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Corte dei Conti: scuola e sanità svuotate dal definanziamento

È l’organo che il governo ha appena imbavagliato a certificare il vuoto. La Corte dei conti, ridotta nei poteri dalla legge n. 1/2026 che ha messo un tetto al risarcimento per danno erariale, ha scelto il Giudizio di parificazione sul rendiconto dello Stato per dire la cosa che a Palazzo Chigi preferirebbero archiviare in fretta: a essere svuotate, anno dopo anno, sono proprio la scuola e la sanità, le due voci che la Costituzione mette al riparo dai tagli.

A leggere la requisitoria, il 26 giugno, è stato il procuratore generale Pio Silvestri, davanti al presidente Guido Carlino. Toni da magistrato contabile, eppure senza sconti. Il Servizio sanitario nazionale resta “un unicum nel panorama mondiale e un modello, ancora vincente, in termini di qualità”, e proprio per questo “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”. Il diritto alla salute, aggiunge, è “centrale per definire il parametro di civiltà di un Paese”. Un diritto, quindi, che vale più di una riga di bilancio.

La preferenza qualitativa che il governo ignora

Il passaggio più tagliente è di diritto costituzionale. Silvestri ricorda il principio fissato dalla Corte costituzionale: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, non l’equilibrio del bilancio a comprimere i diritti. Alle spese per la salute spetta una “preferenza qualitativa”, perché sono “spese costituzionalmente necessarie”: se si deve tagliare, si taglia altrove, sulle disponibilità “indistinte”, prima di toccarle. Tradotto: il governo che invoca i conti in ordine per stringere su ospedali e aule sta rovesciando proprio la gerarchia che la Consulta ha scritto.

E la scuola Silvestri la mette sullo stesso piano. L’istruzione pubblica, dice, “soffre di problemi sostanzialmente analoghi” a quelli del sistema sanitario, e “quello che appare più preoccupante è che pare consolidarsi la tendenza al definanziamento dell’intero settore”. Il dato che cita arriva dal rapporto Investing in Education 2025 della Commissione europea: l’Italia destina all’istruzione il 7,3% della spesa pubblica, contro una media europea del 9,6% (dati 2023). Due punti e mezzo di scarto che valgono miliardi.

La curva che nessuno ha deciso ma tutti seguono

Qui il referto contabile incrocia la politica. In Italia la privatizzazione di scuola e sanità si fa per sottrazione: si lascia il pubblico senza fondi, e il privato riempie il vuoto. Sulla salute il conto è già leggibile. Secondo l’ISTAT, nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, e la spesa che esce direttamente dalle tasche delle famiglie continua a salire. La fondazione GIMBE ha quantificato in circa 37 miliardi le risorse sottratte al Ssn nel decennio 2010-2019. Chi può, paga e si cura; chi non può, aspetta o rinuncia.

Sulla scuola la traiettoria è la stessa, con altri strumenti. Il comparto pubblico regge su oltre 280 mila contratti di supplenza l’anno, fotografati dallo stesso rendiconto. L’articolo 33 della Costituzione le vuole “senza oneri per lo Stato”: il governo legge la norma al contrario. Il definanziamento del pubblico è la premessa. Il resto lo fa il mercato.

Resta il paradosso da cui parte tutto. Il governo ha appena ridotto la Corte dei conti al silenzio sul danno erariale, con lo scudo che limita al 30% la responsabilità di chi sbaglia con i soldi pubblici. E ora la stessa Corte gli consegna il referto su ciò che quei soldi, sottratti, stanno producendo: meno servizio pubblico e più spesa privata. Il deficit intanto viaggia al 3,1% del Pil, il debito al 137,1%, e l’82% dell’Irpef lo versano dipendenti e pensionati. I diritti incomprimibili, del resto, si stanno comprimendo. Per scelta, dice la Costituzione attraverso la sua magistratura contabile. Per scelta.

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Israele riconosce il genocidio armeno, per nascondere il proprio

Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, ha annunciato giovedì che porterà domenica in consiglio dei ministri, e poi alla Knesset, una risoluzione per il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno. Riconoscerlo, ha scritto, è “un dovere morale e storico”, e va condannato “ogni tentativo di negazione, minimizzazione o distorsione della verità storica”. Un milione e mezzo di armeni sterminati dall’Impero ottomano fra il 1915 e il 1917. Trentadue Stati ONU lo riconoscono già, più la Santa Sede e il Parlamento europeo.

Il comunicato del ministero spiega il resto. “Nonostante l’ampia e inequivocabile documentazione storica”, si legge, il genocidio armeno resta “oggetto di una campagna organizzata di negazione e minimizzazione, che include la riscrittura manipolativa dei libri di storia”. Israele ci arriva dopo decenni di rifiuto, e adesso per una ragione che il ministero non scrive: i rapporti con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che accusa Israele di genocidio a Gaza. Riconoscere una strage di un secolo fa è la risposta a chi ne nomina una presente.

Ogni clausola di quel testo è lo strumento con cui Israele oggi è sotto accusa. L’ampia e inequivocabile documentazione: la Corte internazionale di giustizia, nel gennaio 2024, ha giudicato plausibile il rischio di genocidio a Gaza. Il dovere di nominare: la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU, il 23 giugno, ha documentato l’uccisione deliberata di bambini palestinesi come prova di intento genocidario. La condanna della negazione: più di settantunomila morti, una cifra che un funzionario militare israeliano ha accettato per la prima volta a gennaio 2026.

Sa’ar chiede al mondo di non minimizzare e di non distorcere. Lo chiede per i morti del 1915. Per quelli del 2026 lo stesso ministero parla di operazioni precise e di terroristi eliminati. Il testo della proposta resta agli atti della Knesset: “condannare ogni tentativo di negazione”. L’ha firmato chi nega.

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Fa caldo, ma il governo non lo sente

Matteo Salvini il riscaldamento globale lo aspetta ancora. Lo diceva soddisfatto anni fa: da quando avevano lanciato l’allarme, a sentir lui, faceva solo più freddo e nebbia. Eccolo accontentato: 40 gradi, 18 città da bollino rosso il 26 giugno, e l’Oms che il 23 giugno ha dichiarato l’emergenza sanitaria per un caldo che in quattro anni ha ucciso oltre 200mila persone in Europa.

Il vicepremier, davanti ai ghiacciai che si ritirano, dal canto suo aveva spiegato che sono cicli, e che d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin sull’origine umana del fenomeno preferisce non sbilanciarsi e lascia il dibattito ai tecnici. Lucio Malan (FdI), capogruppo al Senato, da anni rilancia sui social la pista degli ambientalisti da salotto. L’eurodeputato Carlo Fidanza (FdI) sostiene che i cambiamenti climatici ci siano sempre stati e vadano presi senza toni apocalittici. Il collega Sergio Berlato li fa risalire all’attività del sole. E Daniela Santanché (FdI), fino a marzo ministra, le piazze dei ragazzi le bollava come scuse per saltare la scuola. Tutti per uno…

Intanto, fuori dai palazzi, il conto arriva puntuale. La Cia stima per il 2026 un danno all’agricoltura di oltre 1,5 miliardi, tra raccolti bruciati e ore di lavoro evaporate. La Coldiretti segnala riso, mais e pomodori a rischio dal Piemonte all’Emilia, le stalle che perdono fino al 20% di latte, il gasolio per irrigare salito a 1,21 euro al litro. Nel bacino padano, dove si produce quasi un terzo dell’agroalimentare nazionale e si alleva metà del bestiame, i pascoli sono già secchi. E poi i corpi veri, quelli degli anziani e di chi lavora sotto il sole. Esattamente l’Italia che il Centrodestra si vanta di rappresentare.

Loro, di fatto, hanno fatto l’opposto. Hanno prorogato le centrali a carbone di tredici anni, fino al 2038, e chiesto a Bruxelles di sospendere il mercato delle emissioni. Pragmatismo, lo chiamano. Resta la domanda, cattiva: potrebbero, questi, fare qualcosa di buono? Potrebbero, certo. Ma servirebbero ben altri e più illuminati governanti. Dio sa se servirebbero.

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Legge elettorale, l’esonero firme che esclude Vannacci ma non solo: costretti alle sottoscrizioni anche +Europa e Partito liberaldemocratico

Tra le 112.500 e le 150 mila firme da raccogliere in pochi giorni, oppure nessuna. È la distanza che separa i partiti già dentro il Parlamento da quelli che un posto sulla scheda se lo devono ancora conquistare. E a stabilire da che parte della linea finisce ciascuno hanno appena provveduto gli stessi partiti che le regole del voto le scrivono.

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha licenziato giovedì sera, il 24 giugno 2026, il testo della riforma elettorale del centrodestra, un proporzionale con premio di maggioranza per chi supera il 42 per cento. Ora il testo arriva in aula a Montecitorio. Nell’ultimo giro di voti la maggioranza ha fatto passare un emendamento sulle firme, l’1.11, riformulazione dei relatori su proposte arrivate da Azione, Più Europa e dal Partito Liberaldemocratico. Il risultato, racconta Pagella Politica che ne ha preso visione, è l’esonero dalla raccolta per tutti i partiti che avevano un gruppo parlamentare in almeno una camera entro il 31 dicembre 2025.

Chi entra e chi resta fuori

Con quella data, scelta bene, entrano nel club degli esentati anche Azione e Alleanza Verdi-Sinistra, che un gruppo ce l’hanno solo alla Camera, più Italia Viva e Noi Moderati, i cui gruppi sono nati a legislatura già avviata. Restano fuori in tre. Più Europa di Riccardo Magi, che alla Camera ha una componente di tre deputati dentro il Misto. Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che una componente l’ha creata da poco. E il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che alla Camera conta un solo eletto, sé stesso.

L’esenzione esisteva già per chi ha un gruppo in entrambe le camere dall’inizio della legislatura, e cioè Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, più gli autonomisti della Südtiroler Volkspartei e dell’Union valdôtaine. La legge chiede agli altri da 1.500 a 2.000 firme in ognuno dei 49 collegi plurinominali della Camera e dei 26 del Senato, tra 112.500 e 150mila in tutto. Numeri che si dimezzano, a un minimo di 56.250 e un massimo di 75mila, solo se le camere si sciolgono almeno quattro mesi prima della scadenza. Con tempi stretti e sottoscrizioni da autenticare. Per chi è già nel palazzo, invece, una firma sola: la propria.

Una vecchia abitudine bipartisan

La modifica l’hanno già ribattezzata “anti-Vannacci”, solo che a rimetterci di più è Magi. Il capogruppo di Futuro Nazionale Edoardo Ziello l’ha definita «una marchetta» ad Azione. Gli ha risposto il capogruppo di Azione Matteo Richetti, che l’esonero, dice, tocca anche Verdi-Sinistra, Noi Moderati e Italia Viva, e che il criterio è «in continuità con le norme del 2022». Magi parla di privilegio «discriminatorio» e mette sul tavolo un conto: alle politiche del 2022 Più Europa prese circa 790 mila voti, Noi Moderati 250 mila. Eppure il partito di Maurizio Lupi finì con più seggi, perché il Rosatellum premia chi vince i collegi uninominali.

Magi ha annunciato mobilitazioni e parla di una questione di «agibilità democratica», chiedendo a tutto il centrosinistra di farne una battaglia comune. Per i tre esclusi la strada torna in salita, e Futuro Nazionale dovrà perfino anticipare la presentazione delle liste sotto cui far firmare gli elettori. Intanto al centro si ragiona su un nuovo coordinamento, e la norma sulle firme è già la prima emergenza messa in comune.

L’esenzione su misura, del resto, è prassi vecchia e bipartisan. A maggio 2022 fu un emendamento dello stesso Magi al decreto “Elezioni” a esentare chi si era presentato col proprio simbolo nel 2018 o alle europee del 2019, purché con un seggio o l’1 per cento dei voti. Era il caso di Più Europa, 2,6 per cento alla Camera nel 2018. Oggi quella porta gli si chiude in faccia, e a deciderlo è il calendario di un gruppo parlamentare più dei voti presi alle urne. Le regole del gioco le riscrive chi è già in campo, e sceglie chi può ancora entrarci. Le firme, agli altri.

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Il Tg dei fatti, quello che non va in onda

Immaginate il telegiornale che stasera non vi faranno vedere. Apre con l’Onu: a Gaza è genocidio, almeno 20.179 bambini palestinesi uccisi, presi di mira di proposito. Il governo italiano, che ancora non riconosce lo Stato di Palestina, fa rispondere il ministro Antonio Tajani: «Vediamo le cose che usciranno e poi valuteremo». Le cose, intanto, sono già uscite. Poi la scaletta corre.

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Per strangolare Hamas, a Gaza muoiono i bambini

Dentro al-Mawasi, l’area che Israele ha dichiarato “zona umanitaria”, un drone ha ucciso un bambino mercoledì 24 giugno. È accaduto al campo di al-Taybeh, a ovest di Khan Yunis. Lo riferiscono il complesso medico Nasser e l’agenzia palestinese Wafa.

Quello stesso giorno, alla Conferenza delle Autorità locali israeliane, Benjamin Netanyahu ha scelto un verbo: «Oggi controlliamo quasi il 70% della Striscia di Gaza e stiamo strangolando Hamas». Lo riporta Ynet. Quel 70% è la misura dell’occupazione che la Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale e da far cessare.

A dire chi sia strangolato per davvero è l’ONU, nelle stesse ore. Il portavoce Stéphane Dujarric porta i dati OCHA del 23 giugno: 1,7 milioni di sfollati, l’80% della popolazione, in quasi 1.600 siti di accoglienza. Seicentomila persone senza accesso sufficiente all’acqua potabile. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 1.027 persone e ferite 3.280, secondo il ministero della Salute di Gaza.

Le Forze di difesa israeliane accompagnano ogni colpo con una ragione. Nella notte, fanno sapere, hanno distrutto quattro postazioni di lancio che dicono “allestite durante il cessate il fuoco”, e domenica hanno ucciso nel sud un uomo che avevano fotografato il 7 ottobre. La macchina che riempie ogni morte di una giustificazione gira mentre il premier conta il suo settanta per cento.

“Strangolare” resta la sua parola. Indica un obiettivo militare e descrive una condizione civile, e nei 1.600 campi senza acqua le due cose coincidono.

Intanto a Fiumicino sono rientrati Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, gli attivisti del Global Sumud Land Convoy liberati dalla Libia dopo un mese e annunciati da Antonio Tajani come successo diplomatico. Scesa dall’aereo, Alberizia ha riportato lo sguardo dove serve: «Sotto gli occhi del mondo è in atto un genocidio a Gaza, non possiamo restare a guardare».

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Scorie nucleari, la rivolta parte dalla Tuscia: 21 siti su 51 nel Viterbese, la protesta sul Tevere. Col sostegno di Roma e provincia

Le centrali italiane sono spente dal 1987. Le scorie no: continuano a esistere, e dopo quasi quarant’anni il paese non sa ancora dove metterle. Il governo intanto discute di riaccendere il nucleare, e nei territori la protesta è arrivata prima dei reattori. Sabato 20 giugno un battello carico di bandiere gialle ha attraversato il Tevere con Castel Sant’Angelo sullo sfondo e i cartelli “No scorie nella Tuscia”. A bordo sindaci con la fascia tricolore, comitati, consiglieri regionali. Lo striscione diceva “Il Tevere non accetta scorie”.

La ragione del corteo sta in una mappa. Nella Carta nazionale delle aree idonee (CNAI), pubblicata dal Ministero dell’Ambiente il 13 dicembre 2023, figurano 51 zone potenzialmente adatte a ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Di queste, 21 stanno nella sola provincia di Viterbo: oltre il 40 per cento del totale, l’unica area del Lazio giudicata idonea da Sogin, la società di Stato che gestisce lo smantellamento delle vecchie centrali. Ventuno siti su cinquantuno in un fazzoletto di terra e da oltre quattro anni il Viterbese si muove.

Il deposito dovrebbe raccogliere circa 95mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui 20mila di scorie vere e proprie, quelle delle quattro ex centrali di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Sessa Aurunca. Una struttura di superficie su 150 ettari, costo intorno al miliardo. Il presidente del Biodistretto della Via Amerina e delle Forre, Famiano Crucianelli, l’ha messa in chiaro: la Tuscia non intende fare la differenziata per le scorie di tutta Italia. Sessanta sindaci della provincia hanno deliberato all’unanimità contro. Anche Roma, consiglio comunale e Città metropolitana, ha votato a sostegno.

Il Paese che paga per rinviare

Gli italiani il nucleare l’hanno respinto due volte: nel 1987, dopo Chernobyl, e nel 2011, dopo Fukushima. Solo che le scorie restano. Buona parte è all’estero: poco più di 1.800 tonnellate di combustibile esaurito in Francia, Regno Unito e Belgio, mentre in Italia ne sono rimaste sedici. Per tenerle là il paese ha versato circa 1,2 miliardi dal 2001, una voce che finisce in bolletta, intorno ai 120 milioni l’anno.

E qui c’è il dettaglio che racconta tutto. L’accordo con la Francia per il rientro doveva scadere nel 2025. È stato rinnovato fino al 2040: quindici anni in più per non costruire ciò che andava costruito vent’anni fa. Si paga per rimandare, si rimanda perché decidere costa consenso.

La protesta prima dei reattori

Sopra il deposito mai deciso, il governo ha messo il ritorno dell’atomo. Il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato con 155 voti la legge delega sul “nucleare sostenibile” firmata dal ministro Gilberto Pichetto Fratin: piccoli reattori modulari, gli Smr, e reattori avanzati, gli Amr, da costruire quando le tecnologie saranno mature. Lo dicono gli stessi tempi del governo, non prima del 2034-2035, e molte di quelle soluzioni restano allo stadio di prototipo. Il testo è ora al Senato.

Crucianelli ricorda di aver chiesto un incontro al ministro e di non aver mai ricevuto risposta, mentre lo stesso incontro veniva concesso ai comuni dell’Alessandrino. Pichetto Fratin assicura che il nuovo nucleare abbasserà le bollette e che un reattore occupa tre campi di calcio, dice. Intanto il deposito serve comunque, a prescindere dai reattori, perché le scorie vecchie ci sono già e quelle nuove arriverebbero in più. Resta una mappa con ventuno siti plausibili sul Viterbese e una valutazione ambientale ancora aperta.

Gli italiani hanno rinunciato al nucleare due volte e non hanno mai smesso di produrne i rifiuti. Adesso il governo prova a riaccenderlo senza aver risolto dove mettere quello che ha già spento. Le bandiere gialle sul Tevere arrivano prima dei reattori perché il problema è arrivato prima: si progetta la centrale del 2035 e si tace sul deposito del 1987. Le scorie, del resto, hanno un vantaggio sui governi. Non hanno fretta.

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Lavoro povero, nel terziario uno su due è sotto la soglia

Ogni estate gli imprenditori del turismo recitano la stessa parte: mancano i camerieri, mancano i cuochi, mancano i bagnini. Il dato in effetti regge. Secondo il Bollettino Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, a maggio 2026 resta difficile reperire il 42,9% dei profili cercati dalle imprese, e nella ristorazione la quota tocca il 51,6%. Poi arriva uno studio e spiega il perché senza troppi misteri.

È il Focus sul lavoro povero del Centro studi Filcams Cgil, un’elaborazione su dati Inps di oltre 6 milioni di lavoratrici e lavoratori del terziario. Il 47,51% porta a casa meno di 13.950 euro l’anno, poco più di mille euro al mese: è la soglia di povertà salariale, il 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane. Quasi un occupato su due, nei settori che da soli trainano la gran parte delle assunzioni italiane.

Il turismo in fondo alla classifica

Il quadro si fa più nero proprio lì dove gli imprenditori giurano che la manodopera è introvabile. Nel turismo il 71,22% resta sotto la soglia, e al Sud e nelle Isole la quota supera l’80%: quattro lavoratori su cinque. Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva spingono l’incidenza oltre il 50% anche tra chi lavora con continuità. Il terziario in senso stretto si ferma sopra il 30%.

Poi c’è il capitolo che il Focus chiama doppio svantaggio. Le donne sotto la soglia sono di più e guadagnano meno: nel campione ampio l’incidenza femminile arriva al 52,93% contro il 40,92% degli uomini, e nei servizi il divario sfiora i venti punti, con il 56,75% delle lavoratrici in povertà salariale. Sono i comparti del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimana. Lo studio mette una faccia sui numeri: Anna, cassiera con un contratto part-time da venti ore, che fatica perfino a fissare una visita medica perché i turni cambiano di settimana in settimana.

Spesso sono donne avanti con gli anni, che incastrano un part-time dietro l’altro per arrivare a un numero di ore decente, e che a casa reggono anche il lavoro di cura della famiglia, in assenza quasi totale di servizi pubblici. «Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante», dice il segretario generale della Filcams Fabrizio Russo. Ai divari di genere si somma quello territoriale: nel Mezzogiorno il lavoro povero sfiora il 60% e coinvolge quasi due lavoratori su tre, contro il 30% abbondante del Nord-Ovest. Geografia e genere si sommano, e il conto lo paga sempre la stessa metà del cielo.

Il decreto che gira intorno

Il governo, intanto, ha celebrato la festa dei lavoratori con il consueto decreto del primo maggio, il decreto-legge 30 aprile 2026 numero 62: quasi 934 milioni di euro di sgravi alle imprese che applicano il cosiddetto “salario giusto”, agganciato ai contratti nazionali invece che a un minimo orario per legge, da sempre osteggiato a destra. Soldi alle aziende, per spingerle ad assumere. Maurizio Landini della Cgil lo ha liquidato in una battuta da La7: «I lavoratori non prendono un euro», visto che un’impresa assume quando ha lavoro e lo sgravio c’entra poco. Russo va oltre il singolo provvedimento: il Parlamento ha smesso di discutere di salari, la catena di decreti ha azzerato il confronto democratico e prova a condizionare in peggio pure la contrattazione.

Resta quello il primo argine, il rinnovo dei contratti nazionali, e il tavolo per il terziario distributivo e i servizi si apre nel 2027. Intanto la scena di giugno è la stessa di ogni anno: gli imprenditori che cercano personale e un occupato su due pagato sotto la soglia di povertà salariale. Il copione lo scrivono loro, e le buste paga pure.

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Consiglio Ue, la circolare sui creator: ammesso solo chi non critica i valori dell’Unione. A sceglierli saranno i rispettivi governi

Una circolare del Consiglio dell’Unione europea, spedita ai governi nazionali questo mese e visionata da Politico, fissa la regola d’ingaggio per i creator ammessi a filmare i vertici di Bruxelles: riprese consentite mentre i capi di Stato e di governo si riuniscono, a patto che chi tiene la telecamera non abbia mai “pubblicato opinioni contrarie ai valori dell’Unione”.

Il piano, anticipato a maggio dallo stesso giornale, parte a luglio in via sperimentale: fino a 10 creator per evento, dentro spazi del palazzo del Consiglio finora aperti solo ai cronisti accreditati. A scegliere chi entra sono i singoli governi, e la guida raccomanda di scartare chiunque abbia espresso posizioni ostili alla casa comune.

La clausola di fedeltà

La guida fissa due soglie, una tecnica e una politica. Quella tecnica chiede un seguito “significativo” rispetto alla popolazione del paese e una storia di contenuti sulla politica, in particolare europea. Quella politica chiede lealtà. Il creator non deve avere “collaborazioni commerciali significative o di lunga durata”, per tenere i grandi marchi fuori dall’inquadratura, e non viene pagato. E non deve puntare a una carica né già occuparla: la regola taglia fuori per nome Fidias Panayiotou, lo youtuber greco-cipriota eletto eurodeputato a luglio 2024 da indipendente, terzo con quasi il 20% dei voti, oggi con circa 5 milioni di follower, cinque volte la popolazione di Cipro.

I requisiti di audience contano poco. Pesa il filtro d’opinione. Per i giornalisti l’accredito prescinde da cosa pensano dell’Unione: si entra perché si fa quel mestiere, anche per criticarla. Per i creator l’ingresso è appeso al gradimento. Si seleziona chi non disturba, e lo si fa proprio nel palazzo dove si decide.

Chi paga non si dichiara

L’International Press Association, l’associazione che riunisce i cronisti accreditati presso le istituzioni europee, ha messo il dito nella contraddizione più imbarazzante. Clic, visualizzazioni e impressioni vanno benissimo su TikTok e Instagram, ha scritto, solo che gli influencer ai vertici e nelle conferenze stampa non saranno tenuti a dichiarare chi li paga. I giornalisti accreditati, invece, non accettano soldi in cambio di articoli gentili: si chiama “una specie di etica giornalistica”, la chiosa.

Il Consiglio si difende con lo scopo dichiarato: cooperare con i creator per raggiungere un pubblico nuovo e far sapere cosa fa, la più opaca delle tre istituzioni, quella che i cittadini conoscono meno della Commissione e del Parlamento. La strada l’aveva già aperta Ursula von der Leyen, che gli influencer li riceve da tempo e li ha portati al suo discorso sullo Stato dell’Unione. Un conto è la comunicazione di chi governa, un altro è stabilire per circolare chi può filmare dentro il palazzo dove i Ventisette negoziano le leggi europee.

L’ironia è doppia. La stessa Commissione europea che dal 2024 insegue gli influencer con verifiche a tappeto e un Influencer Legal Hub perché dichiarino i contenuti sponsorizzati, ora apre il Consiglio a chi quei contenuti li girerà senza obbligo di trasparenza. E un portavoce mette le mani avanti: i creator saranno “accompagnati in ogni momento e non trattati come media, neanche per l’accredito o l’accesso alle opportunità riservate alla stampa”. Tradotto: dentro sì, ma sorvegliati, e senza la facoltà di rivolgere domande a ministri e leader.

Resta il convitato di pietra. A scegliere i creator italiani sarà il governo di Giorgia Meloni, lo stesso esecutivo che con la stampa tiene i rapporti che si sanno. Bruxelles consegna così a ogni capitale una piccola lista di gradimento: un pubblico nuovo da raggiungere e un occhio amico già selezionato in partenza. Le domande scomode restano dove le si vuole tenere, fuori dalla porta del palazzo dove si scrivono le regole.

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Visti agli studenti iraniani, il Tribunale di Torino condanna la Farnesina. E per i gazawi ora è richiesta la certificazione B2 per la lingua italiana

Otto giorni. Tanto è rimasta aperta la piattaforma Visametric per prenotare l’appuntamento al visto di studio, senza che la data di apertura o quella di chiusura fossero comunicate prima. In quella finestra solo 4.500 studenti iraniani sono riusciti a prenotare, su 7.915 preiscritti negli atenei italiani. Gli altri sono rimasti fuori. Il 12 giugno il Tribunale di Torino ha depositato la sentenza che chiama la procedura col suo nome: discriminazione. Il responsabile è il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), il dicastero di Antonio Tajani.

Ogni anno oltre 3.000 studenti iraniani vengono ammessi nelle università italiane, la comunità straniera più numerosa. Una volta ammessi devono ottenere il visto entro un termine rigido, e per l’anno accademico 2025/2026 la prenotazione si è svolta solo online, su quel portale aperto per pochi giorni e senza preavviso. Così un’intera collettività è stata di fatto esclusa.

Dalla documentazione prodotta in giudizio è emerso il punto che pesa di più. Per gli studenti indiani, turchi, marocchini e degli Emirati Arabi la prenotazione poteva avvenire senza limiti di tempo, anche presso uffici fisici o per telefono. Per gli iraniani, otto giorni di clic. Il giudice ha escluso che la chiusura del portale potesse trovare giustificazione nella situazione politica dell’Iran.

La procedura neutra che esclude

Il Tribunale ha qualificato la condotta come discriminatoria ai sensi dell’articolo 43 del Testo Unico Immigrazione, in violazione del diritto alla parità di trattamento nell’accesso all’istruzione sancito dall’articolo 39. Ha riconosciuto la legittimazione ad agire dell’ASGI, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che aveva fatto ricorso con uno studente iraniano, assistiti dagli avvocati Alberto Guariso, Livio Neri, Paola Fierro e Marta Lavanna, e ha condannato il ministero a versare 7.500 euro. La cifra è simbolica, il principio pesa: una procedura apparentemente neutra diventa discriminazione vietata quando è arbitraria e opaca.

Lo stesso ministero, sull’altro fronte, lavora con un altro strumento. Il programma Iupals, Italian Universities for Palestinian Students, coordinato dalla Crui con la Farnesina e il Ministero dell’Università, ha portato in Italia i borsisti di Gaza con i corridoi universitari. Ai 230 arrivati finora non era stato chiesto alcun requisito di lingua. Ai 60 ancora bloccati nella Striscia, adesso, il ministero pretende una certificazione di italiano di livello B2.

Lo stesso ministero, un altro muro

Per le regole degli atenei quel certificato serve solo a chi si iscrive a un corso erogato in lingua italiana, e vale per l’anno 2026/2027. Viene chiesto ai sessanta rimasti dell’anno in corso, e secondo chi a Milano segue i borsisti anche a chi è iscritto a corsi in inglese, dove l’italiano non servirebbe. Le università non ne sapevano nulla: la rigidità arriva dal ministero, dicono gli atenei.

A uno studente ammesso all’Università di Ferrara, raccontano, l’ateneo ha comunicato che senza il certificato B2 non si poteva fare più niente, borsa di studio vinta o meno. È lo stesso governo che il 12 maggio accoglieva i gazawi a Fiumicino promettendo di formare la futura classe dirigente palestinese. L’ASGI ha già chiesto alla Farnesina e al ministero dell’Università di prorogare i termini d’iscrizione per gli studenti palestinesi.

Il filo è uno solo. Una finestra di otto giorni per gli iraniani, un patentino di lingua per i gazawi: ogni volta un adempimento che sulla carta vale per tutti e che, nei fatti, cade addosso a chi ha meno margine. Il ministero che dice di voler accogliere questi ragazzi è lo stesso che alza l’asticella appena arriva il momento di farli partire. Per l’Iran un giudice ha già scritto che ha un nome. Per Gaza, il nome resta da scrivere.

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