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Giornalismo che si oppone all’opposizione

Un conduttore televisivo sempre dolce con il potere che zittisce un parlamentare durante una trasmissione sulla rete pubblica nazionale è la scena che ci mancava per tastare il polso dell’aria che tira. I partiti di governo che come si oppongono all’opposizione sono il sintomo di una debolezza politica molto più pericolosa di quello che si può pensare. 

I fatti. Durante la trasmissione A porta a porta il conduttore Bruno Vespa litiga con il deputato del Pd Marco Furfaro che in replica al generale Vannacci dice l’ovvio: “io penso che sia tutto lecito e legittimo in politica, – ha detto il dem – uno è di destra e l’altro è di sinistra. Però io credo che sia inaccettabile che nel servizio pubblico noi ascoltiamo un parlamentare europeo che dice che la Decima Mas ha avuto una stagione gloriosa”.

Vespa si inalbera. “Intanto io non le consento che nel servizio pubblico non si possa ospitare un signore che ha preso 530.000 preferenze. Abbia pazienza. Punto primo. Poi punto secondo, la Decima Mas come ha detto Vannacci ha avuto due momenti. Io dico questo perché lei ha detto che non è possibile far parlare uno così nel servizio pubblico, eh no”, dice il conduttore. Il ragionamento è fragile. Quindi perché non ospitare Putin legittimamente eletto in Russia per fargli dire che l’Ucraina va rasa ala suolo per essere denazificata Rimanendo qui in Italia siamo pieni di politici con un bagaglio enorme di preferenze e una fedina penale vergognosa. Meritano il palcoscenico Rai?

Ha ragione Furfaro quando dice che “è inaccettabile” che un europarlamentare dica in tv “che Mussolini era uno statista”. Forse Furfaro ha sbagliato solo una cosa: la trasmissione di Vespa non è “sua”, è nostra. 

Buon mercoledì. 

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Aspettando Salis e Godot la melina continua

Per dare un’idea della situazione, che da fuori potrebbe sembrare perfino malafede, occorre tornare alle parole di lunedì del ministro agli Esteri Antonio Tajani che a proposito di Ilaria Salis appena eletta europarlamentare nelle liste di Alleanza verdi sinistra aveva detto testualmente: “Io non ho l’autorità di far liberare” Ilaria Salis. “Tocca a noi e al Parlamento europeo notificare all’autorità ungherese l’elezione di Salis a deputato europeo poi dovrà essere soprattutto il Parlamento europeo a intervenire perché ci sia la possibilità per lei di partecipare all’Assemblea”.

Per Tajani “tocca a noi e al Parlamento europeo” notificare alle autorità ungheresi l’elezione di Ilaria Salis a deputato europeo

Secondo Tajani ci sarebbe da aspettare almeno un mese prima di poter confezionare qualsiasi comunicazione ufficiale. Attenzione: un mese di detenzione di Ilaria Salis non è propriamente una passeggiata. Si tratta di una detenzione in un’Ungheria piuttosto labile nel rispetto dei diritti, scontando gli arresti domiciliari a un indirizzo che è stato reso pubblico in fase processuale e che gira tra le chat di estremisti che promettono vendetta.

Roberto Salis, padre di Ilaria, ieri ha detto che il giudice “ha dichiarato ai nostri avvocati ungheresi che per terminare la detenzione domiciliare è sufficiente che arrivi una comunicazione ufficiale da parte delle autorità competenti italiane, nella fattispecie il ministro degli Esteri e il ministro dell’Interno, che attestino l’avvenuta elezione”. Quindi, secondo il padre di Ilaria, Tajani avrebbe l’autorità di far liberare sua figlia. Eppure sembra che la melina continui. Solo che adesso non si tratta più di una vicenda personale, è roba che porta la firma di 170 mila italiani.

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Il sindaco torna a casa

Mimmo Lucano è stato eletto sindaco di Riace. Sì, sì, Mimmo Lucano è anche un nuovo europarlamentare nelle liste di Alleanze verdi sinistra, 190 mila preferenze sparse per l’Italia che sono una sberla in faccia all’Italia che abbraccia gli autocrati per appaltare le esecuzioni nel Mediterraneo e su terraferma. Ma Mimmo Lucano è tornato sindaco nella sua Riace, quella terra martoriata da sei anni in cui l’ex sindaco era il cadavere da esporre per distruggere un’idea di accoglienza che smutandava l’Europa e i carnefici di destra e di sinistra che si sono avvicendati al Viminale. 

Mimmo Lucano ha sconfitto le calunnie che non gli hanno scalfito lo spirito, Riace ha battuto il refrain assassino che la raccontava come borgo a disposizione dei traffici del suo sindaco. L’ex sindaco Tonino Tripoli, ex salviniano che ha abbandonato la nave per rifugiarsi in Forza Italia, è stato superato di 83 voti. 83 voti che vengono dopo i processi strampalati smontati pezzo per pezzo. 83 voti che vengono dopo un conato di giornalisti che banchettavano sui cadaveri. 83 voti che hanno dovuto superare un’Unione europea mortifera e indifferente. 

Riace ha votato Mimmo Lucano perché quel modello di stare insieme non è il prodotto della vanità di un sindaco ma è un benefico modello di comunità. «La mia Europa si chiama Riace», ha detto Mimmo mentre commosso leggeva i numeri del trionfo. Portare Riace in Europa è l’obiettivo politico. La marea nera non si ferma solo con la denuncia, l’Europa torva si supera con un modello contrario che preferisca il calcolo umano al calcolo politico. Hanno provato a demolirlo, non ci sono riusciti. Ben tornato a casa sindaco.  

Buon martedì. 

Nella foto: Mimmo Lucano, frame del video

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Schlein rilancia l’alternativa al centrodestra con M5S e Avs

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein nella sala del Nazareno affollata di dirigenti e neo eletti Pd in Europa, la mette così: “Il messaggio è chiaro: Giorgia, stiamo arrivando”. La segretaria del Pd riferisce che con Meloni c’è stata una telefonata: “Ci siamo sentite, come normale che sia, per farci i complimenti per i reciproci risultati positivi”. I dem sono il partito che cresce di più in termini di voti, insieme ad Alleanza Verdi e Sinistra, soprattutto al Sud dove il Pd trainato anche dal record di preferenze di Antonio Decaro (quasi 500mila). La battaglia sul salario minimo, sulla sanità, contro l’autonomia differenziata hanno pagato in termini di consenso. E permesso di accorciare le distanze con Fdi. “Il Pd è il partito che è cresciuto di più dalle politiche, 10 punti dai sondaggi dall’inizio dello scorso anno, 2 in più dalle europee del 2019, 7 punti in più al sud rispetto alle europee. La distanza da Fdi si è assottigliata; da 2 milioni a un milione di voti”, spiega Schlein. E la somma dei partiti all’opposizione supera quella della maggioranza di centrodestra. Ora la sfida per la segretaria è la costruzione di un’alternativa. Il divario di voti con il M5s per i dem hanno chiarito i rapporti di forza. “Il Pd è il perno indiscusso per la costruzione dell’alternativa. Ora speriamo che passate le europee, con il risultato netto” che si è determinato con il Pd “di distacco primo partito del centrosinistra” si possa costruire l’alternativa, “noi – sottolinea Schlein – continueremo a lavorarci testardamente in modo unitario”. Schlein ci tiene a sottolineare che il Pd “non si considera autosufficiente” ma avverte che Giuseppe Conte che “perseverare nella strada della divisione o della competizione con il Pd, non credo porti a un risultato diverso rispetto a quello di ieri”. 

Schlein: ‘Il Pd è il perno indiscusso per l’alternativa

Il Movimento 5 Stelle fa i conti con un “risultato deludente”, come ha sottolineato l’ex premier nelle dichiarazioni a spoglio in corso. Un risultato, ha aggiunto Conte, che merita una riflessione profonda. A cosa porterà’ questa riflessione e’ il quesito che ci si pone tra i dem. Il timore è che l’alleato decida di scartare di lato, alla ricerca di uno spirito anti-sistema e anti Pd simile a quello delle origini. La speranza è che Conte si convinca del fatto che “perde chi non è unitario”, come dice la segretaria Pd: “Chi ha avuto l’atteggiamento più unitario è stato premiato, e non parlo solo del Pd”, spiega Schlein riferendosi evidentemente agli alleati di Alleanza Verdi e Sinistra: “Mi viene da dire che le divisioni non pagano. Non pagano quelle dei progressisti e non pagano quelle tra chi si è presentato insieme per governare”, e qui la stoccata è a Matteo Salvini. È anche per capire quale direzione prenderà il M5s, e quindi il cantiere dell’alternativa, che Schlein chiamerà nelle prossime ore Conte. 

Conte promette “una riflessione profonda”

Da Alleanza verdi sinistra Angelo Bonelli manda un messaggio chiaro rispetto alla creazione di un’alternativa al centrodestra: “Noi intendiamo assumere questa iniziativa nei confronti di Schlein e Conte, gli errori commessi alle politiche li abbiamo pagati cari. Renzi e Calenda Per noi è fondamentale un programma che federi”, dice a Rai Radio1. Fratoianni e Bonelli da mesi lavorano per consolidare il dialogo con il M5s a discapito di Renzi e Calenda. L’ottimo risultato di Avs fortifica una campo largo che si fermi un centimetro prima di Renzi e Calenda. È lo stesso confine che ha in testa Conte. La deputata dem Debora Serracchiani avverte: “dobbiamo parlare senza alcuna sudditanza né sensi di superiorità, con la capacità politica di essere punto di mediazione”. 

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La sfida tra lei e gli altri non ha portato bene

Nella Lega la chiamano la zarina, anche se oggi sembra piuttosto spenta. Susanna Ceccardi è colei che nel 2014, ospite di Michele Santoro, disse: “Chi mi accusa di tenere più alla vita di un chihuahua che alla vita di un immigrato, non capisce che i chihuahua non sbarcano a migliaia sulle nostre coste”. Da sindaca di Cascina (Pisa) disse: “Non ho messo la foto di Sergio Mattarella nel mio ufficio, è un retaggio dell’ancien régime” e si rifiutò di celebrare un unione civile gay perché, “il registrucolo degli amanti omosessuali è un’invasione di campo che ha ragioni di progettualità ideologica in vista del mutamento del concetto di famiglia”.

Nel 2017 disse “menomale” che i medici calabresi guadagnano meno di quelli dell’Emilia Romagna. Qualche mese fa ha confuso Aldo Moro con Berlinguer e con De Gasperi. Due anni fa ha confuso l’articolo 1 con l’articolo 3 della Costituzione. Per queste elezioni europee Ceccardi ha giocato la sua campagna con lo slogan “o me” e “o lui/lei”, nel goffo tentativo di polarizzare il suo elettorato (come se ce ne fosse bisogno). L’ha fatto con Mimmo Lucano, l’ha fatto con Lucia Annunziata, l’ha fatto Ilaria Salis, l’ha fatto con Elly Schlein.

Lucano, Annunziata e Salis sono stati comodamente eletti a Strasburgo, facendo incetta di voti. Elly Schlein ha incassato un clamoroso risultato da segretaria del Partito democratico. Si potrebbe tranquillamente dire che gli elettori tra Ceccardi e gli altri hanno sempre scelto gli altri. Lei è rimasta in silenzio per ore perdendo la grinta della campagna elettorale, appesa alla ripartizione dei seggi che la Lega potrebbe racimolare in giro e alle scelte del generale Vannacci. È il rischio di fare i bulli: quando si perde, si perde sempre fragorosamente.

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Meloni supera il referendum. A FdI più voti delle ultime politiche

Giorgia Meloni aveva deciso di usare le elezioni europee come referendum se sé stessa e sul governo (anche se per lei le due cose coincidono) e alla fine ha avuto ragione. Fratelli d’Italia cresce rispetto alle ultime elezioni politiche che già l’avevano portata a Palazzo Chigi. “Fratelli d’Italia si conferma primo partito italiano, superando il risultato delle scorse elezioni politiche”, scrive sui suoi social Meloni postando una foto in cui fa con la mano il segno della vittoria. In conferenza stampa dice di accogliere i risultati delle europee con ancora più gioia rispetto alle ultime politiche promette ancora più determinazione. Giovanni Donzelli, parlando al comitato di Fdi al Parco dei Principi, dice che a vincere è stata l’Italia: “Il dato da notare è che mentre in tutta Europa i governi hanno risentito della crisi internazionale e delle difficoltà economiche” il governo italiano “esce forte da queste elezioni”, osserva il responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia. 

Pd

È una vittoria dentro e fuori dal suo partito anche quello della segretaria del Partito democratico Elly Schlein. Il risultato delle europee sbroglia diverse matasse. L’avvicinamento dei dem nei confronti di Fratelli d’Italia rende il Pd di Schlein l’asse portante della costruzione di una possibile alternativa a questo governo, spegnendo le ambizioni e la competizione di Conte e del M5s e rimettendo nell’angolo le pretese dei pezzi del cosiddetto Terzo polo. Il risultato del Partito democratico, ancora di più alla luce dei numeri di Renzi e di Calenda, serve a Schlein anche per ridimensionare l’opposizione interna che dall’inizio della sua reggenza spingevano per spostarsi al centro mollando il M5s. Le candidature volute dalla segretaria (Cecilia Strada in primis) hanno funzionato tenendo insieme il partito. La difficile gestione delle diverse sensibilità ha permesso l’affermazione elettorale anche di candidati non vicinissimi a Schlein, restituendo l’immagine di un partito in fin dei conti unito. Spostare l’asse del partito a sinistra ha attratto voti. “Sentiamo la responsabilità di costruire l’alternativa”, dice la segretaria tenendosi a fianco sorridente il neo europarlamentare Bonaccini. 

Forza Italia

Antonio Tajani ce l’ha fatta. Nel quartier generale di Forza Italia si diceva fino a ieri che anche uno 0,1% in più rispetto alla Lega sarebbe stato un grande risultato. “Ci davano per morti e invece siamo vivi e vegeti”, dice il coordinatore di Forza Italia. Avrebbe colpito in particolare, raccontano fonti azzurre all’Adnkronos, oltre al risultato della Lega, quello degli Stati Uniti d’Europa con Iv di Matteo Renzi che rischia di restare fuori dalla corsa mancando lo sbarramento del 4 per cento. Si aprirebbe così, avrebbero commentato nel corso della riunione con il segretario nazionale, un grande spazio politico che Fi potrebbe riempire.

Alleanza Verdi-Sinistra

Candidature indovinate, posizioni nette e copertura (riuscita) del fronte pacifista. Alleanza Verdi-Sinistra sfiora il 7% e colleziona un risultato sorprendente per tutti. “Ne abbiamo sentite molte. Ci hanno accusato di usare candidature a fini strumentali. Abbiamo fatto bene ad agire. Ilaria Salis da stasera è un europarlamentare”, ha detto il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni nel comitato elettorale di Avs a Roma. Ma il risultato è molto di più dell’italiana in arresto nell’Ungheria di Orbàn. “Questa sera diciamo ai leader delle altre forze di opposizione: ora e’ il momento di costruire una convergenza, a cominciare dal premierato e dall’autonomia differenziata, ci vuole responsabilità e coraggio”, dice Fratoianni. E sullo sfondo anche Schlein sorride. 

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Salvini rischia la leadership, arretrano i 5 Stelle

Matteo Salvini avrà poco da festeggiare con il generale Roberto Vannacci. Nonostante la trovata del suo candidato di punta la sua Lega sta ben sotto le aspettative e le promesse del ministro ai Trasporti e vice presidente del Consiglio. E da oggi comincia ufficialmente la marcia per la sua sostituzione alla guida del partito. Il “Capitano”, sempre pronto a sfruttare i microfoni, ha perso la parola. Umberto Bossi, definito “traditore” da Vannacci e accusato da Salvini, è la fotografia di un partito che non vede l’ora di tornare alle origini. O meglio, di superare in fretta l’era Salvini.

Non solo Salvini, flop anche del Movimento 5 stelle

Giuseppe Conte promette che nei prossimi giorni il Movimento 5 Stelle si riunirà per l’analisi della sconfitta, esercizio tipico dei partiti-partiti. “Potevamo sicuramente fare meglio, faremo una riflessione interna per cercare di approfondire le ragioni di questo risultato che non era quello che ci aspettavamo”, ha detto Conte, promettendo che il dialogo “con le forze progressiste non dipende da un appuntamento elettorale” e sarà “sempre più intenso man mano che dovremmo assumerci la responsabilità di offrire un’alternativa rispetto alle forze di governo”.

Terzo Polo

Matteo Renzi aveva promesso che sarebbe volato a Bruxelles e aveva giurato di sentire un’aria positiva. Ma si è sbagliato di nuovo. Italia Viva non supera la soglia di sbarramento, come annunciato dallo stesso Renzi, nonostante il matrimonio con +Europa e il fu Terzo polo si conferma politicamente ininfluente nonostante lo sproporzionato spazio che occupa sui media. Anche i suoi fedelissimi, sempre molto abbondanti nelle dichiarazioni, non si sono né visti né sentiti.

Unica consolazione l’esule risultato negativo dell’ex alleato Carlo Calenda. La politica “sul serio” fuori dalla cerchia ristretta e da qualche giornale compiacente non esiste nel Paese. In tempi di pericolose nostalgie fasciste e di compressione delle libertà e dei diritti le elezioni premiano le posizioni nette, da una parte o dall’altra. Ma in fondo è la storia della Seconda Repubblica, dove in ogni elezioni qualcuno si propone come interprete di uno spazio politico che i risultati elettorali non hanno mai evidenziato.

Ora per Calenda (come per Renzi) si prospetta il dovere di affrontare la richiesta più pressante degli elettori liberali: assumersi la responsabilità di avere lasciato un’area fuori dal Parlamento europeo. Bocciatura anche per Emma Bonino, nella lista insieme a Renzi.

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Ma dai, il mondo là fuori è diverso da quello che si legge

Ma dai. In un momento storico in cui la destra si mette a fare la destra nell’accezione più becera la sinistra funziona. Che sorpresa. Mentre Giorgia Meloni accumula voti degli arrabbiati, dei mussoliniani nostalgici, di quelli che godono perché finalmente un uomo forte anche se donna i risultati delle elezioni europee scandiscono un concetto basilare: la politica si fa per prendere posizione e non per guadagnare posizioni. 

Così Alleanza verdi e sinistra che molti giornali e molti commentatori politici imbiancati hanno sempre trattato come una pittoresca combriccola di idealisti incassa un risultato che è la somma dei cosiddetti liberali che occupano paginate di pensosi analisti. Le catene di Ilaria Salis che qualcuno considerava  un argomento laterale hanno ottenuto un riscontro elettorale prevedibile in un Paese (il nostro) in cui le catene non sono d’acciaio ma stringono i polsi dell’informazione. Il modello di accoglienza che stava a Riace dimenticato e calpestato da certi giornalisti è presente e vivo.

Il Partito democratico che per qualcuno avrebbe dovuto liquefarsi sotto la guida di Elly Schlein ha guadagnato voti di persone che non avrebbero mai pensato di poterlo votare, spinti da candidature come quella di Cecilia Strada che sovvertono il paradigma del dibattito pubblico in questo Paese, parlando di vite in mezzo a quelli che sciorinano numeri, ricordando che i diritti umani andrebbero rispettati anche quando vengono appaltati. 

Ma dai, la pace non interessa solo a coloro che la intendono come restituzione politica agli ex amici tiranni ma anche a chi la considera un’urgenza più dell’armarsi. Una cosa queste elezioni europee ce la dicono chiaramente: i cosiddetti liberali interventisti che non vedono l’ora di infiammare l’escalation escono malamente sconfitti con l’atavico vizio di aiutare le destre. 

Buon lunedì. 

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L’asse della guerra franco-tedesco batte in ritirata

L’asse della guerra franco tedesco esce sconfitto dalle elezioni europee. In Francia la schiacciante (e prevista) sconfitta alle elezioni europee del partito del presidente Emmanuel Macron in contemporanea con la vittoria fuori misura dell’estrema destra di Rassemblement National e del suo candidato Jordan Bardella hanno provocato un terremoto politico. Macron a sorpresa ha scelto lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e la convocazione delle elezioni legislative il 30 giugno e il 7 luglio. Una scommessa ultra-rischiosa nel suo secondo mandato, presa solo sei volte nella Quinta Repubblica, otto volte in tutta la storia della Francia, e non sempre con esiti positivi.

L’ultimo scioglimento, deciso da Jacques Chirac nel 1997, aveva visto la sinistra conquistare la maggioranza dei seggi, dando luogo alla nomina del socialista Lionel Jospin a Matignon e alla coabitazione. La furia bellicista del presidente francese, che nelle ultime settimane aveva ipotizzato l’invio di soldati Nato in Ucraina (smentito dalla Nato stessa) non ha portato fortuna. E così, ancora una volta, un liberale prepara il terreno alla destra. L’obiettivo di rilanciare la Francia come grande potenza militare e geopolitica per supplire ai vuoti lasciati dalla difficile situazione del mercato interno e dell’occupazione hanno evidentemente fallito.

L’asse della guerra sconfitto: in Francia Macron rischia di regalare il Paese a Marine Le Pen, in Germania Scholz subisce un tracollo

In Germania l’Spd incassa un 14% che è il peggior risultato della sua storia, due punti sotto le scorse elezioni europee del 2019. “È una sconfitta politica, di tutti nella Spd. Sarebbe eccessivo attribuire tutta la responsabilità a uno solo”, ha detto il segretario generale della Spd, Kevin Kuehnert, cercando di alleggerire la posizione di Olaf Scholz e del suo litigiosissimo governo semaforo, con i Verdi che sono crollati al 12% perdendo più di 8 punti rispetto a cinque anni fa. I socialisti del cancelliere Olaf Scholz sono dietro anche all’Alternative für Deutschland e raccolgono metà dei consensi rispetto alla Cdu/Csu, che con il 30% dei consensi si proietta come primo partito nel Paese. Il dato dirompente è l’ascesa dell’Afd, l’Alternative für Deutschland. Sono primo partito in tutti i Land della Germania dell’Est, tranne Berlino, nonostante i numerosi scandali delle ultime settimane che hanno evidenziato i rapporti opachi e lo scambio di denaro tra alcuni membri e Russia e Cina.

Anche Scholz come Macron fa parte di quella fetta d’Europa che spingeva per armare l’Ucraina per sferrare attacchi in territorio russo, portando a un’inevitabile innalzamento del conflitto. Nel suo Spd ha fatto rumore la posizione del ministro della Difesa Boris Pistoriu, che ha addirittura avvertito la Germania di “prepararsi alla guerra” entro il 2029. La guerra per Macron e per Scholz è stato il terreno su cui hanno voluto provare a costruire la loro centralità europea proponendosi come irrinunciabili guide. L’ambizione di creare un’Europa agli ordini di Franci e Germania come ai tempi di Merkel e Sarkozy (e poi Hollande) è miseramente fallito. E ora a farne le spese sarà anche l’Ucraina usata come strumento elettorale. 

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Astensionismo record: l’affluenza crolla al 49,52%

Affluenza in calo drastico, con il 50% appena mancato. Il primo partito italiano è sempre l’astensionismo ma questa volta avrebbe la maggioranza necessaria per governare. Durante la campagna elettorale, tutti i partiti avevano evocato il rischio di una significativa diminuzione dei votanti, che si è concretizzato già dai primi dati delle 23 di sabato. Questo andamento è stato confermato anche nella seconda giornata di voto e alla chiusura dei seggi, con risultati arrivati molto lentamente.

Un nuovo record negativo di affluenza, dopo il 54,5% del 2019. Sempre meno italiani partecipano alle elezioni del Parlamento Europeo, mentre l’elettorato delle amministrative sembra mantenersi stabile. In Piemonte, l’affluenza è stata del 56,37% (rispetto al 63,22% precedente) e alle comunali del 62,72% (contro il 67,90% precedente). Sono lontani i tempi del 73% raggiunto nel 2004. E qui perde la politica, tutta. 

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