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Per strangolare Hamas, a Gaza muoiono i bambini

Dentro al-Mawasi, l’area che Israele ha dichiarato “zona umanitaria”, un drone ha ucciso un bambino mercoledì 24 giugno. È accaduto al campo di al-Taybeh, a ovest di Khan Yunis. Lo riferiscono il complesso medico Nasser e l’agenzia palestinese Wafa.

Quello stesso giorno, alla Conferenza delle Autorità locali israeliane, Benjamin Netanyahu ha scelto un verbo: «Oggi controlliamo quasi il 70% della Striscia di Gaza e stiamo strangolando Hamas». Lo riporta Ynet. Quel 70% è la misura dell’occupazione che la Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale e da far cessare.

A dire chi sia strangolato per davvero è l’ONU, nelle stesse ore. Il portavoce Stéphane Dujarric porta i dati OCHA del 23 giugno: 1,7 milioni di sfollati, l’80% della popolazione, in quasi 1.600 siti di accoglienza. Seicentomila persone senza accesso sufficiente all’acqua potabile. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 1.027 persone e ferite 3.280, secondo il ministero della Salute di Gaza.

Le Forze di difesa israeliane accompagnano ogni colpo con una ragione. Nella notte, fanno sapere, hanno distrutto quattro postazioni di lancio che dicono “allestite durante il cessate il fuoco”, e domenica hanno ucciso nel sud un uomo che avevano fotografato il 7 ottobre. La macchina che riempie ogni morte di una giustificazione gira mentre il premier conta il suo settanta per cento.

“Strangolare” resta la sua parola. Indica un obiettivo militare e descrive una condizione civile, e nei 1.600 campi senza acqua le due cose coincidono.

Intanto a Fiumicino sono rientrati Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, gli attivisti del Global Sumud Land Convoy liberati dalla Libia dopo un mese e annunciati da Antonio Tajani come successo diplomatico. Scesa dall’aereo, Alberizia ha riportato lo sguardo dove serve: «Sotto gli occhi del mondo è in atto un genocidio a Gaza, non possiamo restare a guardare».

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Scorie nucleari, la rivolta parte dalla Tuscia: 21 siti su 51 nel Viterbese, la protesta sul Tevere. Col sostegno di Roma e provincia

Le centrali italiane sono spente dal 1987. Le scorie no: continuano a esistere, e dopo quasi quarant’anni il paese non sa ancora dove metterle. Il governo intanto discute di riaccendere il nucleare, e nei territori la protesta è arrivata prima dei reattori. Sabato 20 giugno un battello carico di bandiere gialle ha attraversato il Tevere con Castel Sant’Angelo sullo sfondo e i cartelli “No scorie nella Tuscia”. A bordo sindaci con la fascia tricolore, comitati, consiglieri regionali. Lo striscione diceva “Il Tevere non accetta scorie”.

La ragione del corteo sta in una mappa. Nella Carta nazionale delle aree idonee (CNAI), pubblicata dal Ministero dell’Ambiente il 13 dicembre 2023, figurano 51 zone potenzialmente adatte a ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Di queste, 21 stanno nella sola provincia di Viterbo: oltre il 40 per cento del totale, l’unica area del Lazio giudicata idonea da Sogin, la società di Stato che gestisce lo smantellamento delle vecchie centrali. Ventuno siti su cinquantuno in un fazzoletto di terra e da oltre quattro anni il Viterbese si muove.

Il deposito dovrebbe raccogliere circa 95mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui 20mila di scorie vere e proprie, quelle delle quattro ex centrali di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Sessa Aurunca. Una struttura di superficie su 150 ettari, costo intorno al miliardo. Il presidente del Biodistretto della Via Amerina e delle Forre, Famiano Crucianelli, l’ha messa in chiaro: la Tuscia non intende fare la differenziata per le scorie di tutta Italia. Sessanta sindaci della provincia hanno deliberato all’unanimità contro. Anche Roma, consiglio comunale e Città metropolitana, ha votato a sostegno.

Il Paese che paga per rinviare

Gli italiani il nucleare l’hanno respinto due volte: nel 1987, dopo Chernobyl, e nel 2011, dopo Fukushima. Solo che le scorie restano. Buona parte è all’estero: poco più di 1.800 tonnellate di combustibile esaurito in Francia, Regno Unito e Belgio, mentre in Italia ne sono rimaste sedici. Per tenerle là il paese ha versato circa 1,2 miliardi dal 2001, una voce che finisce in bolletta, intorno ai 120 milioni l’anno.

E qui c’è il dettaglio che racconta tutto. L’accordo con la Francia per il rientro doveva scadere nel 2025. È stato rinnovato fino al 2040: quindici anni in più per non costruire ciò che andava costruito vent’anni fa. Si paga per rimandare, si rimanda perché decidere costa consenso.

La protesta prima dei reattori

Sopra il deposito mai deciso, il governo ha messo il ritorno dell’atomo. Il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato con 155 voti la legge delega sul “nucleare sostenibile” firmata dal ministro Gilberto Pichetto Fratin: piccoli reattori modulari, gli Smr, e reattori avanzati, gli Amr, da costruire quando le tecnologie saranno mature. Lo dicono gli stessi tempi del governo, non prima del 2034-2035, e molte di quelle soluzioni restano allo stadio di prototipo. Il testo è ora al Senato.

Crucianelli ricorda di aver chiesto un incontro al ministro e di non aver mai ricevuto risposta, mentre lo stesso incontro veniva concesso ai comuni dell’Alessandrino. Pichetto Fratin assicura che il nuovo nucleare abbasserà le bollette e che un reattore occupa tre campi di calcio, dice. Intanto il deposito serve comunque, a prescindere dai reattori, perché le scorie vecchie ci sono già e quelle nuove arriverebbero in più. Resta una mappa con ventuno siti plausibili sul Viterbese e una valutazione ambientale ancora aperta.

Gli italiani hanno rinunciato al nucleare due volte e non hanno mai smesso di produrne i rifiuti. Adesso il governo prova a riaccenderlo senza aver risolto dove mettere quello che ha già spento. Le bandiere gialle sul Tevere arrivano prima dei reattori perché il problema è arrivato prima: si progetta la centrale del 2035 e si tace sul deposito del 1987. Le scorie, del resto, hanno un vantaggio sui governi. Non hanno fretta.

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Lavoro povero, nel terziario uno su due è sotto la soglia

Ogni estate gli imprenditori del turismo recitano la stessa parte: mancano i camerieri, mancano i cuochi, mancano i bagnini. Il dato in effetti regge. Secondo il Bollettino Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, a maggio 2026 resta difficile reperire il 42,9% dei profili cercati dalle imprese, e nella ristorazione la quota tocca il 51,6%. Poi arriva uno studio e spiega il perché senza troppi misteri.

È il Focus sul lavoro povero del Centro studi Filcams Cgil, un’elaborazione su dati Inps di oltre 6 milioni di lavoratrici e lavoratori del terziario. Il 47,51% porta a casa meno di 13.950 euro l’anno, poco più di mille euro al mese: è la soglia di povertà salariale, il 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane. Quasi un occupato su due, nei settori che da soli trainano la gran parte delle assunzioni italiane.

Il turismo in fondo alla classifica

Il quadro si fa più nero proprio lì dove gli imprenditori giurano che la manodopera è introvabile. Nel turismo il 71,22% resta sotto la soglia, e al Sud e nelle Isole la quota supera l’80%: quattro lavoratori su cinque. Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva spingono l’incidenza oltre il 50% anche tra chi lavora con continuità. Il terziario in senso stretto si ferma sopra il 30%.

Poi c’è il capitolo che il Focus chiama doppio svantaggio. Le donne sotto la soglia sono di più e guadagnano meno: nel campione ampio l’incidenza femminile arriva al 52,93% contro il 40,92% degli uomini, e nei servizi il divario sfiora i venti punti, con il 56,75% delle lavoratrici in povertà salariale. Sono i comparti del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimana. Lo studio mette una faccia sui numeri: Anna, cassiera con un contratto part-time da venti ore, che fatica perfino a fissare una visita medica perché i turni cambiano di settimana in settimana.

Spesso sono donne avanti con gli anni, che incastrano un part-time dietro l’altro per arrivare a un numero di ore decente, e che a casa reggono anche il lavoro di cura della famiglia, in assenza quasi totale di servizi pubblici. «Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante», dice il segretario generale della Filcams Fabrizio Russo. Ai divari di genere si somma quello territoriale: nel Mezzogiorno il lavoro povero sfiora il 60% e coinvolge quasi due lavoratori su tre, contro il 30% abbondante del Nord-Ovest. Geografia e genere si sommano, e il conto lo paga sempre la stessa metà del cielo.

Il decreto che gira intorno

Il governo, intanto, ha celebrato la festa dei lavoratori con il consueto decreto del primo maggio, il decreto-legge 30 aprile 2026 numero 62: quasi 934 milioni di euro di sgravi alle imprese che applicano il cosiddetto “salario giusto”, agganciato ai contratti nazionali invece che a un minimo orario per legge, da sempre osteggiato a destra. Soldi alle aziende, per spingerle ad assumere. Maurizio Landini della Cgil lo ha liquidato in una battuta da La7: «I lavoratori non prendono un euro», visto che un’impresa assume quando ha lavoro e lo sgravio c’entra poco. Russo va oltre il singolo provvedimento: il Parlamento ha smesso di discutere di salari, la catena di decreti ha azzerato il confronto democratico e prova a condizionare in peggio pure la contrattazione.

Resta quello il primo argine, il rinnovo dei contratti nazionali, e il tavolo per il terziario distributivo e i servizi si apre nel 2027. Intanto la scena di giugno è la stessa di ogni anno: gli imprenditori che cercano personale e un occupato su due pagato sotto la soglia di povertà salariale. Il copione lo scrivono loro, e le buste paga pure.

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Consiglio Ue, la circolare sui creator: ammesso solo chi non critica i valori dell’Unione. A sceglierli saranno i rispettivi governi

Una circolare del Consiglio dell’Unione europea, spedita ai governi nazionali questo mese e visionata da Politico, fissa la regola d’ingaggio per i creator ammessi a filmare i vertici di Bruxelles: riprese consentite mentre i capi di Stato e di governo si riuniscono, a patto che chi tiene la telecamera non abbia mai “pubblicato opinioni contrarie ai valori dell’Unione”.

Il piano, anticipato a maggio dallo stesso giornale, parte a luglio in via sperimentale: fino a 10 creator per evento, dentro spazi del palazzo del Consiglio finora aperti solo ai cronisti accreditati. A scegliere chi entra sono i singoli governi, e la guida raccomanda di scartare chiunque abbia espresso posizioni ostili alla casa comune.

La clausola di fedeltà

La guida fissa due soglie, una tecnica e una politica. Quella tecnica chiede un seguito “significativo” rispetto alla popolazione del paese e una storia di contenuti sulla politica, in particolare europea. Quella politica chiede lealtà. Il creator non deve avere “collaborazioni commerciali significative o di lunga durata”, per tenere i grandi marchi fuori dall’inquadratura, e non viene pagato. E non deve puntare a una carica né già occuparla: la regola taglia fuori per nome Fidias Panayiotou, lo youtuber greco-cipriota eletto eurodeputato a luglio 2024 da indipendente, terzo con quasi il 20% dei voti, oggi con circa 5 milioni di follower, cinque volte la popolazione di Cipro.

I requisiti di audience contano poco. Pesa il filtro d’opinione. Per i giornalisti l’accredito prescinde da cosa pensano dell’Unione: si entra perché si fa quel mestiere, anche per criticarla. Per i creator l’ingresso è appeso al gradimento. Si seleziona chi non disturba, e lo si fa proprio nel palazzo dove si decide.

Chi paga non si dichiara

L’International Press Association, l’associazione che riunisce i cronisti accreditati presso le istituzioni europee, ha messo il dito nella contraddizione più imbarazzante. Clic, visualizzazioni e impressioni vanno benissimo su TikTok e Instagram, ha scritto, solo che gli influencer ai vertici e nelle conferenze stampa non saranno tenuti a dichiarare chi li paga. I giornalisti accreditati, invece, non accettano soldi in cambio di articoli gentili: si chiama “una specie di etica giornalistica”, la chiosa.

Il Consiglio si difende con lo scopo dichiarato: cooperare con i creator per raggiungere un pubblico nuovo e far sapere cosa fa, la più opaca delle tre istituzioni, quella che i cittadini conoscono meno della Commissione e del Parlamento. La strada l’aveva già aperta Ursula von der Leyen, che gli influencer li riceve da tempo e li ha portati al suo discorso sullo Stato dell’Unione. Un conto è la comunicazione di chi governa, un altro è stabilire per circolare chi può filmare dentro il palazzo dove i Ventisette negoziano le leggi europee.

L’ironia è doppia. La stessa Commissione europea che dal 2024 insegue gli influencer con verifiche a tappeto e un Influencer Legal Hub perché dichiarino i contenuti sponsorizzati, ora apre il Consiglio a chi quei contenuti li girerà senza obbligo di trasparenza. E un portavoce mette le mani avanti: i creator saranno “accompagnati in ogni momento e non trattati come media, neanche per l’accredito o l’accesso alle opportunità riservate alla stampa”. Tradotto: dentro sì, ma sorvegliati, e senza la facoltà di rivolgere domande a ministri e leader.

Resta il convitato di pietra. A scegliere i creator italiani sarà il governo di Giorgia Meloni, lo stesso esecutivo che con la stampa tiene i rapporti che si sanno. Bruxelles consegna così a ogni capitale una piccola lista di gradimento: un pubblico nuovo da raggiungere e un occhio amico già selezionato in partenza. Le domande scomode restano dove le si vuole tenere, fuori dalla porta del palazzo dove si scrivono le regole.

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Visti agli studenti iraniani, il Tribunale di Torino condanna la Farnesina. E per i gazawi ora è richiesta la certificazione B2 per la lingua italiana

Otto giorni. Tanto è rimasta aperta la piattaforma Visametric per prenotare l’appuntamento al visto di studio, senza che la data di apertura o quella di chiusura fossero comunicate prima. In quella finestra solo 4.500 studenti iraniani sono riusciti a prenotare, su 7.915 preiscritti negli atenei italiani. Gli altri sono rimasti fuori. Il 12 giugno il Tribunale di Torino ha depositato la sentenza che chiama la procedura col suo nome: discriminazione. Il responsabile è il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), il dicastero di Antonio Tajani.

Ogni anno oltre 3.000 studenti iraniani vengono ammessi nelle università italiane, la comunità straniera più numerosa. Una volta ammessi devono ottenere il visto entro un termine rigido, e per l’anno accademico 2025/2026 la prenotazione si è svolta solo online, su quel portale aperto per pochi giorni e senza preavviso. Così un’intera collettività è stata di fatto esclusa.

Dalla documentazione prodotta in giudizio è emerso il punto che pesa di più. Per gli studenti indiani, turchi, marocchini e degli Emirati Arabi la prenotazione poteva avvenire senza limiti di tempo, anche presso uffici fisici o per telefono. Per gli iraniani, otto giorni di clic. Il giudice ha escluso che la chiusura del portale potesse trovare giustificazione nella situazione politica dell’Iran.

La procedura neutra che esclude

Il Tribunale ha qualificato la condotta come discriminatoria ai sensi dell’articolo 43 del Testo Unico Immigrazione, in violazione del diritto alla parità di trattamento nell’accesso all’istruzione sancito dall’articolo 39. Ha riconosciuto la legittimazione ad agire dell’ASGI, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che aveva fatto ricorso con uno studente iraniano, assistiti dagli avvocati Alberto Guariso, Livio Neri, Paola Fierro e Marta Lavanna, e ha condannato il ministero a versare 7.500 euro. La cifra è simbolica, il principio pesa: una procedura apparentemente neutra diventa discriminazione vietata quando è arbitraria e opaca.

Lo stesso ministero, sull’altro fronte, lavora con un altro strumento. Il programma Iupals, Italian Universities for Palestinian Students, coordinato dalla Crui con la Farnesina e il Ministero dell’Università, ha portato in Italia i borsisti di Gaza con i corridoi universitari. Ai 230 arrivati finora non era stato chiesto alcun requisito di lingua. Ai 60 ancora bloccati nella Striscia, adesso, il ministero pretende una certificazione di italiano di livello B2.

Lo stesso ministero, un altro muro

Per le regole degli atenei quel certificato serve solo a chi si iscrive a un corso erogato in lingua italiana, e vale per l’anno 2026/2027. Viene chiesto ai sessanta rimasti dell’anno in corso, e secondo chi a Milano segue i borsisti anche a chi è iscritto a corsi in inglese, dove l’italiano non servirebbe. Le università non ne sapevano nulla: la rigidità arriva dal ministero, dicono gli atenei.

A uno studente ammesso all’Università di Ferrara, raccontano, l’ateneo ha comunicato che senza il certificato B2 non si poteva fare più niente, borsa di studio vinta o meno. È lo stesso governo che il 12 maggio accoglieva i gazawi a Fiumicino promettendo di formare la futura classe dirigente palestinese. L’ASGI ha già chiesto alla Farnesina e al ministero dell’Università di prorogare i termini d’iscrizione per gli studenti palestinesi.

Il filo è uno solo. Una finestra di otto giorni per gli iraniani, un patentino di lingua per i gazawi: ogni volta un adempimento che sulla carta vale per tutti e che, nei fatti, cade addosso a chi ha meno margine. Il ministero che dice di voler accogliere questi ragazzi è lo stesso che alza l’asticella appena arriva il momento di farli partire. Per l’Iran un giudice ha già scritto che ha un nome. Per Gaza, il nome resta da scrivere.

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Tempo pieno nelle scuole, penalizzate le periferie. I dati di Openpolis certificano anche il divario al Sud

Il 24 giugno cade nel giorno in cui, nel 2014, a Caivano moriva Fortuna Loffredo, sei anni, lanciata dal palazzo in cui abitava. Da quella data la Legge 170/2024 ha ricavato la Giornata nazionale delle periferie urbane, oggi alla seconda edizione, con cerimonie, incontri e momenti di studio “sugli interventi necessari a contrastare le situazioni di degrado economico, sociale, culturale e abitativo”. Intanto, nelle stesse periferie, una scuola primaria a tempo pieno raggiungibile a piedi resta un privilegio di indirizzo.

Lo misura Openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini, su dati Istat elaborati per la commissione parlamentare sulle periferie. L’indicatore è semplice: quanta popolazione vive entro 1,5 chilometri dalla scuola primaria a tempo pieno più vicina, nell’anno scolastico 2022/23. A Milano e Torino il valore sfiora il 100%, con Cagliari, Firenze e Bologna sopra il 95%. La coda della classifica è interamente meridionale: Messina, Reggio Calabria, Palermo ferma al 44,7%. Meno di un residente su due ha la scuola sotto casa.

L’accesso fisico si somma alla frequenza. Nel rapporto Giovani e periferie di dicembre 2025, a Milano, Firenze, Torino e Roma oltre l’85% degli alunni delle primarie statali sta a tempo pieno. A Reggio Calabria e Palermo si scende sotto il 10%.

La scuola aperta il pomeriggio è l’unico presidio sociale che molte periferie hanno, ricorda Openpolis nel rapporto: un luogo sicuro dove stare, prima ancora di un’ora in più di lezione. Conta dove gli spazi di aggregazione mancano, e mancano proprio dove la scuola chiude prima. Così l’accessibilità diventa la misura di una doppia assenza.

Dentro Palermo, sette quartieri a zero

Palermo è il caso di scuola, in tutti i sensi. Media cittadina di alunni a tempo pieno intorno al 5%, che sale al 47,4% a Tribunali-Castellammare e al 34% a Palazzo Reale-Monte di Pietà, i due quartieri del centro storico. Sette zone, dal canto loro, hanno una quota di popolazione vicina a una scuola a tempo pieno inferiore all’1%: Boccadifalco, Borgo Nuovo, Villagrazia-Falsomiele, fino a Tommaso Natale-Sferracavallo. E in 14 quartieri su 25 gli alunni a tempo pieno sono zero. È la stessa città, divisa per indirizzo: le aree più scoperte coincidono con i valori immobiliari più bassi e con le famiglie in disagio economico.

Milano funziona all’opposto, con una media comunale del 98,7%. Eppure anche lì il servizio si dirada ai bordi: sotto il 95% stanno Quarto Oggiaro, Lorenteggio, Lambrate, Quarto Cagnino. Le periferie, di nuovo.

Il Sud che frequenta meno

Il quadro nazionale lo aveva già fotografato la Svimez. Nel rapporto “Un Paese, due scuole” del 2023, solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno accede al tempo pieno, contro il 48% del Centro-Nord. Dietro c’è la mensa che manca: al Sud circa 650mila bambini delle primarie statali, il 79%, vanno in scuole senza refezione, e senza mensa il tempo pieno non parte. Così un alunno meridionale perde in media 200 ore l’anno, un intero anno di scuola lungo i cinque della primaria. Il tempo pieno, da parte sua, non si improvvisa: chiede aule, cucine, personale, e questi mancano dove la spesa pubblica per l’istruzione si è ritirata da anni.

Tutto questo mentre ad aprile 2026 l’Istat ha certificato l’abbandono precoce all’8,2%, sotto la soglia europea del 9% fissata per il 2030. Un risultato rivendicato dal governo. Solo che l’abbandono esplicito è la punta visibile: sotto resta la dispersione implicita, i ragazzi che il diploma lo prendono senza le competenze, e in Sicilia le uscite precoci superano ancora il 15%, secondo i dati Eurostat rielaborati da Con i Bambini a settembre 2025.

Oggi, per la Giornata, qualcuno terrà il suo convegno sulle periferie. La scuola, lì dove servirebbe, chiude alle 13.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #236

Il commissario Chris Sidoti, a Ginevra il 23 giugno, ha raccontato di un quattordicenne colpito e lasciato a terra. Per quarantacinque minuti una compagnia di soldati israeliani chiacchierava e fumava intorno a lui mentre si dissanguava. La madre, che cercava di raggiungerlo, è stata presa a fucilate.

Il racconto sta nel rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, presentato lo stesso giorno dal presidente Srinivasan Muralidhar, dal titolo già una sentenza: “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”. La Commissione scrive di aver trovato prove che le forze israeliane hanno colpito “deliberatamente” i bambini palestinesi, e che da qui si conferma la conclusione del settembre 2025: a Gaza è in corso un genocidio.

I numeri: 20.179 bambini uccisi e 44.143 feriti in due anni, quasi un terzo delle vittime di Gaza. L’uccisione dei bambini, si legge, “faceva parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”. E dopo la tregua di ottobre i bambini hanno continuato a morire.

Israele ha definito il rapporto “diffamatorio” e una “farsa calunniosa”, accusando gli investigatori di ignorare l’uso dei bambini come scudi umani da parte di Hamas.

«Anche se le bombe e i fucili tacessero», ha detto Muralidhar, «i bambini palestinesi non si riprenderebbero da un giorno all’altro». Colpire i bambini è colpire la capacità di un popolo di esistere e di scegliere il proprio futuro.

Quel futuro lo rivendicava anche chi è partito via terra per Gaza. Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, con l’intera delegazione del convoglio Global Sumud fermata a Sirte il 24 maggio, sono rientrati in Italia il 24 giugno dopo un mese a Bengasi. Antonio Tajani parla di “liberazione”. Il documento del ministero degli Esteri libico, visionato dal manifesto, parla di “espulsione”: Haftar non ammette di averli mai trattenuti senza ragione.

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La schiena dritta di marzo, contata a giugno, fa cinquecento decolli

«500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione.» Lo ha detto Mark Rutte, segretario generale della Nato, a Fox News il 24 giugno. Un numero “enorme”, parola sua, dentro le 4-5mila missioni partite da tutta Europa per Epic Fury, la guerra americana contro l’Iran. A fine marzo lo stesso governo aveva fatto del suo “no” un monumento.

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Torna l’emergenza caldo, dal governo il solito decreto (tardivo): Cassa in deroga per le aziende bloccate dall’afa

Era passata una manciata di ore dopo il solstizio quando il Consiglio dei ministri ha certificato che il caldo è un’emergenza. L’ha fatto reintroducendo, dentro il Decreto Infrastrutture e Pnrr, la cassa integrazione in deroga per le aziende costrette a sospendere o ridurre l’attività quando le temperature diventano insostenibili. Una misura che torna ogni estate, sempre uguale, sempre all’ultimo momento.

Nel weekend del solstizio il Ministero della Salute aveva segnato col bollino rosso otto città insieme, da Bologna a Milano a Torino, con notti tropicali e minime che in Pianura Padana non scendono sotto i 25 gradi. L’anticiclone africano si è piazzato sull’Italia e i meteorologi parlano di una configurazione di blocco, destinata a durare.

I numeri dicono perché la cosa conti. Nell’estate 2024 l’Italia ha avuto oltre 19mila morti legati al caldo, prima in Europa per il terzo anno di fila, su un totale continentale di 62.775 decessi stimati: lo certifica uno studio dell’Istituto di Barcellona per la salute globale pubblicato su Nature Medicine. L’anno dopo, tra fine giugno e inizio luglio 2025, Milano ha contato 499 morti in dieci giorni di canicola, 317 dei quali attribuiti dai ricercatori dell’Imperial College e di World Weather Attribution direttamente al riscaldamento di origine umana. I più esposti restano gli stessi: quasi nove vittime su dieci, in quella stima, avevano più di 65 anni.

Un piano che non ha mai avuto i soldi

Il governo, intanto, tratta la questione come un guasto stagionale da tamponare. Antonio Di Franco, segretario della Fillea Cgil, il sindacato degli edili, parla di interventi «in rincorsa e in maniera disarticolata» e chiede una legge organica al posto delle ordinanze a singhiozzo. Il decreto di giugno fa esattamente questo: rincorre, a danno spesso già fatto. Per il segretario i cantieri ad alto rischio andrebbero fermati, senza scaricare sulle imprese le penali per i ritardi sul Pnrr.

Eppure un piano esiste già. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, il Pnacc, è stato approvato col decreto n. 434 del 21 dicembre 2023, dopo sei anni di gestazione. Dentro ci sono 361 misure su acqua, foreste, città, salute. Manca una cosa sola: i soldi. Il piano non ha risorse proprie e nessuna legge di bilancio le ha stanziate. L’Osservatorio nazionale che doveva guidarlo, da istituire entro tre mesi, è arrivato con largo ritardo.

«Non bastano misure emergenziali», ripete Mariateresa Imparato, di Legambiente, che da Napoli ha rilanciato la campagna contro la cooling poverty, la povertà di fresco che colpisce le periferie. A San Pietro a Patierno l’11 giugno i rilevatori hanno toccato i 63,9 gradi di temperatura al suolo. Il caldo sceglie: pesa di più dove mancano alberi, ombra e case isolate.

Le città corrono, ma in ordine sparso

Sui comuni il quadro è a macchia di leopardo. Bologna, prima in Italia a mappare i rifugi climatici, nel 2026 ha portato la rete a 24 spazi ufficiali. Milano ha il suo Piano Aria Clima, Firenze ha attrezzato decine tra biblioteche, cascine e parchi. Roma annuncia un piano caldo per luglio e una lista ufficiale dei rifugi ancora non ce l’ha. Solo che, come misura il Cnr, dove le ordinanze regionali anticipano il rischio gli infortuni sul lavoro calano tra il 20 e il 40 per cento. Nel 2026, prima ancora dell’estate astronomica, le ordinanze sul lavoro nelle ore roventi le hanno firmate 16 regioni.

Il Cnr ha registrato per il giugno 2025 un’anomalia di 3,02 gradi sopra la media 1991-2020, il secondo giugno più caldo mai rilevato in Italia. Le estati ormai bruciano prima, e durano. Di fronte a questo il governo certifica l’emergenza il giorno dopo il solstizio e rifinanzia una cassa integrazione che interviene quando il lavoratore si è già fermato. Il piano per prevenire tutto questo è pronto da due anni e mezzo, novecento pagine. Aspetta solo che qualcuno lo paghi.

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Il mostro per i comizi, il partner per gli affari: l’Europa tratta coi talebani

Martedì 23 giugno cinque uomini del regime talebano sono stati ricevuti a Bruxelles, lontano dalle sedi della Commissione europea, da funzionari di 15 Stati membri. Riunione “a livello tecnico”, senza politici, presieduta dalla Commissione e dalla Svezia, col Belgio a firmare i visti. Sul tavolo una cosa sola: come deportare in Afghanistan gli afghani che gli Stati considerano scomodi.

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