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Meloni e l’Italia che corre. Ma i numeri e i fatti raccontano un’altra realtà

Non c’è solo l’attacco ai telespettatori di La7 (e quindi a qualche milione di italiani), nel suo videomessaggio pubblicato sui social dalla presidente del Consiglio. Giorgia Meloni sveste i panni da premier per indossare quelli della candidata di punta di Fratelli d’Italia e riparte la propaganda sull’Italia in crescita sfidando, a tratti, la realtà dei fatti e pure quella dei numeri.

Tra crescita, Export e Spread

“Oggi, pur in una situazione difficile, l’Italia è finalmente tornata a crescere più della media europea. È cresciuto l’export, è sceso lo spread e la Borsa italiana nel 2023 è stata la migliore in Europa. Ma soprattutto abbiamo toccato il tasso di occupazione più alto di sempre, aumentano i contratti stabili, aumenta l’occupazione femminile, diminuisce il rischio di povertà, e dopo tre anni i salari sono tornati a crescere più dell’inflazione”, ha detto Meloni.

Ma per il sito di fact checking Pagella Politica, che ha analizzato le parole della premier, le cose non stanno esattamente così. L’economia, ad esempio. I dati Eurostat dicono che nel 2023 il Pil italiano è cresciuto dello 0,9 per cento rispetto all’anno precedente, mentre la crescita media dell’Unione europea è stata pari allo 0,4 per cento.

L’anno scorso 12 Paesi Ue sono comunque cresciuti più dell’Italia, tra cui la Spagna (+2,5 per cento), mentre la Francia è cresciuta meno (+0,7 per cento) e in Germania il Pil è lievemente sceso (-0,2 per cento). Le previsioni pubblicate dalla Commissione europea prevedono per quest’anno una crescita del Pil dello 0,9% con una media europea dell’1%.

Per l’Osce l’Italia si fermerà allo 0,7%. Insomma, l’Italia non è la locomotiva d’Europa. L’export, a differenza di quanto sostenuto da Meloni, non cresce. Lo stesso Ministero degli Esteri certifica che i volumi delle esportazioni sono identici a quelle dell’anno precedente. L’Istat nella sua relazione scrive che “l’export nazionale in valore risulta stazionario ed è sintesi di dinamiche territoriali molto differenziate”.

La discesa italiana dello spread invece (come avviene per quasi tutti i Paesi europei) ha una motivazione semplice: il peggioramento delle condizioni economiche della Germania che hanno fatto aumentare il rendimento dei titoli tedeschi.

I dati sulla povertà assoluta

Meloni ha rivendicato anche un altro risultato: secondo lei, in Italia è diminuito il rischio di povertà. Come sottolinea Pagella Politica la presidente del Consiglio “ha omesso un altro dato importante per comprendere l’andamento della povertà nel nostro Paese”.

Secondo le stime preliminari più aggiornate di Istat, nel 2023 è leggermente aumentata la percentuale di cittadini e di famiglie che vive in povertà assoluta. Per quanto riguarda il rischio di povertà dice sempre l’Istat che la percentuale nel 2023 è calata rispetto all’anno precedente “grazie a misure che erano state introdotte prima dell’insediamento del governo Meloni (tra cui l’assegno unico universale) e che l’attuale governo ha solo modificato in parte”, spiega Pagella Politica.

I salari e l’inflazione

Infine, la presidente del Consiglio ha detto nel suo videomessaggio su La7 che, grazie al suo governo, “dopo tre anni i salari sono tornati a crescere più dell’inflazione”.

La leader di Fratelli d’Italia fa riferimento al rapporto annuale Istat dello scorso 15 maggio secondo il quale “le retribuzioni contrattuali orarie nel 2023 sono aumentate del 2,9 per cento, in rafforzamento rispetto al 2022”.

Nello stesso rapporto c’è però scritto che “i prezzi al consumo, seppure in decelerazione, hanno comunque segnato nel 2023 una crescita del 5,9 per cento, che ha determinato un ulteriore arretramento in termini reali delle retribuzioni”.

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Fondo Ue per gli aiuti all’Ucraina, Orban si rimangia la parola: Budapest pronta a bloccare il via libera

Dimenticate qualsiasi dibattito sulla strategia militare o diplomatica, dimenticate qualsiasi obiezione di natura realmente politica: come accade ogni sei mesi il presidente ungherese Viktor Orban blocca la creazione del Fondo di assistenza per l’Ucraina che dovrebbe finanziare le forniture di armi a Kyiv per 7,7 miliardi. È il solito Orban, che esiste quando riesce a far fallire le feste, come nel celebre film di Sorrentino, quello che andrà in scena oggi e domani a Bruxelles costringendo l’Unione europea a non licenziare il fondo inserito nella European Peace Facility. Eppure ci sarebbe un accordo politico già stretto, ma i patti sottoscritti da Budapest rischiano di rivelarsi parole al vento. 

Orban si rimangia la promessa di aiuti firmata a marzo

L’accordo politico risale al 18 marzo, quando l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e per le politiche di sicurezza, Josep Borrell, aveva chiesto di accelerare i tempi per ovviare ai ritardi accumulati dagli Usa. L’accordo degli stati membri prevedeva 5 miliardi di euro da aggiungere ai 2,7 miliardi recuperati dalle sanzioni.

Due giorni dopo alla Camera la premier Giorgia Meloni in occasione delle sue comunicazioni al Parlamento prima del Consiglio europeo aveva sottolineato come, tanto per Orban che per Salvini, ciò che conta sono “le decisioni e i voti”, rivendicando il patto sottoscritto anche dal premier ungherese appena due giorni prima. Gli osservatori internazionali furono stupiti dall’assenso concesso dal governo ungherese con l’unica condizione che la sua quota fosse utilizzata solo per armi a scopo difensivo. Ora si scopre che lo stupore era giustificato.

Dal primo luglio l’Ungheria guiderà per sei mesi il Consiglio europeo

Ufficialmente l’Ungheria lamenta l’inclusione della sua banca Otp nell’elenco dei fiancheggiatori russi stilato da Volodymyr Zelensky . Otp opera effettivamente in Russia e nei territori occupati ma il presidente ucraino su pressioni dell’Ue ha accettato di depennare l’istituto dalla lista. Ora l’accusa di Orban s’è fatta ancora più fumosa: “Le imprese ungheresi sono boicottate dal governo ucraino”, dice.

Il copione sarà presumibilmente quello già visto a dicembre dell’anno scorso: l’Ungheria lascerà cadere il veto quando l’Ue sbloccherà per l’ennesima volta i suoi fondi per il paese membro che ora sono bloccati per le ripetute violazioni sullo Stato di diritto del governo di Budapest.

Torna in auge anche il piano a cui l’Europa aveva pensato in occasione della paralisi provocata dal Orban alla fine dell’anno scorso ovvero utilizzare l’articolo 7 del trattato europeo che prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea (come il diritto di voto in seno al Consiglio dell’Unione europea) qualora un paese violi gravemente e persistentemente i principi su cui si fonda l’Ue. Ma la vicinanza delle elezioni europee e la prevista crescita dell’ala sovranista nel Parlamento europeo consigliano di evitare strappi.

La trattativa sotto traccia  sullo sblocco dei fondi verso l’Ungheria resta la strada più probabile. Ma dal primo luglio sarà proprio l’Ungheria a guidare il semestre con la presidenza di turno del Consiglio europeo e a quel punto il gioco al rialzo di Budapest nei confronti dell’Ue sarà ancora più facile. Sullo sfondo Putin sorride. 

 

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Meloni, il sasso, la mano, il premierato

Alla fine la spacca, non la va. O meglio, Giorgia Meloni ci fa sapere che il premierato che doveva essere “la madre di tutte le riforme” ora è una delle tante proposte sul tavolo di un governo che alimenta le promesse consapevole che ci sarà sempre qualche potere forte da usare in caso di fallimento. 

Qualche giorno fa la presidente del Consiglio aveva detto “o la va o la spacca” riferendosi alla riforma costituzionale per accentrare ancora più poteri al presidente del Consiglio. La frase non è stata indovinata. In Italia ogni volta che qualcuno pronuncia la modifica della Costituzione il pensiero scivola veloce alla sicumera con cui Matteo Renzi si è schiantato da presidente del Consiglio. La strategia quindi cambia in corsa: se la riforma non passa, dice Meloni, semplicemente «vorrà dire che gli italiani non l’hanno condivisa». 

La marcia indietro però puzza. Meloni che ha personalizzato ogni passo del suo governo, Meloni che gioca a fare l’uomo forte in mezzo a quei mollaccioni dei suoi alleati e a quei ridicoli dei suoi avversari ora indossa la maschera della statista per schivare la possibile frana. «Qualcuno si vuole opporre con il corpo a questa riforma», dice riferendosi alla segretaria del Pd Elly Schlein. È il solito artifizio retorico di parlare degli altri per fortificare la proiezione di se stessa. Il punto non è l’opposizione che per definizione si deve opporre (troppo poco, verrebbe da dire, osservando fin qui), il punto è che Meloni non ha ancora gettato il sasso e già ha tolto la mano perché sa bene che la spinta del suo cognome come brand non è una garanzia eterna. Ora le tocca fare politica, mostrare il cielo sopra il tetto di cristallo. Tanti auguri. 

Buon lunedì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni frame del video (pagina ufficiale Fb), festival dell’Economia di Trento, 24 maggio 2024

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Telemeloni e tutti giù a ridere

Dell’avversione per i giornalisti ne abbiamo parlato e ne parleremo ancora. Per un governo piantato sulla propaganda, l’esposizione dei fatti e la memoria delle regole saranno sempre nemici da mettere all’indice. Poi c’è l’enorme tema della comunicazione a senso unico di cui si parla troppo poco. 

Per farsi un’idea basta una data: il 4 gennaio. È dal 4 gennaio che la presidente del Consiglio non convoca una conferenza stampa, non risponde a domande, non apre i microfoni anche ai giornalisti non compiacenti, non si sottopone al necessario controllo democratico svolto dai media, elemento intermedio dei cittadini. 

I messaggi di Giorgia Meloni non sono mediati e non sono mediabili. Confezionati a metà tra il comunicato istituzionale e gli spot pubblicitari degli anni ottanta le parole della presidente del Consiglio vengono diffuse senza possibilità di dibattito. In Parlamento vengono difese dai suoi palafreni della maggioranza che quasi mai rispondono nel merito delle questioni. In televisione le sue parole soffiano barricate tra giornalisti legionari. In Rai rimbombano svilendo la storia e la credibilità delle reti pubbliche italiane. 

Che Giorgia Meloni gigioneggi sui suoi social come un’influencer che promuove il suo prodotto dileggiando la Rai e poi venga trasmessa dalla stessa Rai derisa è solo l’ultimo passo di un’occupazione sfrontata. Un servizio del Tg1 che trasmette Giorgia Meloni con il logo Telemeloni è uno svilimento che rimarrà negli annali. Non è simpatia, c’è poco da ridere. 

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Bestiario della settimana – Lollo che sussurra ai bovini. E il nuovo libro di testo di Salvini: il suo

Fortunatamente Aldo

Sempre lui. Il ministro all’Agricoltura e al Made in Italy Francesco Lollobrigida parlando di terrorismo dice letteralmente: “L’episodio di Aldo Moro che fortunatamente con il suo sacrificio creò un’allarme tale che ci permise di sconfiggere il terrorismo”. Fortunatamente. L’avverbio fa il paio con il “per fortuna” che aveva usato parlando della siccità al Sud. Ormai il ministro e cognato d’Italia sforna una gaffe dopo l’altra ed è difficile stargli dietro. Nascerà un nuovo genere letterario, il lollobrigidesimo, ovvero il talento di dirle tutte sbagliate.

La Salvineide

Il vice presidente del Consiglio e ministro Matteo Salvini da sempre è pronto ad occuparsi di qualsiasi professore e professoressa, anche del più remoto paese di provincia, perché ripete da anni che “la politica non deve entrare nelle scuole”. Parlando a degli studenti li invita a comprare una o due copie del suo libro “per poi metterlo in mano a una prof. che non la pensa come voi”. Forte questa maggioranza di governo. A questo punto conviene togliere dal programma scolastico i dinosauri e fare un’ora alla settimana sui libri di Salvini.

Matteo & Gesù

Preso dalla foga della campagna elettorale il leader della Lega Matteo Salvini ha pubblicato sui suoi social una card che mostra un Gesù incinta creato con l’intelligenza artificiale e di fianco una famiglia “tradizionale” (come la chiamano loro) sorridente e in posa. Poiché nessun partito e nessun candidato ha mai parlato di voler scrivere una legge perché Gesù (o qualsiasi altro) abbia il diritto alla gravidanza viene da pensare che i veri fantasmi siano tutti nella testa dei creativi della Lega.

Onlyfans club

Enrico Randi, candidato sindaco a Lugo, propone di istituire “il primo festival OnlyFans al mondo” per “liberare la libertà di espressione individuale”. OnlyFans, per chi non lo sapesse, è il sito che consente di abbonarsi per vedere le grazie e le gesta erotiche dei propri idoli. Solo che Randi era appoggiato dal partito ultra cattolico il Popolo della famiglia che non l’ha presa benissimo e così si è ritrovato con un alleato in meno. Gratis.

Lotito al Var

Il presidente della Lazio nonché senatore di Forza Italia Claudio Lotito si è appisolato durante l’audizione in Senato tra i vertici della Serie A e il governo sulla situazione del calcio italiano, che dovrebbe essere un tema che gli sta particolarmente a cuore. Viene ridestato dal sonno dal presidente del Napoli Aurelio De Laurentis che lo richiama alla veglia. Lotito nega, anzi con un cenno dice di essere impegnato ad ascoltare. Episodio da Var.

Euro (trash) jingle

Forse abbiamo già un vincitore. Il parlamentare europeo uscente e ricandidato Angelo Ciocca (Lega) ha pubblicato sui suoi social un video in cui quattro ragazze cantano e ballano su un improbabile jingle: “Scrivi un nome per cambiare, scrivi Ciocca e vota Lega, l’Europa è da svegliare, basta insetti da mangiare”. Simone Alliva su L’Espresso ricorda quando Ciocca “arrivò a Lampedusa per fare un viaggio dimostrativo all’incontrario. Affittò il peschereccio Il Pirata e con tre sodali puntò le coste tunisine. Dopo 11 miglia incominciò a vomitare. Finì in ospedale il giorno stesso della partenza”. È solo la prima di una serie di gaffe che l’europarlamentare leghista ha collezionato in carriera. Ora Ciocca si butta sui balletti trash e viene difeso strenuamente dal compagno di partito Borghi che dice: “Ecco qui il numero uno. Angelo Ciocca. 450mila visualizzazioni solo qui su X. So cosa pensate ma non è così, alle europee 2014 prese 22mila preferenze (io 13mila) e in quelle del 2019 ne prese 90mila (Occhio che la musichetta dà dipendenza)”. Insomma, sono felici di dirci che con i loro elettori il trash funziona

Mucche e carni in scatola

Sempre lui, Francesco Lollobrigida. Si fa fotografare mentre conversa amichevolmente con un bovino e scrive: “Un modo per verificare il benessere animale in una azienda agricola è ‘chiederlo’ direttamente a loro. Se si avvicinano all’uomo senza timore significa che lo considerano un loro amico”. Chissà se parla anche con la carne in scatola.

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Giornalisti vessati dalle intimidazioni: la libertà di stampa interessa più a qualcuno? – Lettera43

Cronisti fermati dalla Digos, identificati, perquisiti, tenuti in carcere. Oppure condannati per diffamazione, svegliati alle 4 notte per una querela, attaccati pure dentro la Rai. Ai tempi dei governi Berlusconi saremmo scesi in piazza. Ora che siamo di fronte alla repressione delle idee contrarie al potere dovremmo fare qualcosa. Perché riguarda il nostro diritto di non essere d’accordo.

Giornalisti vessati dalle intimidazioni: la libertà di stampa interessa più a qualcuno?

Dice la questura di Roma che la cronista del Fatto Quotidiano Angela Nittoli, il fotografo del Corriere della sera Massimo Barsoum e il video maker freelance Roberto Di Matteo non avevano dichiarato di essere giornalisti. Per questo sono stati identificati, perquisiti, portati in commissariato, lasciati due ore dentro una cella costretti a pisciare con la porta aperta e infine lasciati andare quando ormai l’evento che dovevano seguire per lavoro (un’incursione degli attivisti di Ultima generazione) era passato.

Giornalista trattenuto per quattro ore senza poter parlare con redazione, familiari, avvocato

A Padova un cronista del Mattino di Padova, Edoardo Fioretto, il 12 aprile era stato fermato dalla Digos della questura patavina all’interno della mostra “Da Monet a Matisse” assieme ad altre sei persone sospettate di far parte di Ultima generazione e di aver pianificato un’azione di protesta contro le opere esposte a palazzo Zabarella. È stato trattenuto per quattro ore in cui non ha potuto comunicare con la redazione, con i familiari, con un avvocato, con nessuno. Quattro ore per scoprire se fosse o meno un giornalista sono una barzelletta che non farebbe ridere nessuno e a cui non crederebbe nessuno. L’ex direttore della Stampa Massimo Giannini ha raccontato a Otto e mezzo di essere stato «svegliato alle 4 di notte per una notifica di diffamazione».

A novembre del 2023 a Messina il giornalista Fabrizio Bertè è stato fermato e perquisito dalla Digos, quindi trattenuto in questura e rilasciato dopo circa due ore. Si trovava in via Garibaldi per documentare una manifestazione di protesta di aderenti alla campagna “Fondo riparazione” promossa dal movimento Ultima generazione. Anche in quel caso non ha potuto documentare la protesta.

I cronisti di Domani che rischiano il carcere per l’inchiesta su Crosetto

Il blocco preventivo dei giornalisti si aggiunge a tutti i fatti di questi ultimi mesi. Tre giornalisti del quotidiano Domani sono finiti sulle pagine dei giornali internazionali perché rischiano il carcere. L’inchiesta è iniziata dopo che il loro giornale ha pubblicato nell’ottobre del 2022 un articolo sui conflitti di interessi del ministro della Difesa, Guido Crosetto, per via dei compensi milionari ricevuti da Leonardo e altre aziende dell’industria bellica fino a pochi giorni prima del suo insediamento del governo Meloni, in un dicastero che ha rapporti diretti con quelle aziende. Dopo la pubblicazione dell’articolo, che conteneva notizie vere e documentate, il ministro non ha querelato ma ha cercato la fonte dei giornalisti tutelata dal segreto professionale.

Guido Crosetto: «Toti è stato arrestato per corruzione»
Il ministero della Difesa Guido Crosetto (Ansa).

Il condannato a otto mesi di carcere per il reato di diffamazione

Un giornalista del Giornale, Pasquale Napolitano, è stato condannato per il reato di diffamazione a otto mesi di carcere (pena sospesa): la condanna si riferisce a un articolo pubblicato nel 2020 su un sito campano. Il giornalista aveva correttamente pubblicato i chiarimenti e le rettifiche delle persone di cui scriveva nel suo articolo, ma è stato ugualmente querelato.

Il marasma Rai con i casi Ranucci e Scurati-Bortone

Poi c’è la Rai. Gli attacchi a Sigfrido Ranucci e alla sua trasmissione Report sono diventati ormai un genere letterario. Il caso Scurati e la quasi matematica certezza che a pagare sarà solo la giornalista Serena Bortone è una notizia scivolata liscia. I giornalisti che gentilmente sono stati accompagnati all’uscita sono stati sommersi dall’accusa di volersi arricchire e quindi sono rientrati nelle cronache di gossip, più che nei ragionamenti sulla libertà di stampa. In una lettera all’Unione europea l’European Movement International ha scritto che «l’indipendenza dei media è stata sottoposta a forti pressioni in Italia. Il governo di Giorgia Meloni ha esercitato sempre più il suo potere sulla Rai, l’emittente nazionale italiana, estromettendo manager e conduttori televisivi dai loro incarichi e censurando programmi critici nei confronti del governo. Inoltre, recentemente giornalisti e giornali sono stati costantemente attaccati da membri del governo, soffocando le voci dissenzienti e ostacolando l’indipendenza dei media».

Serena Bortone, la presidente Soldi contro l'ad Sergio: «Il procedimento fa male alla Rai»
Serena Bortone (Imagoeconomica).

Non siamo diventati la nuova Ungheria solo per l’insediamento di Meloni

Ma perché la libertà di stampa per cui si riempivano le piazze ai tempi dei governi Berlusconi ora è diventata un brodino caldo che interessa solo agli operatori dell’informazione e a pochi appassionati cittadini? Questa è la domanda. Le pressioni sulla stampa hanno potuto essere affilate in questi ultimi mesi perché il terreno è stato preparato da anni, da forze politiche mica solo a destra, da una campagna diffamatoria sottile ma continua. Troppo facile pensare che l’Italia dell’informazione sia diventata la nuova Ungheria solo per l’insediamento di Meloni e del suo governo. Il concime è stato versato da chi proditoriamente ha declassato il giornalismo a un mero esercizio di opinioni spesso senza nessuna attinenza ai fatti reali. La credibilità è stata deteriorata dalla politica, da una parte del giornalismo stesso e dallo sdoganamento del diritto di essere avversi alla realtà.

Ha a che fare con la democrazia e interessa chiunque non è d’accordo col potere

Se la propaganda convince gli elettori ad avere diritto a mondi immaginari nonostante le regole, è ovvio che chi tiene fermo il punto viene visto come un sabotatore, un avversario politico, un nemico. È quello che sta esattamente succedendo. E qui si svolta in un lato ancora più pericoloso di un semplice attacco al giornalismo: siamo di fronte alla repressione delle idee contrarie al potere. Questo ha a che fare con la democrazia e interessa tutti coloro che oggi vorrebbero avere il diritto di non essere d’accordo.

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La Lega inventa la legge “ad operam”

La giornalista di Repubblica Alessia Candito racconta dell’emendamento presentato dal deputato leghista Igor Iezzi al ddl sicurezza, attualmente in discussione in commissione Affari Costituzionali, che prevede una nuova aggravante dei reati contro la pubblica incolumità “che sembra ritagliata sulla variegata rete di attivisti che da mesi protesta” contro nuove opere pubbliche. Come ad esempio il Ponte sullo Stretto.

La nuova fattispecie prevede un aumento “da un terzo a due terzi della pena” nel caso in cui “la violenza o minaccia è commessa al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica”. In sostanza dopo gli ecoterroristi il partito di Salvini (e bisognerà vedere cosa ne pensa il governo) mette nel mirino anche i ponteterroristi.

Almeno a sentire il leader di Alleanza verdi sinistra Angelo Bonelli: “Quello di Iezzi è un emendamento che vuole intimidire la legittima protesta contro il Ponte e se fosse approvato verrebbe previsto il carcere da 4 a 20 anni anche a chi con immagini o atti simbolici possa minacciare il blocco di opere infrastrutturali”. “Per chi protesta – spiega Bonelli – quindi è prevista una pena tripla rispetto alla corruzione e altri reati gravi come rapina e altro. Siamo in una vera emergenza democratica”.

Nel Paese delle leggi “ad personam”, inventarsi una legge “ad operam” sarebbe un colpo di genio straordinario se non fossimo in uno Stato di diritto dove le libertà di critica e di manifestare, entro i limiti della legge, sono riconosciute dalla Costituzione. Avanti così, non ci sarebbe da stupirsi se il prossimo passo fosse l’introduzione del reato di “opposizione politica”. Dentro e fuori dal Parlamento. Tanto per completare l’opera.

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Centro migranti in Albania, Edi Rama scarica Meloni: “Il problema sarà farlo funzionare”

“Quella roba lì è solo italiana. L’Albania ha dato disponibilità e terreni, ma nulla di più”. In colloquio con Repubblica il presidente dell’Albania Edi Rama prende le distanze dai centri per migranti che il governo italiano sta costruendo nel suo Paese. Rama spiega che “il centro comunque in qualche mese sarà pronto, quello è niente. Ma il problema sarà farlo funzionare. E sarà molto difficile per le procedure: come fai a far ruotare 3000 persone in 28 giorni con la burocrazia italiana e con le regole europee?”.

Parole molto diverse da quelle usate dal presidente albanese a novembre scorso quando vennero presentati i due “centri italiani di raccolta” che Rama definì il risultato di un percorso “importante di natura storica, culturale ma anche emozionale che lega l’Albania all’Italia”.

Edi Rama scarica Meloni. Dubbi e criticità sui Cpr in Albania

I dubbi a cui fa riferimento il presidente albanese nella sua intervista sono gli stessi che da mesi avanzano gli esperti di diritto internazionale. L’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo dell’Associazione Diritti e Frontiere aveva spiegato come l’accordo tra Italia e Albania fosse “opaco, disumano e privo di basi legali” perché “qualunque procedura di allontanamento forzato attuata da autorità italiane attraverso il trattenimento in un centro di detenzione deve essere convalidata dalla decisione di un giudice” e perché “la consegna delle persone soccorse in mare alle autorità albanesi” potrebbe costituire un’ipotesi di respingimento collettivo già condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo nel caso Hirsi, quando nel 2009 una motovedetta della Guardia di finanza riconsegnò alle autorità libiche, entrando nel porto di Tripoli, decine di naufraghi soccorsi in acque internazionali.

Anche rispetto la procedura di cosiddetto “sbarco selettivo” tra donne, minori e uomini ci sono diversi problemi di legittimità giuridica in quanto si tratta di una palese violazione delle norme interne ed europee che impongono per tutti lo sbarco in un porto sicuro indicato dall’autorità che coordina le attività di ricerca e salvataggio.

Le parole di Rama a due giorni dalla visita a sorpresa del Pd

Le parole di Rama arrivano due giorni dopo la visita a sorpresa di alcuni deputati del Pd in Albania che avevano raccontato di essersi trovati di fronte a “70mila metri quadrati di nulla” nonostante gli annunci del governo. “Oggi 22 maggio solo ruspe, mentre avevano annunciato che il 20 maggio 2024 avrebbe aperto il centro. Oggi abbiamo svelato il loro bluff elettorale”, aveva detto il deputato Matteo Mauri.

I costi dei due centri per migranti in Albania intanto sono lievitati. Openpolis ha analizzato i numeri del protocollo Italia-Albania per il “rafforzamento della collaborazione in materia migratoria“, firmato a Roma il 6 novembre 2023 e ratificato poi dal Parlamento italiano lo scorso febbraio.

Numeri e costi dei Cpr in Albania: l’analisi di Openpolis

Una relazione tecnica ricostruisce le spese a preventivo ipotizzando un costo di circa 650 milioni di euro in 5 anni, di cui però solo 30 milioni di euro circa in 5 anni (4,4 milioni di euro nel 2024 e 6,5 milioni l’anno tra 2025 e 2028) riguardano la gestione. A cui vanno aggiunti 95 milioni per il noleggio delle navi, quasi 8 milioni di assicurazioni sanitarie per operatori italiani in missione all’estero e di ben 252 milioni di costi per le trasferte dei funzionari ministeriali.

Per preannunciare il rischio flop dell’operazione italiana in Albania il presidente albanese Rama ha citato il “Piano Mattei” rivendicato da Giorgia Meloni: “Come fai a portarlo avanti? – dice Rama -. Sì, puoi fare accordi, aprire centri in Tunisia o in Libia. Ma sai quanti soldi ci sono in ballo sul traffico dei migranti su quelle coste? Ed è tutto gestito molto in alto”.

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Salis in tribunale senza catene, ma il giudice svela il suo domicilio segreto. Le proteste del padre

Ilaria Salis per la prima volta si presenta in tribunale a Budapest con i suoi genitori in taxi, senza catene alle caviglie e senza manette ai polsi. È entrata in tribunale salutando velocemente i giornalisti e gli amici (era presente anche il fumettista Zerocalcare) per la terza udienza del processo che la vede imputata con l’accusa di aver aggredito dei militanti di estrema destra. “Voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno supportato”, ha detto la candidata Ue per Avs prima di entrare nella sala riunioni del tribunale, spiegando di non poter aggiungere altro per il processo in corso. 

Ma nel corso  dell’udienza il giudice Josef Szos ha rivelato l’indirizzo dove Ilaria Salis sta scontando i domiciliari, scatenando le protesta del padre di Ilaria, Roberto Salis. Che durante il processo si è girato verso l’ambasciatore italiano Manuel Jacoangeli dicendogli: “Bisogna fare qualcosa”. L’indirizzo “non dovrebbe essere rivelato, anzi protetto e non va inserito nel verbale”, ha poi sottolineato l’avvocato della difesa Gyorgy Magyar.

Il primo testimone ascoltato dai giudici non riconosce l’italiana durante l’aggressione

All’udienza ha parlato anche il primo testimone sentito come parte lesa nel processo. In un’altra aula collegata con voce camuffata, ha spiegato che il 10 febbraio del 2023 all’uscita di un ufficio postale è “stato aggredito da dietro da persone che avevano il volto coperto e quindi non sono in grado di riconoscerne nessuna. Non hanno detto niente – ha raccontato il testimone e non so se fossero uomini o donne”.

“Prima di entrare nell’ufficio postale – ha aggiunto – mi ha chiamato una donna con i capelli biondi che mi ha chiesto se partecipavo al giorno dell’Onore e ho detto di no. Sono entrato nell’ufficio postale e uscendo sono stato aggredito. Mi hanno colpito alla testa e sono caduto per terra cercando di proteggere la faccia. Non ho capito nulla, stavo male, ho cercato di sedermi e mi hanno spruzzato spray in faccia”.

Il testimone ha spiegato di far parte di un’associazione ‘che protegge i valori ungheresi’ e che “probabilmente sono stato aggredito per il mio abbigliamento”. “Soffro ancora per l’aggressione, ancora adesso sono psicologicamente provato per quanto successo”, ha concluso chiedendo un risarcimento di 10 milioni di fiorini ungheresi.

Il giudice ha rivelato l’indirizzo segreto dove Ilaria Salis sta scontando i domiciliari. Le proteste del padre

Intanto la segretaria del Partito democratico Elly Schlein chiede che Giorgia Meloni si adoperi per il rientro di Salis come per Chico Forti. “Non possiamo accettare di vedere nessun cittadino e nessuna cittadina italiana portati al processo al guinzaglio. – detto Schelin – Per questo abbiamo detto da subito che Ilaria Salis deve tornare in Italia. Lo direi per ogni persona, invece abbiamo visto che per il governo di destra non è così. Abbiamo visto che si sono adoperati per fare rientrare Chico Forti, già condannato, e vorremmo che il governo si impegnasse con l’alleato di Meloni, Viktor Orban, perché Ilaria Salis, che è ancora sotto processo e non ha una condanna, possa stare ai domiciliari in Italia”. 

A Schlein ha risposto il ministro degli Esteri Antonio Tajani spiegando che “il governo italiano segue tutti i detenuti italiani all’estero”. “Siamo intervenuti sulle condizioni di detenzione di Ilaria Salis così come abbiamo riportato a casa Chico Forti – ha detto Tajani ospite di Diritto e rovescio su Rete 4 – . Noi abbiamo seguito tanti italiani senza guardare al colore politico – ha aggiunto Tajani – vedi Patrick Zaki che se non fosse stato per il governo sarebbe ancora in Egitto”.

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Così in Italia muore il diritto di cronaca

Ieri la videomaker Angela Nittoli, il fotografo Massimo Barsoum e il videomaker Roberto Di Matteo sono stati fermati, poi identificati, quindi perquisiti e infine trasferiti di fretta con una volante della Polizia al commissariato Castro Pretorio dove sono stati rinchiusi in una piccola cella per due ore. La loro colpa Seguire una protesta degli attivisti di Ultima generazione. Tecnicamente esercitavano il loro diritto di cronaca che è anche il cuore del loro mestiere. 

È accaduto ieri a Roma ma era già accaduto a Padova e a Messina. Il trasferimento al commissariato di Castro Pretorio è stato giustificato con l’esigenza di effettuare una perquisizione. I giornalisti però si erano offerti di mostrare il contenuto delle loro borse e dei loro zaini. Di certo sono stati portati lontano dal luogo in cui avrebbero potuto (e dovuto) fare il loro mestieri di cronisti. 

La Federazione nazionale della stampa racconta di avere già espresso le sue preoccupazioni dopo gli episodi di Padova e Messina in un incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. “Durante quell’incontro – scrive il sindacato – il ministro aveva escluso che ci fosse un modus operandi della polizia per quanto riguarda verifiche e controlli sui giornalisti che seguano gli atti di protesta di Ultima generazione. Dopo quello che è accaduto oggi, appare invece evidente che esista una linea di intervento per scoraggiare i cronisti dal documentare i blitz di questi attivisti”.

Tutto questo ha un nome preciso: censura preventiva. Feccia da autocrazia. 

Buon venerdì. 

Nella foto: immagine di repertorio dal profilo X di Ultima generazione

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