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Tempo pieno nelle scuole, penalizzate le periferie. I dati di Openpolis certificano anche il divario al Sud

Il 24 giugno cade nel giorno in cui, nel 2014, a Caivano moriva Fortuna Loffredo, sei anni, lanciata dal palazzo in cui abitava. Da quella data la Legge 170/2024 ha ricavato la Giornata nazionale delle periferie urbane, oggi alla seconda edizione, con cerimonie, incontri e momenti di studio “sugli interventi necessari a contrastare le situazioni di degrado economico, sociale, culturale e abitativo”. Intanto, nelle stesse periferie, una scuola primaria a tempo pieno raggiungibile a piedi resta un privilegio di indirizzo.

Lo misura Openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini, su dati Istat elaborati per la commissione parlamentare sulle periferie. L’indicatore è semplice: quanta popolazione vive entro 1,5 chilometri dalla scuola primaria a tempo pieno più vicina, nell’anno scolastico 2022/23. A Milano e Torino il valore sfiora il 100%, con Cagliari, Firenze e Bologna sopra il 95%. La coda della classifica è interamente meridionale: Messina, Reggio Calabria, Palermo ferma al 44,7%. Meno di un residente su due ha la scuola sotto casa.

L’accesso fisico si somma alla frequenza. Nel rapporto Giovani e periferie di dicembre 2025, a Milano, Firenze, Torino e Roma oltre l’85% degli alunni delle primarie statali sta a tempo pieno. A Reggio Calabria e Palermo si scende sotto il 10%.

La scuola aperta il pomeriggio è l’unico presidio sociale che molte periferie hanno, ricorda Openpolis nel rapporto: un luogo sicuro dove stare, prima ancora di un’ora in più di lezione. Conta dove gli spazi di aggregazione mancano, e mancano proprio dove la scuola chiude prima. Così l’accessibilità diventa la misura di una doppia assenza.

Dentro Palermo, sette quartieri a zero

Palermo è il caso di scuola, in tutti i sensi. Media cittadina di alunni a tempo pieno intorno al 5%, che sale al 47,4% a Tribunali-Castellammare e al 34% a Palazzo Reale-Monte di Pietà, i due quartieri del centro storico. Sette zone, dal canto loro, hanno una quota di popolazione vicina a una scuola a tempo pieno inferiore all’1%: Boccadifalco, Borgo Nuovo, Villagrazia-Falsomiele, fino a Tommaso Natale-Sferracavallo. E in 14 quartieri su 25 gli alunni a tempo pieno sono zero. È la stessa città, divisa per indirizzo: le aree più scoperte coincidono con i valori immobiliari più bassi e con le famiglie in disagio economico.

Milano funziona all’opposto, con una media comunale del 98,7%. Eppure anche lì il servizio si dirada ai bordi: sotto il 95% stanno Quarto Oggiaro, Lorenteggio, Lambrate, Quarto Cagnino. Le periferie, di nuovo.

Il Sud che frequenta meno

Il quadro nazionale lo aveva già fotografato la Svimez. Nel rapporto “Un Paese, due scuole” del 2023, solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno accede al tempo pieno, contro il 48% del Centro-Nord. Dietro c’è la mensa che manca: al Sud circa 650mila bambini delle primarie statali, il 79%, vanno in scuole senza refezione, e senza mensa il tempo pieno non parte. Così un alunno meridionale perde in media 200 ore l’anno, un intero anno di scuola lungo i cinque della primaria. Il tempo pieno, da parte sua, non si improvvisa: chiede aule, cucine, personale, e questi mancano dove la spesa pubblica per l’istruzione si è ritirata da anni.

Tutto questo mentre ad aprile 2026 l’Istat ha certificato l’abbandono precoce all’8,2%, sotto la soglia europea del 9% fissata per il 2030. Un risultato rivendicato dal governo. Solo che l’abbandono esplicito è la punta visibile: sotto resta la dispersione implicita, i ragazzi che il diploma lo prendono senza le competenze, e in Sicilia le uscite precoci superano ancora il 15%, secondo i dati Eurostat rielaborati da Con i Bambini a settembre 2025.

Oggi, per la Giornata, qualcuno terrà il suo convegno sulle periferie. La scuola, lì dove servirebbe, chiude alle 13.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #236

Il commissario Chris Sidoti, a Ginevra il 23 giugno, ha raccontato di un quattordicenne colpito e lasciato a terra. Per quarantacinque minuti una compagnia di soldati israeliani chiacchierava e fumava intorno a lui mentre si dissanguava. La madre, che cercava di raggiungerlo, è stata presa a fucilate.

Il racconto sta nel rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, presentato lo stesso giorno dal presidente Srinivasan Muralidhar, dal titolo già una sentenza: “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”. La Commissione scrive di aver trovato prove che le forze israeliane hanno colpito “deliberatamente” i bambini palestinesi, e che da qui si conferma la conclusione del settembre 2025: a Gaza è in corso un genocidio.

I numeri: 20.179 bambini uccisi e 44.143 feriti in due anni, quasi un terzo delle vittime di Gaza. L’uccisione dei bambini, si legge, “faceva parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”. E dopo la tregua di ottobre i bambini hanno continuato a morire.

Israele ha definito il rapporto “diffamatorio” e una “farsa calunniosa”, accusando gli investigatori di ignorare l’uso dei bambini come scudi umani da parte di Hamas.

«Anche se le bombe e i fucili tacessero», ha detto Muralidhar, «i bambini palestinesi non si riprenderebbero da un giorno all’altro». Colpire i bambini è colpire la capacità di un popolo di esistere e di scegliere il proprio futuro.

Quel futuro lo rivendicava anche chi è partito via terra per Gaza. Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, con l’intera delegazione del convoglio Global Sumud fermata a Sirte il 24 maggio, sono rientrati in Italia il 24 giugno dopo un mese a Bengasi. Antonio Tajani parla di “liberazione”. Il documento del ministero degli Esteri libico, visionato dal manifesto, parla di “espulsione”: Haftar non ammette di averli mai trattenuti senza ragione.

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La schiena dritta di marzo, contata a giugno, fa cinquecento decolli

«500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione.» Lo ha detto Mark Rutte, segretario generale della Nato, a Fox News il 24 giugno. Un numero “enorme”, parola sua, dentro le 4-5mila missioni partite da tutta Europa per Epic Fury, la guerra americana contro l’Iran. A fine marzo lo stesso governo aveva fatto del suo “no” un monumento.

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Torna l’emergenza caldo, dal governo il solito decreto (tardivo): Cassa in deroga per le aziende bloccate dall’afa

Era passata una manciata di ore dopo il solstizio quando il Consiglio dei ministri ha certificato che il caldo è un’emergenza. L’ha fatto reintroducendo, dentro il Decreto Infrastrutture e Pnrr, la cassa integrazione in deroga per le aziende costrette a sospendere o ridurre l’attività quando le temperature diventano insostenibili. Una misura che torna ogni estate, sempre uguale, sempre all’ultimo momento.

Nel weekend del solstizio il Ministero della Salute aveva segnato col bollino rosso otto città insieme, da Bologna a Milano a Torino, con notti tropicali e minime che in Pianura Padana non scendono sotto i 25 gradi. L’anticiclone africano si è piazzato sull’Italia e i meteorologi parlano di una configurazione di blocco, destinata a durare.

I numeri dicono perché la cosa conti. Nell’estate 2024 l’Italia ha avuto oltre 19mila morti legati al caldo, prima in Europa per il terzo anno di fila, su un totale continentale di 62.775 decessi stimati: lo certifica uno studio dell’Istituto di Barcellona per la salute globale pubblicato su Nature Medicine. L’anno dopo, tra fine giugno e inizio luglio 2025, Milano ha contato 499 morti in dieci giorni di canicola, 317 dei quali attribuiti dai ricercatori dell’Imperial College e di World Weather Attribution direttamente al riscaldamento di origine umana. I più esposti restano gli stessi: quasi nove vittime su dieci, in quella stima, avevano più di 65 anni.

Un piano che non ha mai avuto i soldi

Il governo, intanto, tratta la questione come un guasto stagionale da tamponare. Antonio Di Franco, segretario della Fillea Cgil, il sindacato degli edili, parla di interventi «in rincorsa e in maniera disarticolata» e chiede una legge organica al posto delle ordinanze a singhiozzo. Il decreto di giugno fa esattamente questo: rincorre, a danno spesso già fatto. Per il segretario i cantieri ad alto rischio andrebbero fermati, senza scaricare sulle imprese le penali per i ritardi sul Pnrr.

Eppure un piano esiste già. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, il Pnacc, è stato approvato col decreto n. 434 del 21 dicembre 2023, dopo sei anni di gestazione. Dentro ci sono 361 misure su acqua, foreste, città, salute. Manca una cosa sola: i soldi. Il piano non ha risorse proprie e nessuna legge di bilancio le ha stanziate. L’Osservatorio nazionale che doveva guidarlo, da istituire entro tre mesi, è arrivato con largo ritardo.

«Non bastano misure emergenziali», ripete Mariateresa Imparato, di Legambiente, che da Napoli ha rilanciato la campagna contro la cooling poverty, la povertà di fresco che colpisce le periferie. A San Pietro a Patierno l’11 giugno i rilevatori hanno toccato i 63,9 gradi di temperatura al suolo. Il caldo sceglie: pesa di più dove mancano alberi, ombra e case isolate.

Le città corrono, ma in ordine sparso

Sui comuni il quadro è a macchia di leopardo. Bologna, prima in Italia a mappare i rifugi climatici, nel 2026 ha portato la rete a 24 spazi ufficiali. Milano ha il suo Piano Aria Clima, Firenze ha attrezzato decine tra biblioteche, cascine e parchi. Roma annuncia un piano caldo per luglio e una lista ufficiale dei rifugi ancora non ce l’ha. Solo che, come misura il Cnr, dove le ordinanze regionali anticipano il rischio gli infortuni sul lavoro calano tra il 20 e il 40 per cento. Nel 2026, prima ancora dell’estate astronomica, le ordinanze sul lavoro nelle ore roventi le hanno firmate 16 regioni.

Il Cnr ha registrato per il giugno 2025 un’anomalia di 3,02 gradi sopra la media 1991-2020, il secondo giugno più caldo mai rilevato in Italia. Le estati ormai bruciano prima, e durano. Di fronte a questo il governo certifica l’emergenza il giorno dopo il solstizio e rifinanzia una cassa integrazione che interviene quando il lavoratore si è già fermato. Il piano per prevenire tutto questo è pronto da due anni e mezzo, novecento pagine. Aspetta solo che qualcuno lo paghi.

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Il mostro per i comizi, il partner per gli affari: l’Europa tratta coi talebani

Martedì 23 giugno cinque uomini del regime talebano sono stati ricevuti a Bruxelles, lontano dalle sedi della Commissione europea, da funzionari di 15 Stati membri. Riunione “a livello tecnico”, senza politici, presieduta dalla Commissione e dalla Svezia, col Belgio a firmare i visti. Sul tavolo una cosa sola: come deportare in Afghanistan gli afghani che gli Stati considerano scomodi.

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Lo dice pure il Board of Peace: a Gaza la tregua è violata

Le Forze di difesa israeliane lo scrivono in una nota, con la calma dell’adempimento amministrativo: nel fine settimana hanno ucciso Ahmad Zaza e Hussein Safadi, due uomini di Hamas, vicino alla “Linea Gialla”, perché avevano “violato l’accordo di cessate il fuoco”. Il verbo è quello, violare. Lo usa chi spara per nominare chi viene colpito.

Lunedì 22 giugno un civile palestinese è morto al complesso medico Nasser per le ferite di un bombardamento su al-Mawasi, a ovest di Khan Yunis. Il 23 giugno il portavoce delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric ha denunciato nuovi raid aerei e tiri d’artiglieria israeliani nelle aree residenziali, in tutti i governatorati, «in particolare a ovest della cosiddetta Linea gialla», e ha aggiunto che «tra le persone uccise ci sono anche civili». Le fonti mediche palestinesi citate da Wafa portano il bilancio dall’ottobre 2023 a 73.035 morti e 173.368 feriti.

La tregua mediata da Washington vale dal 10 ottobre 2025. Israele ha dichiarato zona di fuoco libero tutto ciò che sta oltre la Linea Gialla, e i civili muoiono proprio a ovest di quella linea, sul lato che l’accordo assegna ai palestinesi. Nikolay Mladenov, direttore generale del Board of Peace incaricato di far rispettare quella tregua, ha detto a maggio che i raid «costituiscono violazioni del cessate il fuoco» e che «i civili continuano a essere uccisi». La stessa parola, dunque. Le Idf la rivolgono ai morti che producono, l’uomo della tregua a chi quei morti li fa.

Chi viola un cessate il fuoco firmato a ottobre lo stabilisce chi ha le armi, e lo stabilisce a posteriori, sul corpo già contato.

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Tunisia, il Paese sicuro secondo Italia e Ue alla sbarra: quattro ricorsi alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli

Una persona costa tra i 40 e i 300 dinari alla frontiera tra Tunisia e Libia: dodici, novanta euro a testa. Gli uomini meno, le donne di più, perché in Libia secondo i testimoni rendono di più. A fissare il prezzo sono agenti in divisa da un lato e milizie dall’altro, e il pagamento arriva in contanti, in hashish, in barili di carburante. Lo raccontano le testimonianze del rapporto State Trafficking del collettivo RR[X], con ASGI e Border Forensics: dal giugno 2023 al dicembre 2025, circa 7.400 persone sono finite dentro questo ingranaggio.

Ora quattro di loro hanno fatto una cosa mai vista prima. Quattro persone migranti, originarie di Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone, hanno depositato altrettanti ricorsi contro la Tunisia davanti alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. È la prima volta che la Corte dovrà giudicare le violazioni della Tunisia ai danni di cittadini stranieri. L’ASGI, che li assiste insieme all’avvocato tunisino Ibrahim Belguith, presenta i ricorsi in conferenza stampa il 30 giugno. Le condotte contestate: detenzione arbitraria, tortura, violazione del diritto alla vita, espulsioni collettive, tratta, discriminazione razziale e di genere.

Quanto vale una persona al confine

Funziona come una catena logistica. Si viene catturati in mare, sul posto di lavoro, davanti a uno sportello bancario, e il criterio è uno solo: si dà la caccia ai neri, di ogni nazionalità. Poi i bus verso il deserto, le gabbie sotto le antenne a pochi metri dalla linea di confine, la vendita ai libici, la prigione di Al Assah dove si paga il riscatto, dai 400 ai mille euro. Il 5 aprile 2024, al largo di Sfax, secondo la ricostruzione di immagini satellitari e testimonianze una motovedetta tunisina avrebbe speronato un barcone per fermarlo: nel naufragio morirono donne e bambini. Uno dei quattro ricorrenti era a bordo.

Tutto questo accade in un paese che dal febbraio 2023, da quando il presidente Kais Saied ha evocato un “piano criminale” per modificare la composizione demografica della Tunisia, dà la caccia ai subsahariani come politica di Stato. Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, nel 2023 e nel 2024 la Tunisia ha bloccato oltre 100.000 persone, l’ottanta per cento dall’Africa subsahariana. Amnesty International e le Nazioni Unite ripetono da anni la stessa cosa: la Tunisia non è un paese sicuro, e non è un luogo di sbarco sicuro.

Il timbro che cancella i fatti

Eppure il timbro è arrivato lo stesso, anzi due volte. L’Italia teneva già la Tunisia nel proprio elenco nazionale dei paesi di origine sicuri. E dal 12 giugno 2026 la Tunisia è entrata nella prima lista europea dei “paesi di origine sicuri”, votata dal Parlamento europeo il 10 febbraio con 408 sì e adottata dal Consiglio il 23. Relatore, in Aula a Strasburgo, è stato Alessandro Ciriani, eurodeputato di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Significa procedura accelerata e presunzione che chi arriva da lì non rischi niente. Lo decide la lista, non il caso specifico all’attenzione del funzionario.

C’è anche un problema tecnico, prima che morale. Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che un paese si può dichiarare sicuro solo se la designazione regge il controllo di un giudice, poggia su fonti aggiornate e vale per “tutto il territorio”. Difficile far reggere “tutto il territorio” quando quel territorio è il deserto in cui si vendono le persone. La Tunisia, da parte sua, ha già provato a chiudere l’altra porta: ha ritirato la dichiarazione che permetteva ai singoli di rivolgersi alla Corte africana, ritiro efficace dal marzo 2026. I fatti contestati, però, sono del 2023 e del 2024, quando la porta era ancora aperta.

Chi paga, e chi sapeva

I soldi sono italiani ed europei, e sono tracciati. Il 16 luglio 2023 Meloni ha mediato, con Ursula von der Leyen e l’allora premier olandese Mark Rutte, il Memorandum tra Unione europea e Tunisia: 150 milioni di sostegno al bilancio, 105 milioni per la gestione delle frontiere. L’Italia, da sola e a partire dal 2017, ha speso quasi 75 milioni in mezzi e addestramento per le guardie di frontiera tunisine. E Al Assah, la prigione dove finiscono i venduti, è sorvegliata dalla guardia di frontiera libica che figura tra i beneficiari del programma europeo EUBAM: l’Europa addestra, da un lato e dall’altro, chi compra e chi vende.

Restano le domande, ed è qui che la Tunisia amica diventa scomoda. Il nostro governo sa cosa accade in quei campi nel deserto? Lo sanno i suoi elettori, lo sanno gli italiani che applaudono il segno meno davanti ai numeri degli sbarchi? La risposta più indulgente è che non lo vogliono sapere, perché il calo che si esibisce in conferenza stampa è fatto di gabbie sotto le antenne e di riscatti pagati al buio, mentre i corpi restano nel deserto. Un paese che vende esseri umani lo abbiamo chiamato sicuro. La Corte africana, adesso, dovrà solo dire ad alta voce quello che a Roma si sa già.

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Ddl Caccia, primo via libera della Camera. Sullo sfondo dello scontro tra Lollobrigida e il “burocrate” Ue

«Una lettera di un burocrate». Così Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha liquidato i rilievi della Commissione europea sul ddl 1552, rispondendo al Question time al Senato il 14 maggio alla senatrice Gisella Naturale (M5S). Il burocrate è Bruxelles, la lettera è del 18 dicembre 2025, e contesta punto per punto la riforma della caccia. È rimasta chiusa in un cassetto per mesi, finché non l’hanno scovata le associazioni.

Ieri il Senato ha approvato il ddl, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica: 87 sì, 58 no, e il testo passa alla Camera. Venti articoli per allungare i calendari, allargare le specie e i luoghi dove si spara. E per togliere di mezzo chi misura le conseguenze.

La scienza messa a margine

Il cuore tecnico della riforma sta in una riga: il parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, passa da vincolante a consultivo. Da presidio a suggerimento. Lo si affianca al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono pure le rappresentanze dei cacciatori. Così chi deve dire se una specie regge il prelievo finisce a decidere insieme a chi quel prelievo lo pratica. Il rovesciamento è anche lessicale: la legge passa dalla “protezione” alla “gestione” della fauna, e il cacciatore diventa un “bioregolatore”.

Contro questo passaggio dieci società scientifiche hanno scritto con il WWF a Sergio Mattarella e alle altre alte cariche. «La tutela della fauna selvatica non è una questione di parte», dice il presidente Luciano Di Tizio: è un patrimonio indisponibile dello Stato. I numeri che cita sono dell’Ispra. In Italia il 28% dei vertebrati valutati è a rischio estinzione, il 26% degli uccelli nidificanti è minacciato, e tra le stagioni 2017 e 2023 sono stati abbattuti oltre 32 milioni di uccelli cacciabili. Proprio mentre la biodiversità arretra, si decide di sparare di più.

Cosa cambia in concreto. Cade il limite del 10 febbraio, quello che ancora protegge l’inizio della migrazione prenuziale. I richiami vivi salgono dai 40 per cacciatore a un numero di fatto illimitato. Entrano fra i cacciabili l’oca selvatica e il piccione; lo stambecco, specie protetta, è uscito dall’elenco dopo le proteste degli scienziati. Torna la caccia sul demanio marittimo.

Si spara anche dopo il tramonto e con i visori termici, in aree finora precluse e vicino ai sentieri di chi un fucile non lo imbraccia. E un divieto di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, con relativa sanzione, rischia di colpire pure la protesta pacifica, con evidenti profili di incostituzionalità.

Il conto europeo

Qui rientra la lettera del burocrate. La Commissione contesta l’estensione oltre il 10 febbraio e il declassamento del parere dell’Ispra come una violazione della Direttiva Uccelli, e ricorda che sui richiami vivi l’Italia è già sotto la procedura EU Pilot aperta nel 2023. Sulla materia venatoria pende già una messa in mora. Tradotto: una nuova infrazione, e una sanzione che pagheremo tutti.

Dovrebbe pesare anche la Costituzione. Dal 2022 l’articolo 9 mette la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, pure per le generazioni che verranno. Una riforma che allarga il prelievo mentre la scienza segnala l’allarme ci va contro in modo abbastanza nitido.

Contro il ddl si sono schierati la comunità scientifica, le associazioni, il Club Alpino Italiano, il Consiglio d’Europa con la Convenzione di Berna, perfino la Santa Sede e una voce come quella del Foglio. Un sondaggio Ipsos dà l’85%degli italiani contrario alla caccia, le firme raccolte dal WWF hanno passato le 400 mila. Dall’altra parte una minoranza organizzata e rumorosa, e un governo che tira dritto.

Restano i burocrati, già. Gli stessi che a Bruxelles scrivono le lettere di costituzione in mora e calcolano le multe.

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Ddl Caccia, la lettera del burocrate (cioè della Commissione europea) e il voto di oggi in Parlamento: cosa c’è in ballo e le posizioni in campo

«Una lettera di un burocrate». Così Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha liquidato i rilievi della Commissione europea sul ddl 1552, rispondendo al Question time al Senato il 14 maggio alla senatrice Gisella Naturale (M5S). Il burocrate è Bruxelles, la lettera è del 18 dicembre 2025, e contesta punto per punto la riforma della caccia. È rimasta chiusa in un cassetto per mesi, finché non l’hanno scovata le associazioni.

Oggi, 23 giugno, l’aula vota il ddl, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica. Venti articoli per allungare i calendari, allargare le specie e i luoghi dove si spara.

La scienza messa a margine

Il cuore tecnico della riforma sta in una riga: il parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, passa da vincolante a consultivo. Da presidio a suggerimento. Lo si affianca al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono pure le rappresentanze dei cacciatori. Così chi deve dire se una specie regge il prelievo finisce a decidere insieme a chi quel prelievo lo pratica. Il rovesciamento è anche lessicale: la legge passa dalla “protezione” alla “gestione” della fauna, e il cacciatore diventa un “bioregolatore”.

Contro questo passaggio dieci società scientifiche hanno scritto con il Wwf a Sergio Mattarella e alle altre alte cariche. «La tutela della fauna selvatica non è una questione di parte», dice il presidente Luciano Di Tizio: è un patrimonio indisponibile dello Stato. I numeri che cita sono dell’Ispra. In Italia il 28% dei vertebrati valutati è a rischio estinzione, il 26% degli uccelli nidificanti è minacciato, e tra le stagioni 2017 e 2023 sono stati abbattuti oltre 32 milioni di uccelli cacciabili. Proprio mentre la biodiversità arretra, si decide di sparare di più.

Cosa cambia in concreto. Cade il limite del 10 febbraio, quello che ancora protegge l’inizio della migrazione prenuziale. I richiami vivi salgono dai 40 per cacciatore a un numero di fatto illimitato. Entrano fra i cacciabili lo stambecco, specie storicamente protetta, l’oca selvatica e il piccione. Torna la caccia sul demanio marittimo, anzi sulla spiaggia.

Si spara anche dopo il tramonto e con i visori termici, in aree finora precluse e vicino ai sentieri di chi un fucile non lo imbraccia. E un divieto di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, con relativa sanzione, rischia di colpire pure la protesta pacifica, con evidenti profili di incostituzionalità.

Il conto europeo

Qui rientra la lettera del burocrate. La Commissione contesta l’estensione oltre il 10 febbraio e il declassamento del parere dell’Ispra come una violazione della Direttiva Uccelli, e ricorda che sui richiami vivi l’Italia è già sotto la procedura Eu Pilot aperta nel 2023. Sulla materia venatoria pende già una messa in mora. Tradotto: una nuova infrazione, e una sanzione che pagheremo tutti.

Dovrebbe pesare anche la Costituzione. Dal 2022 l’articolo 9 mette la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, pure per le generazioni che verranno. Una riforma che allarga il prelievo mentre la scienza segnala l’allarme ci va contro in modo abbastanza nitido.

Contro il ddl si sono schierati la comunità scientifica, le associazioni, il Club Alpino Italiano, il Consiglio d’Europa con la Convenzione di Berna, perfino la Santa Sede e una voce  come quella de il Foglio. Un sondaggio Ipsos dà all’85% gli italiani contrari alla caccia, le firme raccolte dal WWF hanno passato le 400 mila. Dall’altra parte una minoranza organizzata e rumorosa, e un governo che tira dritto.

Restano i burocrati, già. Gli stessi che a Bruxelles scrivono le lettere di costituzione in mora e calcolano le multe.

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Starmer cade inseguendo la destra. E in Italia c’è già chi lo piange

Keir Starmer lascia Downing Street dopo nemmeno due anni, convinto di aver ereditato «un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito». Quel partito l’aveva vinto lui, nel 2024, con la maggioranza più larga di una generazione. Si dimette il 22 giugno e si stupisce. Si stupisce che imitare la destra da sinistra sia una pratica perdente. Aveva sistemato la bandiera, la sicurezza…

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