interno di uno stesso gruppo”.  Ma in politica contano i numeri, più che le amicizie. Il gruppo Ecr nel Parlamento europeo scende da 84 a 78 eletti, scivolando al quarto posto, dopo i Popolari, Socialdemocratici e proprio i Patrioti che hanno assorbito il vecchio gruppo di Identità e democrazia. Il gruppo liberale di Renew è al quinto posto con 76 eletti, poco dietro.

A una capa di governo non conviene giocare troppo alla secessione. Meloni sa benissimo che influenzare le scelte della prossima Commissione Ue è una questione di sopravvivenza politica. Per questo mentre i Patrioti l’aspettano, alla fine alla premier converrebbe addirittura entrare nei Popolari. E così la trasformazione nella neo Berlusconi sarebbe completa.

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