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Opporsi all’opposizione col solito vittimismo

Il vittimismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni non è una novità. Opporsi all’opposizione è stata la tecnica comunicativa usata fin dal suo insediamento. Del resto sull’opporsi Meloni e Fratelli d’Italia hanno costruito l’enorme aumento del consenso. Opporsi all’Unione europea, opporsi al gender, opporsi alla sinistra, opporsi a taluni giornalisti, opporsi alle femministe, opporsi ai magistrati, opporsi a certi scrittori: opporsi come mantra per fare fiutare ai propri elettori il profumo della battaglia. Arrivata al governo Meloni però non ha smesso di opporsi e ha accelerato sul vittimismo. Così ieri l’abbiamo ascoltata mentre ha parlato di “toni irresponsabili da guerra civile”. Di chi? Dell’opposizione, ovviamente. Secondo Meloni i suoi avversari politici “non hanno argomenti nel merito”.

Forse le sfugge che il ruolo dell’opposizione sia proprio questo, incalzarla. L’abbiamo addirittura ascoltata mentre parla di “sinistra” che “manda in giro liste di proscrizione dei parlamentari del sud”. La parola proscrizione in bocca ad un governo che esclude gli scrittori dissidenti alla Fiera di Francoforte, che chiama pluralismo l’occupazione della Rai e che desta allarme a Bruxelles per gli interventi sulla libertà di stampa è un capolavoro. Di chi ha parlato quindi la presidente del Consiglio? Dell’opposizione. Chi è in difficoltà governare ha sempre bisogno di nemici da offrire in pasto ai suoi sostenitori. Così alla bisogna torna utile incendiare e dividere. Anche le sconfitte alle amministrative sono colpa della legge elettorale. E da lontano s’ode il rumore della terra che inizia a franare sotto i piedi.

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Ora il nemico sono i ballottaggi. E viene quasi da ridere solo a scriverlo

La malsana idea di dare colpa alla legge elettorale dopo una sconfitta sembra prendere piede nei partiti di maggioranza. Non li sfiora il dubbio che portarsi via il pallone perché la partita non va come vorrebbero sia un atteggiamento infantile più adatto a una rissa da cortile che al governo di una nazione. 

Leggendo i giornali di stamattina si viene a sapere che la Lega di Matteo Salvini (praticamente scomparso dopo la batosta delle europee) vorrebbe accelerare per cambiare le regole dei ballottaggi nelle elezioni amministrative addirittura in estate. 

La concentrazione è dedicata allo strumento legislativo da usare. Nella Lega temono che il Tuel (il testo unico degli enti locali) vedrà la luce troppo tardi per soddisfare la pancia degli elettori che vogliono risposte immediate per avere la sensazione della forza pronta dell’esecutivo. Qualcuno vorrebbe infilare l’abolizione dei ballottaggi sulla legge che resusciterà le province. Qualcuno vorrebbe un bel decreto cotto durante il Consiglio dei ministri, magari intestandolo proprio a Salvini che ha bisogno di tornare redivivo. 

L’agenda delle preoccupazioni dei leader di governo insomma è intasata da come disarticolare le dinamiche elettorali che sfavoriscono i propri candidati. Scomparse dai radar le piaghe dello sfruttamento nei campi e dei morti sul lavoro. Scomparsa l’Europa brutta e cattiva che andava rovesciata (Meloni tratta per elemosinare uno strapuntino). Scomparse le altre decine di allarmi che dalle parti di Palazzo Chigi durano giusto qualche ora come arma di distrazione.

Ora il nemico sono i ballottaggi. E viene quasi da ridere solo a scriverlo. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: La presidente del Consiglio Meloni e il presidente del Senato La Russa, Roma, 25 aprile 2023 (governo.it)

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Dal Fast Fashion ai soliti fossili, gli investimenti in…sostenibili dell’Unione Europea

n un mondo che cerca disperatamente di aggrapparsi alle promesse di un futuro più pulito, il sipario si alza su uno spettacolo inquietante: i fondi “sostenibili” dell’UE, quelli che dovrebbero guidarci verso un domani più etico, sono infarciti di investimenti in aziende di fast fashion, combustibili fossili e produttori di Suv. È il Guardian, insieme ai suoi partner mediatici, a rivelare che ben 18 miliardi di dollari dei loro fondi finiscono nelle tasche dei 200 maggiori inquinatori del pianeta.

Gli investitori, con oltre 87 miliardi di dollari in fondi registrati sotto le normative ambientali e sociali dell’UE, ora sanno che parte di questi investimenti sostengono i principali responsabili delle emissioni di gas serra. Un quinto di questi fondi, promossi con termini eco-compatibili, nasconde infatti connessioni con le aziende più inquinanti.

Gli attivisti non ci stanno. Chiedono regole più severe, sottolineando come l’attuale sistema confonda gli investitori e trasformi la gente comune in involontari sostenitori della crisi climatica. Lara Cuvelier di Reclaim Finance lancia l’allarme: “I risparmiatori di pensioni e il pubblico vengono ingannati sulla vera natura della finanza sostenibile”.

Investimenti verdi, ma non troppo: il grande inganno delle etichette eco-compatibili

L’indagine condotta da Voxeurop in collaborazione con il Guardian ha messo sotto la lente di ingrandimento i 25 maggiori inquinatori in otto settori ad alta intensità di carbonio, tracciando gli investimenti dei fondi che rispettano la direttiva UE sulla finanza sostenibile. I dati rivelano un quadro sconfortante: gran parte degli investimenti nei 200 maggiori inquinatori proviene da fondi classificati come articolo 8, che promuovono obiettivi ambientali o sociali, con ulteriori 2 miliardi di dollari da fondi articolo 9, destinati all’investimento sostenibile.

Nonostante i regolamenti non siano pensati per il marketing, le classificazioni sono usate per esaltare le credenziali verdi dei prodotti finanziari. L’Autorità europea per gli strumenti finanziari e i mercati (ESMA) e i watchdog europei delle banche e delle assicurazioni chiedono riforme radicali per combattere il greenwashing. Le etichette “articolo 8” e “articolo 9” sono diventate sinonimo di qualità ambientale ma l’inganno è evidente. 

Il problema è grave: 11,7 miliardi di dollari di investimenti nei maggiori inquinatori provengono da fondi con nomi come “ESG” (ambientale, sociale e di governance), e 1,1 miliardi da fondi con termini come “pulito”, “transizione”, “zero netto” e “Parigi”. Questi ultimi richiamano l’accordo sul clima di Parigi del 2015, siglato con la promessa di mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, un obiettivo che richiederebbe rapide riduzioni delle emissioni per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Ma tra i primi dieci destinatari di questi fondi verdi regolamentati dall’UE si trovano aziende di combustibili fossili e case automobilistiche che continuano a produrre veicoli sempre più grandi.

ESMA interviene: nuove regole contro il greenwashing, ma basteranno?

Xavier Sol, direttore finanziario sostenibile di Transport & Environment, denuncia la situazione: “I più grandi portafogli verdi d’Europa sono le stesse società sporche, riconfezionate come sostenibili. Abbiamo bisogno di capitale privato per accelerare la transizione verde, non per ostacolarla”. Sol insiste che solo gli investimenti destinati ad attività realmente verdi dovrebbero ricevere un’etichetta sostenibile.

L’ESMA ha recentemente aggiornato le linee guida, vietando ai fondi con significativi investimenti in combustibili fossili di definirsi verdi. Queste nuove regole, che entreranno in vigore entro la fine dell’anno, non sono giuridicamente vincolanti e i regolatori nazionali possono ignorarle. Cuvelier osserva: “Finora i regolatori hanno usato solo la carota con gli investitori, ma non è abbastanza”. È un verde che tende sempre al grigio. 

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Leggi Usa contro l’aborto: due anni di Calvario per le donne. Human Right Watch: crisi dei diritti umani

In Italia l’attacco all’aborto da parte delle destre è frutto di una strategia sottile. Non si passa infatti per l’abolizione o la modifica della 194 ma attraverso la sua applicazione integrale, sfruttando i gangli di una legge che prevede la possibilità che i ginecologi pratichino l’obiezione di coscienza. In Parlamento giacciono quattro proposte di legge che mettono comunque la 194 nel mirino. L’ultima, targata Fratelli d’Italia, punta a dare diritti giuridici all’embrione fin dal momento del concepimento Per immaginarne gli effetti basta fare un salto negli Usa. L’America post-Roe è un campo minato di leggi e divieti che hanno trasformato il diritto all’aborto in una chimera per milioni di donne.

A due anni dalla sentenza Dobbs vs. Jackson Women’s Health Organization, che ha annullato Roe vs. Wade, il panorama dei diritti riproduttivi negli Stati Uniti è drasticamente cambiato, in peggio. La decisione della Corte Suprema del 2022 ha scatenato una reazione a catena di restrizioni statali che ha reso l’aborto un percorso irto di ostacoli, spesso insormontabili, per molte donne americane. Human Rights Watch denuncia che questa decisione ha creato una vera e propria crisi dei diritti umani. Le leggi restrittive varate da numerosi Stati hanno costretto molte donne a portare a termine gravidanze non vitali o gravidanze frutto di violenza sessuale, mettendo in pericolo la loro salute fisica e mentale. Queste leggi hanno imposto “una sofferenza inutile a chi cerca di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione”.

Il panorama legale post-Dobbs è un mosaico di normative contraddittorie e draconiane.

L’effetto Dobbs

La Corte Suprema, nella sua sentenza, ha rimesso agli Stati la facoltà di legiferare in materia di aborto. Questo ha creato un’America divisa, dove il diritto all’aborto dipende dal codice postale della donna. Gli Stati più conservatori hanno approvato leggi che vietano l’aborto a partire dalle sei settimane, spesso prima che molte donne sappiano di essere incinte. In Texas, ad esempio, la Heartbeat Bill vieta l’aborto non appena si rileva l’attività cardiaca fetale, con pochissime eccezioni. In Mississippi, i divieti di aborto hanno costretto una ragazza di 13 anni a portare a termine una gravidanza per stupro.

Il Texas e l’Oklahoma hanno approvato leggi che consentono ai privati cittadini di citare in giudizio cliniche, operatori sanitari e individui per aver aiutato qualcuno ad abortire e i legislatori del Texas e del Missouri hanno cercato di rendere illegale ottenere aborti fuori dallo Stato. La situazione è resa ancora più disperata dalla mancanza di accesso a cure mediche sicure e dalla chiusura di numerose cliniche che fornivano servizi abortivi. Secondo il Guttmacher Institute, il 75% delle donne che cercano un aborto negli Stati Uniti sono a basso reddito, e queste restrizioni colpiscono in modo sproporzionato le donne più povere, quelle di colore e quelle che vivono in aree rurali, ampliando ulteriormente il divario di disuguaglianza socio-economica.

Le testimonianze di donne americane costrette a portare avanti gravidanze non vitali sono un potente richiamo all’urgenza di un cambiamento nel paese. La BBC ha raccontato le storie di donne obbligate a portare avanti gravidanze con feti non vitali, mettendo in luce l’iniquità delle leggi attuali e la necessità di una riforma che metta al centro la salute e il benessere delle donne. Human Rights Watch conclude il suo rapporto con un appello accorato: gli Stati Uniti devono “riconoscere l’aborto come un diritto umano fondamentale” e devono “agire per garantire che ogni donna abbia accesso a cure sicure e legali”. La lotta per i diritti riproduttivi è tutt’altro che finita e noi qui in Italia lo sappiamo bene.

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Gaza, uccisi più giornalisti che nella Seconda guerra mondiale: la denuncia delle Ong e l’inchiesta di The Intercept

Salman Bashir seguiva la guerra di Israele a Gaza da un mese quando il suo collega giornalista, Mohammed Abu Hatab, è stato ucciso. Durante una trasmissione in diretta Bashir ha gettato a terra il suo giubbotto con la scritta “PRESS”, gridando: “Siamo vittime in diretta TV”. Abu Hatab, reporter per Palestine TV, è stato ucciso in un attacco israeliano che ha distrutto la sua casa e ucciso 11 membri della sua famiglia a Khan Younis.

Abu Hatab è uno dei più di 100 giornalisti uccisi nei nove mesi di guerra, che rendono questo conflitto il più mortale per i giornalisti, superando persino la Seconda guerra mondiale. Con l’offensiva militare di Israele a Gaza, seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre, la vita dei giornalisti nella Striscia è diventata un incubo.

Il conflitto più mortale per i giornalisti

In quattro mesi Arab Reporters for Investigative Journalism ha collaborato con altre 13 organizzazioni per indagare sugli attacchi contro i giornalisti palestinesi, la distruzione degli uffici dei media a Gaza e gli attacchi ai giornalisti in Cisgiordania. Nonostante i blackout delle telecomunicazioni il consorzio è riuscito a intervistare 120 testimoni e consultare circa 25 esperti e analisti di armi.

Determinare il numero esatto di giornalisti uccisi è difficile ma il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha documentato l’uccisione di 102 giornalisti palestinesi, rendendo questa la guerra più mortale per i giornalisti da quando l’organizzazione ha iniziato a raccogliere dati nel 1992. Carlos Martínez de la Serna, direttore del programma al CPJ, ha dichiarato: “Sono stati uccisi mentre raccoglievano cibo, mentre riposavano in una tenda, mentre riferivano sulle conseguenze di un bombardamento”.

Il Sindacato dei giornalisti palestinesi (SPJ) alza la cifra a 140 giornalisti e lavoratori dei media uccisi dall’inizio della guerra e altri 176 feriti. Queste morti rappresentano il 10 per cento dei giornalisti a Gaza, secondo Shuruq As’ad, portavoce del sindacato. “I giornalisti di tutto il mondo dovrebbero essere protetti indipendentemente dal paese in cui lavorano”, ha detto.

L’esercito israeliano nega aver preso di mira i giornalisti. “L’IDF respinge apertamente la falsa accusa di uccisione mirata di giornalisti”, ha affermato il portavoce israeliano. Ma CPJ e altre organizzazioni sono convinte che i giornalisti uccisi fossero ben riconoscibili mentre svolgevano il proprio lavoro. 

Nell’inchiesta pubblicata da The Intercept i giornalisti in Gaza hanno dichiarato di sentirsi “bersagliati”. Molti hanno paura di indossare giubbotti e caschi, rendendo difficile il loro lavoro. Sami Barhoum, corrispondente per TRT Arabia, ha raccontato di essere stato colpito direttamente da un proiettile di artiglieria mentre era in missione. Il suo cameraman, Sami Shehadeh, ha detto dal suo letto d’ospedale prima dell’amputazione della gamba: “Perché indossiamo giubbotti da stampa Perché indossiamo i caschi? Così possono prenderci di mira”.

Reporter senza frontiere (RSF) ha presentato tre denunce alla Corte penale internazionale riguardo ai crimini di guerra contro i giornalisti. Le denunce includono casi di oltre 20 giornalisti palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. “RSF ha ragionevoli motivi per credere che alcuni di questi giornalisti siano stati deliberatamente uccisi e che altri siano stati vittime di attacchi deliberati da parte delle forze di difesa israeliane contro i civili”, ha dichiarato l’organizzazione.

Il conflitto più mortale per i giornalisti

La sorveglianza israeliana a Gaza è capillare. Droni sorvolano costantemente la Striscia, raccogliendo informazioni e conducendo attacchi. Khalil Dewan, ricercatore sull’uso dei droni, ha affermato che l’esercito israeliano “colpisce i suoi obiettivi con un alto grado di conoscenza di chi sta uccidendo”. Almeno 20 giornalisti e lavoratori dei media sono stati attaccati da droni dall’inizio della guerra.

In questo contesto, i giornalisti palestinesi continuano a rischiare la vita per documentare la guerra. Nonostante le immense difficoltà, la loro dedizione resta incrollabile. Come ha scritto il giornalista Roshdi al-Sarraj poco prima di essere ucciso da un attacco aereo: “Non ce ne andremo… e se ce ne andremo, andremo in cielo, e solo in cielo”.

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Assange è libero

Julian Assange è libero. Ha lasciato il carcere di massima sicurezza di Belmarsh dopo avervi trascorso 1901 giorni. Gli è stata concessa la libertà su cauzione dall’Alta Corte di Londra ed è stato rilasciato nel pomeriggio all’aeroporto di Stansted, dove si è imbarcato su un aereo ed è partito dal Regno Unito.

“Questo è il risultato di una campagna globale – scrive Wikileaks – che ha coinvolto organizzatori di base, attivisti per la libertà di stampa, legislatori e leader di tutto lo spettro politico, fino alle Nazioni Unite. Ciò ha creato lo spazio per un lungo periodo di negoziati con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che ha portato a un accordo che non è stato ancora formalmente finalizzato. Forniremo maggiori informazioni il prima possibile”. 

Dopo più di cinque anni in una cella di 2×3 metri, isolato 23 ore al giorno, presto si riunirà alla moglie Stella Assange e ai loro figli, che hanno conosciuto il padre solo da dietro le sbarre. WikiLeaks ha pubblicato storie rivoluzionarie di corruzione governativa e violazioni dei diritti umani, ritenendo i potenti responsabili delle loro azioni. In qualità di caporedattore, Julian ha pagato duramente per questi principi e per il diritto delle persone a sapere.

Ci sarà sempre una ragione di Stato per silenziare le voci scomode al potere. Talvolta c’è anche una legge scritta apposta per garantire impunità. Ci sarà sempre anche chi, per fortuna, ritiene il giornalismo come cane da guardia del potere e continuerà a scrivere e a pubblicare.

Buon martedì. 

Nella foto: Julian Assange all’ambasciata dell’Ecuador, 2014 (David G. Silvers)

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Le destre si impantanano nell’egemonia culturale

Immaginate una parte politica ossessionata dalla cultura degli altri. Immaginate una parte politica ossessionata dal sapere degli altri tanto da bollarli come “professoroni”. Immaginatela per anni relegata all’opposizione mentre promette ai suoi elettori che “esiste un’altra cultura”, come se la cultura fosse il vezzo di riscrivere la storia o di piegare la realtà alle proprie opinioni. Immaginateli dopo una vita passata così mentre riescono a raggiungere il potere, straripanti di voglia di imporre la propria “egemonia culturale”.

Per prima cosa scambiano la capacità di costruire una cultura prevalente con la sordina messa alle voci avverse. Arrivano in Rai, storica costruttrice di cultura popolare, e dopo aver satenato il fuggi fuggi dei presunti volti (e voci) ostili si accorgono che, con i rincalzi scelti dai nuovi vertici da loro insediati, gli ascolti arrancano. Nel progetto un ruolo fondamentale ovviamente lo copre il ministro della Cultura. Al ministero arriva Gennaro Sangiuliano che il 6 luglio del 2023, da giurato del Premio Strega, ammette di avere votato libri che forse leggerà.

Poi si corregge. “Sì, li ho letti perché ho votato però voglio, come dire, approfondire questi volumi”, dice. Lo scorso 4 aprile il ministro ha spostato Times Square da New York a Londra. A gennaio dell’anno scorso ci ha spiegato che “il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri” e ora ci spiega che “Colombo voleva raggiungere le Indie circumnavigando la terra sulla base delle teorie di Galileo Galilei”. Che non era ancora nato. Immaginate il naturale nervosismo di quella parte politica a fatica arrivata fin lì.

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Premierato, altro che riforma anti-ribaltone. La giurista Azzollini: resta possibile cambiare maggioranza

Il 18 giugno scorso il Senato ha approvato la controversa riforma costituzionale del “premierato”, una proposta tanto ambiziosa quanto discussa, fortemente voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La riforma costituzionale promette di rivoluzionare il nostro sistema politico, introducendo l’elezione diretta del presidente del Consiglio e una cosiddetta “norma anti-ribaltoni”. Il mito della “stabilità” del governo è un chiodo fisso della maggioranza di governo ma, come suggerisce Vitalba Azzollini nel suo articolo per Pagella Politica, le promesse del governo potrebbero non reggere alla prova dei fatti.

La presidente Meloni ha spesso sottolineato come uno dei “grandi obiettivi” della riforma sia garantire il diritto dei cittadini di scegliere da chi essere governati, mettendo fine alla stagione dei ribaltoni. Questa riforma del premierato nasce con l’intento di evitare situazioni come quella del 2018-2019, quando in un breve arco di tempo si passò da un governo Movimento 5 Stelle-Lega a un governo Movimento 5 Stelle-Partito Democratico, entrambi guidati da Giuseppe Conte. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni, il testo approvato dal Senato sembra fallire nel suo obiettivo principale: impedire i ribaltoni tra governi.

La riforma del premierato: promesse e realtà

La novità principale della riforma è la modifica dell’articolo 92 della Costituzione, che prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Questo cambiamento è significativo, poiché il capo del governo non sarà più nominato dal presidente della Repubblica, ma sarà scelto direttamente dai cittadini. Tuttavia, i cambiamenti non finiscono qui. L’articolo 94, che regola il rapporto di fiducia tra Parlamento e governo, subisce anch’esso delle modifiche. In particolare, il terzo comma stabilisce che, se il governo non ottiene la fiducia entro dieci giorni dalla sua formazione, il presidente della Repubblica deve sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. Questo meccanismo si ripete anche in caso di revoca della fiducia da parte delle camere.

Questa riforma, tuttavia, lascia ampi margini di manovra che potrebbero consentire ancora i tanto temuti ribaltoni. Nonostante il nuovo meccanismo di fiducia. Osserva la giurista Azzollini, non c’è alcuna garanzia che il presidente del Consiglio successivo sia sostenuto dalla stessa maggioranza elettorale. Infatti, la legge non specifica che la nuova maggioranza debba essere identica a quella espressa dalle urne, aprendo così la possibilità a coalizioni diverse.

Il precedente del 2005, durante il terzo governo Berlusconi, è illuminante. Allora, una norma “anti-ribaltone” fu inclusa nella riforma costituzionale, bocciata poi con un referendum nel 2006. Questa prevedeva che il presidente del Consiglio potesse essere costretto alle dimissioni solo con il voto contrario della maggioranza assoluta della Camera, senza il sostegno dell’opposizione. Un meccanismo rigido, ma efficace per evitare cambi di governo senza passare per nuove elezioni.

Ambiguità legislativa e il rischio di nuovi ribaltoni

Al contrario, la riforma Meloni, come evidenzia Azzollini, sembra mancare di simili garanzie. Il rischio di governi di unità nazionale o di maggioranze diverse resta concreto. Il testo della legge parla di un “parlamentare eletto in collegamento con il presidente del Consiglio”, ma non specifica che debba essere supportato dalla stessa coalizione vincente. Questa ambiguità lascia aperta la porta a potenziali ribaltoni, nonostante le promesse contrarie.

Quindi no, nonostante le dichiarazioni di Meloni, la riforma costituzionale sembra più un compromesso che una soluzione definitiva. Se l’intento era di rafforzare la democrazia evitando i ribaltoni, il risultato ottenuto potrebbe non essere all’altezza delle aspettative. La riforma, così com’è, rischia di lasciare intatto il problema che prometteva di risolvere. 

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Renew Europe perde pezzi e il bis di von der Leyen vacilla: Ecr e Verdi tornano in partita per la Commissione Ue

Il cammino verso la riconferma di Ursula von der Leyen si fa accidentato.A pochi giorni da un vertice cruciale dei leader dell’Ue, il sostegno che la presidente della Commissione europea sperava di ricevere da Renew Europe, uno dei suoi principali alleati, le sta scivolando tra le dita. Non è che l’inizio di una complessa partita a scacchi politica.

Jacob Moroza-Rasmussen, ex segretario generale dell’ALDE, riassume a Politico il problema in termini semplici: “La matematica non è dalla parte di von der Leyen in questo momento.” I numeri parlano chiaro. La decisione improvvisa del populista ceco Andrej Babiš di ritirare i suoi sette deputati da Renew ha inflitto un colpo pesante, riducendo i seggi dei liberali da 102 a soli 74. Il gruppo dei liberali è stato superato persino dai conservatori e riformatori europei (ECR), che includono i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

L’incertezza del sostegno di Renew Europe a von der Leyen

La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che uno dei pezzi grossi dei liberali, il primo ministro olandese Mark Rutte, parteciperà al suo ultimo Consiglio europeo prima di assumere il nuovo ruolo di segretario generale della Nato. Senza Rutte, la dinamica interna di Renew potrebbe vacillare ancora di più.

Von der Leyen e il Partito Popolare Europeo (Ppe) hanno finora dialogato solo con i socialisti e democratici (S&D) e Renew, escludendo sia i Verdi che l’Ecr. Una scelta rischiosa, soprattutto in un Parlamento europeo dove i numeri contano più di ogni altra cosa. Se von der Leyen non riuscirà a raggiungere un accordo soddisfacente con questi partiti, il suo futuro come presidente della Commissione potrebbe essere in pericolo.

La presidente ha bisogno di 361 voti su 720 nel ballottaggio segreto previsto per il 18 luglio. Anche sommando tutti i membri di Ppe, S&D e Renew, si arriva a 398 voti, ma non tutti questi voti sono garantiti. Alcuni membri del Ppe e dell’S&D potrebbero non sostenerla e Renew sta perdendo pezzi. Una situazione di incertezza che non fa che aumentare la tensione.

“Siamo fiduciosi nel portare a termine un accordo al Consiglio europeo”, ha detto un funzionario del Ppe a Politico, mantenendo un velo di ottimismo. Ma il Parlamento europeo è un campo di battaglia diverso, dove le dinamiche possono cambiare rapidamente. Se i leader dell’UE ritengono che von der Leyen non abbia abbastanza sostegno, possono ritardare il voto dei deputati da luglio a settembre, come accadde con José Manuel Barroso nel 2009.

Strategia e sfide nel Parlamento Europeo

Simon Hix, professore di politica comparata, sottolinea l’importanza del Ppe, ma avverte che costruire una maggioranza stabile sarà arduo. “Non ci sono vere alternative a von der Leyen”, aggiunge Hix, suggerendo che offrire a Meloni un portafoglio di vicepresidenza potrebbe garantirle i 24 voti necessari.

L’equilibrio è precario. I socialisti e Renew, sebbene meno potenti del Ppe, sono comunque necessari in Parlamento. E i socialisti hanno avvertito chiaramente: il loro sostegno non è garantito se von der Leyen si avvicina troppo a Meloni o altre forze di destra.

Nel frattempo, i Verdi si fanno avanti, reclamando un posto nei negoziati. “Chiunque voglia maggioranze stabili può negoziare con noi Verdi”, ha dichiarato ieri Rasmus Andresen. Ma anche aggiungendo i Verdi, il rischio di non avere i numeri rimane, e potrebbe persino costare il sostegno all’interno del Ppe.

La mossa di Babiš di lasciare Renew potrebbe non sorprendere, ma le sue conseguenze psicologiche sul Consiglio europeo sono profonde. L’Ecr, ora più grande di Renew, potrebbe diventare più assertivo, complicando ulteriormente la situazione. Un negoziato inconcludente potrebbe portare a un pasticcio politico che nessuno desidera. Von der Leyen cammina su un filo sottile, sperando di non cadere nel vuoto dell’incertezza politica.

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La parola impronunciabile: capitalismo

Il Tg La7 ha pubblicato in esclusiva un documento della Procura in cui si legge che Renzo Lovato, padre di Antonello Lovato, il 37enne che ha abbandonato sotto casa il bracciante indiano Satnam Singh dopo che quest’ultimo aveva perso il braccio destro in un incidente sul lavoro nella sua azienda agricola, è indagato da cinque anni per reati di caporalato in un altro procedimento. Spiace quindi per il ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida che si è lanciato subito in difesa degli agricoltori, come se il caporalato fosse un fortuito caso alimentato dagli schiavi e non dagli schiavisti. 

Nel frattempo scopriamo che Prakhash e Kamal Hinduja, origini indiane e passaporto britannico, membri della famiglia più ricca del Regno Unito, spendevano più per il mangime del loro cane che per lo stipendio di uno dei loro domestici, nella loro villa di Ginevra. Un giudice svizzero ha condannato gli Hinduja, il figlio Ajay e la moglie di lui Amrata a pene da quattro a quattro anni e mezzo di carcere per sfruttamento della manodopera e lavoro illegale, mentre è caduta l’accusa più grave mossa nei loro confronti, traffico di esseri umani. Il clan Hinduja è a capo di una multinazionale indiana che possiede solo in Regno Unito beni per 50 miliardi di euro, e ben di più nel resto del mondo: loro è per esempio la catena internazionale di alberghi Raffles. Eppure l’accusa è di avere ridotto i domestici letteralmente in schiavitù. Il retrogusto di fondo alle due vicende ha un nome impronunciabile che pochi si concedono il lusso di scrivere: il capitalismo. Forse sarebbe il caso di parlarne. 

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